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Sull’ironia

“Hic sunt leones”

Si dice che i cartografi degli antichi romani, quando redigevano le mappe dei territori appena conquistati, ponessero oltre al limite di ciò che era stato esplorato le tre lettere HSL (hic sunt leones) a significare che oltre quel punto non si sapeva cosa ci fosse ma si supponeva ci fossero i “leoni”.

Niente di buono, insomma, oltre ai territori esplorati, niente di familiare, solo qualcosa verso cui procedere con cautela. Essere cauti e diffidenti verso il diverso, conservatori e non troppo entusiasti nei confronti di ciò che non è ben provato o che, comunque, potrebbe mordere.

Stare dentro la mappa! Sembra un motto ed è stato ed è, spesso, l’atteggiamento che adottiamo non appena ci troviamo di fronte a qualcosa che “ci puzza” o che mette in discussione i nostri confini.

E’ un modo di mettersi: una postura psichica e una presa sulla realtà. E serve! E’ utile per non farsi prendere in giro, per non abboccare all’amo di ogni nuova tendenza, per non disperderci nell’opinione degli altri e per conservare alcune delle nostre convinzioni che, altrimenti, verrebbero sempre poste in discussione. Non ci piace camminare sulle uova e, una volta che troviamo terreno solido su cui poggiare i piedi, ci attiviamo per conservarlo così com’è. Continua a leggere

Cornici

"Ascoltava con attenzione cosa dicevo. Ma nel suo bagaglio intellettuale ed emotivo non c'era niente a cui potesse collegare le mie parole."

Cornice tratta da corniciantiche.it

In una riflessione sullo scopo dell’educazione il filosofo e linguista Noam Chomsky parlando del bisogno di diventare consapevoli del punto di vista che stiamo adottando quando studiamo un argomento o ricerchiamo informazioni, dice:

“Non si può intraprendere alcun tipo di ricerca senza una cornice di riferimento relativamente chiara, che ci orienti e aiuti nella selezione delle informazioni, che ci permetta di distinguere tra ciò che è rilevante e ciò che non lo è, cosa merita di essere indagato e approfondito, e cosa, invece, è meglio scartare.

Non ci si può aspettare che qualcuno arrivi ad essere biologo, solo aprendogli l’accesso alla biblioteca di biologia dell’Università di Harvard, dicendogli “ecco, leggi”; si tratterebbe di qualcosa di assolutamente insensato. E lo stesso vale per l’accesso a internet: se non abbiamo chiaro quello che stiamo cercando, cosa è rilevante e cosa no, se non siamo disposti a mettere in discussione le nostre opinioni, allora navigare in internet diventa solo la scelta casuale di fatti inutili che non possono essere oggetto di verifica.

Quindi l’uso della tecnologia contemporanea, come internet, i sistemi di comunicazione, di grafica o qualsiasi altra cosa, se non ha alle spalle un percorso concettuale ben definito e solido, è poco probabile che risulti utile, e, anzi, potrebbe perfino rivelarsi dannoso. Se si raccolgono fatti incerti, un po’ qua, un po’ là, e li si rafforza, finiamo con uno scenario che presenta sì alcune basi oggettive, ma che di fatto non rispecchia la realtà. Bisogna saper valutare e interpretare, per capire.

Tornando all’esempio della biologia, il premio Nobel non lo vince chi legge più articoli o prende più appunti, ma la persona che sa cosa sta cercando. Coltivare questa capacità di indagare, di chiedersi cos’è rilevante senza smettere di mettersi in discussione, questa è l’istruzione. Che sia usando computer e internet o matite, fogli e libri, questo è irrilevante.”

Non conoscere la cornice nella quale circoscriviamo le nostre domande e non interrogarci su quali sistemi di riferimento ci abbiano portato a dare certe risposte (spesso stereotipate) dettate proprio dall’ottica in cui siamo cresciuti, ci rende rigidi. Il rischio è quello di guardare sempre dalla stessa parte e di descrivere il mondo sempre nello stesso modo.

A volte l’attenzione ha bisogno di essere scompaginata, certe cornici vanno rotte e cambiate e “Solo se siamo disposti a sentirci confusi possiamo imparare. Quando non lo siamo e ci limitiamo a ricalcare ciò che ci è stato detto, diventiamo la replica della mente di qualcun’ altro.”

 

Selfie: qualche libera associazione e… un po’ di metodo

…una foglia che cade, un amico che saluta
o una ‘primula sullo sfondo di un fiume’,
non sono mai ‘questo e nulla più’.”
G. Bateson

Un Selfie è, secondo Wikipedia: “…Un autoritratto fotografico, tipicamente eseguito con un palmare, una fotocamera digitale o un telefono.” Essendo una foto, un’immagine, è naturalmente anche molto di più: è, innanzitutto, un contenuto che comunica qualcosa, ha uno sfondo, un espressione, un contesto… E’ anche diventata, Selfie, una delle parole dell’anno, un termine su cui si sono accese discussioni, dibattiti, articoli e studi sociologici, ecc.

Ne parlo, qui, perché ho letto un po’ di questi articoli di colleghi, zii (filosofi) e cugini (sociologi) che tutti indistintamente hanno la loro da dire e spesso, secondo me, perdono di vista il contesto del quale stanno parlando e in cui il selfie avviene.

L.Russolo-Autoritratto con teschi.

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Flow

ChagallBacheca

 

Il flusso è una metafora, un modo per esemplificare uno stato in cui mente e corpo, sintonizzati fra loro e con l’ambiente, sembrano scorrere liberamente e senza sforzo regalandoci momenti un cui è un piacere fare esattamente ciò che si sta facendo. Il flusso capita e a volte quasi ci sorprende: magari stiamo correndo o ballando, leggendo o scrivendo, studiando, giocando… e ci ritroviamo ad essere immersi in uno stato che è, contemporaneamente, leggero e intenso, coinvolgente e poco impegnativo.

“Il flusso avviene quando la mente esce dai propri confini e libera l’immaginazione. Il flusso non si cura delle barriere, le supera. Il flusso è essere assorbiti, senza sforzo, nel compito, nel momento, nel potenziale. Il flusso è forza emozionale fluida che dà energia e rende sinergici fra di loro gli interessi, le attitudini e i talenti che si allineano perfettamente con il compito e sono completamente assorbiti in esso. Quando gli studenti, ad esempio, sono completamente presi dal processo di apprendimento e lavorano per trovare una soluzione o finire un progetto, lì accade il flusso di apprendimento. Quando il suo cuore, la sua mente e i suoi muscoli e la sua anima si sincronizzano sull’apprendimento, si può dire che lo studente sta fluendo al meglio delle sue potenzialità.”

P. O’Grady “The Positive Psychology of Flow” citato in Writing and the Creative Life: Flow

Vedi anche il mio post “Il flusso di energia e di informazione”.

 

Affinità e conflitto: inventarsi

La mente che generalizza sempre si preclude
quelle esperienze che le consentirebbero
di vedere e di sentire in profondità”
W.B.Yeats

Per la sopravvivenza e la sanità mentale degli individui la superiorità in ultima istanza della realtà effettuale sull’immaginario va mantenuta, ma deve essere sapientemente temperata e bilanciata dal principio di irrealtà, dall’apertura all’alterità e ai possibili che contribuiscono peraltro alla definizione e all’interpretazione della ‘realtà stessa’. La salvezza non consiste pertanto nel rifiutare l’esperienza dell’irrealtà, nel cercare di immunizzarsi nei confronti della fantasia e del desiderio. Se è permessa una similitudine, l’ideale sarebbe semmai – come in un pianoforte – quello di poter suonare con la destra, in chiave di violino, la tastiera della fantasia, più lieve e inventiva e, con la sinistra, in chiave di basso, quella della realtà, più grave e continua, che rappresenta il richiamo alla serietà dei condizionamenti.”

Così scrive il filosofo Remo Bodei nel suo ultimo libro Immaginare altre vite, un insieme di saggi sull’identità, sull’immaginazione e sull’illusione di un “unico sé reale”.

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Affinità e conflitto: un’introduzione

… ogni possibile umana redenzione ci richiede
innanzitutto di stare di fronte a ciò che ci spaventa,
a ciò che vogliamo negare”
David Foster Wallace

 

Temiamo al contempo la separazione e la fusione.

La capacità di percepire differenze, di discriminare fra figura e sfondo e di distinguere fra di loro diversi stimoli è ciò che permette all’informazione di… esistere. Non ci sarebbe informazione, infatti, se non vi fosse differenza: qualcosa che distanzia il percettore dal percepito, un quid che permette a chi osserva di cogliere il cambiamento… “lui non è me; questo oggetto non è quell’altro; questa cosa è in movimento… non più la stessa di poco fa, ecc.”.

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Attenzione: liberamente fluttuante

“… il cambiamento può essere un atto di volontà
o un flusso, ma l’atto di volontà è più complicato”
Mafe

Parlare di attenzione è parlare della più fondamentale delle attività psichiche: senza l’attenzione non ci sarebbe il linguaggio, non sarebbero possibili i pensieri, i sogni, la “percezione della realtà”.

E’ modulando la quantità di attenzione che rivolgiamo ad un qualsiasi oggetto, fisico o mentale, reale o immaginario, è indugiando su di esso, scrutandolo, osservandolo, assaggiandolo, studiandolo, che possiamo portarlo dentro, e illuminarlo, renderlo più o meno interessante, vivido, familiare, caro.

E l’attenzione, come tutte le funzioni fondamentali, tende a restarsene sullo sfondo, ignorata e usata quasi automaticamente come uno strumento così scontato che, come un braccio, una gamba o un occhio, non ha bisogno di niente a meno che si guasti, si deteriori o smetta di funzionare.

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Sulla comunicazione: rituali

“Il bello e il brutto, il letterale e il metaforico,
il sano e il folle, il comico e il serio…
perfino l’amore e l’odio, sono tutti temi
che oggi la scienza evita”
G.Bateson

Nel suo saggio “Tesi di filosofia della storia” Walter Benjamin per parlare del progresso e del modo in cui un certo modo di mettersi, una certa postura e una particolare propensione a protendersi o ritrarsi determinano certe visioni del mondo, usa un’immagine divenuta celeberrima : “C’è un quadro di Klee che s’intitola ‘Angelus Novus’. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.”

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Il linguaggio della psiche: una visione alchemica

“Per la psiche l’oscurità di espressione è naturale.
Prova ne siano i nostri sogni: meri bagliori”

J. Hillman.

Nel primo articolo di una raccolta di suoi scritti uscita recentemente in Italia e intitolata “Psicologia Alchemica” Hillman parla di quanto il linguaggio alchemico possa essere terapeutico e curativo per la psiche moderna.

Per chi non è abituato agli scritti di questo autore e al suo modo di affrontare la Psicologia, la Psicopatologia e i Disturbi Psichici, un’affermazione di questo tipo può sembrare strana: ci viene difficile pensare che una vecchia dottrina/disciplina, superata da centinaia di anni e resa obsoleta dagli sviluppi scientifici e dalle scoperte della chimica e della fisica, possa essere utile per affrontare il malessere di persone come noi.

Sembriamo così distanti dai metodi, dagli strumenti e dai fini dell’alchimia che un linguaggio che parla di fucine, fuochi, alambicchi, vasi; cuocere, fermentare, decantare, marcire; rapprendere, diluire, coagulare, sublimare; ci suona estraneo, poco familiare, astruso.

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Sulla comunicazione: il silenzio

“La mente si muove sul silenzio
come sul fiume un insetto dalle lunghe zampe”
W.B.Yeats

Nel suo romanzo “Tutto il ferro della Tour Eiffel ” Michele Mari, parlando del filosofo Walter Benjamin, che è uno dei protagonisti della storia che si dipana nella Parigi della prima metà del secolo scorso, usa, come sfondo per delineare un tratto del carattere del personaggio, un’ immagine dell’angelologia ebraica:

“Secondo l’angelologia talmudica e kabbalistica, Dio gode di un’ininterrotta creazione di angeli che si dissolvono davanti a Lui nel momento stesso in cui Egli li nomina, cioè li crea. Questo potere è dato anche all’uomo, ma una volta sola e a una condizione: quando egli pronunci ad alta voce il nome segreto impostogli alla nascita dai genitori e rivelatogli all’ingresso nell’età puberale, nome che corrisponde alla sua identità più profonda e al suo angelo protettore: allora l’angelo-nome esce da lui, e perdendo la propria forma si insedia nelle cose che quell’uomo ha amato e tenuto a lungo con sé, rendendole, ai solo suoi occhi, trasparenti. In questo modo, quando l’uomo muore, la sua parte migliore non si disperde, perché trasfusa e protetta nelle cose. Senonché, alla nascita del piccolo Benjamin, i suoi genitori non pensarono affatto a scegliere per lui un nome segreto, un nome che ineffato lo proteggesse, ed effato lo trasfondesse nelle cose: dimenticanza che per tutta la vita gli avrebbe dato quel senso di insicurezza così radicato e tipico in lui da dargli, sempre, l’aria di un animale braccato.”

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