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Animali narranti

“C’era qualcosa di insostenibile nelle cose, nelle persone, nelle palazzine,
nelle strade, che solo reinventando tutto come in un gioco diventava accettabile”
“L’amica geniale” E.Ferrante

Diceva Freud che “ripetiamo ciò che non ricordiamo”. Intendeva che se un evento, un’esperienza o un fatto non sono in qualche modo trasformati, se non riusciamo a raccontarci qualcosa che abbiamo vissuto, siamo destinati a ripeterlo senza consapevolezza e, quindi, più a subire che a determinare. In altre parole, proprio come nella frase dell’incipit, se noi umani/animali narranti non riuscissimo a trasformare in storia (e quindi in gioco) l’ambiente in cui siamo immersi, non riusciremmo a sostenerlo.

Ci limiteremmo a rispondere ad esso, vivendolo passivamente, senza apprendere niente se non quel minimo di risposta agli stimoli che ci permette di reagire e di portare avanti un’esistenza che, come quella degli animali, si affida più alla ripetizione di schemi, per quanto complessi, che alla ricerca di un senso o all’invenzione di un mondo.

Giocare almeno un po’ significa aggiungere spazio per rendere meno stretto il tessuto delle cose, meno monotono lo scorrere del tempo e più accettabile il susseguirsi degli eventi.
Come in questa piccola poesia:

Storie
Poiché ogni cosa scrive la propria storia
per quanto umile sia
il mondo è un gran librone
aperto a una pagina diversa
a seconda dell’ora del giorno,
su cui potrai leggere, se ti pare,
la storia di un raggio di sole
nel silenzio del pomeriggio,
di come ha trovato un bottone
perso da tanto
sotto una sedia nell’angolo,
un piccolo bottone nero che era cucito
sul retro di un abitino nero
che una volta lei ti chiese di riabbottonare,
mentre continuavi a baciarle il collo
e le allungavi le mani sul seno.
Charles Simic

Facciamo così noi umani: raccontiamo che è il sole a scovare il bottone e ci ricordiamo da dove arriva perché ci abbiamo “vissuto su” una storia. E’ come la raccontiamo ma è, anche, come l’abbiamo raccontata mentre stavamo vivendola. E il sapore di quel ricordo è frutto della qualità della narrazione. La storia è spesso scritta a più mani, le versioni a volte si assomigliano ma non sono mai perfettamente uguali proprio perché non sono registrazioni ma memorie: invenzioni di animali narranti. Come i miti, come i romanzi. O come le sedute che, se ne era già accorto Freud, non sono (e non devono essere) resoconti attendibili ma re-visioni: esplorazioni del vissuto alla ricerca di quei punti difficili da raccontare, quelli in cui si comincia a ripetere e in cui serve capire cosa non è stato assorbito, cosa va ricordato di nuovo.

Il ricordo è un processo e la memoria è sempre un agglomerato: un insieme di percezioni e di sentimenti, di dati e di tracce energetiche che ci danno il peso, lo spessore e l’importanza soggettiva di un momento vissuto.

La storia, il racconto, a volte minuscolo, come un brevissimo sogno, è il filo con cui teniamo insieme le parti che compongono i ricordi.

Riabilitare la capacità di raccontare è la via maestra per la costruzione di memorie che durino: uno dei compiti più impegnativi e più nobili degli animali narranti.

Perché la notte

William-Adolphe Bouguereau-La Notte-1883

“E il mio maestro mi insegnò com’è
difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”
Franco Battiato

Prima che il Cristianesimo si diffondesse e che il Natale diventasse la “festa comandata” in questo periodo dell’anno, in molte antiche civiltà  si compivano riti che celebravano la vittoria della luce sulle tenebre.
La ricorrenza del Sol invictus nel tardo Impero Romano, la Chanukkah, festa delle luci, nell’Ebraismo, vari riti mediorientali sulla nascita del sole, tutte queste celebrazioni manifestano la speranza dell’uomo in una ripresa della luce dopo un periodo di buio e la fede in un ritmo naturale in cui l’alternanza di giorno e notte garantisca un eterno ritorno del bene, identificato con il chiaro giorno, contro il male rappresentato dall’oscura notte.

Chiedersi a che punto è la notte, è chiedersi quanto ancora si dovrà sostare in un passaggio difficile, in un momento di sconforto o in qualche tipo di tunnel di cui non si veda la fine. E gli auguri di buon anno sono (o vorrebbero essere), in fondo, una sorta di antidoto contro la stagnazione: un memento per ricordarci che le cose possono rinnovarsi e che dal vecchio qualcosa di nuovo e vitale può avere inizio.

Da poco le giornate hanno iniziato ad allungarsi, lo faranno fino a metà giugno e, poi, si accorceranno fino a metà dicembre: il ciclo notte-giorno astronomico va avanti come niente fosse e, in questa accezione, la notte è esattamente al punto in cui dovrebbe essere.

Dal punto di vista soggettivo, invece, ognuno di noi fa i conti con la propria percezione di… come sta: “quanto bene o male mi sento, cosa  mi manca per dire è pieno giorno, e quanto posso contare sulla durata del mio benessere, quanta paura ho della notte?”.

Sono domande che ci poniamo spesso e capita che, nelle ricorrenze, diventino più insistenti, come se ci si sentisse obbligati a tirare un  bilancio o a misurarsi con uno standard che più che con la luce e con il buio ha a che fare con il giudizio che, a volte inconsciamente, esprimiamo dimenticando che, tanto,  la notte è comunque sullo sfondo!

Nyx: la notte, madre di eros e di thanatos, figlia del caos o, in altre tradizioni, della luce (!), appare come archetipo all’inizio dei tempi. Perché le cose si svolgano, essa va contrastata.
Ma per quanto combattuta  non può che rimanere, non può che tornare e alimentare il conflitto, polemos, padre, secondo Eraclito, di tutte le cose.

Verso ciò che ci spaventa mobilitiamo le nostre difese e contro la notte si accendono i fuochi del pensiero cosciente, le luci della ragione e, in certi casi, quel particolare tipo di follia di chi crede che ogni cosa possa essere resa chiara e che ci sia un qualche sol dell’avvenire che non si spegnerà mai.

Su costoro la notte si vendica rendendo il loro “chiaro sguardo” del tutto miope e ingannandoli con… la certezza: l’illusione di aver trovato qualcosa di perenne, incontaminato, senza ombre.

Trovate una certezza e avrete trovato una stagnazione: un punto in cui la ricerca si interrompe e su cui si sa già tutto, un non-luogo in cui ci si crede arrivati e al sicuro. E’ dove smettiamo di pensare, di chiedere e di appassionarci. Un punto in cui perdiamo quello che è invece il vero dono della notte: il Dubbio che, con il suo pungolo, favorisce il movimento e permette la scoperta.

Il dubbio, il vestito della notte, è, probabilmente, il miglior esempio di quanto sia difficile scorgere l’alba dentro l’imbrunire e di quanto, nello stesso tempo, questa difficoltà sia… piena di forza.

La civetta che sosta sulla spalla di Athena vede nel buio: scorge nell’oscurità e, come il dubbio, non nega la notte ma la abita!

Perché la notte è un invito a riflettere mentre si agisce, ad accettare mentre si combatte, a non escludere senza aver prima indagato.

Perché la notte…

Auguri! drdedalo

Enorme è brutto

Gustave Doré

Gustave Doré

“Non possiamo accorgerci dell’incanto del mondo, della bellezza delle piccole cose che ci circondano, se i nostri sensi sono resi ottusi dall’azione esaltante dell’enormità.”
James Hillman

Il titolo di questo post prende spunto da un saggio di Hillman del 1989: ‘And huge is ugly’.

Mi è venuto in mente stamane ascoltando il ripetitivo “great” che ha pervaso il discorso di Trump e il coro di commenti entusiastici dei suoi sostenitori: l’America di nuovo grande, il “raddoppieremo la nostra crescita”, il grande paese, il grande popolo.

L’ho riletto e ve ne riporto dei pezzi con l’aggiunta di qualche commento perché credo che possa fare da contraltare, nella psiche di tutti noi, a questa esplosione di “grandezza”.

Hillman diceva: “Il mio compito come psicoanalista è quello di eliminare la repressione; cioè la repressione dovuta a quell’ottundimento psichico che è il nostro attuale malessere, all’anestesia della nostra sensibilità” e, siccome vedeva nel continuo guardare all’esterno e nella compulsione all’estroversione il contrario del lavoro che andrebbe fatto, non era un grande sostenitore dell’espansione, del progresso sfrenato e della crescita a tutti i costi.

Oggi sentendo i commentatori del giorno dopo che ci spiegano quanto sia stato importante parlare alla pancia delle persone e far leva sulla loro voglia di riscatto e sulla speranza di un ritorno ad  un passato glorioso, ottundimento è la parola da cui non riesco a liberarmi.

Enorme (huge) è una sorta di patologia di grande (great) e le “pance” non sono famose per il senso della misura: per fermarsi e riflettere, per pensare e per orientarsi occorre distogliere l’attenzione dalla pancia, occorre mettere da parte il bisogno/la fame e concentrarsi sul contesto; occorre guardare con interesse e dubitare. “Il mondo non chiede che si creda in esso; chiede che ci si accorga di esso, che lo si apprezzi e che si abbia per esso attenzione e cura.” (Hillman).

Puntare alla grandezza senza ricorrere all’antidoto della sensibilità è un rischio. Nella mitologia c’è un evento che richiama l’attenzione su questo bisogno di cura e di attivazione della sensibilità: Zeus insieme agli altri dei deve, prima che le cose abbiano inizio, sconfiggere i Titani. Deve, insomma, mettere a tacere il gigantismo e il bisogno di continua espansione, deve circoscrivere il mondo e dargli dei confini e, per farlo deve “sposare Metis” (saggezza o misura) e accoppiarsi con Mnemosyne, madre delle Muse, patrone delle arti e delle varie sensibilità.

Queste immagini sono dei moniti, delle avvertenze che ci ricordano che c’è in ognuno di noi una tendenza al gigantismo che pensa alla pancia e non vede che la soddisfazione dei bisogni, e che questa tendenza va controbilanciata perché “l’immaginazione civilizzata, l’immaginazione dell’ordine civico, ha inizio solo quando l’eccesso è circoscritto”.

In altre parole il compito di cui parla Hillman è il contrario dello spingere verso la grandezza. Non perché la grandezza non sia un valore ma perché va accompagnata da una forza che la possa imbrigliare prima che diventi patologica e soverchiante.

Purtroppo sembra che dall’altra parte, dalla parte di chi dovrebbe indossare il vestito del paladino della sensibilità e della ragione (quelli che dovrebbero opporsi ai Titani, insomma) non ci siano che delle versioni più sofisticate delle stesse pance.

Tutto questo “nessuno si è accorto, i sondaggi non hanno visto, nessuno ha creduto che la gente potesse…”, tutte queste palle (!), non sono che l’ammissione di una mancanza di sensibilità, di una cecità su cui non possiamo che chiederci: “cosa mi ha impedito di vedere, cosa ha represso il mio sentire profondo?

Credo che se gli sconfitti di oggi fossero sul lettino un buon inizio di seduta  sarebbe quello di leggere loro una frase di Yeats: “La mente che generalizza sempre si preclude quelle esperienze che le consentirebbero di vedere e sentire in profondità”. Partendo da questa riflessione si può fare un bel po’ di lavoro. Ci si può chiedere: “ Dove non ho dubitato? Cosa ho dato per scontato? Quale mio pregiudizio mi ha impedito di combattere il nemico giusto? Dove io stesso non sono stato altro che un Titano affamato, uno che ha ascoltato la propria fame invece di ragionare su quella dell’altro?”

Ce n’è abbastanza per più di una seduta ed è un inizio. Così tanto per differenziarsi e non rivolgersi alle pance!

… tutto quel vivere

vaso-di-pandora

Le loro vite interiori erano
schiacciate da tutto quel vivere”
J.Safran Foer

Quando Pandora, vittima di una curiosità morbosa, aprì il vaso, tutti i mali in esso contenuti: la vecchiaia, la malattia, la pazzia e la gelosia, si riversarono nel mondo. Solo la speranza rimase all’interno.

Allo stesso modo nel mito biblico della genesi, Adamo ed Eva mangiando il frutto proibito persero, per se stessi e per tutti gli uomini, lo status di esseri immortali esenti da lavoro, fatica e parto doloroso. In entrambe le storie la catastrofe nasce da una violazione, da un atto di disobbedienza che… scatena l’inferno.

Da quel momento vivere diventa uno sforzo. Il mondo si riempie di resistenze: una serie di lunedì mattina in cui per procurarsi il necessario occorre spostare ciò che si frappone fra noi e la soddisfazione del bisogno, un susseguirsi di sfide in cui per realizzare un desiderio bisogna, prima…

Da allora le storie che parlano di uomini raccontano le difficoltà del percorso, il dramma della lotta, l’eroismo del protagonista, le vicissitudini incontrate.

L’immergersi, il buttarsi nell’arena e fare ciò che serve è un gesto quasi automatico: una sorta di ovvia conseguenza del principio di realtà che ci spinge a prendere atto dei vincoli e ad accettare il giogo per adeguarci e fare la nostra parte!

Succede che, in questa corsa verso il risultato, ci si dimentichi della riflessione. Capita, cioè, che non si bilanci l’estroversione con quel gesto contrario che ci permette di flettere nuovamente: ripiegare un po’ l’attenzione per porla all’interno, ascoltare-dentro e riverberare il pensiero restando distanti dall’azione per… sentirci.

Nei miti che precedono la catastrofe (genesi, diluvio, vaso di Pandora, Edipo, ecc.) questa parte, quella in cui i protagonisti si accorgono troppo tardi dell’errore, è contrassegnata da un gesto che tenta di porre rimedio.

Eva copre la propria nudità, Noè costruisce un’arca/rifugio, Pandora richiude nel vaso quel poco che rimane. E Edipo, come per invertire la tendenza, si acceca passando in modo drammatico dal fuori al dentro, dall’azione eroica che vede solo il nemico e il superamento dell’ostacolo nel mondo, all’oscurità forzata che costringe all’interno.

I miti raccontano di “cose mai successe e che accadono continuamente”. Si riferiscono, insomma, a tutti noi e descrivono scenari psichici.

La colpa dei personaggi che ho appena citato è, innanzitutto, quella di aver lasciato che “tutto quel vivere” schiacciasse le loro vite interiori.

Hanno, in altre parole, esplorato in un’unica direzione perdendo di vista/mettendo in ombra un altro aspetto della vita: quello intimo, personale, profondo.

Hanno privilegiato l’espansione e la conquista a scapito dell’introspezione e della consapevolezza e, nel gesto che viene dopo, provano (o sono costretti) a ristabilire l’equilibrio.

Assomigliano, in questo, a quei pazienti che dopo un attacco di panico si trovano “costretti” ad iniziare una terapia: è come se qualcosa li obbligasse ad invertire l’attenzione e a prendersi cura di sé. Spesso, in seduta, scoprono che il vivere li ha così assorbiti e che sono stati così impegnati ad occuparsi dei fatti, delle cose e delle persone che non hanno più attenzione per l’abitante interno: quel tipo che è quasi morto dallo dallo spavento… non sa perché… così, all’improvviso…

Elpis, la speranza, che nel mito di Pandora rimane sul fondo del vaso, rappresenta il baluardo dell’interiorità, la capacità di sentirsi nonostante le resistenze e la risorsa necessaria per non perdersi in un mondo difficile e ostile.

E’ un memento che, per citare ancora Safran Foer, ci ricorda che: “Una conchiglia portata all’orecchio diventa una camera dell’eco del proprio sistema circolatorio. L’oceano che senti è il tuo stesso sangue”.

Restare (o rientrare) in contatto con la vita interiore significa prendersi cura di questo flusso interno ed è il gesto che serve per recuperare l’equilibrio che l’immersione sconsiderata nel mondo ha rotto.

Naturalmente esiste anche lo squilibrio opposto: quello di chi sembra dimenticarsi del mondo per occuparsi solo di sé. Ma di questo parlerò in un altro post. Questo era a favore dell’introspezione e si chiude qui, con quest’ultima citazione.

Una piccola poesia di Pablo Neruda che sembra un inno all’interiorità:

Amo ciò che di tenace
ancora sopravvive nei miei occhi,
nelle mie camere abbandonate
dove abita la luna,
e ragni di mia proprietà,
e distruzioni che mi sono care,
adoro il mio essere perduto,
la mia sostanza imperfetta.

Identità e violenza

Elisa Di Francisca

Elisa Di Francisca

Non essere inospitale con gli stranieri
potrebbero essere angeli mascherati”
William Shakespeare

A volte partendo dalla labile traccia di un tweet scopro intere matasse di stupidità che, forse con un po’ di masochismo, dipano per vedere fino a dove ci si possa spingere.

Fra i vari bandoli che mi sono capitati negli ultimi giorni, fra cicciottelle e direttori licenziati o discussioni sulla pericolosità dei vaccini, uno che ho seguito è quello sulle critiche a Elisa Di Francisca: la fiorettista Italiana che, sul podio per ritirare per la medaglia d’argento, ha deciso di sventolare la bandiera dell’Unione Europea per “dare il messaggio che l’Europa esiste ed è unita contro il terrorismo”.

Ho scoperto così che quello che a molti era sembrato un gesto significativo e un’espressione coraggiosa contro la violenza e a favore del buon senso è, per altri, un atto di tradimento, una dimostrazione di ipocrisia, un voltafaccia nei confronti della patria…

Nel seguire la lista dei commenti sono finito in strani labirinti in cui c’è gente che crede di appartenere ad una cerchia molto ristretta di eletti: un gruppo di pochi rappresentanti della vera umanità , un noi-contro-loro in cui il noi è definito dal gesto di esclusione di… tutti gli altri.

Questa cerchia in verità non crea un confine preciso. Nel caso specifico l’attacco era contro l’idea di Europa o, meglio, il contrattacco era verso il gesto della Di Francisca che, mettendo in primo piano l’Europa, “escludeva/offendeva” l’Italia. Ma su argomenti diversi le stesse persone stringono il territorio e difendono il nord dal sud, la famiglia dall’anarchia gender, i nostri bambini dai loro, ecc.

La definizione diventa sempre più stretta e più violenta, sempre più escludente, come se il bisogno sottostante fosse quello di continuare a chiudere per salvare qualcosa di sempre più piccolo e facendolo con sempre più veemenza perché lo spazio percepito è sempre minore.

Ma è proprio la violenza che stringe lo spazio.

Diceva J.Krishnamurti: “Quando ti definisci Indiano, Musulmano, Cristiano o Europeo, o qualsiasi altra cosa, Tu diventi violento. Ci arrivi da solo al perché? Perché tu ti stai separando dal resto dell’umanità. Quando ti definisci in base a un credo, cultura, nazionalità, tradizione, questa azione traspira violenza. Così un uomo che cerca di capire la violenza, non dovrebbe appartenere a nessuna nazione, religione, schieramento politico o parte di un sistema; egli dovrebbe comprendere che è parte del totale dell’umanità.”

Definirsi è separarsi e, di per sé, non c’è niente di male nel farlo: è il modo per sfuggire all’indistinto, è la naturale conseguenza di ogni svezzamento ed è una necessità per chiunque voglia possedere un’identità che lo allontani dal caos. Ma se non è contro bilanciata questa definizione/separazione porta ad un rigidità estrema che minaccia la coesione dell’io tanto quanto il caos.

Comprendere la violenza significa riflettere sui limiti: quanto definirmi mi separa da tutto il resto? Quanto uccide la relazione e, soprattutto, quanto mi costa? Quanto lo stringere il cerchio mi rende più pauroso, più chiuso dentro e più violento?

Fin da piccoli ci hanno insegnato ad essere in base all’appartenenza, ad identificarci con la famiglia, il gruppo, il paese ed è per questo che il punto di vista proposto da Krishnamurti è quasi impossibile da sostenere, una medicina troppo amara.

Da sempre apparteniamo e l’idea è che, appartenendo, abbiamo più chance di essere liberi.

Ma se il rischio è quello di avere “la libertà di essere tutti sovrani dentro ai nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato” (DFW) forse vale la pena di provarla, la cura.

Sull’autostima: una critica

Peanuts

Peanuts

La felicità della tua vita
dipende dalla qualità dei tuoi pensieri”
Marco Aurelio

“Era la pubblicità ambulante dell’educazione ultimo modello che aveva ricevuto: hai il permesso di chiedere quello che vuoi! Non importa se non sei bella, puoi chiedere lo stesso! Il mondo accetterà con gioia quello che hai da offrire, se sarai abbastanza sfrontata da offrirlo! A suo modo, era faticosa […] si chiese se anche lui, a diciott’anni, fosse stato così faticoso, oppure se, come gli sembrava adesso, la sua rabbia contro il mondo – la sua percezione del mondo come un avversario ostile, degno della sua rabbia – non lo avesse reso più interessante di quei giovani paradigmi di autostima.” (Franzen, Libertà 2010).

Un paradigma è, secondo l’etimologia, qualcosa che mostra chiaramente, una sorta di segnavia che determina comportamenti, modelli interpretativi, mode. Attenendoci ad un paradigma leggiamo in un certo modo il mondo e le relazioni. Nella frase di cui sopra Franzen evidenzia due modi di vedere: quello “nuovo” di una diciottenne e quello più datato di un uomo che si interroga sulla differenza fra il bilancino dell’autostima e la spada dello schierarsi.

Visto il titolo della bacheca avrete capito la mia posizione!

Il vero problema con l’autostima è che il termine stesso è in sé un ossimoro visto che, per stimarsi, per esprimere un giudizio su se stessi e stabilire quanto si vale occorre prendere a prestito un modello, avere un termine di confronto, mettere qualcosa su uno dei piatti della bilancia e, poi, mettersi sull’altro. Occorre compiere una manovra che ci faccia uscire vincitori. Una cosa tipo: “d’accordo valgo quanto e probabilmente di più di x e posso sentirmi bene, non ho motivo di dubitare di me e della mia capacità di farcela” o, nella versione più moderna: “non ho bisogno di pesarmi, vado bene (mi hanno assicurato che vado bene) e devo solo chiedere o trovare il modo giusto di chiedere”.

Insomma, il suffisso “auto” del termine autostima è una bugia, un’invenzione che moltiplica all’infinito il numero delle pesate o le riduce a zero garantendo un peso iniziale del soggetto stimato che lo rende comunque idoneo.

L’autostima suggerisce una soluzione: tu-vali-e-quindi-hai-diritto.

Lo schierarsi propone un problema: sei-davanti-a-questa-matassa-e-ti tocca-sbrogliarla.

Non ho mai visto un paziente estrarre energia dalla prima affermazione mentre ne ho visti parecchi che, trovando un degno avversario, hanno cominciato ad appassionarsi al problema e a raccogliere le forze. La “capacità di lavorare” che Freud citava come la prima caratteristica di una persona sana non nasce dalla convinzione di avere in mano la chiave: l’eureka di chi è arrivato alla soluzione viene alla fine di un processo e solo dopo un lavoro, dopo una lotta contro l’avversario e un’applicazione al problema (e, spesso, quando si arriva alla soluzione, ci si accorge di tutto il lavoro che la nuova visione implica).

Un avversario degno della rabbia, dell’impegno e della passione è ciò che, quindi, va cercato.

So bene che c’è un rischio in questa visione. Sembra che una quantità di fanatici non faccia altro che cercare un nemico contro cui combattere e forse il suffisso, il solipsistico “auto”, deriva proprio dalla constatazione che tante “lotte” non siano che un pretesto per dimenticarsi di sé e scagliarsi contro… qualcosa là fuori.

Ma basta osservare attentamente per accorgersi di quanto, nel fanatismo, “l’autostima” sia sempre all’opera: il fanatico non è mai appassionato ad un problema, è sempre pronto ad applicare LA soluzione e, soprattutto, non riflette mai sul termine degno avversario!

Non compie, insomma, quel gesto che permette di guardare prima di agire. Verso chi sto dirigendo il mio sforzo? A cosa applico la mia psiche? Cosa merita lavoro e passione?

Sul silenzio: sintonizzazione

Silenzio

La prima domanda che dobbiamo porci è perché mai
la natura abbia stabilito che i bambini piccoli non parlino
e non comprendano il linguaggio nel primo anno di vita.
La nostra risposta è che i bambini hanno fin troppo da imparare
sui processi e sulle strutture fondamentali degli scambi interpersonali”
Daniel N. Stern

Qualche giorno fa su un libro di J. Goldestein intitolato Mindfulness ho letto un aneddoto su Teresa di Calcutta: “Una volta chiesero a madre Teresa cosa dicesse a Dio quando pregava. ‘Non dico nulla’, rispose. ‘Semplicemente ascolto’. L’intervistatore volle, allora, sapere cosa le dicesse Dio. ‘Non dice nulla’ replicò madre Teresa, ‘Semplicemente ascolta; e se non lo capisce, non saprei come spiegarglielo’.”

Credo sia una risposta sintetica, bella e, al contempo, molto dura. Prima parla degli effetti di una perfetta sintonizzazione: quella che va oltre le parole e che elimina le richieste perché ottiene una vicinanza e un’affinità che non hanno bisogno d’altro; poi abbatte l’intervistatore con una sorta di aut-aut: o capisci questo o non puoi capire!

E’ anche un’esortazione, tuttavia: una sorta di invito a stare in ascolto, un’apologia del silenzio. Come quella compiuta da quel maestro Giapponese che di fronte alla richiesta di un ammiratore occidentale che gli chiedeva di spiegargli quale fosse l’essenza dello zen disse: “Beviamoci prima un tè” cominciando poi a versarlo, non smettendo nemmeno quando la tazza era ormai colma, e rispondendo alle proteste dell’aspirante discepolo con un “Questa tazza è come la sua mente, troppo piena per sentire, troppo colma di domande e di risposte.”

Sono gesti che tentano di aggirare una posizione, cunei che provano a scalzare un atteggiamento per favorire “un vuoto”, per togliere qualcosa così che ci sia spazio per… altro.

A volte le parole e le spiegazioni lasciano intatto il terreno che vorrebbero dissodare. Occorre un’esperienza, la sperimentazione soggettiva di un’azione, di un gesto, di una sequenza, per rendere chiaro a chi vuol comprendere cosa sia un determinato evento, una particolare cosa!

La sintonizzazione è uno degli strumenti fondamentali dell’apprendimento. Tante delle cose importanti che abbiamo appreso: la nostra lingua madre, la capacità di interagire con gli altri e quella di modulare l’attenzione (mettere certi filtri per non essere distratti, applicare la curiosità ad un oggetto), le abbiamo apprese grazie ad essa. Un po’ era innata perché parte dell’armamentario di base dell’apprendista che ognuno di noi è stato; un po’ si è sviluppata grazie al suo uso su di noi di chi ci ha allevato: come dire che abbiamo appreso a sintonizzarci perché, prima, qualcun altro si è accordato con noi, ha ascoltato i nostri bisogni e ci è venuto incontro sui nostri desideri quasi prevedendoli.

L’abbiamo imparata estraendola dalle relazioni in cui c’era!

Come dicevo tempo fa: “La sintonizzazione è uno dei modi che abbiamo per rendere certi confini meno rigidi e per avvicinarci all’altro pur mantenendo e, potremmo dire, creando continuamente la nostra identità. Non è un’abilità particolare che si impara durante un corso universitario e che si riesce ad applicare quando si diventa genitori o psicoterapeuti.”

E’, insomma, più una dote da apprendisti che un acquisizione dell’età adulta. Qualcosa che non va imparato di nuovo ma, piuttosto, ricordato.

E, spesso, è sepolta sotto a un cumulo di opinioni o nascosta dietro ad un’identità irrigidita come se ciò che abbiamo imparato si fosse cristallizzato in una corazza da cui non riusciamo a separarci o come se le risposte che abbiamo trovato formassero un reticolo che non lascia spazio a… niente di nuovo.

Credo che la durezza di madre Teresa e la risposta paradossale del maestro Zen spingano proprio contro questa rigidità. Penso che puntino ad insegnare più il silenzio che la chiacchiera, più l’apertura che la presa di posizione.

Zombie: un rimedio

Maschera_bianca

Ma il bello viene quando le storie
sono messe una accanto all’altra”
G. Bateson

Il fisico e saggista austriaco Fritjof Capra in un libro del 1988 in cui riporta una serie di colloqui avvenuti fra lui e Gregory Bateson racconta che: “Poco tempo dopo che ci eravamo conosciuti Bateson disse scherzosamente ad un amico comune: Capra? Quell’uomo è pazzo! Pensa che siamo tutti elettroni.”

La frase dà lo spunto a Capra per riflettere sul pensiero sistemico che era uno dei pallini di Bateson e, probabilmente, una delle posizioni più fertili per chi voglia osservare gli esseri viventi.
Ragionare in termini sistemici significa tenere presente che: “La logica può essere usata in modi molto eleganti per descrivere sistemi lineari di causa ed effetto, ma quando delle sequenze lineari diventano circolari, come avviene nel mondo vivente, la loro descrizione in termini di logica genererà paradossi.”
Si può, quindi, osservare un organismo riducendolo alle sue componenti più piccole, si possono studiare reazioni chimiche e vie metaboliche, si può conoscere a menadito l’anatomia di un corpo e la risposta dell’organismo ad un farmaco ma, nel momento in cui si entra nell’ambito della soggettività, non appena si inizia a vedere l’individuo vivo e inserito in un sistema a cui reagisce e dai cui si aspetta delle risposte, ci si rende conto di quanto occorra allargare lo sguardo e lasciare che concetti come mente, poesia e sacro, entrino a far parte dell’equazione.

Certo, questo complica le cose! E’ più facile studiare un topo se sta fermo e si perde molto meno tempo se si isola un individuo dal gruppo e si testano le sue reazioni a certi stimoli in un ambiente controllato: si può dosare l’intensità dello stimolo e si possono escludere una quantità di interferenze che agiscono come rumore che disturba la qualità del segnale. Spesso conviene ridurre l’ambito di studio e osservare fenomeni isolati lasciando sullo sfondo astrazioni sull’anima, le credenze, i principi, ecc.

Senonché, facendolo, si rischia di fare l’errore che, scherzando, Bateson imputava a Capra. Si rischia, insomma, di partire con un topo vivo e di ritrovarsi con uno zombie, di credere di osservare una persona e di avere invece di fronte qualcuno a cui abbiamo tolto la vita per aggiungere… “logica”. E il guaio più grande è che spesso la logica che aggiungiamo non ha niente a che fare con il buon uso del pensiero. E’, piuttosto, la sovrapposizione di un ortodossia: l’applicazione di una chiave di lettura che, pur di confermarsi, sacrifica l’oggetto del proprio studio.

Se volete un esempio soggettivo provate a rievocare una volta in cui avete avuto a che fare con un medico scorbutico o con un burocrate intransigente. O se vi serve un’iperbole (ché è un modo per semplificare e capire “per eccesso”) pensate di essere nelle grinfie di Mengele o sotto la giurisdizione di uno dei giudici del Processo di Kafka.

Capita di essere ridotti ad oggetti di studio e capita di compiere la stessa azione su altri. Succede insomma di fare un gesto che è il contrario di ciò che fanno gli animisti: invece di attribuire un’anima ad oggetti inanimati, “ad oggetti vivi sono attribuiti caratteri morti”(Bion).

Il rimedio, naturalmente, non è un ritorno all’animismo! Non si tratta di smettere di usare il metodo scientifico né di rinunciare ad un riduzionismo che aggiunga chiarezza e rigore al pensiero.

Occorre, però, una manovra che tenga in vita l’oggetto di studio; un modo di mettersi che tenga conto della relazione e del soggetto. Bateson sosteneva che: “Riusciamo a dire che tipo di persona ci sta di fronte solo combinando l’osservazione delle sue abitudini comunicative con l’osservazione introspettiva di ciò che siamo noi stessi quando abbiamo a che fare con l’altro.” E’, insomma, innanzitutto un lavoro su noi stessi: non escludendoci, non arroccandoci nelle convinzioni e nella nostra particolare ortodossia, possiamo esporci all’altro e sentire cosa avviene al confine, al punto di incontro fra la nostra psiche e la sua.

Può risultare scomodo, complicato, perturbante. Ma ha un vantaggio: l’apprendimento che avviene in quella posizione comprende e sperimenta la piena presenza dell’altro.

Il tipo di relazione che ne nasce rende più vivi gli attori che partecipano al gioco e dà origine ad uno stato di coscienza in cui l’io passa in secondo piano per lasciar spazio a qualcosa di meno ingombrante.
Capita, su quella soglia, di sentire il sollievo di essere vivi.

 

“Salute mentale”

Vignetta di Leunig

Non è un segno di buona salute mentale
essere bene adattati a una società malata”
J. Krishnamurti

Si racconta che alla richiesta di definire la differenza fra salute e malattia mentale, Freud rispondesse che “una persona è sana quando è in grado di lavorare e quando riesce ad amare”.

La trovo una buona risposta perché non esclude il dolore e non definisce salute come assenza di sintomi ma mette l’accento su cosa l’individuo può fare.

Leggendo Freud ci si accorge di quanto le sue parole siano sempre ben pesate. Quando dice “lavoro” non sta parlando solo di compiere il proprio dovere: non si riferisce all’andare in ufficio o al passare otto ore “sul pezzo”. Intende anche quello ma, soprattutto… saper perseguire un obiettivo escludendo il resto, riuscire a concentrare la propria volontà nonostante la tentazione di perdersi in qualcos’altro, vincere l’inerzia che ci terrebbe fermi in uno stato “senza sforzo e senza dolore”. E quando dice “amore” non parla solo dell’innamoramento che è uno stato accessibile a chiunque sia soggetto al desiderio: sani e malati, giovani e vecchi, servi e padroni. Amore, in questo caso sta per cura intesa come capacità di persistere in quei comportamenti che favoriscono la vita e che promuovono l’indipendenza (una tendenza che ogni bambino possiede e che pochi adulti coltivano).

E sapeva bene, Freud, che la sanità non è uno stato ma un processo!

Non è qualcosa da raggiungere e conservare ma un percorso di approfondimento, una strada su cui stare e una scelta da ribadire.

L’analista della vignetta chiede se nel cambiamento che il paziente percepisce ci sia del dolore perché sa che il confine fra sanità e malattia mentale è tracciato con la coscienza di quanto per essere in buona salute sia importante non negare il male, non far finta di essere sani!

Ho seguito e seguo pazienti la cui sofferenza non è frutto di una depressione o di uno sbilanciamento nella chimica del cervello. Soffrono perché stanno cercando il loro modo di lavorare e di amare: sono alla ricerca di un adattamento che non li deturpi, di un modo di esserci che non li frantumi.

Affrontano un cambiamento difficile perché devono fare i conti sia con il mondo che con la loro sensibilità. Ne ho visti alcuni, più gravi, che hanno risolto il dilemma con una sorta di “callo”: una tossicodipendenza, un ritiro dal mondo, un rifugiarsi nel delirio e nella psicosi.

Non è che soffrano meno e non è che abbiano coscientemente deciso una strada piuttosto che un’altra. E’ solo che sono incappati in un modo per attutire il dolore, un rimedio che ha coperto tutto il resto.

Il rimedio, il callo, è un adattamento che invece di guardare il mondo lo sopporta e invece di cercare il cambiamento lo evita come una minaccia all’integrità o come un attentato al “benessere”.

La negazione del dolore che si compie con questa finta soluzione porta con sé una serie di effetti collaterali tra cui il più grave è la frammentazione: la perdita di integrità, di pienezza.

E’ per questo motivo che chi fa il mio lavoro ha il compito di puntare non tanto all’attenuazione del dolore quanto al recupero di senso e alla riabilitazione della capacità di lavorare e amare.

Più queste facoltà riemergono più il dolore va sullo sfondo: non se ne va ma può essere descritto. E diventa diverso: più serio e meno importante, contenuto, sano! Anche il lamento scompare e fa posto alle parole per dirlo.

Attacchi al legame

Attilio Mussino - Il sonno, i sogni, 1905

Attilio Mussino – Il sonno, i sogni, 1905

Gli uomini non fanno mai il male
così completamente ed entusiasticamente
come quando lo fanno per convinzione religiosa”
Umberto Eco

Il concetto di attacco al legame sarà oggetto di alcuni miei post in futuro ma siccome ciò che scrivo oggi è più una risposta emotiva ad eventi recenti non mi dilungherò in definizioni complesse.

Ho solo bisogno di spiegare un meccanismo che tutti possiamo riconoscere visto che nessuno ne è esente: a volte attacchiamo ciò che nell’altro ci sembra estraneo e inquietante, ci scagliamo contro quegli atteggiamenti che mettono in discussione ciò che vorremmo restasse fermo e, nel tentativo di fermare un cambiamento che ci angoscia, combattiamo coloro che lo propugnano.

Si potrebbe dire, parafrasando alcuni illustri psicoanalisti, che se l’amore è quella forza che ci spinge a costruire legami e ad alimentare rapporti che riteniamo piacevoli, nutritivi e belli, l’odio è, invece, ciò che fa il lavoro opposto portandoci a disfare relazioni che ci sembrano sgradevoli, pericolose, brutte.

L’odio, un po’ di odio, è utile a volte! Serve ad emanciparsi da certi rapporti e a svezzare. Senza un po’ di odio verso i nostri genitori non faremmo quello che ogni adolescente deve fare, non cominceremmo a pensare con la nostra testa, non ce ne andremmo mai dal nido, resteremmo, insomma, sempre legati ad un vincolo che, per crescere, va sciolto. Non è sempre tragico, quindi, sputare nel piatto in cui si è mangiato o “srazzare”: allontanarsi dal solito, vederla in un altro modo detestando, se necessario, ciò a cui ci era tranquillamente attenuti. Chi non l’ha fatto?

Ma c’è chi non si ricorda affatto del proprio odio! Ci sono persone che si specializzano nella difesa di certi legami e che si occupano con metodo ad attaccare tutto ciò che sembra mettere in discussione lo status quo: quella lunga lista di legami accettati e accettabili che definisce la norma e stabilisce il “comune sentire”.

Molti di costoro sono stati impegnati negli ultimi tempi a dibattere aspramente sulle unioni gay, sui diritti delle coppie omosessuali e sulla stepchild adoption (termine terribile che, dicono, andrebbe tradotto perché gli italiani normali non lo capiscono tutto questo inglese).

Osservandoli ho potuto assistere alla forma più pericolosa di attacco al legame: quella di chi ascoltando la propria pancia considera semplicemente disgustoso ciò che non ha mai assaggiato e si impegna a stabilire una regola che lo vieti a chiunque altro, un divieto che separi con chiarezza i normali dai diversi e i giusti dai peccatori.

Le frecce per il loro arco sono le solite: la legge morale, la natura, la tradizione.

Stabiliscono l’amore di serie A e quello di serie B, quello in cui la fedeltà è possibile e prescrivibile e quello che non può che essere promiscuo; decidono che i figli sono di chi ci mette il DNA e che se il patrimonio genetico non è di entrambi e se le immagini non sono spaiate, se il nascituro non vedrà un uomo e una donna, non potrà crescere bene.

E decidono tutto questo perché… lo sanno! C’è in loro così poco dubbio sulla giustezza dei loro di legami, che diventa facile attaccare quelli che non assomigliano.

Non notano le somiglianze perché sono immemori e lo sono perché odiano.

La spiegherò bene quest’ultima. Ma, per oggi vi lascio con una poesia, secondo me bellissima, sull’odio. Dovrebbero leggerla soprattutto coloro che sanno con chiarezza cosa è bene e cosa è male. Ma leggetevela voi ché loro me li sono persi per strada.

L’odio

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.
Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.
Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via,
Patria o no-
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.
Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi!
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
arrivata per prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.
Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?
Diciamoci la verità:
sa creare bellezza
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.
È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.
In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro.
– lui solo.

Wislawa Szymborska