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Mandanti

Mi domando chi sia il mandante di tutte le cazzate che faccio”
Altan

L’Amore e le Parche di Ettore Tito (particolare)

L’immagine qui sopra è un particolare di un quadro di Ettore Tito: L’amore e le Parche. È esposto alla galleria d’arte moderna di Palermo dove l’ho visto per la prima volta qualche giorno fa. All’inizio sono rimasto sorpreso dall’associazione che mi è venuta in mente con la battuta di Altan ma poi, riflettendoci, mi è parso evidente che l’idea di mandante traspaia con chiarezza dal dipinto. Una delle tre Parche indica ad un giovane Eros dove colpire. Nello sguardo di questi si vede la ferma decisione di scagliare la freccia che determinerà il destino della vittima: colei o colui che, ferito da uno stimolo che non può essere ignorato, non potrà che rispondere imboccando una strada che crederà di aver scelto ma che, invece, è una sorta di direzione obbligata.

Sia le Parche che Eros sono forze primigenie: entità sovra-personali che fanno la loro comparsa ben prima degli Dei e a cui anche questi ultimi sono, nell’antica mitologia, soggetti. Nemmeno gli Dei potevano molto contro i dardi di Eros né erano esenti da Necessità (Ananke) madre delle Parche a cui l’obbedienza era semplicemente dovuta.

Ciò che vedete nell’immagine è una rappresentazione di “forze che stanno dietro”: pulsioni a cui tocca obbedire, persuasori che tolgono dalla vista porzioni di realtà per metterne in evidenza altre. Come quando ci si innamora e non si vede che l’amata o come quando, presi da un qualche tipo di sacro fuoco, si va verso “un destino” comportandosi come degli eroi o come dei fanatici.

Facendo spesso un sacco di cazzate senza nemmeno chiedersi chi sia il mandante.

Parlando dell’Io e delle difese Freud disse che “Per l’organismo la protezione dagli stimoli è una funzione quasi più importante della ricezione degli stessi”. Da neurologo (prima ancora che da psicoanalista) aveva capito che c’è nel sistema nervoso, già a partire dagli organi di senso, una funzione di filtro che serve a mettere ordine nell’assedio permanente degli stimoli a cui siamo sottoposti e che, a un livello di elaborazione meno periferico, è il modo in cui ci difendiamo da questo assedio a determinare la nostra visione e la nostra personale interpretazione della realtà. Vediamo ciò che non escludiamo e il negato, il rimosso e il trasferito altrove, se ne stanno a margine, fuori dalla coscienza, forse ben visibili per altri ma non per noi che, presi dalla nostra descrizione di mondo, non ne mettiamo in discussione i confini se non quando uno scompenso (spesso un sintomo) ci obbliga a una revisione della mappa e ad una indagine sui mandanti.

L’inchiesta, la ricerca di un determinismo esterno, comincia quando ci si chiede: “Cosa mi è preso? Come ho potuto compiere quel gesto, mettermi in quella situazione, non accorgermi delle conseguenze?” Il sintomo che accompagna queste domande è uno spaesamento: una vertigine connessa alla consapevolezza di non essere padroni in casa propria e di dover fare i conti con forze che possono impossessarsi di noi.

È partendo da questa percezione che molti cambiamenti diventano possibili perché è grazie allo spaesamento che si può iniziare una riflessione su chi o cosa nella mente  e nel corpo spinge in certe direzioni, crea determinati gusti, rende più o meno amichevoli o ostili certe porzioni di mondo.

I mandanti non sono sempre forze soverchianti: Eros e le Parche o Pan con il terrore incontrollabile o Penia con le carestie e la fame. Capita di scoprire che, come ebbe a dire Dryden: “I più sono sviati dall’istruzione, credono a questo o a quello perché così li hanno educati; il prete continua ciò che iniziò la balia ed è in tal modo che il bambino inganna l’uomo.” Ciò che guida molti dei nostri comportamenti è spesso un bambino cresciuto a pane e pregiudizi, uno che è diventato un adulto poco pensante che, siccome  crede di avere ben stretta la barra del timone, non si chiede chi tracci la rotta e decida gli orizzonti, gli sfondi e le figure, l’indistinto e ciò che salta all’occhio.

Un rimedio per questa ignoranza, un inizio di cura, è quello di chiedersi, come Altan, “chi è il mandante delle cazzate che faccio?”, “C’è un qualche dito puntato che mi ha indicato l’angolatura da cui osservare? chi interviene sulla mappa del mio mondo? cosa vuole che veda?”.

Due frecce

L’immolazione di Thích Quảng Đức nella foto di Malcolm Browne.

Nel 1964 il fotografo americano Malcom Browne vinse il premio Pulizer per una fotografia scattata l’anno precedente. La foto ritraeva il monaco buddista Quang Duc che si autoimmolò per protesta contro il regime di Saigon che perseguitava la religione buddista. Il monaco sessantasettenne rimase immobile nella posizione del fior di loto mentre il suo corpo veniva divorato dalle fiamme.

Ricordo che, da ragazzo, una decina di anni dopo, vedendo quell’immagine fantasticavo sui superpoteri che la meditazione e la concentrazione avrebbero potuto dare a chi le avesse praticate. Ci provai anche. Ma dopo aver trascorso una mezz’ora seduto a gambe incrociate lasciai perdere. Troppo doloroso.

Passò molto altro tempo prima che capissi di più su cosa significhi “stare tranquillamente seduti”.

Si racconta che il Buddha, nel suo primo discorso dopo l’illuminazione, parlando al ristretto pubblico di cinque discepoli e ragionando sul dolore fisico e sulla sofferenza mentale usò la metafora dell’uomo ferito da due frecce. La prima freccia capita a tutti: è nella natura dell’essere umano essere colpito da qualcosa, provare un dolore fisico, subire una perdita, inciampare, cadere, fallire; la seconda freccia colpisce in modo più subdolo ed è “interna” perché è composta dall’insieme di tutte le reazioni che mettiamo in campo per opporci alla prima: i contorcimenti, i lamenti, le proteste, il rammarico, i sensi di colpa…

Questi provvedimenti per evitare il dolore sono ciò che, spesso, lo fa perdurare. Pensate a quante volte avete sofferto elucubrando su come sarebbe andata se solo aveste fatto diversamente o rimuginando su un’offesa ricevuta, un torto subito, una lite passata. La seconda freccia diventa un’amplificazione della prima: un lavorio interno che invece di eliminare il dolore lo trattiene e spesso, nel tentativo di prevenirlo, lo crea. Mentre la prima freccia non può essere evitata, sulla seconda si può fare molto lavoro.

È un lavoro sulla mente perché si occupa di osservare una serie di gesti interni che nascono per fare qualcosa contro il dolore. Gran parte di questi gesti sono utili: sono cose che facciamo per evitare di ferire o di ferirci, precauzioni, prudenze, cure. Ma ci sono pensieri che, invece, sembrano fatti apposta per aumentare la sofferenza e spesso sono pensieri senza un pensatore nel senso che  non stiamo veramente pensandoli. Avvengono: nascono come una reazione automatica e senza attenzione, come risposte ad uno stimolo, quasi come posture che si prendono, modi di mettersi e di essere.

Stare tranquillamente seduti significa osservare questa serie di gesti interni e prenderne possesso, aggiungere attenzione, diventare consapevoli di questo flusso che scorre modellando continuamente il nostro sentire.

David Hume disse: “La mente è una specie di teatro in cui sfilano, una dopo l’altra, le più svariate percezioni; fanno avanti e indietro sul palcoscenico, scivolano via e si mescolano le une alle altre in un’infinita varietà di posture e situazioni”. L’osservazione di questo movimento è l’inizio di ogni meditazione ed è il lavoro sulla seconda freccia.

Non credo che farlo possa portare ad un controllo simile a quello di un monaco che, praticando per una vita, riesce a dominare il dolore fino ad eliminarlo ma so che vale la pena intraprendere un esercizio sull’attenzione: cominciare a guardare con interesse e… non fare nient’altro, acquietare, non infliggersi una seconda freccia.

Senza memoria e senza desiderio

“Lo psicoanalista dovrebbe ripromettersi di raggiungere
uno stato  mentale tale da sentire, ad ogni seduta, di non aver mai visto
prima quel paziente. Se sente di averlo già visto,
sta trattando il paziente sbagliato”
W.R.Bion (Cogitations)

Pieter Bruegel il vecchio, Grande torre di Babele

Credo che a Bion piacesse esagerare. Per dimenticarsi di un paziente che viene in seduta, magari per anni, occorre farsi venire l’Alzheimer. Ma certe esagerazioni servono come antidoto e sono estreme perché cercano di curare malattie a lungo trascurate, abitudini intossicanti, credenze fuorvianti.

Tra queste la tendenza a credere che la personalità sia immutabile e che la persona con cui ho a che fare qui e ora debba essere la stessa che immaginavo fosse ieri o il giorno prima. Come se davvero l’avessi incontrata, come se non fosse vero che gli incontri non sono la norma ma l’eccezione e che tutta una serie di convenevoli e di rituali sociali sono difese: modi per evitare l’impatto con l’altro, l’esposizione e l’angoscia di entrare davvero in contatto con un proprio simile.

Bion era, come molti psicoanalisti vecchia maniera, brutalmente onesto. Sapeva che non basta fare lo psicoterapeuta per lasciare fuori dalla seduta difese che abbiamo scrupolosamente appreso. Cose tipo: non mettere gli altri in imbarazzo, non essere curioso, non far salire la tensione, non chiedergli di essere qualcosa di diverso da quello che ti vogliono far vedere; buone norme del convivere civile che mettono al riparo dall’intensità e dalla possibilità di aprirsi troppo. Buone norme che Bion vedeva come ostacoli ad un contatto profondo, come abitudini/vizi di cui essere consapevoli, come abiti da smettere.

Sia la memoria del paziente che quella del terapeuta, sia il desiderio di entrambe, diventano, all’interno di una disciplina che punta a favorire un contatto vero tra persone, una zavorra.

Ricordarmi di chi o cosa tu fossi ieri e desiderare che tu sia… qualcosa che, boh, magari entrambi (o forse solo io) desideriamo adesso (felice, carino, educato,  innocuo…) sono solo convenevoli.

Il “paziente sbagliato” è quello che ho in testa: non la persona presente davanti a me ma ciò che credo sia o che vorrei che fosse. Ricordi, spesso distorti, e proiezioni.

Ingombri che riguardano ciò che è già successo o ciò che immaginiamo stia per succedere invece di ciò che sta succedendo.

Se volete sentire il peso della memoria e del desiderio ricordate una volta in cui, all’interno di un’interazione, avete sentito che dovevate recitare una parte. Una di quelle situazioni da cui si esce con domande come: chissà se sono andato bene? Che impressione avrò fatto? Sarò stato come si aspettava?

Se non era un colloquio di lavoro o un qualche altro tipo di esame, beh, allora avete avuto a che fare con una serie di fantasmi vostri o del vostro interlocutore: le vostre o le sue memorie/istruzioni su come bisogna essere e i vostri o i suoi desideri su quale piacere dovesse essere soddisfatto, quale tensione si doveva alleviare. Non stupitevi se non siete “andati bene”. La verità è che siete stati misurati e giudicati ma non visti!

Né i giudizi né le misurazioni vi sono state comunicate perché, in genere, sono nascoste dietro a una cortina di convenevoli. Ma le smancerie non coprono l’inutilità (e la tossicità) di questo tipo di interazioni.

Lo stato mentale che Bion consiglia e che definisce senza memoria e senza desiderio è  un assoluto e, come tale, probabilmente irraggiungibile. Ma vale la pena fare dei passi verso di esso. Ci sono delle catene da perdere  e si apre la possibilità di fare alcuni incontri interessanti.

Fantocci

“La cultura è l’educazione dell’attenzione”
Simone  Weil

L’argomento fantoccio (dall’inglese Straw man argument) è un modo per confutare un argomento proponendone una rappresentazione errata o distorta. È un trucco, un modo veloce per avere ragione o per buttare in vacca il dialogo dirigendolo in una direzione diversa da quella che avrebbe se si discutesse sulla base di un onesto dibattere.

Ad esempio: se stiamo discutendo sulla stupidità o meno di distinguere fra “razza bianca” e “altre razze” e una delle due parti esordisce con un “Ma anche nella Costituzione si parla di razza… che facciamo… cancelliamo la Costituzione?” e se l’altra parte si lascia trascinare in una querelle su cosa c’è o non c’è scritto nella Costituzione, ecco che l’argomento fantoccio ha funzionato: ci si allontana dal soggetto principale e, con un paio di altre deviazioni pilotate da chi manovra il fantoccio, si finisce a parlare dell’ingiustizia che tutti stiamo subendo con la ridicola e infame tassa di due centesimi sui sacchetti di plastica biodegradabile (che poi non è davvero biodegradabile e che la produce un’amica del presidente del consiglio e che è tutto un magna-magna ecc.).

Visto in un’ottica psicologica lo Straw man è molto simile alla difesa psichica denominata Spostamento.  Lo Spostamento è un processo automatico e inconscio grazie al quale una minaccia interna viene diretta su un oggetto sostitutivo più facile da evitare o da attaccare. Nelle Fobie, ad esempio, la tensione psichica viene spostata da una paura interna angosciante, spesso “senza nome” e difficile da controllare, ad un oggetto esterno (un animale, un ambiente, una situazione) che può essere evitato e che diventa il fantoccio che contiene la paura, l’involucro che rappresenta ciò che devo tenere distante, la cosa che devo temere e che magari posso odiare e che è comunque più facile da gestire del vero nemico.

Nella psiche questi gesti capitano. Certi dolori vengono momentaneamente evitati e trasformati in qualcosa di apparentemente più accettabile. La nevrosi può essere definita come “una soluzione che ha sopravvissuto alla propria utilità”: ho cominciato ad evitare di frequentare i luoghi che mi mettevano ansia bollandoli come pericolosi, all’inizio questo comportamento mi ha dato sollievo e ho risolto uscendo molto meno… ora non esco più di casa e solo l’idea mi riempie d’angoscia.

Mentre un terapeuta si adopera per assistere la persona che soffre di queste “soluzioni” aiutandola a guardare cosa c’è dietro e ad individuare il vero nemico, ciò che davvero causa il sintomo che la persona cerca di evitare, chi usa gli argomenti fantoccio fa l’opposto: offre soluzioni semplici a problemi complessi, devia l’attenzione su qualcos’altro, favorisce lo scarico di tensione su… ciò che a lui fa più comodo. Dall’altra parte c’è qualcuno che non sta attento, uno che comincia a sparare contro il fantoccio perché non guarda davvero e perché non vede l’ora di trovare una soluzione, un nemico esterno, un bersaglio. A tutti noi è capitato di scaricare la tensione su qualcuno che non c’entrava affatto con il nostro nervosismo o di prendercela con il primo che passava. Ma bisogna vigilare per impedire ad una tendenza di diventare una malattia. A forza di prendersela con dei fantocci si perde la capacità di dirigere l’attenzione, si dimentica di riflettere prima di sparare e si diventa stupidi.

Chi usa troppi Straw man diventa a sua volta un fantoccio: uno con due o tre trucchi e pochi argomenti, che reagisce invece di pensare e che, invece di educare la propria attenzione, si fa manovrare, spesso da altri fantocci.

Creativo e Ricettivo

“Il cielo è la casa di ogni creatura”
Educazione Siberiana

Il Creativo e il Ricettivo sono il primo e il secondo esagramma dell’ I King, il Libro dei Mutamenti, antico  testo di divinazione cinese e abusatissimo strumento oracolare New Age, crogiolo di simboli archetipici e oroscopo esotico per la lettura dell’anno che verrà.

Il Creativo è un segno composto da sei linee intere e rappresenta il Cielo: la forza fecondante e attiva; il Ricettivo, composto da sei linee spezzate, è il segno complementare e rappresenta la Terra: la forza fertile e assorbente che è in grado di accogliere il cielo e di esserne fecondata. Cielo e terra, maschile e femminile se ne stanno,  sia per l’antica saggezza cinese che per per quella greca, all’origine di tutte le cose. È dalla loro unione che tutto il resto può aver luogo. Le mani modellano la creta e la creta è “informata” ricevendo e conservando ciò che attivamente viene impresso in essa. Come il cervello è Plastica: abbastanza resistente per non deformarsi ma non così resistente da non rispondere allo stimolo e non“tenerne conto”. Se fosse troppo dura non riceverebbe niente e se fosse troppo molle niente conserverebbe.

Una psiche (o una macchina) solo attiva non potrebbe apprendere e, se fosse solo ricettiva/programmabile, non restituirebbe niente.

Creatività e Ricettività sono onnipresenti nel comportamento e non c’è attimo in cui non stiamo o agendo sul mondo o essendo informati da esso. Anche nel sonno qualcosa in noi lavora sui residui del mondo e della veglia e siamo influenzati da ciò che abbiamo vissuto, dall’acqua in cui siamo stati immersi.  

L’etimologia della parola Contemplare (cum-templum) fa riferimento al templum: lo spazio del cielo.

Nell’antica Roma l’Augure circoscriveva una parte di cielo con il suo Lituo (un bastone non diverso da quello che, più tardi, usarono i vescovi cristiani), e, nel templum, in quella porzione circoscritta di cielo, osservava il volo degli uccelli per tentare di intravedere qualcosa del futuro e per scorgere dei segni.

È un gesto archetipico, qualcosa che facciamo in continuazione. Non smettiamo di chiederci cosa accadrà, di protenderci verso ciò che potrà essere e di progettare per… essere pronti a rispondere, saper agire di conseguenza.

È la fase ricettiva, quella in cui cerchiamo di pre-vedere e di comprendere. Il gesto dell’Augure rappresenta molto bene quanto processo, questo provare a contenere, cercare di dare una forma all’Aperto.

Come tutti i gesti compiuti continuamente (respirare, osservare, pensare…) anche la contemplazione tende a finire sullo sfondo. In genere dopo un po’ di osservazione sentiamo il bisogno di “fare qualcosa a riguardo”. Il creativo e il ricettivo si alternano  e si sovrappongono in modo quasi automatico.

Diventare consapevoli di questa alternanza è terapeutico. Ci aiuta a non essere preda di una frenesia del fare  e ci evita un’indigestione di stimoli non davvero colti, non realmente osservati.

Wild Geese
Mary Oliver

You do not have to be good.
You do not have to walk on your knees
for a hundred miles through the desert repenting.
You only have to let the soft animal of your body
love what it loves.
Tell me about despair, yours, and I will tell you mine.
Meanwhile the world goes on.
Meanwhile the sun and the clear pebbles of the rain
are moving across the landscapes,
over the prairies and the deep trees,
the mountains and the rivers.
Meanwhile the wild geese, high in the clean blue air,
are heading home again.
Whoever you are, no matter how lonely,
the world offers itself to your imagination,
calls to you like the wild geese, harsh and exciting –
over and over announcing your place
in the family of things.

Oche selvatiche

Non devi essere buono.
Non devi camminare sulle ginocchia
per cento miglia nel deserto, pentendoti.
Devi solo lasciare che il tenero animale del tuo corpo
ami ciò che ama.
Raccontami della disperazione, la tua, ed io ti racconterò la mia.
Nel frattempo il mondo va avanti.
Nel frattempo il sole e i limpidi sassolini di pioggia
si stanno muovendo attraverso il paesaggio,
sulle praterie e gli alberi alti,
le montagne e i fiumi.
Nel frattempo le oche selvatiche, in alto nell’aria limpida e blu,
stanno di nuovo facendo rotta verso casa.
Chiunque tu sia, non importa quanto solo,
il mondo si offre alla tua immaginazione,
ti chiama come le oche selvatiche, forte e appassionatamente –
più e più volte annunciando il tuo posto
nella famiglia delle cose.

(Traduzione di Federica Galetto)

Horror Vacui

“Ogni angelo è tremendo”
R.M. Rilke

Sono stato a una mostra di Xilografie Giapponesi: “Kuniyoshi, il visionario del mondo fluttuante”. Mondo fluttuante (Ukiyo) è il termine che identifica una corrente artistica di fine ‘800 che si sviluppò principalmente a Tokyo, Osaka e Kyoto. In giapponese c’è una parola che suona esattamente nello stesso modo e che indica il mondo della sofferenza, quello stato di esistenza da cui, secondo i Buddisti, occorre affrancarsi per smettere di “ girare in tondo”, nel ripetersi del ciclo di vita-morte.

Quasi ogni tavola di Kuniyoshi è completamente riempita con figure, decorazioni, particolari e dettagli come a non voler lasciare nemmeno uno spazio vuoto e come se il vuoto andasse esorcizzato e sconfitto con il colore, la forma, il contenuto.

Questo bisogno di riempire, nell’arte come nella vita, è spesso interpretato e definito come Horror Vacui: il terrore del vuoto, l’incapacità di tollerare spazi troppo aperti,  di sostenere prolungati momenti di silenzio o di inattività o di reggere la solitudine.

Di fronte al vuoto cerchiamo rifugio: qualcosa che ci contenga e ci intrattenga, qualcosa che riempia la mente o il cuore con cose interessanti, con dettagli da osservare o con un affetto (un’emozione/sentimento) che ci faccia sentire vivi.

Baluardi della psiche che teme la disintegrazione e che reagisce al vuoto producendo immagini, pensieri, idee, mondi immaginari, storie.

Davanti all’angoscia del vuoto e come reazione ad essa la mente mette in moto difese che provano a contrastare la paura di… caderci dentro. Nascono così molte delle immagini di mostri e di eroi, di guerrieri e di fate, di streghe e di maghi: uomini e donne muniti di mezzi idonei (armi, amuleti, talismani, feticci) che contrastano la disgregazione a cui si teme di andare incontro.

E’ come se fossimo programmati per spaventarci di fronte al vuoto e ad attivarci per evitarlo. Ma, allo stesso tempo, ne siamo attratti e sentiamo il bisogno di dare un’occhiata, di andare sul bordo.

Il confine con il vuoto è un luogo molto potente: un posto dove si rischia di disintegrarsi ma in cui le immagini diventano più intense, i colori più vividi e le storie avvincenti.

È lì che nascono gli Ibridi, le figure a metà: metà uomini e metà qualcos’altro, angeli, sirene, ermafroditi, centauri. Figure di confine rispettivamente fra cielo e terra, tra terra e mare, tra uomo e donna, tra animale ed uomo. Non sono che alcuni dei prodotti dell’immaginazione e rappresentano lo sforzo immane di integrare delle parti e di resistere alla disintegrazione. Appaiono nella pittura (pensate ai quadri di Bosch, all’Opera al Nero di Goya o ai tanti quadri di pazienti schizofrenici che rappresentano i loro demoni), nella mitologia, nelle favole e in ogni racconto che voglia esplorare “mondi lontani”.

In psicoterapia sono ben accetti perché quando un paziente si imbatte in un ibrido sta attraversando una zona in cui qualcosa va integrato: certe forze nella sua psiche cercano una “nuova forma in cui potersi unire” come quando occorre andare avanti e non si può più essere quelli di prima e, tuttavia, ci sono pezzi di sé che vanno comunque salvati. Avete presente quelle volte in cui vi siete dovuti rimettere insieme dopo un qualche disastro emotivo o relazionale o quando… “da lì non sono più stato lo stesso”? Erano esposizioni al vuoto, momenti in cui avete intravisto la disintegrazione, dai quali siete usciti cambiati e in cui avete incontrato un qualche tipo di Ibrido: una figura a cui ispirarsi per integrare delle parti, per mettere insieme una nuova identità. Il confine del vuoto è il posto in cui avvengono le amplificazioni migliori perché un po’ di disintegrazione ha fatto spazio e quello spazio ha richiamato nuove immagini, possibilità, descrizioni, connessioni.

Sono stati momenti difficili e intensi. Ogni angelo è tremendo.

 

Prescrivere un sintomo

“La psicoterapia è un po’ come sputare nella minestra di qualcuno,
può andare avanti a mangiarla ma non è più la stessa cosa”
Alfred Adler

Questa bacheca è una postilla al mio ultimo articolo sulla collera, giusto un accenno a come sia possibile impostare un cambiamento all’interno di una sofferenza psichica e di come descrivere diversamente un dolore lo renda diverso, spesso più sopportabile, a volte quasi piacevole.

Nel libro “Le parole per dirlo” la scrittrice Marie Cardinal parla della propria psicoterapia e della sua guarigione dal male oscuro che la affliggeva. Nelle prime pagine racconta di un sintomo che la porta dal terapeuta: un’emorragia vaginale cronica che si protrae da mesi. Come spesso accade in questi casi lo psicoterapeuta viene interpellato per valutare le eventuali “cause psicosomatiche” del disturbo. L’analista la ascolta e, a fine seduta, la congeda dicendole che, se decideranno di lavorare insieme, di sicuro non parleranno dei suoi sanguinamenti ma si rivolgeranno a tutt’altro,  qualcosa che sta dietro, un dolore vero, qualcosa di più profondo e sostanziale. La paziente va a casa e… smette di sanguinare.

Fra psicologi potremmo dire che visto che era alla prima seduta al collega gli è andata di culo, ma, anche, che la prescrizione del sintomo ha funzionato. Di questo si tratta, infatti: qualcosa di molto doloroso e angosciante per la paziente è stato messo sullo sfondo, la sua attenzione è stata deviata verso altro, verso qualcosa che il terapeuta ha intravisto e che nel corso della terapia emergerà come la causa di questo e di altri sintomi; le sue forze, fino a quel momento concentrate principalmente sul disordine ovvio e visibile, hanno potuto svincolarsi dal sintomo e il sintomo si è spostato, diluito, ri-collocato in un contesto più ampio.

Prescrivere un sintomo è come aggiungere qualcosa: lo sputo nella minestra è un’aggiunta che rende intollerabile mangiarla ed è anche un doppia ingiunzione: o smetti di mangiarla o, se vai avanti a farlo, lo farai in un modo diverso. Forse ti toccherà  cucinarne un’altra e, magari, lo faremo insieme e facendolo prenderemo bene in considerazione gli ingredienti, faremo una minestra più consapevole che… non è la solita minestra.

Potete farlo anche da soli. Non vi aspettiate che succeda con un’ulcera o che sostituisca un vaccino. Ma funziona bene con molte ansie, con la collera, con altre emozioni sgradevoli come la paura, con certe tristezze e con alcuni “sintomi psicosomatici”. Si può decidere di impugnare il sintomo, di studiarlo, di metterlo in atto come a teatro o di prescriversi un antidoto e tutti questi modi sono… sempre meglio che subire il sintomo e lamentarsi (anche lamentarsi è a volte un sintomo e a certi pazienti a cui ho prescritto di trasformare il loro lamento in un’elegia rendendolo acuto e sublime hanno riso molto dei loro tentativi).

Se siete arrabbiati siatelo alla grande! Ci sono ottime indignazioni in cui mettere la propria energia e modi molto eleganti di incazzarsi. E si può sempre aggiungere consapevolezza e come osservò Agostino d’Ippona: “Ero adirato con il mio amico, dissi la mia ira, la mia ira finì; ero adirato con il mio nemico, non dissi la mia ira, la mia ira crebbe.”

Sentimento Oceanico

Credo che, in fin dei conti, la felicità
non sia altro che il sentirsi dissolvere
in qualcosa di grande e assoluto”
Willa Cather

La poesia che allego alla fine di questo breve post è del fisico Richard Feynman, non certo un mistico ma, di sicuro, uno che sapeva sedersi e riflettere sulla vastità, sull’inconsistenza e sulla sostanza.

Credo sia un ottimo esempio di come si può guardare oltre se stessi senza perdersi e realizzando di essere parte di qualcosa di molto più vasto.

Se si si spegne per un po’ il chiacchiericcio di quella parte di mente che, a ben guardare, non fa che ripetere pochi ricorrenti pensieri, se si sta per qualche tempo davvero in silenzio davanti ad uno spazio aperto, capita di avere accesso ad uno stato di coscienza più profondo e più ampio.

Il premio Nobel Romain Rolland in una lettera a Freud definì questo stato Sentimento Oceanico: la base (laica) di ogni sentimento religioso, la sensazione di appartenere a qualcosa di più grande e di farne parte avendone coscienza.

Certo perché “sovvenga l’eterno” bisogna guardare al di là della siepe ed è più facile farlo quando almeno per un po’ si sta fuori dal consueto, quando non ci si perde nel labirinto degli automatismi di tutti i giorni, quando si tiene presente che la maggior parte delle barriere/muri/siepi non sono che pregiudizi, tracotanze, pretese di superiorità, inutili sovrastrutture. Più facile, insomma, farlo in vacanza davanti al mare o su una montagna.

Ecco perché condivido con voi il pezzo di Feynman che spero serva come una preghiera laica, un memento a lavorare per avere “una testa ben fatta più che una testa ben piena”:

Ecco le onde scroscianti
montagne di molecole
ognuna ottusamente intenta ai fatti suoi
miliardi di miliardi lontane
eppure formano all’unisono spuma bianca

Ere su ere
prima di un occhio che potesse vederle
anni dopo anni
martellare possenti la riva come ora.
Per chi? per cosa?
Su un pianeta morto
che non ospitava alcuna vita.

Senza requie mai
torturate dall’energia
prodigiosamente sprecata dal sole
riversata nello spazio.
Una briciola fa ruggire il mare.

Nel profondo del mare
tutte le molecole ripetono
l’altrui struttura
finché se ne formano di nuove e complesse

ne creano altre a propria immagine
e inizia una nuova danza.

Crescono in dimensioni e complessità
esseri viventi
masse di atomi
DNA, proteine
danzano figure ancora più intricate.

Fuori dalla culla
sulla terra asciutta
eccolo in piedi:
atomi con la coscienza;
materia con la curiosità.

In piedi davanti al mare,
meravigliato della propria meraviglia: io
un universo di atomi
un atomo nell’universo.

Richard Feynman

 

 

 

Vanità e altri “difetti”

“… una persona affetta da vanità di secondo grado
è una persona vanitosa che si preoccupa
altresí di sembrare totalmente priva di vanità.
Che ha il terrore che gli altri scoprano che è vanitosa.”
D.F.Wallace

Carl Gustav Jung coniò il termine Ombra per dare un nome al risultato del reprimere e per definire quella porzione di noi stessi che si deposita nella psiche quando, nel tentativo di non vedere o di “non possedere” certe caratteristiche, le togliamo dalla vista e dalla coscienza relegandole in una sorta di alter ego: un costrutto di cose che non ci piacciono e di ciò  che non vogliamo sembrare ma che, invece di scomparire, acquista autonomia e riappare in gesti che non vorremmo compiere o in tratti che proiettiamo sugli altri e che detestiamo in loro  proprio perché li abbiamo espulsi da noi.

La persona di cui parla Wallace fa con la vanità ciò che ognuno di noi fa con quegli atteggiamenti che proprio non vuole indossare: la mette in ombra indossando una maschera che la copre manifestando l’opposto o la dissimula mostrando qualcosa di neutro o di “meno brutto/inopportuno/vergognoso”.

Reprimendo togliamo di mezzo dei tratti che vorrebbero manifestarsi ma di cui potremmo vergognarci. Può darsi che ci abbiano insegnato che “non sta bene”, che non ci si comporta così, che è peccato, che è poco elegante.

Ci abituiamo, insomma, a mostrare una faccia che ci sembra la più adatta e a nascondere quelle tendenze che crediamo che non sarebbero accettate o che potrebbero metterci in cattiva luce. Alla base di questo gesto che sempre ci divide e che sacrifica una parte a favore dell’altra c’è l’idea che sia possibile creare un’immagine perfetta: un io che sarà visto, verrà accettato, avrà successo perché ha tolto di mezzo tutto ciò che non va bene e mostra ciò che sicuramente piacerà.

È una concezione naïf che si basa sul presupposto che la relazione sia una sorta di rapporto tra macchine in cui ci si può adattare alle esigenze degli altri e sopprimendo certe caratteristiche, smussando certi angoli, presentando un profilo invece di un altro o evitando certe espressioni, alla fine si può trovare sempre il modo per andar bene agli altri.

Ma siccome, come ebbe a dire Hillman, relazione significa perplessità e siccome l’etimologia di perplesso si rifà a plesso che significa intreccio, miscuglio, cosa irrisolta… cercare di risolvere non è una soluzione. Reprimere, mascherare e nascondere non sono che modi per non essere in relazione, nient’altro che tentativi di evitare la perplessità e l’imbarazzo che ne consegue.

Lo sforzo di non sembrare vanitoso (o invidioso o arrabbiato o deluso…) visto dall’esterno è solo una smorfia. In psicoterapia si chiama resistenza e va accolta come un buffo tentativo di nascondersi dietro a un dito. Va guardata con un po’ di perplessità, va riconosciuta e accettata come un modo che il paziente ha usato per sentirsi più adatto e, poi, va tolta. Sotto, sotto alla vanità o all’invidia o all’aggressività di secondo grado, si trova una una persona, a volte un fantasma nella conchiglia (a ghost in the shell) più nudo e più fragile. Sicuramente più vivo!

“Dilettanti allo sbaraglio”

Daisetsu Teitarō Suzuki

“Essendo già caduti essi conoscono le voragini;
di lì le loro straordinarie risorse”
James Hillman

Quando il maestro Suzuki, parlando al giovane ricercatore Alan Watts, disse che il modo migliore per avvicinarsi alla filosofia Zen era quello di avere una mente da principiante (beginner’s mind) era già abbastanza vecchio.

Intendeva mettere l’accento sulla capacità di liberarsi da preconcetti e sulla necessità  di affrontare un nuovo argomento facendo tabula rasa e svuotando la mente per fare spazio all’esperienza.

Watts ci scrisse dei libri su questa attitudine e chi come me lo ha letto nel periodo in cui i suoi scritti erano una sorta di vademecum per “l’illuminazione”, sa quante cose stupide siano state fatte sotto la bandiera della Beginner’s Mind. Ho visto persone che hanno tenuto “corsi di sciamanesimo” dopo aver letto un paio di libri sugli stregoni messicani, ho sentito recitare mantra da persone che non avevano idea di che stessero pronunciando e, intorno ai vent’anni, ho partecipato con entusiasmo a sedute psichedeliche che avrebbero dovuto espandere la coscienza.

Niente di strano: è facile avere una mente aperta quando ancora non si “conoscono le voragini”, quando cioè ancora non è necessario avere una mente da principiante perché non si è nient’altro che un principiante!

Ma Suzuki intendeva un’altra cosa: quando chiedeva a Watts di liberare la propria mente e di sospendere il giudizio lo invitava a svuotare qualcosa di già pieno e, forse, fin troppo pieno. Non gli stava chiedendo di restare un dilettante o di leggere quattro cose e di considerarsi un esperto, ma di stare aperto nonostante ciò che già sapeva e di non usarlo come una resistenza ma come uno strumento. Voleva, insomma, che restasse un esperto senza per questo chiudersi nei confronti di ciò che gli veniva proposto.

Dice Tom Nichols nel suo libro “The end of expertize”: “…il motivo fondamentale per cui le persone inesperte o incompetenti sopravvalutano le proprie capacità più degli esperti è perché non possiedono una capacità di base chiamata “metacognizione”. La capacità, in questo caso, di riconoscere quando non si è bravi abbastanza compiendo un passo indietro, considerando quello che si sta facendo e rendendosi conto che non lo si sta facendo bene. I bravi cantanti si accorgono di avere stonato; i bravi registi capiscono quando in uno spettacolo una scena non funziona; i bravi venditori intuiscono quando una campagna pubblicitaria sarà un fallimento. In confronto le loro controparti meno competenti non hanno questa capacità e quindi pensano di fare un ottimo lavoro.”

La metacognizione è ciò che un esperto porta con sé anche dopo aver “svuotato la mente”, anche dopo aver sospeso il giudizio e dopo essersi lasciato trasportare in una nuova esperienza.

Il passo indietro è l’antidoto alla possibilità di restarci nella voragine: di non uscirne non perché (come me a vent’anni) si corre il rischio di espandere un po’ troppo la coscienza, ma perché si entra senza veramente fare esperienza di ciò che si sta vivendo. Senza metacognizione gli eventi non si trasformano in esperienze perché manca l’osservatore o, meglio, manca il gesto che crea l’osservatore: il passo indietro. Compiendolo si aggiunge riflessione all’azione e si può reintrodurre il giudizio che smette in questo modo di essere una resistenza per diventare invece un setaccio, un vaglio attraverso cui le azioni possano raffinarsi.

Per conoscere le voragini non basta esserci caduti, non basta essere vecchi per essere esperti o saggi ed essere giovani non garantisce l’apertura necessaria ad avere una Beginner’s Mind. Occorre, invece, un allenamento alla metacognizione che inizia dalla capacità di dubitare e da quella che Feynman definisce una soddisfacente filosofia dell’ignoranza. Un atteggiamento che rinnova il dubbio e che mette in una posizione per cui: “Quando uno scienziato non ha una risposta a una domanda è un ignorante. Quando ha una vaga idea del probabile risultato, è incerto. Quando è sicuro del risultato, accidenti, gli rimane ancora qualche dubbio.” (Feynman 1955).