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L’indomabile belva

Scuote l’anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.”
Saffo

La dolce, amara, indomabile belva in grado di scuotere l’anima e sciogliere le membra ha mobilitato e mobilita una grande quantità di resistenze: difese, perlopiù vane, che tentano di arginare gli influssi del desiderio e di creare una serenità tiepida che riduca gli alti e bassi evitando quelle “pene d’amore” che distraggono da… il lavoro, lo studio, il dovere, i risultati, ecc.

Riflettevo con una collega su quante ore di seduta vengano dedicate ai dolori connessi alla relazione. Pazienti che lamentano amori non corrisposti, abbandoni, tradimenti, storie difficili, idealizzazioni e delusioni. Pasticci in cui Eros ha scagliato le sue frecce senza equità: troppo desiderio da una parte, troppo poco dall’altra; bisogni non soddisfatti, grandi fuochi che si affievoliscono, promesse spese e non mantenute. Tanta sofferenza non direttamente classificabile fra i cosiddetti sintomi psichici o psichiatrici ma, tuttavia, dolore che affligge e che non si può certo liquidare come contingente: qualcosa che passa da solo e di cui è inutile parlare, un sintomo che, siccome non è catalogato fra le patologie del Manuale diagnostico e statistico dei Disturbi Mentali, si può lasciar perdere.

La sofferenza è sofferenza. Nel mio lavoro va ascoltata e compresa e questo tipo di sofferenza in particolare ha svelato ai terapeuti paesaggi della psiche in cui altri sintomi abitano, si formano, covano a lungo prima di manifestarsi. Continua a leggere

Sul “Sonno della ragione”

E’ la nostra conoscenza – le cose di cui siamo sicuri –
ciò che fa andare il mondo così male,
ciò che ci impedisce di vedere e di imparare”
Lincoln Steffens

In un acquaforte del 1797 il pittore spagnolo Francisco Goya rappresenta quello che lui stesso definisce il “sonno della ragione”. Nella didascalia sotto all’immagine un’iscrizione recita: ”Il sonno della ragione genera mostri”.

Il sonno della ragione genera mostri. (Goya)

Un’interpretazione semplicistica dell’opera considera la necessità di stare svegli, il dovere di contrastare quei prodotti della mente che, se lasciati liberi, turberebbero sia il sonno che la veglia del “soggetto sognante”.

Ma come si fa? Come potremmo stare sempre all’erta? Cos’è, poi, questa ragione che mai dovrebbe dormire?

Una sorta di postilla, attribuita allo stesso Goya, ci viene in aiuto suggerendo quella che mi sembra una lettura più fertile del messaggio. Dice l’autore: “La fantasia priva della ragione produce impossibili mostri. Unita alla ragione è madre delle arti e origine di meraviglie.”

Questa direzione mi piace di più perché introduce una delle mie passioni: la doppia descrizione. E’ uno degli strumenti del mio lavoro e la “mamma” dell’amplificazione: quel modo di procedere che ha come obiettivo la produzione di meraviglie, l’apertura a nuove interpretazioni e la promozione di un pensiero che dubita e va in cerca di altri punti di vista. Continua a leggere

L’Io: una descrizione

…il reale è caotico e perciò inenarrabile”
D. Starnone

Se faccio la fatica di scrivere, è per trovare una storia. La verità dei fatti è importante, ma non è sufficiente. La verità è puro disordine, non rispetta uno straccio di regola, è tutto il contrario di un racconto.”. Così riflette Domenico Starnone nel suo romanzo Spavento, descrivendo quello che è forse lo sforzo principale e più istintivo, meno pensato, dell’io: dare un qualche tipo di coerenza al mondo.

Le narrazioni, come ho spesso scritto nei post sullo Storytelling, sono un modo per raccogliere percezioni, uno strumento irrinunciabile per cavarsela in una realtà che, senza di esse, risulterebbe priva di senso e non gestibile, sconnessa, impraticabile. Un bravo scrittore sa renderle avvincenti, sa catturare l’attenzione di chi legge e riesce ad accompagnarlo nel proprio flusso di coscienza, portarlo a seguire prima una, poi un’altra ed un’altra ancora delle “scene” che via via si svolgono nel mondo che il racconto descrive.

Ma tutti noi siamo impegnati nella costruzione di una storia e, anche se non ne usciranno libri, è su di essa che si basa la nostra lettura, la mappa che usiamo per orientarci nella vita. Continua a leggere

Cronaca 21 – Persuasione I Parte: Sirene

La persuasione, specie nelle sue forme più alte,
non può essere raggiunta senza il senso della bellezza”
Sir A. Quiller-Couch

Peitho era, secondo gli antichi greci, la divinità della persuasione. I Romani la chiamavano Suada (da cui persuadere, appunto) ed era spesso rappresentata insieme ad altre divinità, al seguito di Venere/Afrodite, la dea della bellezza e dell’amore.

Sia nella seduzione che nella retorica la capacità di persuadere è una risorsa irrinunciabile: solo se si riesce ad essere persuasivi si può, infatti, compiere quel gesto che ci permette di convincere l’altro e di portarlo dalla nostra parte , di renderlo partecipe di ciò che vogliamo comunicare o, a volte, di affascinarlo e… condurlo là dove vorremmo che fosse o dove ci piacerebbe essere insieme a lui.

Purtroppo, a forza di sentir parlare di “tecniche di persuasione-persuasori occulti-controllo della mente-plagio…”, capita che, appena si accenna a questo gesto, appena si considera la possibilità di far passare un messaggio e raccontare una storia che convinca, certe difese si alzino e certe resistenze si attivino come per delimitare bene i confini ed “evitare il contagio”.

Il muro di cui cantavano i Pink Floyd nel loro celeberrimo album (The Wall) con il coro di bambini che intona il ritornello che afferma quanto un bambino non abbia “bisogno di educazione e di controllo del cervello”, è come un manifesto di questa diffidenza nei confronti di una forza che, se non controllata o se usata disonestamente, potrebbe ridurci a marionette manovrate da chi è bravo nell’arte di persuadere.

Ma accade che la semplice diffidenza non funzioni. Continua a leggere

Formae Mentis

 

Io giro intorno a Dio, intorno all’antica torre,
e giro per millenni e ancora non so,
se sono un falco, una tempesta o un lungo canto”
R.M.Rilke

La forma e le forme della mente. Sembra chiaro ormai, anche alla luce di studi sempre più accurati sul cervello e sulla sua plasticità, che la mente è continuamente modellata dalle azioni che compiamo e dalle informazioni che raccogliamo. Lo stesso concetto di Io/sé che Cartesio postulava come un immutabile osservatore che pensa e dunque è, risulta con evidenza essere una funzione: “qualcosa” che pur mantenendo una sorta di permanenza, muta continuamente e, dall’esterno è influenzato, perturbato e formato, appunto.

Come il poeta giriamo intorno a qualcosa e nel nostro “errare” modifichiamo la forma del nostro cervello, tracciamo dei solchi che si approfondiscono in base all’esperienza che viviamo ma anche (e forse soprattutto) in base alla descrizione che ne diamo.

L’antico proverbio orientale che fa derivare il comportamento dall’azione e questa dal pensiero è vero sia in un verso che nell’altro: semina un pensiero e avrai un’azione ma, anche, ripeti a lungo un’azione e, da questa sgorgheranno pensieri e, poi, teorie e sistemi, modi di pensare e di leggere la realtà. Inutile insistere sull’idea di mondo liquido se poi popoliamo questo mondo, che riconosciamo non più stabile, sicuro, duraturo, di sé rigidi, solidi o solo apparentemente versatili. Continua a leggere

L’Io e il Mondo: una discutibile dicotomia

Il leone ruggisce al deserto esasperante”
Wallace Stevens

Con questa frase che cito nell’incipit James Hillman, in un suo breve saggio del 1989 “And Huge is Ugly”, invita il lettore ad osservare e sentire il mondo: rendersi conto di quanto le emozioni non siano tanto qualcosa di “chiuso dentro la nostra testa”, quanto una reazione al contesto in cui siamo immersi.

Tutto il saggio, breve in verità (sei intensissime pagine), è un’esortazione a smetterla di dividere: un invito a non cadere nella trappola di vedere il Sé e il Mondo come entità staccate e a non rispondere automaticamente a ciò che ci circonda ma, piuttosto, a riflettere e psicologizzare, tenere a mente Psiche e tralasciare L’Io e l’enfasi sull’individualità. Dice Hillman: “Da lungo tempo mi trovo in posizione critica nei confronti del disastroso polarizzarsi della terapia sul sé: quella malattia che è il narcisismo psicoanalitico, il narcisismo insito, cioè, nella nostra ossessione della soggettività. Il fascino per il sé, tuttavia, non potrà scomparire finché non riconosceremo che ciò di cui si occupa la psicoterapia non è il sé ma la psiche”. E siccome “Fin da Platone ‘psiche’ è stata riferita a un’anima avvolgente, esterna e al di là della nostra testa e della nostra pelle umani, al di là dei confini di ‘me’, al di là delle mie relazioni intra e interpersonali, perfino al di là del mondo in quanto mio ambiente ecologico e mio campo proiettivo”, mettere l’attenzione su psiche significa, necessariamente, smettere di dividere.

Significa smettere di credere che isolandoci dal mondo e combattendolo o reprimendolo si possa allentare la sua presa, si possa sfuggire al dolore che ci causa l’immersione nel deserto esasperante da cui, a volte, ci sentiamo circondati.

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L’Io: solo un memento?

“La presentificazione consiste nel
rendere presente uno stato della mente
e un gruppo di fenomeni”
P.Janet

A proposito di pandemoni: com’è che da tanto vociare interno, dalla scarica di milioni di neuroni e dall’accozzaglia di percezioni che arrivano (arrivano?) alla coscienza, si riesce a ricavare un senso, una qualche idea di soggetto/oggetto stabile che sta, si oppone, si allinea o si sovrappone al mondo? Che ne sarebbe di ognuno di noi senza memoria?

Cosa dobbiamo tatuare sul nostro corpo o nella mente per riconoscerci e riconoscere ciò che ci circonda?

L’idea stessa di ri-conoscere implica il processo della memoria e del “conoscere un’altra volta” e il ri-cordare è il portare nuovamente al cuore visto che cordis in latino è cuore, la sede, secondo gli antichi, della memoria. Insomma il ri-petere, il fare un’altra volta come se dall’uguale e dal noto fosse possibile far nascere la continuità.

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