Sull’ironia

“Hic sunt leones”

Si dice che i cartografi degli antichi romani, quando redigevano le mappe dei territori appena conquistati, ponessero oltre al limite di ciò che era stato esplorato le tre lettere HSL (hic sunt leones) a significare che oltre quel punto non si sapeva cosa ci fosse ma si supponeva ci fossero i “leoni”.

Niente di buono, insomma, oltre ai territori esplorati, niente di familiare, solo qualcosa verso cui procedere con cautela. Essere cauti e diffidenti verso il diverso, conservatori e non troppo entusiasti nei confronti di ciò che non è ben provato o che, comunque, potrebbe mordere.

Stare dentro la mappa! Sembra un motto ed è stato ed è, spesso, l’atteggiamento che adottiamo non appena ci troviamo di fronte a qualcosa che “ci puzza” o che mette in discussione i nostri confini.

E’ un modo di mettersi: una postura psichica e una presa sulla realtà. E serve! E’ utile per non farsi prendere in giro, per non abboccare all’amo di ogni nuova tendenza, per non disperderci nell’opinione degli altri e per conservare alcune delle nostre convinzioni che, altrimenti, verrebbero sempre poste in discussione. Non ci piace camminare sulle uova e, una volta che troviamo terreno solido su cui poggiare i piedi, ci attiviamo per conservarlo così com’è.

Siamo scettici verso ciò che è molto diverso da noi e abbiamo sviluppato una sorta di sistema immunitario che ci preserva da elementi esterni che potrebbero compromettere l’integrità di quello che consideriamo “il nostro io”: quel castello ben fortificato (per alcuni) che ci differenzia dal resto del mondo. Come gli anticorpi del sistema immunitario l’ironia pattuglia con cura i confini della nostra psiche.

Prima di diventare l’attitudine alla battuta pronta e tagliente e prima di essere una “frusta del sistema”l’ironia è una posizione mentale, un punto di vista e unottica sulla vita: un collina da cui guardare il paesaggio in un certo modo. E’, anche, in questo senso, una forma di intelligenza che ci permette di osservare con disincanto e di detronizzare o quantomeno far vacillare le varie “autorità”: possiamo, esattamente come i giullari e i fools delle tragedie Shakespeariane, prendere in giro ogni sovrano e riportarlo al livello di tutti gli altri. Possiamo evidenziarne l’umanità ( la non-sovrumanità) e la debolezza, metterne in evidenza i difetti e i vizi, togliergli quell’aura di superiorità che lo metterebbe al di là dei confini e riportarlo qui nel gruppo, come tutti gli altri, in fondo.

Una grande arma, insomma!

Anni fa, seguendo pazienti gravi (schizofrenici per lo più) in un Centro Diurno, ho potuto rendermi conto di quanto, per loro, l’ironia sarebbe stata una vera e propria cura. Mi sarebbe piaciuto poter “insegnare” a qualcuno di quei ragazzi un po’ di quell’umorismo che serve per sdrammatizzare e per guardare le cose con distacco e disincanto. Quando i confini dell’io sono deboli e quando il senso stesso dell’io è messo in discussione dalla malattia, sarebbe utile acquisire la capacità di delimitare il proprio spazio interno e tenere fuori un mondo inquietante e spaventoso ( perché tale è il mondo per chi soffre di schizofrenia). Mi ritrovo spesso, oggi, con pazienti più “normali” a voler compiere il gesto opposto: togliere un po’ di quella sicurezza dei confini che rende rigidi e disincantati ma anche chiusi ad ogni esplorazione.

Diceva Foster Wallace, parlando dell’ironia nella letteratura e nell’arte in generale: “L’ironia e il cinismo erano quel che ci voleva contro l’ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. La cosa grandiosa dell’ironia è che seziona ogni cosa e poi la guarda dall’alto per mostrarne le tare, le ipocrisie, le scopiazzature […] Il sarcasmo, la parodia, l’assurdo e l’ironia sono modi efficaci per smascherare la realtà e mostrarne la sgradevolezza, ma il problema è: una volta che abbiamo fatto saltare le regole dell’arte, e dopo che l’ironia ha svelato e diagnosticato le brutture del reale, a quel punto cosa facciamo?

Conosco persone intelligenti e ironiche (e spesso molto incazzate) che sanno smontare con grande abilità quasi ogni asserzione: hanno saputo costruirsi una mappa tutt’altro che angusta e sanno prendere una posizione da cui, con acume, guardano un mondo che ha molto poco da insegnare. Hanno un io ben definito e un ottimo sistema immunitario. Riescono a tenersi alla larga da quasi ogni illusione e, grazie all’ironia, a vivere con quel distacco che serve a “starci dentro”: farsi andar bene ciò che, in base ad un saggio principio di realtà, va fatto perché è nell’ordine delle cose.

E’ difficile che diventino dei depressi clinici. Non sono nemmeno dei rassegnati ma, piuttosto, dei disillusi intelligenti: “I leoni sono fuori e, se dimostro che sono dei leoni di pezza, ecco che li riporto nel campo del conosciuto… niente di perturbante, ci stanno, dentro la mappa e, smascherandoli, li ho resi inoffensivi”.

Solo che, in questo modo, i confini diventano rigidi, una mappa grande e articolata con un grande muro intorno. E, su quel muro, tutta una serie di proiezioni che vanno ritirate: “Cosa vuoi che ci sia, di là?”.

E’ il rischio dell’ironia. Come disse, ancora Wallace: “L’ironia è stata liberatoria, oggi è schiavizzante. In un saggio ho letto una bella frase, diceva che l’ironia è il canto dell’uccellino che ha imparato ad amare la propria gabbia.”

Quando glielo faccio notare, in genere, trovano un modo per ridere di me.

MGM cat

Continua…

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