Tag Archives: Immagini

Storytelling: la terra di mezzo

La vita è ciò che facciamo di essa.
I viaggi sono i viaggiatori.
Ciò che vediamo non è ciò che vediamo
ma ciò che siamo”
F.Pessoa

L’idea che la mente non sia che il prodotto dell’attività del cervello è un osso duro da masticare.

E’ formalmente vera: per tanto che si cerchi non si riuscirà a trovare-misurare-riprodurre una “mente disincarnata”, un software senza hardware, qualcosa che prescinda da un substrato fisico. Ad oggi non si è riusciti e le disquisizioni su anima e spirito rimangono questione di fede o di opinione non certo materia di indagine scientifica.

E’ inutile negare la necessità di un organo per pensare, sentire e percepire ma, quando ci si ferma al corpo, quando si perpetua la distinzione fra il mondo e chi lo abita, si compie il solito sbaglio. Si traccia un confine che serve per spiegare qualcosa ma che, facendolo, oscura l’altra faccia della medaglia. Non mi ci addentro, non sul piano filosofico, almeno (e non qui). Vi rimando, per questo aspetto, ai libri di Antonio Damasio, in particolare a L’errore di Cartesio mentre, con questo post, mi limito a girare intorno alla frase dell’incipit e a ribadire un sintomo di cui anch’io soffro e in cui mi imbatto, più volte al giorno, seguendo i miei pazienti: l’idea di una separazione concreta, la convinzione di un fuori oggettivo e di un Io soggetto che… viene al mondo.

E’ l’idea di un eroe che se ne va in giro in una terra in cui è di passaggio e che può usare a piacimento e che gli deve qualcosa perché è in qualche modo solo una valle da attraversare, solo un viaggio verso. Un mito che esige una lotta e un raggiungimento, un percorso ad ostacoli e una meta al di là, un protagonista con degli antagonisti… Questa storia, insomma, in cui siamo immersi che è un modo di raccontarsela e che porta con sé certi dolori e che, descrivendo così le cose… Continua a leggere

Sul vuoto: “Absolute beginners”

Nel vuoto del vaso sta il senso dell’uso”
Tao Te Ching

Avere un titolo è già un inizio. Aiuta a rompere il tabù del foglio bianco, impedisce quel risucchio che avviene quando ci si appresta ad iniziare e offre qualcosa a cui attenersi, attorno a cui girare senza troppo allontanarsi dalla base.

L’altro ieri un’amica mi ha chiesto di scrivere un post su David Bowie. Ci pensavo da qualche giorno e mi trattenevo perché ho già scorso un po’ di articoli e in alcuni ho letto cose che anch’io avrei detto, in altri ho riconosciuto la solita sperticata lode del mito che mi irrita e nella quale cerco di non cadere anche se, insomma, Bowie mi piaceva molto, la sua morte mi ha colpito e non ci credo tanto che sia morto. O, meglio: ovvio che lo so! Era un alieno ma non era immortale. Eppure, era uno di quelli che non ci pensi che morirà. L’incarnazione di un archetipo: quel puer aeternus che soggiorna in tutti noi e che sembra non invecchiare mai, anche quando il corpo si logora, anche quando sarebbe ora di diventare saggi. Uno che inizia cose qualche giorno prima di andarsene e che mette Lazarus fra i suoi ultimi brani.

Il puer rappresenta una delle spinte più dinamiche della psiche: crea quasi per il gusto di creare, gioca con i propri artefatti e continuamente dà inizio; fin dalla più tenera età mostra una sorta di dono, un talento che… spreca, dandolo a piene mani, elargendolo così come si fa quando si considera che, tanto, la fonte non può esaurirsi.

E’ un principiante (ma non un dilettante) perché adora provare cose non ancora provate o impegnarsi nel compito di fare come se fosse la prima volta. Lo è per natura e lo è perché è come se del suo dono non sapesse che farsene (lo dice, la canzone: I’ve nothing much to offer/there is nothing much to take/I am an absolute beginner/and I am absolutely sane). Continua a leggere

Mandala

“Mentre restaurava i mobili e li disponeva nella stanza,
era se stesso che lentamente ridisegnava,
era se stesso che rimetteva in ordine,
era a se stesso che dava una possibilità”
J.E.Williams

La frase dell’incipit è tratta dal romanzo Stoner.
Il protagonista sta preparando una stanza della nuova casa per farla diventare il proprio studio. Lavora in un luogo che vuole rendere bello e confortevole e… si rende conto!

L’autore, che sembra vivere insieme a Stoner la trasformazione in atto, dice: “Mentre sistemava la stanza, che lentamente cominciava a prendere forma, si rese conto che per molti anni, senza neanche accorgersene, come un segreto di cui vergognarsi, aveva nascosto un’immagine dentro di sé. Un’immagine che sembrava alludere a un luogo, ma che in realtà rappresentava lui. Era dunque se stesso che cercava di definire, via via che sistemava lo studio”.

È un momento di consapevolezza, uno di quegli istanti in cui ci si trova davanti ad uno specchio, ci si accorge di averlo costruito, di riflettercisi dentro e di vedere qualcosa che, prima, sfuggiva.

Il luogo diventa un riflesso dell’identità e in quel momento abitare ed essere coincidono: stare diventa sostare in se stessi, sentirsi e individuarsi.

Può accadere in uno spazio tridimensionale e, in quel caso, è il luogo fisico che ci circonda a diventare l’ambito del nostro esserci. Ma la stessa cosa cosa può accadere con altri oggetti e possiamo sentirci a casa in un quadro, in un libro, in un piatto appena cucinato.

Mettiamo una parte di noi in qualcosa che sta fuori e al quale aggiungiamo… vita.

Troviamo profondamente significative pagine che altri scorrono distrattamente o siamo catturati da immagini che in noi risuonano familiari perché evocano qualcosa che sentiamo nostro ed è come se ci completassero dandoci la possibilità di ri-conoscerci. Continua a leggere

Il tutto e le parti

Non mi fido di chi non ha un lato oscuro”
Iron Man

Nel suo libro Gli dei e gli eroi della Grecia Karoly Kerenyi parla dell’impossibilità di contenere in un’unica descrizione le figure che popolano i miti e i racconti della mitologia. Dice: “Il significato dei racconti era nella figura della divinità stessa; nessun singolo racconto poteva contenere la figura completa in tutti i suoi aspetti. Gli dei vivevano nell’anima dei nostri antenati e non si trasfondevano in alcun racconto interamente. In ogni storia però restava, e resta tuttora vivo, qualcosa di loro che apparteneva all’insieme della loro figura.”

Ogni racconto sugli dei è, insomma, parziale e mette in luce un aspetto tralasciandone molti altri.

Sapere che qualcosa resterà oscuro dà profondità alla narrazione e rinvia ad altre storie e ad altre gesta, trame e relazioni che, si sente, potranno intrecciarsi in momenti diversi o in contesti che renderanno espliciti altri tratti della persona di cui stiamo parlando. Continua a leggere

Sul “Sonno della ragione”

E’ la nostra conoscenza – le cose di cui siamo sicuri –
ciò che fa andare il mondo così male,
ciò che ci impedisce di vedere e di imparare”
Lincoln Steffens

In un acquaforte del 1797 il pittore spagnolo Francisco Goya rappresenta quello che lui stesso definisce il “sonno della ragione”. Nella didascalia sotto all’immagine un’iscrizione recita: ”Il sonno della ragione genera mostri”.

Il sonno della ragione genera mostri. (Goya)

Un’interpretazione semplicistica dell’opera considera la necessità di stare svegli, il dovere di contrastare quei prodotti della mente che, se lasciati liberi, turberebbero sia il sonno che la veglia del “soggetto sognante”.

Ma come si fa? Come potremmo stare sempre all’erta? Cos’è, poi, questa ragione che mai dovrebbe dormire?

Una sorta di postilla, attribuita allo stesso Goya, ci viene in aiuto suggerendo quella che mi sembra una lettura più fertile del messaggio. Dice l’autore: “La fantasia priva della ragione produce impossibili mostri. Unita alla ragione è madre delle arti e origine di meraviglie.”

Questa direzione mi piace di più perché introduce una delle mie passioni: la doppia descrizione. E’ uno degli strumenti del mio lavoro e la “mamma” dell’amplificazione: quel modo di procedere che ha come obiettivo la produzione di meraviglie, l’apertura a nuove interpretazioni e la promozione di un pensiero che dubita e va in cerca di altri punti di vista. Continua a leggere

Un’evocazione

Al quinto piano del Museo di Arte Asiatica di Parigi, dopo enormi stanze, ai piani inferiori, colme di statue, vasellame, quadri religiosi, maschere… ci si imbatte in un’installazione che occupa due sale vuote con il soffitto occupato da decine di “aquiloni”: rappresentazioni di carpe volanti, pesci ben auguranti che, per i giapponesi, rappresentano i bambini, la loro vitalità, la loro capacità di crescere e di superare le difficoltà.

Carpe volanti

Entrando nelle stanze dalle cui finestre si scorgono, fuori, i tetti di Parigi, si ha l’impressione di uno spazio silenzioso e circoscritto. Un luogo occupato da immagini, messe lì ad arte, che comunicano qualcosa di lieve e, al contempo, denso di significati. E, come spesso accade con l’arte orientale che (per noi occidentali, almeno) sembra priva di riferimenti chiari, non si riesce ad intrappolare facilmente in un concetto ciò che l’opera vuole esprimere; diventa difficile compiere quel gesto rassicurante che ci fa dire: “ah, ecco: una crocefissione, una annunciazione, una pietà…”.

Certe immagini rimangono immagini. Non si assoggettano al lavoro costante della mente che definisce, non entrano subito a far parte del conosciuto e rimangono sospese come sogni, come immaginazioni senza parole. Continua a leggere