Tag Archives: Emozioni

Sul rimuginare

“Un tipico sogno ad occhi aperti
dura circa quattordici secondi e ne
facciamo circa duemila ogni giorno”
Science Magazine

La breakfast interview è uno strumento ideato dallo psichiatra Daniel Stern per aiutare un soggetto a individuare i momenti presenti: piccole porzioni di tempo mentale in cui si intrecciano pensieri e affetti, attività cognitive ed emozioni che prendono spunto da uno stimolo che può essere colto nell’ambiente o da un’idea o uno stato d’animo da cui parte una micro-catena di associazioni. Serve inoltre a far sì che si colga l’incredibile densità di ogni momento presente, una densità creata dalla grande quantità di informazioni che si accumulano nella mente in pochi secondi e che normalmente non vengono osservate.

Se si applica questo metodo all’osservazione di cosa accade nella psiche intanto che non si sta svolgendo un compito particolare ma mentre si sta semplicemente pensando ad un argomento come in un sogno ad occhi aperti, si può avere una sorta di istantanea del Default Mode Network: lo stato mentale di cui ho parlato nell’ultimo post e sulla cui natura ho ricevuto un bel po’ di domande.

E’ stato proprio mentre pensavo a come parlarne che mi è venuta in mente la breakfast interview e, a quel punto, è stato ovvio applicarla al mio di stato mentale per raccogliere i pezzi che ora vi racconto a mo’ di esempio.

Pensavo alle domande e all’argomento e, mentre lo facevo mi è venuta in mente l’immagine di un quadro di Van Gogh: “un paio di scarpe”. Insieme all’immagine, ho pensato ad un pezzo scritto da Heidegger a commento del quadro e come spunto per descrivere la funzione dell’opera d’arte in generale. Ho pensato a quanto fosse bella ma barocca e per certi versi pretenziosa la riflessione del filosofo sul quadro e mi è venuta in mente una critica di Derrida che disse forse in modo provocatorio che quello di Heidegger era uno sproloquio e che lui nel quadro vedeva “… delle scarpe, punto e basta”. A quel punto, in modo più emotivo, ho pensato a come fosse possibile che un pensatore acuto come Heidegger, uno in grado di fare riflessioni così complesse, potesse rispondere all’amico Jasper che gli chiese come potesse sostenere una persona ignorante quanto Hitler: “La cultura è del tutto indifferente… basta guardare le sue meravigliose mani.”

Ecco, pensavo queste cose e provavo un po’ di vergogna pensando ad Heidegger e considerando, nello stesso tempo, quanto questa dissonanza fosse una conferma di come il pensiero anche se profondo può lasciare intatte le emozioni e i sentimenti e di quanto certi affetti, se non analizzati, possono obnubilare anche una mente molto sofisticata. Riflettevo su come e se ne avrei parlato in un post mentre spalmavo la marmellata sulle fette di pane per la colazione. Questo primo sogno ad occhi aperti  sarà durato una decina di secondi. Poi sono arrivati altri sprazzi di emozione: un po’ di ansia grezza all’inizio; una sensazione su cui si è aggiunto un pensiero tipo: “perché dovrebbe interessare a chi ti legge la tua pippa mentale… non è che tiri fuori ‘sta roba per dare tu uno sfoggio di cultura?”( pensavo anche a quanto mia moglie mi avrebbe preso in giro su questo punto). L’ansia ha iniziato a trasformarsi in una sorta di vergogna simile a quella che provavo “per Heidegger”; l’ho lasciata andare perché mi sembrava che, comunque, stavo osservando per bene l’intreccio di pensiero ed emozione e perché due altri affetti mi spingevano ad andare avanti: il mio spontaneo insistere appena trovo un pensiero che per me è gratificante (una conseguenza, credo, di un sistema emotivo di ricerca in me sempre molto attivo) e il senso del dovere con una considerazione tipo: “un post su questa cosa lo devo scrivere e da qualche parte devo cominciare”. Questa seconda pensata è durata un’altra decina di secondi.

Per un paio di volte durante questo processo mentale sono stato in bilico sull’orlo del rimuginio. Funziona così, ad esempio: ad un certo punto un’emozione sgradevole fa capolino ed è come se chiedesse al pensiero il permesso di invadere lo spazio; il pensiero si appiccica all’emozione e uno sprazzo di ansia diventa il terreno per una coltivazione di vergogna o di vincoli e successivi rimuginii.

Nel mio caso, prima che imparassi a tenere a bada l’ansia e la paura, il giro del pensiero era: “ecco, tutto questo sforzo per farti vedere e poi sembri uno sbruffone, meglio se stai nel tuo che almeno non rischi di essere frainteso o di non essere proprio visto”. Si chiama evitamento e all’inizio sembra una buona idea ma lascia intatto il rimuginio che, nel mio caso, a quel punto prendeva la china del: “bravo, non fare niente che così non combinerai niente” ecc.

Sotto, sotto al flusso di pensiero scorrono vene profonde di emozioni. A volte sembrano dei semplici rigagnoli ma è come se l’attività del pensiero potesse alimentarli e, quando inizia la ruminazione, l’emozione influenza il considerare e il pensiero rende più densa l’emozione. Ne nasce un circolo vizioso in cui i sogni ad occhi aperti diventano incubi appiccicosi: centinaia di spezzoni da dieci secondi in cui pensare diventa una tortura inutile e senza sbocco.

Siccome la persona con cui più abbiamo a che fare  mentre rimuginiamo siamo “noi stessi”,  la caratteristica fondamentale delle ruminazioni mentali è l’autoreferenzialità.

Spesso il Default Mode Network è imbottito di “…credenze automatiche e ripetitive e ruminazioni sul Sé che costituiscono una parte inseparabile delle emozioni disregolate. Tali narrazioni su di sé possono acquisire una vita autonoma, intrusiva; possono riaffiorare in maniera involontaria e manifestarsi come pensieri familiari, fantasie o immagini, finendo per dominare la nostra esperienza intrapsichica e interpersonale. […] Tali narrazioni o ruminazioni assumono la forma di pensieri negativi ricorrenti su di sé, convinzioni irrazionali, valutazioni denigranti della propria efficacia o del proprio valore, oppure la forma di un’esagerata preoccupazione rispetto al fatto di ricevere un giudizio negativo da parte degli altri.” (Neuropsicologia dell’Inconscio, Efrat Ginot).

Ci sono tanti antidoti per mantenersi al di qua del rimuginare. Quasi tutti hanno a che fare con l’attenzione e con il modo in cui ce la raccontiamo. Le narrazioni sono un ottimo modo per contenere le emozioni: osservarle, esprimerle, condividerle (anche se a volte falliscono). La breakfast interview è un buon esercizio per cominciare a scrutare l’intreccio fra pensiero e affetto, tra riflettere e sentire.

Un paio di scarpe – Vincent van Gogh

Default mode network

Libertà = vedere nella foresta dei vincoli gli alberi delle scelte
Heinz von Foerster

In neurofisiologia con il termine default mode network (DMN) si intende una rete di aree della corteccia e delle aree sottocorticali che viene attivata durante le ore di riposo vigile o di rilassamento. Non è attiva quando dormiamo ma lo diventa non appena terminiamo un compito in cui eravamo impegnati e cominciamo a fantasticare o a “sognare ad occhi aperti” o quando semplicemente ce ne stiamo tranquilli a riflettere sui nostri stati mentali o su quelli di qualcun altro. E’ una parte del cervello-mente che sembra essere alla base dell’autoreferenzialità e molti studiosi del sistema nervoso “ipotizzano che l’elevato metabolismo richiesto da tale circuito neurale faccia sì che si possa essere in contatto e possedere un senso di ciò che sta accadendo internamente ed esternamente” (Neuropsicologia dell’Inconscio).

Se vi facessero una risonanza magnetica funzionale mentre siete in poltrona e guardate il soffitto, un po’ prima che cominciate ad annoiarvi e a mettervi in moto per fare qualcosa, se cogliessero il punto in cui state pensando a come è andata la scorsa settimana, a cosa farete la prossima e a a quanto era meglio quando  eravate in vacanza, se facessero una foto del vostro cervello mentre si uniscono ricordi, emozioni, qualche riflessione, un pizzico di rimuginio con qualche rimpianto e magari un po’ di astio verso qualcuno che amate ma che non vi capisce… ecc. Ecco, avremmo un’istantanea del DMN, tradotto in italiano con Connettività Funzionale Intrinseca che è proprio brutto ma che sta a significare che è grazie a queste connessioni che sono sempre pronte ad accendersi quando non siamo impegnati e che svolgono una funzione specifica e ripetitiva e costante, che noi manteniamo un senso del sé, un’idea di continuità e di familiarità.

Come dire, stando più sul clinico/soggettivo che sullo scientifico/anatomico, che c’è una stanza in cui torniamo quando passiamo dal fare al riflettere e quando la riflessione non è orientata alla risoluzione di un problema esterno ma, piuttosto, ad un rispecchiamento: guardarci e fare il punto per intuire dove siamo, dare un’occhiata all’orizzonte, valutare a spanne come stiamo e cosa emerge di irrisolto, aperto, conflittuale, da aggiustare.

Una stanza che è una sorta di pensatoio in cui c’è spazio per la ruminazione e in cui, purtroppo, capita di farsi del male: tornare a riaprire le stesse ferite, coltivare specifiche ossessioni che sembrano fatte apposta per catturare l’attenzione e per attivare emozioni che affliggono, spaventano, rinforzano il senso di impotenza. Un posto perfetto per la Coazione a Ripetere con i soliti pensieri che diventano masturbazioni interminabili senza una risoluzione, uno sbocco, uno sfogo.

Pare che ci sia un prezzo da pagare per il “senso di sé”. Sembra che, come aveva già intuito Freud, l’io sia una specie di spazio ristretto tra coscienza e inconscio, tra pulsioni-istinti e regole del mondo ed è evidente che il nostro sforzo per proiettarci nel futuro e per non perdere la nostra identità non sia indolore: costa fatica e continuamente si scontra con una serie di vincoli. Molti di questi non sono “esterni”. Ce li portiamo dentro e compaiono quando il pensiero per un po’ indugia, quando non siamo distratti dal vivere ed entriamo in modalità “adesso penso a me e alla mia vita”.

Arrivano dalle regioni sottostanti a quelle adibite alla soluzione di problemi. Crediamo di starcene in una stanza linda e conosciuta, una sorta di laboratorio in cui dovremmo poter impostare le equazioni che risolveranno i problemi che ci separano da una vita perfetta e, invece, questo spazio interno è… tutt’altro.

La stanza ha pareti e soffitto e pavimento  permeabili. Come potrebbero non entrare le emozioni e i desideri non esauditi? Come pensare che ciò che è irrisolto non si ripresenti e non insista? Perchè i fantasmi non dovrebbero essere attirati dal loro pasto preferito: il pensiero ricorsivo, ruminante, maniaco?

“Le ruminazioni autoreferenziali e il modo in cui gli eventi emotivi e interpersonali vengono giudicati e interpretati potrebbero essere elementi chiave per capire come molte false interpretazioni e convinzioni siano correlate a stati emotivamente disregolati”. (Lo so anche emotivamente disregolati non si può sentire ma il tentativo di trovare parole che rendano bene l’idea di “cosa succede” e il bisogno di avere termini poco ambigui e condivisibili riflette lo sforzo immane di mettere ordine nella stanza).

Ci sono delle emozioni irrisolte, cose che ci affliggono e da cui non riusciamo a liberarci, stati che vorremmo fossero diversi e che avvertiamo come dei disagi, dei sintomi, dei pesi da cui ci vorremmo alleggerire; cominciamo a pensare e, come spettri, si presentano e il pensiero diventa rimuginio, lo sforzo di farsi largo tra i vincoli diventa, spesso, un ulteriore invischiamento. Avete tutti chiari esempi di come succede e di come, dopo un po’, venga voglia di smettere di pensare e mettersi a fare altro e di quanto, a volte, non sia facile staccare la testa e capiti di restare intrappolati nelle rete di pensieri e affetti dolorosi.

Diventa difficile vedere nella foresta dei vincoli gli alberi delle scelte.

Ma non è impossibile. Sono stati “inventati” molti modi per non entrare nella stanza, per evitare di guardare in certi punti o per imbonire i fantasmi. Molte di queste soluzioni (alcool, droghe, iperattività, farmaci psicotropi) funzionano (in parte) ma portano con sé una quantità di effetti collaterali. Altri metodi puntano sulla capacità di abitare la stanza in un modo diverso e affinare lo sguardo così da diventare più bravi a non cadere nella trappola dei vincoli. Si può diventare abili osservatori e si può fare un lavoro diverso sulla considerazione di sé.

Nei prossimi post parlerò di questi metodi e di altre cose che ogni studentello dovrebbe sapere.

Intanto, una poesia di Wislawa Szymborska:

Lode della cattiva considerazione di sé

La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.
Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.
Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano vivono come vivono e ne sono contenti.
Non c’è nulla di più animale della coscienza pulita, sul terzo pianeta del sole.

‘Interno #10’ di Matteo Massagrande

Sistemi emotivi: un incipit

“Se l’unico strumento che hai in
mano è un martello, ogni cosa
inizierà a sembrarti un chiodo”
A.Maslow

Sto leggendo “Neuropsicologia dell’inconscio” un libro che non consiglierei ai non addetti ai lavori ma che trovo illuminante. L’approccio teorico che permea l’intero libro fa capolino nelle prime due frasi della quarta di copertina: “Per effetto dei costanti progressi nell’ambito della clinica e della ricerca scientifica, il costrutto teorico di inconscio sta subendo oggi una riformulazione e, indubbiamente, una trasformazione. I processi inconsci non sono più ritenuti espressione della mente soltanto, bensì di mente, cervello e corpo.”

L’inconscio è, prima di tutto, un costrutto teorico: una terra incognita che, proprio perché tale, si è prestata ad ogni tipo di interpretazione, di ipotesi e di proiezione. Molti di coloro che lo hanno studiato o che si sono ingegnati a porre rimedio ai sintomi che da esso derivano, hanno perpetrato l’errore di Cartesio: hanno cioè continuato a distinguere fra corpo e mente mettendo così sullo sfondo la natura incarnata della mente e la nostra  “tendenza naturale” ad agire, a mettere in atto risposte al mondo che ci circonda.

Per gli animali e per l’uomo rispondere è, innanzitutto, agire. Molto prima di essere creature riflessive siamo stati e siamo “attori che inter-agiscono”: esseri emotivi che sentono il mondo e reagiscono in base a ciò che sentono. La riflessione arriva dopo. E’ arrivata-dopo a livello evolutivo perché i nostri antenati erano molto più simili/vicini agli animali di quanto lo siamo noi oggi e arriva-dopo nelle circostanze di tutti i giorni, tutte quelle volte in cui… troppo tardi, ormai l’ho fatto.

Ci sono almeno due cervelli-mente: uno veloce ed emotivo che non perde tempo e agisce e uno che valuta più lentamente prendendo in considerazione un contesto più ampio, decidendo a volte di trattenersi o posticipando o spiegando l’azione che compie.

“… al cuore dell’emozione e dei processi cognitivi c’è l’attribuzione di un significato all’ambiente”: cammino su un sentiero in montagna e vedo qualcosa di allungato e contorto poco più in là, per terra; qualcosa in me si spaventa, mi immobilizzo come davanti a un serpente, il cuore si mette a battere velocemente e l’adrenalina attiva i muscoli, mi immobilizzo ma sono anche pronto a fuggire; mi accorgo poi che è una corda, avrei dovuto capirlo subito, non ci sono serpenti blu e verdi e così sottili, non su queste montagne, perlomeno.

Ho “agito” in base a un’emozione, immobilizzandomi, e poi ho “deciso di non dare seguito all’azione” riflettendo. Due cervelli diversi hanno attribuito significati diversi al mondo. Il primo ha reagito nel modo in cui funzionano le parti più primitive che rispondono in modo veloce e sporco (quick and dirty), il secondo ha guardato meglio collegando anche una quantità di altre conoscenze e estraendo un significato più articolato.

Entrambi i sistemi funzionano e il primo lo fa prima e a prescindere dalla coscienza.

Questo agire d’impulso ha sicuramente salvato molte vite ma, in seduta, arrivano quelli che, per sfuggire alla corda scambiandola per una biscia, sono finiti nel burrone o hanno rischiato un infarto.  

Scappare o immobilizzarsi di fronte a un serpente è una reazione sana ma farlo davanti a una corda o, peggio, vedere corde dappertutto, è un sintomo: il risultato di una difesa rigida che agisce anche quando non dovrebbe, in automatico.  

Un automatismo è una risposta che non sa di essere una delle tante risposte possibili. Siccome agisce “sotto e prima della coscienza”, non è facilmente raggiungibile: ci diciamo che la prossima volta agiremo in modo diverso ma, appena immersi in certi contesti, ci limitiamo a ripetere la solita risposta; a volte costruiamo complicati sistemi di pensiero che spiegano come mai agiamo così è perché non possiamo cambiare e queste visioni del mondo (a volte dei veri e propri deliri) non fanno che perpetrare l’automatismo. Certe regioni del cervello non vengono nemmeno sfiorate dal pensiero riflessivo, certi gesti e certe posture appaiono nel corpo emergendo da luoghi a cui la coscienza non ha accesso, ci ritroviamo con in mano il solito martello anche se servirebbero una forchetta, un pennello o  un violino.

Per fortuna tutti questi gesti sono accompagnati da un’emozione e l’emozione è la chiave: è partendo da ciò che sentiamo che possiamo tentare un accesso… a ciò che sta sotto. Cosa provo quando impugno il martello? Qual è l’emozione che mi pervade poco prima e durante l’azione? In quali altri contesti l’ho provata e cosa succede se comincio a guardarla e, invece di agire, sto fermo e osservo?

Quello che la ricerca neuropsicologica ha scoperto è che ci sono almeno 7 sistemi emotivi che regolano i principali aspetti della nostra vita modulando percezioni, espressioni e comportamenti relativi alla Ricerca, alla Rabbia, alla Paura, alla Sessualità, alla Cura, alla Tristezza e al Gioco.

Ci sono degli  accessi a questi sistemi e si può fare molto per intervenire anche su quelle parti che sembrano così consolidate da non permettere nessun cambiamento, nessuna possibilità di “insegnare un nuovo gioco a un vecchio cane”.

Ne parlerò nei prossimi post perché l’argomento mi entusiasma e perché continuo a credere che ci sono cose che ogni scolaretto dovrebbe sapere è perché … ci sono troppi martelli in giro.

Pink Floyd_The wall

Un po’ di pazienza…

“… le emozioni, anche le più anomale, vanno prese
terribilmente sul serio prima di
diagnosticarle come aberranti o immature”
James Hillman

Sono convinto che gran parte dell’ansia che si incontra in terapia, quella di cui i pazienti si lamentano, quella che perturba le loro vite e di cui non vedono l’ora di liberarsi, non sia che sforzo per liberarsi dall’ansia.

Il bisogno di sollievo immediato è tale che non appena un’emozione indesiderata si presenta si mettono in moto una serie di difese che mirano ad abbassare lo stato di attivazione e a ritrovare velocemente la quiete. Spesso queste stesse difese sono così piene di impazienza, così solerti nell’intraprendere la “lotta contro lo squilibrio” che il loro stesso attivarsi non fa che alzare il livello dell’ansia.

Come ebbe a dire Hillman: “Oggi ci si aspetterebbe quasi che gli amici di Giobbe o i compagni di Gesù nel Getsemani avessero pronta la loro brava confezione di tranquillanti”. Tranquillizzare, acquietare, spegnere l’ansia e, subito dopo, trovare un nuovo stimolo perché anche troppa quiete mette agitazione. La noia diventa la spia di nuove ansie all’orizzonte: quelle connesse al vuoto e all’assenza di qualcosa che lo riempia. Lo spazio fra troppo-agitato e troppo-quieto si stringe fino a diventare una sottile intercapedine e mi è capitato di lavorare con pazienti che stanno sempre tra Scilla e Cariddi, con l’ansia per il vuoto o con l’ansia per il pieno e che non si rendono conto di quanto l’agitazione che provano è data proprio dall’incapacità di tollerare: starsene lì per un po’ con la noia o con la fretta. Pazientare, insomma, visto che sono pazienti!

Ciò che sfugge in questa lotta per lo stato mentale perfetto è che è ciò che facciamo con le emozioni a renderle più o meno persistenti, più o meno intense, tollerabili, dolorose.

Prendiamo la collera, per esempio. La collera è di per sé una difesa: un’emozione primaria al servizio del nostro amor proprio. L’abbiamo usata per cacciare e per difenderci, per proteggere noi e i nostri cari da una minaccia, per reagire velocemente contro un pericolo attaccando o per sostenere la nostra parte in una causa che abbiamo ritenuto degna di essere impugnata. Serve per combattere e se ne sta, insieme alla paura, racchiusa nei nostri riflessi. Nel mondo in cui viviamo non c’è molto spazio per la sua espressione più manifesta: raramente si viene alle mani, non si può picchiare impunemente un proprio simile e non ci si sfida più a duello; rimane lo scarico verbale, un po’ di lotta dialettica o alcune lecite sublimazioni (lo sport, il tifo, la competizione “civile”). In questa parte del mondo la collera non ha quasi mai occasione di esplodere con tutta la sua violenza e così abbiamo imparato a trattenerla.

Cosa usiamo per trattenerla? Cosa facciamo con la rabbia e cosa diventa quando invece di scaricarsi sul suo oggetto (preda, nemico, bersaglio) viene posticipata, repressa, rimossa? Dove va a finire, come si trasforma?

Dipende! Dipende dalla presa che si esercita su di essa: dentro a quale contenitore la mettiamo? Pensate alla differenza fra una rabbia desiderata o una rabbia inibita. La prima è come una risorsa: la grinta che mi serve per vincere una sfida, qualcosa che cerco e che diventa uno strumento da usare verso un fine; la seconda è qualcosa che non posso esprimere che devo “mandare giù” e che potrebbe intossicarmi. In origine sono la stessa energia, lo stesso livello di attivazione, lo stessa forza grezza che si presenta nel corpo come disponibilità all’azione e al movimento. Ma diventano diverse a seconda di come le tratto ed è probabile che la prima si trasformi in spinta agonistica e che la seconda diventi irritazione. Cosa faccio con l’emozione?

Pensate ad una collera completamente rifiutata. Come si sente un bambino furente che non viene accolto nella sua manifestazione di lotta contro ciò che lo sta facendo arrabbiare? Cosa succede se la madre invece di comprendere tutta quella rabbia rimane indifferente o reprime l’espressione dell’emozione? Cosa succederebbe se, invece di censurarla, fosse curiosa e se il bambino capisse che la mamma vuole combattere con lui? Cosa viene fatto sull’emozione? Quale gesto viene compiuto e cosa diventa la rabbia dopo il gesto?

Succede in questo modo: facciamo inconsciamente (automaticamente e implicitamente) un sacco di cose sulle emozioni e  andiamo avanti a credere che le emozioni siano grezze  e che occorra dare sollievo non appena disturbano. E va a finire che, nella smania di fare qualcosa, si fanno, con le emozioni, molte cose a casaccio senza accorgersene.

L’ansia, quella patologica, è il ronzio di tutto questo lavoro inconsapevole e spesso inutile: una reazione emotiva al presentarsi di un’emozione, un’azione inconsulta che assomiglia più a un dimenarsi che ad un prendere provvedimenti.

Le emozioni andrebbero, invece, prese terribilmente sul serio.

Vanno ascoltate con calma e non vanno razionalizzate. La razionalità sta alle emozioni come l’acqua all’olio, al più le fa galleggiare. Ciò che serve con le emozioni è un contenitore diverso, più vicino  alla loro forma vitale. Come hanno dimostrato secoli di poesia, di pittura e di musica il miglior contenitore per un’emozione è un’immagine.

Fate una prova: se state un po’ di tempo con un’emozione compare un’immagine che l’accompagna, qualcosa che la rappresenta e che in genere dà origine ad una storia. Stanno insieme come in un film o in un mito perché si evocano a vicenda. E se, come si fa in terapia, avete la pazienza di aspettare (se siete pazienti), quando esce l’immagine e quando inizia la storia, l’ansia se ne va, il sollievo arriva da solo, lo spazio si allarga.

Vi lascio con un’immagine proposta da Hillman che proprio di questo stare con le emozioni parla: “Dei centauri si diceva che fossero capaci di catturare tori selvaggi, esprimendo con ciò l’idea che un’emozione allo stato selvatico può essere addomesticata da un’emozione cosciente, ovvero ‘le emozioni possono essere curate solo attraverso le emozioni’. E fu un centauro, ci racconta la mitologia, a insegnare al genere umano i rudimenti delle arti, della musica e della medicina, come a dire che le origini della possibilità di guarire il nostro malessere emotivo si trovano nell’unione della mente con la carne, della saggezza con la passione.”

Risonanza limbica

Dove tu sei, là c’è un posto”
R. M. Rilke

Risonanza limbica è un termine usato raramente in psicologia. Normalmente si preferisce parlare di risonanza empatica o emozionale per definire quella capacità che gli individui (non tutti) sviluppano e che permette loro di mettersi nei panni dell’altro e sentire/intuire ciò che sente.

Anch’io di solito opto per il sostantivo empatia e, con quello, intendo l’atto con cui ci si sintonizza con le emozioni e con il sentire di qualcuno per con-fondersi un po’ con lui, per provare ciò che prova ed approssimare il suo modo di emozionarsi.

Mettere l’accento su “limbico” è un modo per evocare il luogo in cui i processi dell’empatia principalmente avvengono: il sistema limbico, quella parte profonda del cervello che, a spanne e per i nostri scopi circoscritti a questo post, possiamo dire che risponde al mondo distillando le percezioni e aggiungendo una tonalità emotiva, una sorta di risposta preventiva: un primo “mi è affine-lo prendo/che brutto-non lo voglio”.

E’ anche molte altre cose e vi basta andare su Wikipedia per avere un assaggio delle parti che lo compongono e delle svariate funzioni che vi si svolgono anche ora mentre leggete.

Qui mi interessa partire dall’idea di “posto”. Limbico deriva da limbo che in latino significa lembo, margine e che, in origine, era letteralmente un luogo di confine: un posto poco definito ai bordi dell’inferno né brutto né bello, qualcosa come una sala d’attesa in cui si aspetta stando sospesi.

Il confine è una terra di nessuno e se non lo si passa, se si sta troppo a lungo sul bordo, si smette di essere qualcuno/qualcosa di ben definito.

E’ una strana condizione con i suoi pro e i suoi contro. Continua a leggere

Mandala

“Mentre restaurava i mobili e li disponeva nella stanza,
era se stesso che lentamente ridisegnava,
era se stesso che rimetteva in ordine,
era a se stesso che dava una possibilità”
J.E.Williams

La frase dell’incipit è tratta dal romanzo Stoner.
Il protagonista sta preparando una stanza della nuova casa per farla diventare il proprio studio. Lavora in un luogo che vuole rendere bello e confortevole e… si rende conto!

L’autore, che sembra vivere insieme a Stoner la trasformazione in atto, dice: “Mentre sistemava la stanza, che lentamente cominciava a prendere forma, si rese conto che per molti anni, senza neanche accorgersene, come un segreto di cui vergognarsi, aveva nascosto un’immagine dentro di sé. Un’immagine che sembrava alludere a un luogo, ma che in realtà rappresentava lui. Era dunque se stesso che cercava di definire, via via che sistemava lo studio”.

È un momento di consapevolezza, uno di quegli istanti in cui ci si trova davanti ad uno specchio, ci si accorge di averlo costruito, di riflettercisi dentro e di vedere qualcosa che, prima, sfuggiva.

Il luogo diventa un riflesso dell’identità e in quel momento abitare ed essere coincidono: stare diventa sostare in se stessi, sentirsi e individuarsi.

Può accadere in uno spazio tridimensionale e, in quel caso, è il luogo fisico che ci circonda a diventare l’ambito del nostro esserci. Ma la stessa cosa cosa può accadere con altri oggetti e possiamo sentirci a casa in un quadro, in un libro, in un piatto appena cucinato.

Mettiamo una parte di noi in qualcosa che sta fuori e al quale aggiungiamo… vita.

Troviamo profondamente significative pagine che altri scorrono distrattamente o siamo catturati da immagini che in noi risuonano familiari perché evocano qualcosa che sentiamo nostro ed è come se ci completassero dandoci la possibilità di ri-conoscerci. Continua a leggere

Alessitimia: tu chiamale (se puoi) emozioni

Tutte le cose sono piene di déi”
Talete di Mileto

In un recente articolo intitolato “Perché l’anestesia dei sentimenti è un rischio della nostra civiltà” Massimo Recalcati parla di alessitimia: un disturbo che questo autore definisce come “un congelamento affettivo della vita umana”. Vi basta cliccare sul titolo per leggere l’acuta riflessione di Recalcati che a me serve qui come spunto per un’amplificazione sul dentro e sul fuori e su quel confine del tutto arbitrario che noi tutti siamo abituati a mettere: la demarcazione fra esterno e intimo e fra profondo e superficiale.

Il termine alessitimia significa, letteralmente, non avere le parole per le emozioni e si riferisce all’incapacità di certi individui di riconoscere e di descrivere i propri stati emotivi e quelli degli altri.

Non si può dire che un alessitimico non provi emozioni ma piuttosto che, non riconoscendole, sperimenti qualcosa di confuso, una sensazione più simile ad un dolore fisico che ad uno stato d’animo.

Quando identifichiamo ciò che stiamo provando, quando diamo un nome a qualcosa che accade dentro riuscendo a distinguere la rabbia dalla paura o dal disgusto, compiamo un gesto che serve a contenere e, in un certo senso, a possedere invece di essere posseduti: se so di che emozione si tratta posso agirla, posso provare a trattenerla o posso trovare un antidoto che sia adatto a stemperarla o a ritardarne gli effetti. Continua a leggere

La “capacità di esistere”

L’obbedienza comporta un senso di inutilità
per l’individuo ed è associata all’idea che
nulla abbia importanza e che la vita
non meriti di essere vissuta”
D.Winnicott

Quando certi psicoanalisti parlano di seno stanno compiendo un’operazione linguistica che sostituisce la parte al tutto. Tentano con questa metafora di descrivere il mondo come si suppone il bambino faccia, scambiando, cioè, una funzione che ha a che fare con la soddisfazione dei propri bisogni con la persona che questa funzione la svolge.
La mamma è buona o cattiva a seconda di quanto viene incontro ai miei desideri e di quanto è pronta ad esaudirli. Un “seno” buono o cattivo diventa così una descrizione di uno stato d’animo: se avevo bisogno e sono stato sfamato/soddisfatto/consolato, se si è verificata quella simbiosi che annulla la tensione e procura piacere, classifico l’esperienza come buona, se, al contrario, sono ancora affamato/frustrato/sconsolato, se nessuno è venuto veramente in mio soccorso, l’esperienza è cattiva, sgradevole, traumatica.

Non pensiate che il bambino faccia un ragionamento su questo sequenza semplificata: siamo nel campo delle sensazioni e queste “pensate” vanno a finire in quella che si chiama memoria implicita e “… la memoria implicita è quella che usiamo quando impariamo ad andare in bici o a gettare una palla. Non dobbiamo sforzarci di registrare nulla quando la utilizziamo, è semplicemente lì nei nostri corpi, pronta da usare. Questo tipo di memoria è controllato da una parte profonda del cervello, lontano dai centri superiori, responsabili del pensiero concettuale e della consapevolezza.”(M.Epstein).

Questa registrazione profonda è in un certo senso molto più primitiva di quella che facciamo con la cosiddetta memoria esplicita: quella narrativa che mette le esperienze in sequenza e che cerca di ordinare i dati in base ad un senso o ad una storia. Continua a leggere

Mindfulness: un antidoto alla paura

 

Muoviti, ma non muoverti nel modo in cui le paure ti muovono”
Rumi

Il premio Nobel Aung San Suu Kyi, una che di coraggio se ne intende, nel suo libro “Libertà dalla paura”, parlando del potere e del rapporto fra chi lo esercita e chi lo sopporta o subisce, dice: “Non è il potere che corrompe ma la paura. La paura di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura delle punizioni date dal potere corrompe chi a quel potere è soggetto.”

Questa affermazione è terribilmente reale per chiunque viva o abbia vissuto in un regime come quello a cui la scrittrice si è opposta ma credo sia altrettanto vera per noi che, in un contesto molto meno autoritario e relativamente liberi dalle pressioni di un potere non democratico, riusciamo comunque a farci corrompere dalla paura.

Dal punto di vista di uno psicologo la paura, oltre ad essere una delle cosiddette emozioni primarie, è, nell’interazione con i pazienti e, in generale, come oggetto di studio, una costante dello sfondo.

C’è la paura del depresso che si ritira e sente di non avere la forza di vivere, quella dell’ossessivo che crede che solo un mondo stabile e immutato possa garantire un minimo di sicurezza, quella dell’ansioso che la paura la rumina nell’anticipazione degli eventi o nel tentativo di allontanare la minaccia di… ciò che vuole evitare. E c’è una sorta di paura sociale, qualcosa in cui tutti siamo immersi e che, credo, alimentiamo ogni volta che dimentichiamo di rendere abbastanza denso il nostro pensiero. Continua a leggere

Intelligenza: femminile, singolare

 

La prima di tutte le astuzie, sempre, sta nel velarsi.
Coprirsi il capo senza che questo sia un camuffamento…
Nessuna menzogna ma una falsità che racconta il vero”
M.Nucci

 

Parlerò, in questo post, di una capacità e di un antidoto. Due cose, racchiuse in un unico “farmaco” di cui, credo, occorra essere ben forniti e che tornano utili, di questi tempi; e che tento di stimolare, in seduta, come rimedi naturali: forze che sono già lì, nell’inconscio, e che, quando si attivano o quando vengono amplificate, cambiano un bel po’ di cose nel modo di fare e di pensare di chi può usarle.

Parlerò di prudenza e astuzia. E siccome sono due termini diventati ambigui e verso i quali scattano facilmente delle resistenze e, siccome ne parlerò come di due caratteristiche prevalentemente “femminili”, prendo un giro largo che passa dalle immagini della mitologia e da alcune metafore che, più che definire, richiamano idee e concetti, che sia con la capacità che con l’antidoto, hanno a che fare.

Nella terza delle sue Lezioni Americane Italo Calvino, parlando dell’Esattezza e dello sforzo che a volte gli capitava di compiere nell’accingersi a scrivere su un certo argomento, dice: “Alle volte cerco di concentrarmi sulla storia che vorrei scrivere e m’accorgo che quello che m’interessa è un’altra cosa, ossia, non una cosa precisa ma tutto ciò che resta escluso dalla cosa che dovrei scrivere; il rapporto tra quell’argomento determinato e tutte le sue possibili varianti e alternative, tutti gli avvenimenti che il tempo e lo spazio possono contenere. E’ un’ossessione divorante, distruggitrice, che basta a bloccarmi. Per combatterla, cerco di limitare il campo di quel che devo dire, poi a dividerlo in campi ancor più limitati, poi a suddividerli ancora, e così via. E allora mi prende un’altra vertigine, quella del dettaglio del dettaglio del dettaglio, vengo risucchiato dall’infinitesimo, dall’infinitamente piccolo, come prima mi disperdevo nell’infinitamente vasto.”

Naturalmente Calvino, vista la sua produzione letteraria, ha trovato degli ottimi modi per aggirare l’ostacolo e per non perdersi in nessuna delle due vertigini: né in quella del troppo grande, né in quella dell’incredibilmente piccolo.

Questa capacità di circoscrivere e di non entrare fino ad essere risucchiati nei dettagli, questo buon uso della misura che permette di dosare ciò che verrà detto e di filtrare ciò che, di un contesto, si coglie, corrisponde ad un tipo particolare di intelligenza: un modo di distinguere fra segnale e rumore; prendere o far passare certe cose, trattenerne/ritenerne altre che, magari, in quel momento vanno ignorate o velate o contenute ancora per un po’. Continua a leggere