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Fantocci

“La cultura è l’educazione dell’attenzione”
Simone  Weil

L’argomento fantoccio (dall’inglese Straw man argument) è un modo per confutare un argomento proponendone una rappresentazione errata o distorta. È un trucco, un modo veloce per avere ragione o per buttare in vacca il dialogo dirigendolo in una direzione diversa da quella che avrebbe se si discutesse sulla base di un onesto dibattere.

Ad esempio: se stiamo discutendo sulla stupidità o meno di distinguere fra “razza bianca” e “altre razze” e una delle due parti esordisce con un “Ma anche nella Costituzione si parla di razza… che facciamo… cancelliamo la Costituzione?” e se l’altra parte si lascia trascinare in una querelle su cosa c’è o non c’è scritto nella Costituzione, ecco che l’argomento fantoccio ha funzionato: ci si allontana dal soggetto principale e, con un paio di altre deviazioni pilotate da chi manovra il fantoccio, si finisce a parlare dell’ingiustizia che tutti stiamo subendo con la ridicola e infame tassa di due centesimi sui sacchetti di plastica biodegradabile (che poi non è davvero biodegradabile e che la produce un’amica del presidente del consiglio e che è tutto un magna-magna ecc.).

Visto in un’ottica psicologica lo Straw man è molto simile alla difesa psichica denominata Spostamento.  Lo Spostamento è un processo automatico e inconscio grazie al quale una minaccia interna viene diretta su un oggetto sostitutivo più facile da evitare o da attaccare. Nelle Fobie, ad esempio, la tensione psichica viene spostata da una paura interna angosciante, spesso “senza nome” e difficile da controllare, ad un oggetto esterno (un animale, un ambiente, una situazione) che può essere evitato e che diventa il fantoccio che contiene la paura, l’involucro che rappresenta ciò che devo tenere distante, la cosa che devo temere e che magari posso odiare e che è comunque più facile da gestire del vero nemico.

Nella psiche questi gesti capitano. Certi dolori vengono momentaneamente evitati e trasformati in qualcosa di apparentemente più accettabile. La nevrosi può essere definita come “una soluzione che ha sopravvissuto alla propria utilità”: ho cominciato ad evitare di frequentare i luoghi che mi mettevano ansia bollandoli come pericolosi, all’inizio questo comportamento mi ha dato sollievo e ho risolto uscendo molto meno… ora non esco più di casa e solo l’idea mi riempie d’angoscia.

Mentre un terapeuta si adopera per assistere la persona che soffre di queste “soluzioni” aiutandola a guardare cosa c’è dietro e ad individuare il vero nemico, ciò che davvero causa il sintomo che la persona cerca di evitare, chi usa gli argomenti fantoccio fa l’opposto: offre soluzioni semplici a problemi complessi, devia l’attenzione su qualcos’altro, favorisce lo scarico di tensione su… ciò che a lui fa più comodo. Dall’altra parte c’è qualcuno che non sta attento, uno che comincia a sparare contro il fantoccio perché non guarda davvero e perché non vede l’ora di trovare una soluzione, un nemico esterno, un bersaglio. A tutti noi è capitato di scaricare la tensione su qualcuno che non c’entrava affatto con il nostro nervosismo o di prendercela con il primo che passava. Ma bisogna vigilare per impedire ad una tendenza di diventare una malattia. A forza di prendersela con dei fantocci si perde la capacità di dirigere l’attenzione, si dimentica di riflettere prima di sparare e si diventa stupidi.

Chi usa troppi Straw man diventa a sua volta un fantoccio: uno con due o tre trucchi e pochi argomenti, che reagisce invece di pensare e che, invece di educare la propria attenzione, si fa manovrare, spesso da altri fantocci.

Creativo e Ricettivo

“Il cielo è la casa di ogni creatura”
Educazione Siberiana

Il Creativo e il Ricettivo sono il primo e il secondo esagramma dell’ I King, il Libro dei Mutamenti, antico  testo di divinazione cinese e abusatissimo strumento oracolare New Age, crogiolo di simboli archetipici e oroscopo esotico per la lettura dell’anno che verrà.

Il Creativo è un segno composto da sei linee intere e rappresenta il Cielo: la forza fecondante e attiva; il Ricettivo, composto da sei linee spezzate, è il segno complementare e rappresenta la Terra: la forza fertile e assorbente che è in grado di accogliere il cielo e di esserne fecondata. Cielo e terra, maschile e femminile se ne stanno,  sia per l’antica saggezza cinese che per per quella greca, all’origine di tutte le cose. È dalla loro unione che tutto il resto può aver luogo. Le mani modellano la creta e la creta è “informata” ricevendo e conservando ciò che attivamente viene impresso in essa. Come il cervello è Plastica: abbastanza resistente per non deformarsi ma non così resistente da non rispondere allo stimolo e non“tenerne conto”. Se fosse troppo dura non riceverebbe niente e se fosse troppo molle niente conserverebbe.

Una psiche (o una macchina) solo attiva non potrebbe apprendere e, se fosse solo ricettiva/programmabile, non restituirebbe niente.

Creatività e Ricettività sono onnipresenti nel comportamento e non c’è attimo in cui non stiamo o agendo sul mondo o essendo informati da esso. Anche nel sonno qualcosa in noi lavora sui residui del mondo e della veglia e siamo influenzati da ciò che abbiamo vissuto, dall’acqua in cui siamo stati immersi.  

L’etimologia della parola Contemplare (cum-templum) fa riferimento al templum: lo spazio del cielo.

Nell’antica Roma l’Augure circoscriveva una parte di cielo con il suo Lituo (un bastone non diverso da quello che, più tardi, usarono i vescovi cristiani), e, nel templum, in quella porzione circoscritta di cielo, osservava il volo degli uccelli per tentare di intravedere qualcosa del futuro e per scorgere dei segni.

È un gesto archetipico, qualcosa che facciamo in continuazione. Non smettiamo di chiederci cosa accadrà, di protenderci verso ciò che potrà essere e di progettare per… essere pronti a rispondere, saper agire di conseguenza.

È la fase ricettiva, quella in cui cerchiamo di pre-vedere e di comprendere. Il gesto dell’Augure rappresenta molto bene quanto processo, questo provare a contenere, cercare di dare una forma all’Aperto.

Come tutti i gesti compiuti continuamente (respirare, osservare, pensare…) anche la contemplazione tende a finire sullo sfondo. In genere dopo un po’ di osservazione sentiamo il bisogno di “fare qualcosa a riguardo”. Il creativo e il ricettivo si alternano  e si sovrappongono in modo quasi automatico.

Diventare consapevoli di questa alternanza è terapeutico. Ci aiuta a non essere preda di una frenesia del fare  e ci evita un’indigestione di stimoli non davvero colti, non realmente osservati.

Wild Geese
Mary Oliver

You do not have to be good.
You do not have to walk on your knees
for a hundred miles through the desert repenting.
You only have to let the soft animal of your body
love what it loves.
Tell me about despair, yours, and I will tell you mine.
Meanwhile the world goes on.
Meanwhile the sun and the clear pebbles of the rain
are moving across the landscapes,
over the prairies and the deep trees,
the mountains and the rivers.
Meanwhile the wild geese, high in the clean blue air,
are heading home again.
Whoever you are, no matter how lonely,
the world offers itself to your imagination,
calls to you like the wild geese, harsh and exciting –
over and over announcing your place
in the family of things.

Oche selvatiche

Non devi essere buono.
Non devi camminare sulle ginocchia
per cento miglia nel deserto, pentendoti.
Devi solo lasciare che il tenero animale del tuo corpo
ami ciò che ama.
Raccontami della disperazione, la tua, ed io ti racconterò la mia.
Nel frattempo il mondo va avanti.
Nel frattempo il sole e i limpidi sassolini di pioggia
si stanno muovendo attraverso il paesaggio,
sulle praterie e gli alberi alti,
le montagne e i fiumi.
Nel frattempo le oche selvatiche, in alto nell’aria limpida e blu,
stanno di nuovo facendo rotta verso casa.
Chiunque tu sia, non importa quanto solo,
il mondo si offre alla tua immaginazione,
ti chiama come le oche selvatiche, forte e appassionatamente –
più e più volte annunciando il tuo posto
nella famiglia delle cose.

(Traduzione di Federica Galetto)

Horror Vacui

“Ogni angelo è tremendo”
R.M. Rilke

Sono stato a una mostra di Xilografie Giapponesi: “Kuniyoshi, il visionario del mondo fluttuante”. Mondo fluttuante (Ukiyo) è il termine che identifica una corrente artistica di fine ‘800 che si sviluppò principalmente a Tokyo, Osaka e Kyoto. In giapponese c’è una parola che suona esattamente nello stesso modo e che indica il mondo della sofferenza, quello stato di esistenza da cui, secondo i Buddisti, occorre affrancarsi per smettere di “ girare in tondo”, nel ripetersi del ciclo di vita-morte.

Quasi ogni tavola di Kuniyoshi è completamente riempita con figure, decorazioni, particolari e dettagli come a non voler lasciare nemmeno uno spazio vuoto e come se il vuoto andasse esorcizzato e sconfitto con il colore, la forma, il contenuto.

Questo bisogno di riempire, nell’arte come nella vita, è spesso interpretato e definito come Horror Vacui: il terrore del vuoto, l’incapacità di tollerare spazi troppo aperti,  di sostenere prolungati momenti di silenzio o di inattività o di reggere la solitudine.

Di fronte al vuoto cerchiamo rifugio: qualcosa che ci contenga e ci intrattenga, qualcosa che riempia la mente o il cuore con cose interessanti, con dettagli da osservare o con un affetto (un’emozione/sentimento) che ci faccia sentire vivi.

Baluardi della psiche che teme la disintegrazione e che reagisce al vuoto producendo immagini, pensieri, idee, mondi immaginari, storie.

Davanti all’angoscia del vuoto e come reazione ad essa la mente mette in moto difese che provano a contrastare la paura di… caderci dentro. Nascono così molte delle immagini di mostri e di eroi, di guerrieri e di fate, di streghe e di maghi: uomini e donne muniti di mezzi idonei (armi, amuleti, talismani, feticci) che contrastano la disgregazione a cui si teme di andare incontro.

E’ come se fossimo programmati per spaventarci di fronte al vuoto e ad attivarci per evitarlo. Ma, allo stesso tempo, ne siamo attratti e sentiamo il bisogno di dare un’occhiata, di andare sul bordo.

Il confine con il vuoto è un luogo molto potente: un posto dove si rischia di disintegrarsi ma in cui le immagini diventano più intense, i colori più vividi e le storie avvincenti.

È lì che nascono gli Ibridi, le figure a metà: metà uomini e metà qualcos’altro, angeli, sirene, ermafroditi, centauri. Figure di confine rispettivamente fra cielo e terra, tra terra e mare, tra uomo e donna, tra animale ed uomo. Non sono che alcuni dei prodotti dell’immaginazione e rappresentano lo sforzo immane di integrare delle parti e di resistere alla disintegrazione. Appaiono nella pittura (pensate ai quadri di Bosch, all’Opera al Nero di Goya o ai tanti quadri di pazienti schizofrenici che rappresentano i loro demoni), nella mitologia, nelle favole e in ogni racconto che voglia esplorare “mondi lontani”.

In psicoterapia sono ben accetti perché quando un paziente si imbatte in un ibrido sta attraversando una zona in cui qualcosa va integrato: certe forze nella sua psiche cercano una “nuova forma in cui potersi unire” come quando occorre andare avanti e non si può più essere quelli di prima e, tuttavia, ci sono pezzi di sé che vanno comunque salvati. Avete presente quelle volte in cui vi siete dovuti rimettere insieme dopo un qualche disastro emotivo o relazionale o quando… “da lì non sono più stato lo stesso”? Erano esposizioni al vuoto, momenti in cui avete intravisto la disintegrazione, dai quali siete usciti cambiati e in cui avete incontrato un qualche tipo di Ibrido: una figura a cui ispirarsi per integrare delle parti, per mettere insieme una nuova identità. Il confine del vuoto è il posto in cui avvengono le amplificazioni migliori perché un po’ di disintegrazione ha fatto spazio e quello spazio ha richiamato nuove immagini, possibilità, descrizioni, connessioni.

Sono stati momenti difficili e intensi. Ogni angelo è tremendo.

 

Prescrivere un sintomo

“La psicoterapia è un po’ come sputare nella minestra di qualcuno,
può andare avanti a mangiarla ma non è più la stessa cosa”
Alfred Adler

Questa bacheca è una postilla al mio ultimo articolo sulla collera, giusto un accenno a come sia possibile impostare un cambiamento all’interno di una sofferenza psichica e di come descrivere diversamente un dolore lo renda diverso, spesso più sopportabile, a volte quasi piacevole.

Nel libro “Le parole per dirlo” la scrittrice Marie Cardinal parla della propria psicoterapia e della sua guarigione dal male oscuro che la affliggeva. Nelle prime pagine racconta di un sintomo che la porta dal terapeuta: un’emorragia vaginale cronica che si protrae da mesi. Come spesso accade in questi casi lo psicoterapeuta viene interpellato per valutare le eventuali “cause psicosomatiche” del disturbo. L’analista la ascolta e, a fine seduta, la congeda dicendole che, se decideranno di lavorare insieme, di sicuro non parleranno dei suoi sanguinamenti ma si rivolgeranno a tutt’altro,  qualcosa che sta dietro, un dolore vero, qualcosa di più profondo e sostanziale. La paziente va a casa e… smette di sanguinare.

Fra psicologi potremmo dire che visto che era alla prima seduta al collega gli è andata di culo, ma, anche, che la prescrizione del sintomo ha funzionato. Di questo si tratta, infatti: qualcosa di molto doloroso e angosciante per la paziente è stato messo sullo sfondo, la sua attenzione è stata deviata verso altro, verso qualcosa che il terapeuta ha intravisto e che nel corso della terapia emergerà come la causa di questo e di altri sintomi; le sue forze, fino a quel momento concentrate principalmente sul disordine ovvio e visibile, hanno potuto svincolarsi dal sintomo e il sintomo si è spostato, diluito, ri-collocato in un contesto più ampio.

Prescrivere un sintomo è come aggiungere qualcosa: lo sputo nella minestra è un’aggiunta che rende intollerabile mangiarla ed è anche un doppia ingiunzione: o smetti di mangiarla o, se vai avanti a farlo, lo farai in un modo diverso. Forse ti toccherà  cucinarne un’altra e, magari, lo faremo insieme e facendolo prenderemo bene in considerazione gli ingredienti, faremo una minestra più consapevole che… non è la solita minestra.

Potete farlo anche da soli. Non vi aspettiate che succeda con un’ulcera o che sostituisca un vaccino. Ma funziona bene con molte ansie, con la collera, con altre emozioni sgradevoli come la paura, con certe tristezze e con alcuni “sintomi psicosomatici”. Si può decidere di impugnare il sintomo, di studiarlo, di metterlo in atto come a teatro o di prescriversi un antidoto e tutti questi modi sono… sempre meglio che subire il sintomo e lamentarsi (anche lamentarsi è a volte un sintomo e a certi pazienti a cui ho prescritto di trasformare il loro lamento in un’elegia rendendolo acuto e sublime hanno riso molto dei loro tentativi).

Se siete arrabbiati siatelo alla grande! Ci sono ottime indignazioni in cui mettere la propria energia e modi molto eleganti di incazzarsi. E si può sempre aggiungere consapevolezza e come osservò Agostino d’Ippona: “Ero adirato con il mio amico, dissi la mia ira, la mia ira finì; ero adirato con il mio nemico, non dissi la mia ira, la mia ira crebbe.”

Sentimento Oceanico

Credo che, in fin dei conti, la felicità
non sia altro che il sentirsi dissolvere
in qualcosa di grande e assoluto”
Willa Cather

La poesia che allego alla fine di questo breve post è del fisico Richard Feynman, non certo un mistico ma, di sicuro, uno che sapeva sedersi e riflettere sulla vastità, sull’inconsistenza e sulla sostanza.

Credo sia un ottimo esempio di come si può guardare oltre se stessi senza perdersi e realizzando di essere parte di qualcosa di molto più vasto.

Se si si spegne per un po’ il chiacchiericcio di quella parte di mente che, a ben guardare, non fa che ripetere pochi ricorrenti pensieri, se si sta per qualche tempo davvero in silenzio davanti ad uno spazio aperto, capita di avere accesso ad uno stato di coscienza più profondo e più ampio.

Il premio Nobel Romain Rolland in una lettera a Freud definì questo stato Sentimento Oceanico: la base (laica) di ogni sentimento religioso, la sensazione di appartenere a qualcosa di più grande e di farne parte avendone coscienza.

Certo perché “sovvenga l’eterno” bisogna guardare al di là della siepe ed è più facile farlo quando almeno per un po’ si sta fuori dal consueto, quando non ci si perde nel labirinto degli automatismi di tutti i giorni, quando si tiene presente che la maggior parte delle barriere/muri/siepi non sono che pregiudizi, tracotanze, pretese di superiorità, inutili sovrastrutture. Più facile, insomma, farlo in vacanza davanti al mare o su una montagna.

Ecco perché condivido con voi il pezzo di Feynman che spero serva come una preghiera laica, un memento a lavorare per avere “una testa ben fatta più che una testa ben piena”:

Ecco le onde scroscianti
montagne di molecole
ognuna ottusamente intenta ai fatti suoi
miliardi di miliardi lontane
eppure formano all’unisono spuma bianca

Ere su ere
prima di un occhio che potesse vederle
anni dopo anni
martellare possenti la riva come ora.
Per chi? per cosa?
Su un pianeta morto
che non ospitava alcuna vita.

Senza requie mai
torturate dall’energia
prodigiosamente sprecata dal sole
riversata nello spazio.
Una briciola fa ruggire il mare.

Nel profondo del mare
tutte le molecole ripetono
l’altrui struttura
finché se ne formano di nuove e complesse

ne creano altre a propria immagine
e inizia una nuova danza.

Crescono in dimensioni e complessità
esseri viventi
masse di atomi
DNA, proteine
danzano figure ancora più intricate.

Fuori dalla culla
sulla terra asciutta
eccolo in piedi:
atomi con la coscienza;
materia con la curiosità.

In piedi davanti al mare,
meravigliato della propria meraviglia: io
un universo di atomi
un atomo nell’universo.

Richard Feynman

 

 

 

Vanità e altri “difetti”

“… una persona affetta da vanità di secondo grado
è una persona vanitosa che si preoccupa
altresí di sembrare totalmente priva di vanità.
Che ha il terrore che gli altri scoprano che è vanitosa.”
D.F.Wallace

Carl Gustav Jung coniò il termine Ombra per dare un nome al risultato del reprimere e per definire quella porzione di noi stessi che si deposita nella psiche quando, nel tentativo di non vedere o di “non possedere” certe caratteristiche, le togliamo dalla vista e dalla coscienza relegandole in una sorta di alter ego: un costrutto di cose che non ci piacciono e di ciò  che non vogliamo sembrare ma che, invece di scomparire, acquista autonomia e riappare in gesti che non vorremmo compiere o in tratti che proiettiamo sugli altri e che detestiamo in loro  proprio perché li abbiamo espulsi da noi.

La persona di cui parla Wallace fa con la vanità ciò che ognuno di noi fa con quegli atteggiamenti che proprio non vuole indossare: la mette in ombra indossando una maschera che la copre manifestando l’opposto o la dissimula mostrando qualcosa di neutro o di “meno brutto/inopportuno/vergognoso”.

Reprimendo togliamo di mezzo dei tratti che vorrebbero manifestarsi ma di cui potremmo vergognarci. Può darsi che ci abbiano insegnato che “non sta bene”, che non ci si comporta così, che è peccato, che è poco elegante.

Ci abituiamo, insomma, a mostrare una faccia che ci sembra la più adatta e a nascondere quelle tendenze che crediamo che non sarebbero accettate o che potrebbero metterci in cattiva luce. Alla base di questo gesto che sempre ci divide e che sacrifica una parte a favore dell’altra c’è l’idea che sia possibile creare un’immagine perfetta: un io che sarà visto, verrà accettato, avrà successo perché ha tolto di mezzo tutto ciò che non va bene e mostra ciò che sicuramente piacerà.

È una concezione naïf che si basa sul presupposto che la relazione sia una sorta di rapporto tra macchine in cui ci si può adattare alle esigenze degli altri e sopprimendo certe caratteristiche, smussando certi angoli, presentando un profilo invece di un altro o evitando certe espressioni, alla fine si può trovare sempre il modo per andar bene agli altri.

Ma siccome, come ebbe a dire Hillman, relazione significa perplessità e siccome l’etimologia di perplesso si rifà a plesso che significa intreccio, miscuglio, cosa irrisolta… cercare di risolvere non è una soluzione. Reprimere, mascherare e nascondere non sono che modi per non essere in relazione, nient’altro che tentativi di evitare la perplessità e l’imbarazzo che ne consegue.

Lo sforzo di non sembrare vanitoso (o invidioso o arrabbiato o deluso…) visto dall’esterno è solo una smorfia. In psicoterapia si chiama resistenza e va accolta come un buffo tentativo di nascondersi dietro a un dito. Va guardata con un po’ di perplessità, va riconosciuta e accettata come un modo che il paziente ha usato per sentirsi più adatto e, poi, va tolta. Sotto, sotto alla vanità o all’invidia o all’aggressività di secondo grado, si trova una una persona, a volte un fantasma nella conchiglia (a ghost in the shell) più nudo e più fragile. Sicuramente più vivo!

“Dilettanti allo sbaraglio”

Daisetsu Teitarō Suzuki

“Essendo già caduti essi conoscono le voragini;
di lì le loro straordinarie risorse”
James Hillman

Quando il maestro Suzuki, parlando al giovane ricercatore Alan Watts, disse che il modo migliore per avvicinarsi alla filosofia Zen era quello di avere una mente da principiante (beginner’s mind) era già abbastanza vecchio.

Intendeva mettere l’accento sulla capacità di liberarsi da preconcetti e sulla necessità  di affrontare un nuovo argomento facendo tabula rasa e svuotando la mente per fare spazio all’esperienza.

Watts ci scrisse dei libri su questa attitudine e chi come me lo ha letto nel periodo in cui i suoi scritti erano una sorta di vademecum per “l’illuminazione”, sa quante cose stupide siano state fatte sotto la bandiera della Beginner’s Mind. Ho visto persone che hanno tenuto “corsi di sciamanesimo” dopo aver letto un paio di libri sugli stregoni messicani, ho sentito recitare mantra da persone che non avevano idea di che stessero pronunciando e, intorno ai vent’anni, ho partecipato con entusiasmo a sedute psichedeliche che avrebbero dovuto espandere la coscienza.

Niente di strano: è facile avere una mente aperta quando ancora non si “conoscono le voragini”, quando cioè ancora non è necessario avere una mente da principiante perché non si è nient’altro che un principiante!

Ma Suzuki intendeva un’altra cosa: quando chiedeva a Watts di liberare la propria mente e di sospendere il giudizio lo invitava a svuotare qualcosa di già pieno e, forse, fin troppo pieno. Non gli stava chiedendo di restare un dilettante o di leggere quattro cose e di considerarsi un esperto, ma di stare aperto nonostante ciò che già sapeva e di non usarlo come una resistenza ma come uno strumento. Voleva, insomma, che restasse un esperto senza per questo chiudersi nei confronti di ciò che gli veniva proposto.

Dice Tom Nichols nel suo libro “The end of expertize”: “…il motivo fondamentale per cui le persone inesperte o incompetenti sopravvalutano le proprie capacità più degli esperti è perché non possiedono una capacità di base chiamata “metacognizione”. La capacità, in questo caso, di riconoscere quando non si è bravi abbastanza compiendo un passo indietro, considerando quello che si sta facendo e rendendosi conto che non lo si sta facendo bene. I bravi cantanti si accorgono di avere stonato; i bravi registi capiscono quando in uno spettacolo una scena non funziona; i bravi venditori intuiscono quando una campagna pubblicitaria sarà un fallimento. In confronto le loro controparti meno competenti non hanno questa capacità e quindi pensano di fare un ottimo lavoro.”

La metacognizione è ciò che un esperto porta con sé anche dopo aver “svuotato la mente”, anche dopo aver sospeso il giudizio e dopo essersi lasciato trasportare in una nuova esperienza.

Il passo indietro è l’antidoto alla possibilità di restarci nella voragine: di non uscirne non perché (come me a vent’anni) si corre il rischio di espandere un po’ troppo la coscienza, ma perché si entra senza veramente fare esperienza di ciò che si sta vivendo. Senza metacognizione gli eventi non si trasformano in esperienze perché manca l’osservatore o, meglio, manca il gesto che crea l’osservatore: il passo indietro. Compiendolo si aggiunge riflessione all’azione e si può reintrodurre il giudizio che smette in questo modo di essere una resistenza per diventare invece un setaccio, un vaglio attraverso cui le azioni possano raffinarsi.

Per conoscere le voragini non basta esserci caduti, non basta essere vecchi per essere esperti o saggi ed essere giovani non garantisce l’apertura necessaria ad avere una Beginner’s Mind. Occorre, invece, un allenamento alla metacognizione che inizia dalla capacità di dubitare e da quella che Feynman definisce una soddisfacente filosofia dell’ignoranza. Un atteggiamento che rinnova il dubbio e che mette in una posizione per cui: “Quando uno scienziato non ha una risposta a una domanda è un ignorante. Quando ha una vaga idea del probabile risultato, è incerto. Quando è sicuro del risultato, accidenti, gli rimane ancora qualche dubbio.” (Feynman 1955).

Animali narranti

“C’era qualcosa di insostenibile nelle cose, nelle persone, nelle palazzine,
nelle strade, che solo reinventando tutto come in un gioco diventava accettabile”
“L’amica geniale” E.Ferrante

Diceva Freud che “ripetiamo ciò che non ricordiamo”. Intendeva che se un evento, un’esperienza o un fatto non sono in qualche modo trasformati, se non riusciamo a raccontarci qualcosa che abbiamo vissuto, siamo destinati a ripeterlo senza consapevolezza e, quindi, più a subire che a determinare. In altre parole, proprio come nella frase dell’incipit, se noi umani/animali narranti non riuscissimo a trasformare in storia (e quindi in gioco) l’ambiente in cui siamo immersi, non riusciremmo a sostenerlo.

Ci limiteremmo a rispondere ad esso, vivendolo passivamente, senza apprendere niente se non quel minimo di risposta agli stimoli che ci permette di reagire e di portare avanti un’esistenza che, come quella degli animali, si affida più alla ripetizione di schemi, per quanto complessi, che alla ricerca di un senso o all’invenzione di un mondo.

Giocare almeno un po’ significa aggiungere spazio per rendere meno stretto il tessuto delle cose, meno monotono lo scorrere del tempo e più accettabile il susseguirsi degli eventi.
Come in questa piccola poesia:

Storie
Poiché ogni cosa scrive la propria storia
per quanto umile sia
il mondo è un gran librone
aperto a una pagina diversa
a seconda dell’ora del giorno,
su cui potrai leggere, se ti pare,
la storia di un raggio di sole
nel silenzio del pomeriggio,
di come ha trovato un bottone
perso da tanto
sotto una sedia nell’angolo,
un piccolo bottone nero che era cucito
sul retro di un abitino nero
che una volta lei ti chiese di riabbottonare,
mentre continuavi a baciarle il collo
e le allungavi le mani sul seno.
Charles Simic

Facciamo così noi umani: raccontiamo che è il sole a scovare il bottone e ci ricordiamo da dove arriva perché ci abbiamo “vissuto su” una storia. E’ come la raccontiamo ma è, anche, come l’abbiamo raccontata mentre stavamo vivendola. E il sapore di quel ricordo è frutto della qualità della narrazione. La storia è spesso scritta a più mani, le versioni a volte si assomigliano ma non sono mai perfettamente uguali proprio perché non sono registrazioni ma memorie: invenzioni di animali narranti. Come i miti, come i romanzi. O come le sedute che, se ne era già accorto Freud, non sono (e non devono essere) resoconti attendibili ma re-visioni: esplorazioni del vissuto alla ricerca di quei punti difficili da raccontare, quelli in cui si comincia a ripetere e in cui serve capire cosa non è stato assorbito, cosa va ricordato di nuovo.

Il ricordo è un processo e la memoria è sempre un agglomerato: un insieme di percezioni e di sentimenti, di dati e di tracce energetiche che ci danno il peso, lo spessore e l’importanza soggettiva di un momento vissuto.

La storia, il racconto, a volte minuscolo, come un brevissimo sogno, è il filo con cui teniamo insieme le parti che compongono i ricordi.

Riabilitare la capacità di raccontare è la via maestra per la costruzione di memorie che durino: uno dei compiti più impegnativi e più nobili degli animali narranti.

Perché la notte

William-Adolphe Bouguereau-La Notte-1883

“E il mio maestro mi insegnò com’è
difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”
Franco Battiato

Prima che il Cristianesimo si diffondesse e che il Natale diventasse la “festa comandata” in questo periodo dell’anno, in molte antiche civiltà  si compivano riti che celebravano la vittoria della luce sulle tenebre.
La ricorrenza del Sol invictus nel tardo Impero Romano, la Chanukkah, festa delle luci, nell’Ebraismo, vari riti mediorientali sulla nascita del sole, tutte queste celebrazioni manifestano la speranza dell’uomo in una ripresa della luce dopo un periodo di buio e la fede in un ritmo naturale in cui l’alternanza di giorno e notte garantisca un eterno ritorno del bene, identificato con il chiaro giorno, contro il male rappresentato dall’oscura notte.

Chiedersi a che punto è la notte, è chiedersi quanto ancora si dovrà sostare in un passaggio difficile, in un momento di sconforto o in qualche tipo di tunnel di cui non si veda la fine. E gli auguri di buon anno sono (o vorrebbero essere), in fondo, una sorta di antidoto contro la stagnazione: un memento per ricordarci che le cose possono rinnovarsi e che dal vecchio qualcosa di nuovo e vitale può avere inizio.

Da poco le giornate hanno iniziato ad allungarsi, lo faranno fino a metà giugno e, poi, si accorceranno fino a metà dicembre: il ciclo notte-giorno astronomico va avanti come niente fosse e, in questa accezione, la notte è esattamente al punto in cui dovrebbe essere.

Dal punto di vista soggettivo, invece, ognuno di noi fa i conti con la propria percezione di… come sta: “quanto bene o male mi sento, cosa  mi manca per dire è pieno giorno, e quanto posso contare sulla durata del mio benessere, quanta paura ho della notte?”.

Sono domande che ci poniamo spesso e capita che, nelle ricorrenze, diventino più insistenti, come se ci si sentisse obbligati a tirare un  bilancio o a misurarsi con uno standard che più che con la luce e con il buio ha a che fare con il giudizio che, a volte inconsciamente, esprimiamo dimenticando che, tanto,  la notte è comunque sullo sfondo!

Nyx: la notte, madre di eros e di thanatos, figlia del caos o, in altre tradizioni, della luce (!), appare come archetipo all’inizio dei tempi. Perché le cose si svolgano, essa va contrastata.
Ma per quanto combattuta  non può che rimanere, non può che tornare e alimentare il conflitto, polemos, padre, secondo Eraclito, di tutte le cose.

Verso ciò che ci spaventa mobilitiamo le nostre difese e contro la notte si accendono i fuochi del pensiero cosciente, le luci della ragione e, in certi casi, quel particolare tipo di follia di chi crede che ogni cosa possa essere resa chiara e che ci sia un qualche sol dell’avvenire che non si spegnerà mai.

Su costoro la notte si vendica rendendo il loro “chiaro sguardo” del tutto miope e ingannandoli con… la certezza: l’illusione di aver trovato qualcosa di perenne, incontaminato, senza ombre.

Trovate una certezza e avrete trovato una stagnazione: un punto in cui la ricerca si interrompe e su cui si sa già tutto, un non-luogo in cui ci si crede arrivati e al sicuro. E’ dove smettiamo di pensare, di chiedere e di appassionarci. Un punto in cui perdiamo quello che è invece il vero dono della notte: il Dubbio che, con il suo pungolo, favorisce il movimento e permette la scoperta.

Il dubbio, il vestito della notte, è, probabilmente, il miglior esempio di quanto sia difficile scorgere l’alba dentro l’imbrunire e di quanto, nello stesso tempo, questa difficoltà sia… piena di forza.

La civetta che sosta sulla spalla di Athena vede nel buio: scorge nell’oscurità e, come il dubbio, non nega la notte ma la abita!

Perché la notte è un invito a riflettere mentre si agisce, ad accettare mentre si combatte, a non escludere senza aver prima indagato.

Perché la notte…

Auguri! drdedalo

Enorme è brutto

Gustave Doré

Gustave Doré

“Non possiamo accorgerci dell’incanto del mondo, della bellezza delle piccole cose che ci circondano, se i nostri sensi sono resi ottusi dall’azione esaltante dell’enormità.”
James Hillman

Il titolo di questo post prende spunto da un saggio di Hillman del 1989: ‘And huge is ugly’.

Mi è venuto in mente stamane ascoltando il ripetitivo “great” che ha pervaso il discorso di Trump e il coro di commenti entusiastici dei suoi sostenitori: l’America di nuovo grande, il “raddoppieremo la nostra crescita”, il grande paese, il grande popolo.

L’ho riletto e ve ne riporto dei pezzi con l’aggiunta di qualche commento perché credo che possa fare da contraltare, nella psiche di tutti noi, a questa esplosione di “grandezza”.

Hillman diceva: “Il mio compito come psicoanalista è quello di eliminare la repressione; cioè la repressione dovuta a quell’ottundimento psichico che è il nostro attuale malessere, all’anestesia della nostra sensibilità” e, siccome vedeva nel continuo guardare all’esterno e nella compulsione all’estroversione il contrario del lavoro che andrebbe fatto, non era un grande sostenitore dell’espansione, del progresso sfrenato e della crescita a tutti i costi.

Oggi sentendo i commentatori del giorno dopo che ci spiegano quanto sia stato importante parlare alla pancia delle persone e far leva sulla loro voglia di riscatto e sulla speranza di un ritorno ad  un passato glorioso, ottundimento è la parola da cui non riesco a liberarmi.

Enorme (huge) è una sorta di patologia di grande (great) e le “pance” non sono famose per il senso della misura: per fermarsi e riflettere, per pensare e per orientarsi occorre distogliere l’attenzione dalla pancia, occorre mettere da parte il bisogno/la fame e concentrarsi sul contesto; occorre guardare con interesse e dubitare. “Il mondo non chiede che si creda in esso; chiede che ci si accorga di esso, che lo si apprezzi e che si abbia per esso attenzione e cura.” (Hillman).

Puntare alla grandezza senza ricorrere all’antidoto della sensibilità è un rischio. Nella mitologia c’è un evento che richiama l’attenzione su questo bisogno di cura e di attivazione della sensibilità: Zeus insieme agli altri dei deve, prima che le cose abbiano inizio, sconfiggere i Titani. Deve, insomma, mettere a tacere il gigantismo e il bisogno di continua espansione, deve circoscrivere il mondo e dargli dei confini e, per farlo deve “sposare Metis” (saggezza o misura) e accoppiarsi con Mnemosyne, madre delle Muse, patrone delle arti e delle varie sensibilità.

Queste immagini sono dei moniti, delle avvertenze che ci ricordano che c’è in ognuno di noi una tendenza al gigantismo che pensa alla pancia e non vede che la soddisfazione dei bisogni, e che questa tendenza va controbilanciata perché “l’immaginazione civilizzata, l’immaginazione dell’ordine civico, ha inizio solo quando l’eccesso è circoscritto”.

In altre parole il compito di cui parla Hillman è il contrario dello spingere verso la grandezza. Non perché la grandezza non sia un valore ma perché va accompagnata da una forza che la possa imbrigliare prima che diventi patologica e soverchiante.

Purtroppo sembra che dall’altra parte, dalla parte di chi dovrebbe indossare il vestito del paladino della sensibilità e della ragione (quelli che dovrebbero opporsi ai Titani, insomma) non ci siano che delle versioni più sofisticate delle stesse pance.

Tutto questo “nessuno si è accorto, i sondaggi non hanno visto, nessuno ha creduto che la gente potesse…”, tutte queste palle (!), non sono che l’ammissione di una mancanza di sensibilità, di una cecità su cui non possiamo che chiederci: “cosa mi ha impedito di vedere, cosa ha represso il mio sentire profondo?

Credo che se gli sconfitti di oggi fossero sul lettino un buon inizio di seduta  sarebbe quello di leggere loro una frase di Yeats: “La mente che generalizza sempre si preclude quelle esperienze che le consentirebbero di vedere e sentire in profondità”. Partendo da questa riflessione si può fare un bel po’ di lavoro. Ci si può chiedere: “ Dove non ho dubitato? Cosa ho dato per scontato? Quale mio pregiudizio mi ha impedito di combattere il nemico giusto? Dove io stesso non sono stato altro che un Titano affamato, uno che ha ascoltato la propria fame invece di ragionare su quella dell’altro?”

Ce n’è abbastanza per più di una seduta ed è un inizio. Così tanto per differenziarsi e non rivolgersi alle pance!