Author Archives: drdedalo

Luce nel pozzo

“Non dobbiamo dunque chiederci se percepiamo veramente il mondo,dobbiamo invece dire: il mondo è ciò che noi percepiamo”
M. Merleau-Ponty

Ci sono cose che sappiamo di sapere e cose che sappiamo di non sapere. Come l’ubriaco di cui parlavo nell’ultimo post cerchiamo le chiavi che abbiamo perso sotto  al più vicino lampione acceso perché lì c’è la luce. 

Le luci a cui ci affidiamo sono quelle che speriamo illumineranno meglio il nostro cammino, quelle che crediamo ci renderanno più coscienti, più vigili e sicuri, più consapevoli e forti. 

Ciò che a volte ci sfugge è che queste “luci” sono punti di vista: ottiche sulla vita, angolazioni dalle quali guardiamo il mondo e, allo stesso tempo, filtri che escludono certi stimoli e ne lasciano passare altri. 

Le metafore che usiamo o a cui, più o meno consapevolmente, aderiamo, costruiscono mondi. E, siccome il mondo è ciò che noi percepiamo, ciò che troviamo è ciò che il filtro che abbiamo usato ha lasciato passare. 

Dire che l’attività in cui siamo collettivamente impegnati da un paio di mesi a questa parte è una guerra al virus crea un contesto in cui: la malattia è il nemico, chi la combatte è un eroe, chi non si allinea è un disertore che va sanzionato, si spera in farmaci che come un’arma finale sbaraglino il virus, si vince o si perde.

Il presupposto della “metafora della guerra” implica che gli argomenti di chi la pensa diversamente dalla linea di comando debbano essere distrutti, che occorra andare a caccia di colpevoli e di untori e che, visto che una guerra giustifica una legge marziale, non sia il caso di mettere in dubbio le scelte di chi comanda. Se è una guerra alla fine ci saranno dei vincitori, si potrà festeggiare, si inizierà a ricostruire, torneremo ad abbracciarci, ci lasceremo alle spalle i brutti momenti, ecc. 

É un punto di vista, un modo di raccontarla e non dico che sia il peggiore. Di sicuro è persuasivo. Ma cosa perdiamo quando questa metafora ci persuade?

Sembra che la guerra che il nostro sistema immunitario ingaggia contro il virus sia, in certi casi, parte del problema: una risposta troppo bellicosa della parte innata delle difese immunitarie scatena un’infiammazione che può risultare letale. Potete leggere qui il motivo per cui potenziare il sistema immunitario può essere una pessima idea.

Il vaccino non rende il sistema immunitario più forte ma più intelligente: più bravo ad identificare e neutralizzare il nemico con una guerra mirata invece che con una reazione scomposta e sconsiderata.

Questo tipo di ragionamento somiglia più a quello di un domatore che a quello di un guerriero. La metafora cambia. Non si tratta più di combattere ma di controllare e di modellare/educare delle risorse già presenti per renderle più adatte al lavoro che deve essere fatto. Certo un domatore ha bisogno di tempo e, nel frattempo i guerrieri devono fare la loro parte. Ma chi sono i guerrieri? È davvero il caso di schierarci e, mentre i medici fanno del loro meglio per far fronte al pericolo, dare la caccia a qualche colpevole dell’epidemia? Non sarebbe meglio cambiare metafora/lampione e cercare qualcos’altro? 

Forse le chiavi che abbiamo perso non sono quelle per rientrare in casa ma quelle che ci servono per uscire nuovamente

Cominciamo dalla paura di uscire! Non stiamo uscendo a guerra finita, non ci sono liberatori da festeggiare e dicono che per un bel po’ non dovremo abbracciarci. Ci sentiremo spaesati? Saremo molto diversi da come eravamo prima di… tutto questo? 

Ricordate la fasi del lutto? La Negazione, la Collera, la Contrattazione, la Disperazione e l’Accettazione. Le ritroveremo tutte perché il lutto è appena iniziato.

Il lutto è un lavoro: un impegno per adattarci a una perdita.

Io credo che la domanda debba essere cosa abbiamo perso e penso che questa sia una delle cose che non sappiamo, che dobbiamo accettare di non sapere e su cui dobbiamo continuare a interrogarci. 

L’altro giorno un mio paziente, una persona che spesso mi stupisce per la profondità di analisi e per la capacità di cogliere il punto della situazione mi diceva: “Non so, proprio non ho parole… non riesco a descrivere ciò che stiamo vivendo”.  Insieme abbiamo concordato che questo è un buon punto di partenza e che la famosa proposizione di Wittgenstein “di ciò di cui non si può parlare bisognerebbe tacere”è, in questo momento, molto appropriata. 

Tacere non significa essere muti ma stare fuori dalle chiacchiere, cercare il segnale all’interno del rumore, uscire dal blaterare collettivo. È quella che definisco una Posizione: un tipo di postura della mente (una Forma Vitale, se volete) che determina un modo di fare attenzione. Come quando si ascolta molto attentamente o come quando si ricercano con cura le parole e, per questo, si tace. 

In un vecchio film “L’uomo che sussurrava ai cavalli” c’è una scena in cui il protagonista sta a lungo immobile nell’erba davanti a un cavallo traumatizzato per ristabilire un contatto, per aiutare il cavallo/il suo paziente a riparare il lutto di una relazione con il mondo che era andata perduta. In psicologia diremmo “per aiutarlo a pensare nuovamente qualcosa che era diventato impensabile”. 

Il cavallo ha subito un trauma ed è terrorizzato. La paura del paziente traumatizzato diventa il punto da cui partire e l’attenzione di chi è determinato ad aiutarlo è un primo antidoto. Lo spavento acuisce la sensibilità e dare attenzione a chi è spaventato contribuisce a farlo rilassare come se il nostro essere all’erta insieme a lui gli permettesse di riprendere i sensi che il trauma ha sequestrato.
Così dovremo fare con la nostra paura e con quella dei nostri simili in una fase in cui l’attenzione non potrà essere come quella di prima.
Un po’ come spegnere il lampione per cercare in un modo diverso. 

Se ogni giorno cade
dentro ogni notte
c’è un pozzo
dove la chiarità sta rinchiusa.
Bisogna sedersi sul bordo
del pozzo dell’ombra
e pescare luce caduta
con pazienza.
Pablo Neruda 

Dentro, fuori… dove siamo?

“L’ansia è un sottile rivolo di paura che si insinua nella mente.
Se incoraggiata scava un canale nel quale tutti gli altri pensieri vengono attirati”
Robert Bloch

Nel 1980 J.Lakoff e M.Johnson, un Linguista e un Filosofo, scrissero un lavoro fondamentale  sull’uso delle metafore nella vita di tutti i giorni. In esso sostennero che la metafora influenza non solo il linguaggio ma anche il nostro funzionamento cognitivo. “L’essenza di una metafora è vivere un tipo di cosa in termini di un altro”. Quando ad esempio descriviamo la situazione collettiva che stiamo vivendo in termini di qualcosa da cui uscire/uno stato transitorio che ci lasceremo alle spalle non appena potremo… stiamo, secondo questi autori, usando una metafora di orientamento. Immaginiamo un dentro e un fuori e ci chiediamo quanto manca per “uscire dal tunnel; tornare a vedere la luce; venir fuori da questo brutto momento” ecc. 

Pensare in questo modo serve per orientarci, per darci un orizzonte e una direzione. Ma è una metafora: uno dei tanti modi di pensare e di far luce sulla realtà. Rischia di diventare come il lampione sotto cui l’ubriaco della storiella sta cercando le chiavi di casa che ha perduto. Un poliziotto si ferma ad aiutarlo e, dopo un po’ che cercano insieme, gli chiede “ma è sicuro di averle perse qui?” e lui risponde “ no, ma le cerco qua perché qua c’è la luce”. Una metafora mette in evidenza delle cose ma, facendolo, ne nasconde delle altre. Tornerò nei prossimi post su questo concetto. In questo vi propongo, invece, una riflessione su uno stato d’animo collettivo che prima di poter essere lasciato alle spalle va osservato con cura. 

Ho letto qualche giorno fa un articolo scritto da Scott Berinato sulla Harvard Business Review intitolato That Discomfort You’re Feeling is Grief. Al suo interno c’è un’intervista a David Kessler che è uno dei maggiori esperti mondiali sul tema del lutto. L’ho tradotta e ve la propongo. La parola inglese grief può essere resa in italiano sia con il termine lutto che con il termine afflizione. Nella traduzione uso l’uno o l’altro a seconda delle diverse sfumature del discorso. Chi vuole leggere l’articolo completo in inglese lo trova qui. Buona lettura!

Intervistatore: Le persone stanno provando molti stati d’animo diversi in questo momento. È corretto chiamare afflizione parte di ciò che provano?

Kessler: Sì, e stiamo sperimentando vari tipi di afflizione. Sentiamo che il mondo è cambiato, e lo è. Razionalmente sappiamo che è uno stato temporaneo, ma di pancia sentiamo che non è così e che le cose saranno diverse. Proprio come andare all’aeroporto non è più stata la stessa cosa dopo l’11 settembre, allo stesso modo le cose cambieranno e questo è il momento in cui sono cambiate. La perdita della normalità; la paura per il bilancio economico; la perdita dei legami. Tutto questo ci sta colpendo e ne siamo afflitti. Collettivamente. Non siamo abituati a questo senso di lutto collettivo nell’aria.

Quindi dice che stiamo provando più di un tipo di afflizione?

Sì, stiamo anche provando un senso di lutto anticipatorio. Il lutto anticipatorio è ciò che sentiamo per quello che ci riserva il futuro quando proviamo incertezza. Di solito questo stato d’animo accompagna l’idea di morte. Lo proviamo quando qualcuno a cui teniamo riceve una diagnosi infausta o quando ci viene in mente che un giorno perderemo un genitore. Più in generale il lutto anticipatorio è connesso ai possibili futuri immaginati: sta arrivando una tempesta, qualcosa di cattivo si aggira là fuori. Quando si ha a che fare con un virus questo tipo di afflizione crea ancora più confusione nelle persone. La nostra mente primitiva sa che qualcosa di brutto sta succedendo, ma è qualcosa che non si può vedere e questo fa a pezzi il nostro senso di sicurezza. Sentiamo questa perdita di sicurezza. Non penso sia mai accaduto di perdere il senso di sicurezza tutti insieme come ora; è successo a singoli individui o a gruppi più ristretti, ma la novità è che stavolta è successo a tutti quanti. Siamo in lutto a livello personale e generale.

Cosa possono fare le persone per gestire tutta questa afflizione?

Comprendere gli stadi del lutto è un buon inizio. Ogni volta che parlo degli stadi del lutto devo ricordare alle persone che questi stadi non sono lineari e possono non succedersi in quest’ordine. Non è una mappa quanto piuttosto un’impalcatura per comprendere questo mondo sconosciuto. C’è la negazione, in cui all’inizio diciamo un sacco di: Il virus non ci colpirà. C’è la rabbia: Mi stai costringendo a stare a casa, lontano dalle mie attività. C’è la fase della trattativa: Ok, se tengo la distanza sociale per un paio di settimane tutto andrà meglio, giusto? C’è la tristezza: Non so quando questo finirà. E infine c’è l’accettazione: Sta succedendo; devo capire come andare avanti.

Come avrete immaginato il potere e la forza risiedono nell’accettazione. È nell’accettazione che troviamo il controllo: Posso lavarmi le mani, Posso tenere la distanza di sicurezza, Posso imparare a lavorare on-line.

Quando siamo afflitti sentiamo anche una sorta di dolore fisico e la mente diventa frenetica. Ci sono delle tecniche per trattare questi sintomi e renderli meno intensi?

Torniamo al lutto anticipatorio. L’afflizione anticipatoria non sana corrisponde a uno stato d’ansia, questa è la sensazione di cui stai parlando. La nostra mente inizia a mostrarci immagini: i nostri genitori che si ammalano, gli scenari più cupi. Questo processo è un modo in cui la mente cerca di proteggerci. Dobbiamo porci lo scopo di non ignorare queste immagini, né di cercare di allontanarle. La mente non ce lo lascerebbe fare e lo sforzo per farlo potrebbe essere doloroso. L’obiettivo è quello di trovare un equilibrio nelle cose che stai pensando. Se senti che lo scenario peggiore prende forma, immagina quello migliore. Tutti possiamo ammalarci un po’ ma il mondo va avanti. Non tutti coloro che ami muoiono. E probabilmente la maggior parte si salverà perché stiamo facendo i passi giusti. Nessuno dei due scenari dovrebbe essere ignorato ma nessuno dovrebbe diventare dominante sull’altro.

Il lutto anticipatorio è il risultato della mente che si proietta nel futuro e che immagina il peggio. Per calmarti devi voler entrare nel presente. Questo consiglio è ben noto a chi ha meditato o praticato mindfulness, ma molti si stupiscono di quanto semplice possa essere. Puoi individuare cinque cose nella stanza. C’è un computer, una sedia, una foto del cane, un vecchio tappeto e una tazzina da caffè. È semplice. Mentre lo fai respira. Renditi conto che nel momento presente niente di ciò che hai anticipato è successo. In questo momento stai bene, hai del cibo, non sei malato. Usa i tuoi sensi e pensa a ciò che essi stanno sentendo. Il tavolo è duro, la coperta è morbida. Posso sentire il respiro che entra nel naso. Questo semplice esercizio aiuterà a mitigare un po’ del dolore.

Puoi anche pensare a come lasciar andare quello che non puoi controllare. Ciò che fa il tuo vicino è fuori dal tuo controllo, mentre stargli a un metro e mezzo di distanza e lavarti le mani sono sotto il tuo controllo. Concentrati su quello.

Infine, questo è il momento giusto per fare provvista di compassione. Ognuno avrà un diverso grado di paura e lo manifesterà a modo suo. Un collega è stato molto brusco con me l’altro giorno e ho pensato: Non è da lui, è più la conseguenza del modo in cui cerca di gestire tutto questo; quello che vedo sono la sua paura e la sua ansia. Quindi sii paziente. Pensa a come uno è di solito, non a come sembra in questo momento.

Un aspetto particolarmente preoccupante di questa pandemia è che non ne vediamo la fine.

Questa condizione è temporanea e dirlo aiuta. Ho lavorato per dieci anni nel sistema ospedaliero e sono stato addestrato per situazioni come questa. Ho studiato la pandemia influenzale del 1918. Le precauzioni che stiamo prendendo sono quelle giuste. La storia ce lo insegna. Si può sopravvivere e sopravviveremo. È il momento di essere iperprotettivi, ma non per reagire in maniera eccessiva.

E penso che troveremo un significato in tutto questo. Ho l’onore di avere avuto il permesso dalla famiglia di Elisabeth Kübler-Ross di aggiungere un sesto stadio del lutto: il Significato. Ho parlato per un bel po’ con Elisabeth su cosa venga dopo l’accettazione. Non ho voluto fermarmi all’accettazione quando ho sperimentato dei lutti personali. Volevo un significato per quei momenti bui. E credo fermamente che possiamo trovare luce anche in quei momenti. In questo momento le persone si rendono conto che possono stare in contatto grazie alla tecnologia e che non sono distanti quanto pensavano. Capiscono che i loro telefoni possono essere usati per lunghe conversazioni. Apprezzano la possibilità di fare una passeggiata e credo che continueremo ad aggiungere significato alle cose ora e anche quando tutto questo sarà finito.

Cosa direbbe a qualcuno che anche leggendo queste cose si sente comunque sopraffatto dal lutto?

Continua a provarci! E’ importante chiamare questa condizione con il suo nome: lutto. Ci aiuta a sentire cosa abbiamo dentro. La settimana scorsa ho sentito frasi come: “Sto dicendo ai miei colleghi quanto sia dura per me”, o “Ho pianto la notte scorsa”. Quando gli dai un nome lo senti e ti passa attraverso. Le emozioni hanno bisogno di movimento. E’ importante che riconosciamo ciò che stiamo attraversando. Uno sfortunato effetto collaterale del Movimento di Auto-Aiuto è che siamo diventati la prima generazione che ha dei sentimenti riguardo ai propri sentimenti. Ci diciamo cose tipo: Sono triste ma non dovrei sentirmi così; ci sono persone che stanno peggio di me. Possiamo e dovremmo fermarci al primo sentimento: Mi sento triste. Mi prendo cinque minuti per esserlo. Il compito è quello di sentire la propria tristezza o paura o collera sia che qualcun altro la provi o meno. Opporsi non aiuta perché è il tuo corpo che sta generando queste emozioni. Se lasciamo che i sentimenti succedano si presenteranno in modo ordinato e questo ci darà forza e non saremo vittime.

In modo ordinato?

Sì. A volte tentiamo di non sentire ciò che stiamo sentendo perché siamo preda di questa immagine di “un’orda di sentimenti”. Penso che se sono triste e non mi impedisco di esserlo, la tristezza non passerà mai e l’orda di sentimenti negativi mi schiaccerà. La verità è che un sentimento ci passa attraverso. Lo sentiamo e se ne va e possiamo passare a quello successivo. Non c’è un’orda là fuori che ci insegue. E’ assurdo pensare che in questo momento non dovremmo provare afflizione. Permettiamoci di sentirla e andiamo avanti.

Foto di Orna Wachman da Pixabay

 

Fermezza: un’amplificazione

“L’impedimento all’azione fa avanzare l’azione. Ciò che si frappone diventa la strada.
L’ostacolo è la via.”
Marco Aurelio 

Nel post precedente, parlando della capacità di stare (stay) contrapposta alla reazione di immobilizzarsi (freeze), dicevo che “L’obiettivo di questo star fermi non è l’immobilità ma la fermezza”. Giorni dopo un paziente mi ha chiesto come fare per allenarsi alla fermezza, dove trovare, in questa emergenza, la forza per non “congelarsi”.
È una domanda difficile e da tempo (e per lavoro) ho imparato a non rispondere subito ma ad ascoltare bene. Lascio che la domanda attivi in me delle idee, delle immagini e delle associazioni che condivido con il paziente. In questo modo amplifichiamo insieme ciò su cui stiamo riflettendo: aggiungiamo ciò che viene in mente. Questo procedimento permette di stare sul concetto e sulle immagini che lo accompagnano per lasciare che la psiche ne venga influenzata e… nutrita.
Condivido anche con voi alcune di queste libere associazioni.

Leggevo giorni fa un tweet in cui Vito Mancuso riporta parte di un articolo intitolato “Saggezza Stoica per tempi caotici” e, siccome penso che gli Stoici la sapessero lunga sulla fermezza, parto da lì.
Lascio la traduzione di Mancuso che mi sembra un po’ libera ma bella (tanto trovate anche la versione originale nel link):

  1. preoccupati solo delle cose sotto il tuo controllo 
  2. prendi coscienza che l’unica fonte delle tue emozioni sei tu
  3. lavora 
  4. sii presente 
  5. coltiva desideri realizzabili 
  6. sii giusto 
  7. fa’ degli ostacoli il tuo sentiero 
  8. ringrazia

Io credo che il punto 7 raccolga tutti gli altri. L’ostacolo, ciò che si mette per traverso sulla nostra strada, è infatti semplicemente ciò che sta! Ci è dato qui e ora ed è necessario nel senso che i greci antichi davano a Necessità intesa come il presupposto: ciò che è così-e-basta. Se non ci si difende dalla consapevolezza dell’inevitabilità dell’ostacolo gli altri consigli diventano quasi ovvi.

Se accettiamo che l’ostacolo è la via:

  1. Dovremo preoccuparci solo di ciò che abbiamo di fronte restringendo il campo della nostra attenzione ed occupandoci innanzitutto di cosa possiamo davvero fare.
  2. Nel farlo terremo presente che l’emozione non è il risultato di ciò che accade ma la conseguenza della risposta che diamo al mondo. Fu il Buddha a intuire che il dolore è inevitabile ma che la sofferenza può essere mitigata e superata; la nostra risposta al dolore funziona come una seconda freccia. Siamo colpiti dagli avvenimenti ma è il modo in cui reagiamo ad essi che li rende più o meno terribili, più o meno soverchianti. 
  3. Se l’impedimento fa avanzare l’azione dobbiamo “solo”: riflettere, progettare e mettere in atto per proseguire ed eventualmente andare oltre. 
  4. L’essere presenti ci permette di non disperdere l’energia e di mantenere il focus. L’ostacolo è qui, non nel futuro né nel passato. Stare nel presente è il modo per non perdersi nel rimuginio e per avere a che fare il più possibile con ciò che è. 
  5. Non si può vivere senza aspettative ma si può riflettere su ciò che ci aspettiamo e sulla qualità dei nostri desideri. Sono bisogni o capricci? Obiettivi raggiungibili o deliri di onnipotenza? Ci rendono protesi o famelici? Ci attivano o ci intrappolano? Quanto ci distolgono dal lavoro o quanto, invece, possono contribuire a renderlo più sensato. 
  6. L’etimologia di virtù rimanda al concetto di Forza (Vis, plurale Vires, in latino) e a quello di coraggio/virilità (Vir, in latino). Essere virtuosi e giusti significa schierarsi e prendere parte riflettendo sulla direzione verso cui ci si sta muovendo. Significa anche tener presente che non siamo soli e che “Nel momento in cui proviamo della rabbia, abbiamo già smesso di lottare per la verità e abbiamo iniziato a lottare soltanto per noi stessi”. Questa rabbia egoica non è che il tentativo di tenere la posizione ed è solo una mimica della fermezza, una pretesa di “essere giusti”.
  7. Per essere grati occorre almeno un po’ farsi piccoli. È un gesto interno che considero uno dei migliori esercizi per riconoscere di far parte di qualcosa di più vasto. È anche uno dei più efficaci antidoti alla solitudine.

Se si accetta che l’ostacolo è la via una quantità di piccoli impedimenti scompaiono e la fermezza diventa un effetto collaterale di questa posizione psicologica. L’applicazione della saggezza propugnata dagli Stoici va intesa come una disciplina naturale: non una costrizione ma una nuova indole, un modo di prendersi e di rapportarsi. 

Il  termine fermo deriva dal latino Firmus la cui radice sanscrita, Dhar, ha il significato di tenere strettamente, sostenere, contenere (da cui anche Firmamento e  dhar-ani: la Terra). 

La fermezza ricorda una canna di bambù che si piega quel tanto che basta per scrollarsi di dosso, d’inverno, la neve; che è leggera e vuota; che sembra cedere ma riprende prontamente  la propria forma; che radica a lungo ma poi cresce velocemente. 

Credo che, visto il momento storico che stiamo attraversando, possa essere utile stare anche solo per un po’ con questa immagine. Tenere strettamente, sostenere, contenere. 

Cigno nero

“Ho già sostenuto che la storia è in gran parte il prodotto di eventi che rientrano nella categoria dei Cigni neri, mentre noi ci affanniamo ad affinare la nostra comprensione dell’ordinario…”
N.N.Taleb

“La teoria del cigno nero è una metafora che descrive un evento non previsto, che ha effetti rilevanti e che, a posteriori, viene razionalizzato inappropriatamente e giudicato prevedibile.” (Wikipedia).

Ma quando accade, quando ci si ritrova a fare i conti con le sue conseguenze e con le nostre reazioni al suo irrompere nella vita ordinaria, quelli che dicono “lo sapevo”… mentono.

Può essere che qualche profeta avesse intravisto all’orizzonte la tempesta e può essere che ne avesse parlato ma i profeti sono immersi nell’ordinario e sembrano matti e nessuno li ascolta e solo a posteriori (non sempre) vengono riconosciuti come preveggenti. Il ché fa esattamente il gioco del Cigno nero: lo rende oscuro, imprevedibile, sconvolgente. 

Una scienza minore come la psicologia non può che fare i conti con le risposte che le persone danno a un evento che rompe l’equilibrio e perturba il solito flusso del quotidiano. Uno psicologo cerca di tenere presente che, anche in uno scenario in cui la gravità dell’evento ci uniforma, ciascuno di noi dà una risposta soggettiva. Rispondiamo al mondo in base al nostro carattere, alla nostra sensibilità e alle nostre credenze: siamo o ci consideriamo più o meno fragili e, in base ad una complessa e sfuggente equazione interiore, ci rapportiamo a ciò che succede e che “ci tocca”. Inoltre, a differenza di un animale che si limita a reagire di fronte a un pericolo percepito, noi umani attiviamo una serie di comportamenti che rispondono anche a pericoli invisibili, ipotizzabili, immaginabili. 

Riusciamo insomma a pre-occuparci, sia nel senso di occuparci-prima (prevedere, prepararsi, correre ai ripari) che nel senso di… andare in sbattimento.

Nella  modalità sbattimento le nostre reazioni sono prevedibili e simili a quelle degli  animali: combattiamo, scappiamo, ci congeliamo (le solite tre F di cui spesso parlo: le tre risposte autonome al pericolo Fight, Flee, Freeze). Con la differenza che un animale attiva queste difese solo di fronte a un pericolo concreto mentre un essere umano, essendo dotato di grande fantasia, può attaccare predatori immaginari, scappare di fronte a pericoli improbabili, congelarsi “alla sola idea di…”. 

Durante un’emergenza uno psicologo dovrebbe aiutare a trasformare questo tipo di preoccupazione che è resa bene dalla parola inglese worry (un’onomatopea che ricorda il verso di un predatore che azzanna: worr!), in una modalità più umana che consiste nel prendersi cura di una possibile minaccia. 

Se costruiamo un continuum su cui distendere la preoccupazione  potremo ad un estremo collocare il lato animale/automatico/reattivo nelle vicinanze del quale osserveremo risposte appropriate a situazioni “naturali” in cui è opportuno reagire velocemente e per breve tempo a pericoli poco ambigui mentre, all’altro estremo, incontreremo le reazioni più “lente”: quelle dettate dalla capacità di stare nella difficoltà senza rispondere subito, quelle adatte ad una situazione complessa come quella che stiamo vivendo nel contesto da cigno nero in cui siamo immersi.

Un contesto in cui credo che ormai sia chiaro a molti che ci sono momenti in cui ritirarsi è saggio e non agire non significa essere inerti. 

La capacità di Stare (stay) è molto diversa dalla reazione automatica di Congelarsi (freeze)!

A forza di film sulle arti marziali dovrebbe essere patrimonio comune l’idea che il vero combattente è colui che riesce a non combattere. Al culmine dell’addestramento in una disciplina che insegna il buon uso della forza l’allievo impara dal maestro a non usarla se non quando proprio non c’è altro rimedio.

Posso, insomma, decidere di non combattere apertamente ma raccogliere le forze e apprendere: escogitare altre strade per far fronte a qualcosa che devo, prima di tutto, comprendere. Più che una reazione è uno stato di coscienza o, se volete, una posizione da tenere, molto più simile allo yoga che alla boxe. 

L’obiettivo di questo star fermi non è l’immobilità ma la fermezza

Nella fermezza c’è tempo per riflettere. La ri-flessione è l’equivalente psichico (e evoluto) della fuga: ci permette di allontanarci intelligentemente dalla minaccia, quel tanto che basta per studiarla e, poi, per contenerla. 

Certo, quando il nemico è aggressivo e incontenibile quanto quello che viene affrontato in questi giorni, non basta stare fermi. Come in un corpo il sistema immunitario fa del suo meglio per combattere e sconfiggere ciò che minaccia l’integrità dell’organismo, allo stesso modo un’intera porzione del nostro sistema sociale è impegnata in una dura lotta per creare distanza e guadagnare tempo e terreno. Molti di noi in questi giorni sono in prima linea e, proprio come degli anticorpi specializzati, contrastano in ogni modo gli effetti distruttivi della calamità che perturba e sconvolge la nostra vita.

Credo che chi sta nelle retrovie abbia il dovere di allenarsi alla fermezza e alla riflessione. Non sappiamo niente degli effetti che alla lunga questo Cigno nero imporrà al nostro stile di vita. Fingere di saperne qualcosa sarebbe stupida supponenza. Credere di essere indenni o invulnerabili è in questi casi un modo per coltivare la negazione: una difesa mentale tipica della psicosi. Sarebbe inoltre offensivo nei confronti di chi si sta sacrificando per renderci tutti meno fragili. 

Se il Cigno nero preme per uniformarci possiamo farlo in un modo saggio.

Possiamo orientare la nostra riflessione e restare uniti verso uno stile di pensiero più sano e meno separato. 

Ne parlerò ancora. Anch’io ho più tempo e scrivo tra una seduta e l’altra (online). 

Vi lascio, per ora, con una breve poesia che parla della buona solitudine e del protendersi verso ciò che è fuori di noi.

Nella mia quieta capanna di paglia,
siedo da solo.
Le nubi sonnecchiano
alla bassa melodia del mio canto.
Chi altro è lì che può conoscere
l’intento sottile della mia vita?
Kim Sujang

L’ansia, il corpo, la relazione

“Gli innamorati non si grattano”
R. Birdwhistell

La Cinesica è lo studio dei caratteri individuali attraverso i movimenti caratteristici del corpo. Il termine fu ideato dall’antropologo Ray Birdwhistell negli anni ‘50 del secolo scorso. Di lui si racconta che sapesse individuare la lingua usata da un soggetto semplicemente osservandone i gesti. 

La frase dell’incipit è tratta da un suo intervento in una discussione tenuta all’Università di Princeton a cui parteciparono illustri scienziati di diversi campi (tra loro Gregory Bateson e Margaret Mead). L’obiettivo della discussione era quello di definire in modo approfondito il concetto di gioco. 

Dice Birdwhistell: “Nelle ricerche di cinesica adoperiamo un proverbio: ‘gli innamorati non si grattano’. Una delle cose che (nelle nostre osservazioni sul campo) ci colpirono immediatamente fu che non si grattano mai né gli innamorati nel parco, né una mamma e un bambino che si stanno divertendo insieme. Negli esseri umani c’è un’irritazione della pelle, legata alla situazione; per esempio nella comunicazione, quando gli interlocutori stanno negando una comunicazione o se una persona pensa ‘sto mentendo’, osserverete che si gratta il naso o noterete qualche altra attività che indica prurito.” 

Durante un dialogo tra persone il messaggio è composto: dalle parole che vengono dette (la componente verbale), dal tono, timbro e ritmo del discorso (la componente vocale), dalla postura, i gesti, la mimica facciale, la distanza tra corpi (la componente non-verbale). Quest’ultima corrisponde a circa il 55% del messaggio e, gran parte di essa è “non voluta”. Non stiamo troppo a pensare a cosa fa il nostro corpo mentre siamo impegnati in uno scambio comunicativo: il corpo agisce la comunicazione, si prende lo spazio e… sperimenta una certa quantità di stress dovuto a quanta resistenza trova dall’altra parte (nell’interlocutore), quanto è “difficile/scottante/leggero” l’argomento, quale è lo scopo dello scambio (sedurre, vincere un round, impressionare, ascoltare attentamente ecc.).

Ogni comunicazione (anche certi silenzi che dicono e agiscono molto) contiene una certa quantità di stress a cui il corpo reagisce seguendo una regola implicita che, all’incirca recita così: “non lasciare che la sensazione sgradevole connessa a questo stimolo superi una certa soglia, sappi che la puoi sopportare per un po’ ma che, se dura troppo, diventa faticosa da reggere, provvedi ad alleviarla o dovrai combattere lo stimolo (Fight), o allontanarti/fuggire (Flee), o fingerti morto (Freeze)”. Prima di ricorrere ad una delle tre F di cui sopra ci sono una quantità di strategie che il corpo di chi è impegnato in uno scambio comunicativo può mettere in atto per abbassare lo stress. Tra queste il  tentativo di eliminare una certa irritazione grattandosi.

Sembra che per gli innamorati e per la diade mamma-bambino impegnata nel gioco la tolleranza allo stress sia diversa da quella di altri soggetti osservati e non perché l’attività in cui sono immersi sia in sé meno stressante di altre. Sia la relazione di una madre con il suo cucciolo che quella tra due persone che si amano implicano un grande coinvolgimento emotivo e una buona dose d’ansia: entrambi i rapporti coinvolgono profondamente i soggetti che vi partecipano che sono consapevoli dei premi e delle punizioni connessi al successo o al fallimento della relazione.

Eppure c’è un qualcosa che fa sì che lo stress presente nella relazione venga non solo sopportato meglio ma addirittura cercato. Uno dei fattori che più modifica la percezione della tensione, della fatica, dell’equilibrio precario e del rischio della relazione è la cosiddetta cornice del gioco: l’immersione in un contesto condiviso in cui si sa che si fa sul serio ma anche che si sta giocando. 

Una piccola paziente in seduta con lo psicanalista Adam Phillips, descrivendo una situazione di gioco con la madre, diceva: “Quando giochiamo coi mostri e la mamma mi cattura, non mi uccide mai, mi fa solo il solletico”. È una descrizione perfetta di cosa sia il fare-come-se: il bambino per divertirsi deve credere che essere catturato sia spaventoso ma deve anche poter sentire che il legame è sicuro e che, quindi, la punizione sarà il solletico: un “prurito piacevole”, una tortura innocua.

Non con tutti i genitori questa cornice rassicurante si viene a creare e non in tutte le relazioni amorose si riesce a giocare senza farsi male. Ci sono rapporti in cui il possesso e la gerarchia diventano più importanti della reciprocità. In questi rapporti la capacità di giocare viene come amputata e lo stress della relazione diventa pericoloso. 

Una madre depressa o un partner geloso e possessivo agiscono, spesso inconsapevolmente, un sabotaggio della cornice, un disturbo che, come un prurito, toglie energia e rovina il gioco. 

Pensate all’ansia che può provare un bambino che sente che la madre o il padre diventano distanti o minacciosi o ambigui (come negli abusi) o allo stress che si genera in una coppia quando uno dei due attori cerca di imporre all’altro il proprio volere. 

Le rassicurazioni del legame così come gli attacchi al legame sono quasi sempre dei metamessaggi. Più che dire a una persona che le vogliamo bene o che la detestiamo compiamo una serie di gesti che intendono quella cosa: creiamo o togliamo il contatto visivo, ci avviciniamo o ci allontaniamo più o meno bruscamente o delicatamente, teniamo conto intuitivamente dello stress che c’è nella relazione e agiamo per abbassarlo o per aumentarlo. Se la relazione è buona questo lavoro sulla tensione diventa una danza condivisa, una sintonizzazione come quella che si verifica tra due innamorati o in un gioco tra adulto e bambino. 

La cornice fa la differenza. Quando stiamo giocando entriamo in uno scenario che ha come sfondo la consapevolezza che  ciò che si sta facendo contiene tante cose tra cui, sicuramente: il corpo dei giocatori, l’ansia della sfida, la relazione che, nel gioco, viene messa alla prova e che dal gioco deve uscire temprata

Volendola mettere in termini clinici, credo che possiamo dire che il gioco è uno stato di coscienza in cui gli attori sono uno di fronte all’altro ma, nello stesso tempo,  sanno di essere affiancati. La relazione viene sia sfidata che rassicurata e… appresa.

L’ansia in questo scenario non è che un ingrediente necessario che si trasforma da stimolo nocivo in piacevole eccitazione. Gli innamorati non si grattano. 

Forme dell’attenzione: il Domandare

“The soul should always stand ajar”
(Dovrebbe sempre star socchiusa, l’anima)
Emily Dickinson

Ci sono molti modi di chiedere, molte sfumature che siamo in grado di usare quando, in una relazione, ci mettiamo dalla parte di chi si aspetta una risposta. 

In inglese, ad esempio, si distingue tra Ask (chiedere gentilmente per avere una risposta) e Demand (pretendere, chiedere insistentemente e con forza per ottenere ad ogni costo).

Quando cerchiamo di insegnare a un bambino ad aggiungere “per favore” alle proprie richieste gli stiamo chiedendo di modulare la propria forza tenendo presente la resistenza e la sensibilità di colui a cui si sta rivolgendo. Tutti (o quasi tutti) ci siamo fatti, crescendo, un’idea di cosa siano la confidenza, la soggezione, il rispetto, la complicità, l’ossequio, l’insolenza… Chiediamo più o meno timidamente a seconda dell’interlocutore, del contesto e della nostra tolleranza del rifiuto.  

E poi ci sono le richieste che facciamo a noi stessi: pretese più o meno gentili nei nostri confronti, aspettative interne, minimi sindacali irrinunciabili, residui di ciò che ci è stato sempre chiesto e che “abbiamo fatto nostro”, domande a cui non abbiamo ancora risposto o che rifiutano più o meno garbatamente i nostri tentativi di esaurirle. 

Se la domanda fosse una porta, nel neonato la vedremmo spalancata. I cuccioli di essere umano sono infatti altamente bisognosi e all’inizio della loro vita non fanno che chiedere limitandosi a piccole risposte istintive come il riflesso di suzione o, un po’ più avanti, il “sorriso a specchio” o le prime piccole imitazioni di gesti o suoni.

Anni dopo, in seduta, capita di vedere un quarantenne che parla di sé come di un neonato che ha sempre fame o che, senza accorgersene, si comporta come se i suoi bisogni fossero così particolari e impellenti da non poter essere capiti o contenuti. 

O capita, all’opposto, di osservare certi adulti che fanno di tutto per non chiedere o che trovano doloroso aprirsi per protendersi verso qualcosa che desiderano. 

Possiamo leggerle come forme diverse dell’attenzione: posture che abbiamo assunto e che più o meno consapevolmente indossiamo, modi che manteniamo e che determinano il nostro protenderci o ritirarci.

Il goloso, l’avaro, il lussurioso; lo spirito famelico, il narcisista geloso, l’insaziabile invidioso… sono stati di coscienza (o incoscienza) in cui tutti possiamo soggiornare più o meno a lungo.  Sono anche modi di relazionarci e ognuno di essi potrebbe essere collocato su un continuum che valuta quanto domandiamo: quanto, riguardo al chiedere, siamo aperti o chiusi, affamati/sazi, ansiosi/evitanti.

Immaginate a un estremo il neonato “innocente” che sa solo chiedere e, all’altro, il cinico incallito che crede di avere tutte le risposte. E immaginatevi in qualche  punto sulla linea immaginaria che li collega. 

Come si sta dalle parti del bambino bisognoso? E come ci si sente quando si crede di avere la verità in tasca? Come si sentono gli altri quando hanno a che fare con le nostre personali versioni del bambino o del vecchio? Esiste una posizione ottimale in cui si possa smettere di chiedere compulsivamente e, tuttavia, non smettere di indagare?

Sono solo alcune delle possibili domande sul Domandare. Credo che le riposte non possano che essere soggettive e credo che per dirla con Gadamer: “… colui che sa domandare, sa tener fermo tale domandare cioè sa tenere la direzione verso l’aperto indicato dalla domanda. L’arte del domandare è l’arte del domandare ancora, ossia l’arte stessa del pensare.”

Si tratta di non cadere nella tentazione della risposta e di chiedersi in che modo si sta chiedendo. È uno stare aperti senza essere spalancati, senza diventare solo dei consumatori inconsapevoli (la versione “adulta” del bambino affamato).

Credo che per tenere l’anima socchiusa occorra cimentarsi nel compito di affinare la domanda: non rispondere subito o, anche dopo aver trovato una prima risposta, adottare l’atteggiamento che suggeriva Feynman: “Quando lo scienziato non sa la risposta a una domanda, è ignorante. Quando ha una vaga idea del probabile risultato, è incerto. E quando è sicuro del risultato, maledizione, gli rimane ancora qualche dubbio.” 

In molti contesti conviene concentrarsi sulla propria “postura”.

State socchiusi! Tanto la risposta… vola nel vento. Auguri, drdedalo 

Evitamenti

“Porto con me le ferite di tutte le battaglie che non ho combattuto”
Fernando Pessoa

In psicologia clinica con il termine Evitamento si intende un modo di pensare e di comportarsi che non consente alla persona di affrontare una situazione di cui ha paura.

Di per sé il gesto di evitare qualcosa che ci spaventa non è patologico: è del tutto naturale allontanarsi da ciò che si ritiene possa essere doloroso, così come è naturale protendersi verso un oggetto che sembra piacevole. È grazie a questa sorta di saggezza (quasi) istintiva che non ci siamo estinti. Nei momenti di pericolo i nostri antenati si sono lasciati guidare da una parte arcaica del cervello: il tronco encefalico che contiene i nuclei addetti a tre risposte istintive fondamentali, le cosiddette tre F: fight (combatti), flee (scappa), freeze (congelati/fingiti morto).

In genere davanti a un pericolo un animale può scappare-nascondersi o, se vale la pena (se l’oggetto pericoloso può diventare una preda) o se valuta che non riuscirà a fuggire, può attaccare. Se le prime due opzioni falliscono lo stesso animale può  cadere in uno stato simile alla morte, una sorta di svenimento in cui le funzioni vitali sono ridotte al minimo, gli organi interni (il cervello in particolare) corrono meno rischi e… magari il predatore se ne va, magari il pericolo scompare.

Gli esseri umani possono usare le stesse reazioni istintive degli animali. Possono inoltre contare su altri meccanismi più evoluti e tipici di parti del cervello più recenti e complesse. Nella corteccia cerebrale (che si trova spazialmente qualche centimetro sopra al tronco encefalico ma moralmente in un altro universo) il fight può trasformarsi in lavoro e progettualità, in capacità di accettare la sfida è trovare strategie per superare l’ostacolo; il flee diventa un ripiegamento/ri-flessione, una capacità, cioè, di trattenersi e ritirarsi quel tanto che basta per pensare prima di agire; il freeze… beh il freeze sublimato credo sia difficile da descrivere ma penso abbia a che fare con una capacità di mantenere una posizione nello spazio nonostante tutto, come quella  che caratterizza i gesti paradossali e sovrumani messi in atto da Gandhi che digiuna per quaranta giorni o da quelli che riescono a porgere l’altra guancia, ecc.

L’evitamento è un meccanismo di difesa alla cui base, negli strati più profondi e antichi, giacciono sia il flee che il freeze e, più in superficie, sopra alle reazioni primordiali, un intero stile di pensiero che gira intorno all’idea di sicurezza.

La persona evitante crede di poter stare al sicuro: è convinta di essere in grado di schivare il pericolo e considera che non esponendosi non dovrà affrontare stimoli che le mettono ansia. Non sa che più evita uno stimolo ansiogeno più la sua percezione di pericolosità dello stimolo evitato aumenta. L’idea, per esempio, che evitando i luoghi aperti e affollati si possa non soffrire di agorafobia, fa sì che più si sta al chiuso e in un luogo protetto più si diventa sensibili a qualsiasi esposizione. Ci sono pazienti fobici che cominciano a non frequentare luoghi sconosciuti e finiscono con il non uscire di casa. Ne ho conosciuto uno che non esce mai da solo e “preferisce non andare sul balcone”.  

L’evitamento si fonda sul presupposto che esistano luoghi perfettamente sicuri (la tana-casa) e che quelli che non lo sono possano essere bonificati dal pericolo (sterminiamo tutti i lupi, cacciamo gli stranieri, ecc.). Ma è un ragionamento primitivo che non tiene conto della mente. Infatti, mentre per un animale la paura è qualcosa di essenzialmente esterno e il rifugio è “un luogo protetto e distante dal pericolo”, per l’uomo la paura è prima di tutto interna e si manifesta come ansia (previsione e preoccupazione per possibili pericoli). L’essere umano è fisiologicamente poco adatto a predare e a fuggire. Per lui rifugio è principalmente relazione: apertura, alleanza, partecipazione. Anche i gesti apparentemente più difensivi sono, per gli uomini, gesti che presuppongono una condivisione e un’intesa, un accordo e una collaborazione. Costruire una casa o un castello  per proteggersi implica prima di tutto un’alleanza con altri che ci aiutino a farlo.

Purtroppo chi decide di soccombere all’ansia evitando ciò che spaventa è invece certo della soluzione quasi animale che mette in pratica. Non mette mai in dubbio che il chiudersi e il  ritirarsi scongiureranno il pericolo.

Come dice Phillips: “Per il fobico l’oggetto o la situazione che ispirano terrore sono al di là di un atteggiamento scettico: costui agirà come se conoscesse queste cose alla perfezione, per quanto assurda la cosa possa apparire ai suoi occhi o a quelli della gente. Lo scetticismo si riversa invece sugli interpreti del suo comportamento.”

Insomma il fobico si protegge dall’ansia evitando anche chi cerca di convincerlo dell’inutilità della propria difesa. Così facendo contribuisce alla propria nevrosi e la consolida: si allontana da chi prova a portare il discorso su un livello meno primitivo e  ripete: insiste nella propria soluzione.

Eppure, come scrisse il poeta Robert Frost: “la via per uscirne è passarci attraverso” (the only way out is through). Il passaggio, il viaggio attraverso, la decisione di affrontare una terra incognita, sono l’inizio della cura delle fobie e della loro soluzione nevrotica. È una cura che inizia con un gesto che, paradossalmente, sembra un evitamento: il rifiuto di lasciarsi andare all’istinto e alla reazione, la scelta di pensare e di rispondere tenendo conto della complessità. Una cura che è un invito alla riflessione e allo scetticismo nei confronti della prima antica reazione.

Resistenze

“L’esistenza è inesorabilmente libera e quindi incerta”
I.D.Yalom

Quando in psicologia si parla di resistenza in genere si fa riferimento a una difesa contro qualcosa di temuto: contro qualche contenuto del mondo o della psiche che potrebbe far soffrire chi, invece, “decide” che quella cosa non la vuole vedere, affrontare, sopportare.

Ci difendiamo da nemici esterni ed interni e lo facciamo più o meno consciamente. Certe resistenze sono volute e consapevoli ma, siccome sin dalla nascita lottiamo in molti modi per tenere fuori parti del mondo e per evitare il dolore, gran parte dei filtri che stanno tra noi e la sofferenza si attivano da soli. Tante resistenze sono quindi inconsce il ché equivale a dire che non sappiamo più bene da che cosa ci difendiamo e che i nostri confini hanno una permeabilità strana: ci sono stimoli che ci spaventano solo perché qualcosa in noi reagisce nei loro confronti come se fossero nocivi.

Basta osservare certe fobie per avere un’idea di questa scelta irrazionale dei “nemici”. Un paio di persone che ho seguito in terapia erano terrorizzate dalle farfalle, un paziente che vive a Milano aveva il terrore di essere assalito da un leone la sera quando rientrava a casa e doveva percorrere il vialetto fino alla porta d’ingresso, una ragazza ha rifatto innumerevoli volte il test dell’HIV pur non avendo da anni rapporti a rischio, ecc.  

Ognuno di loro si rendeva conto della “follia” insita in queste paure. Tuttavia, così come non serve decidere di non pensare a qualcosa per toglierselo dalla testa, allo stesso modo non basta essere consapevoli dell’irrazionalità di un comportamento per modificarlo.

Come ebbe a dire Rollo May “l’angoscia cerca di diventare paura”: preferiamo che il terrore abbia un volto, cerchiamo di dare un nome al nemico e di immaginare qualcosa da cui difenderci piuttosto che difenderci dal… nulla. Ciò che differenzia la paura dall’angoscia è che mentre la prima ha un oggetto, quando siamo preda della seconda non abbiamo nulla contro cui combattere e proprio da questo siamo angosciati.  

Invece “Se riusciamo a trasformare una paura del nulla nella paura di qualcosa, possiamo mettere assieme una qualche campagna autoprotettiva, ovvero possiamo evitare la cosa di cui abbiamo paura, cercare alleati contro di essa, sviluppare rituali magici per placarla, pianificare una campagna sistematica per disintossicarla”(Yalom).

Possiamo, insomma, sentirci meno impotenti.

Purtroppo con questa “soluzione” rischiamo di cadere nella trappola dell’ubriaco della storiella che, avendo perso la chiave di casa, la cercava sotto a un lampione non perché pensasse di averla smarrita in quel punto ma perché… lì c’era la luce. Scegliamo un nemico comodo contro cui resistere. É per questo motivo che uno psicoterapeuta cerca di far vedere al proprio paziente che c’è qualcosa sotto: c’è una profondità verso cui guardare e un retroscena per quasi tutte le nostre paure; ci sono vecchi dolori e abbandoni e solitudini che mettono in scena i leoni e le farfalle e le altre bizzarrie di cui riusciamo ad essere terrorizzati; ci sono molti innocui fantasmi e poche sostanziali minacce, mostri di cartapesta che coprono ciò che davvero andrebbe osservato.

Ci sono persone che fanno il lavoro contrario a quello dello psicoterapeuta. La storia insegna che chi vuole che ci arruoliamo contro qualche specifico nemico accende un lampione proprio lì dove vuole che mettiamo l’attenzione. E siccome comunque gli esseri umani preferiscono avere un oggetto contro cui dirigere la propria energia psichica capita che interi gruppi e a volte intere nazioni si convincano che è il caso di combattere contro certi fantasmi e che la paura finirà quando certi nemici verranno sconfitti e la sicurezza e la prosperità saranno possibili solo quando…

Ecco perché conviene, quando si guarda la luna indicata dal dito, accettare prima di tutto la propria stupidità: conviene adottare quella che nello zen viene definita mente del principiante e guardare, sì, la luna ma guardare molto bene anche il dito. Chi sta indicando che cosa? Quale lampione accende e cosa vuole che vediamo?

La “persona adulta”

“Il modo in cui gli altri trattano te è il loro karma;
il modo in cui tu reagisci è il tuo karma”
Wayne Dyer

Leggevo in questi giorni su un libro di Yalom un aneddoto che racconta dello scrittore francese André Malraux che intervistando un prete di parrocchia che aveva raccolto confessioni per cinquant’anni gli chiese che cosa avesse imparato del genere umano. Il prete rispose: “Innanzitutto, che la gente è molto più infelice di quanto si pensi […] e poi il fatto fondamentale è che non esiste quella che si definisce una persona adulta”.

È una frase che mi ha colpito ed è stata il pretesto per questo post che, come spesso mi capita, è anche un misto di cose di cui ho parlato recentemente con alcuni miei pazienti.

Dunque “l’adulto non esiste”: ci sono così tanti residui di infanzia in ognuno di noi ed è così facile regredire a livelli antecedenti alla nostra età cronologica che diventa difficile immaginare una persona completamente cresciuta, una sorta di essere “arrivato” e pienamente responsabile. Perché, in genere, questo si intende con la parola adulto: una persona che ha raggiunto il pieno sviluppo fisico e psichico, secondo la Treccani. Ed è su “psichico” che casca l’asino ché a diventare maturi fisicamente sono capaci tutti, basta aspettare e vivere in una condizione in cui il cibo sia sufficiente e il welfare discreto.

Ma nella “crescita psichica” ci sono passi che non sono così automatici, gradini ripidi che andrebbero scalati e che, invece, sono facili da evitare, consapevolezze o forse saggezze che dovrebbero essere attributi necessari dell’adulto ma che sono difficili da raggiungere e da acquisire. Pezzi di conoscenza su cui bisognerebbe insistere se non fosse che spesso c’è una grande resistenza a parlarne perché sono “passaggi difficili” punti su cui soffermarsi è… quasi doloroso. Tra questi la frase dell’incipit che letta da un bambino diventa la solita banalità sul fatto che quello che fai ti torna indietro, mentre ad un’analisi più adulta risulta essere un corollario della tautologia: non esiste un non-comportamento.  

“… non esiste qualcosa che sia un non-comportamento o, per dirla anche più semplicemente, non è possibile non avere un comportamento. Se si accetta che l’intero comportamento in una situazione di interazione ha valore di messaggio, vale a dire è comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare. L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro.” (P.Watzlawick). Sembra molto chiaro, no? Eppure i bambini fino a una certa età credono  che se nascondono il viso e non guardano nemmeno gli altri li vedranno. E molti adulti  direbbero che, sì, certo che lo sanno che se chiudi gli occhi gli altri comunque ti vedono, ma vanno avanti a credere che si possa non rispondere alle domande, fingere di non aver sentito, dare messaggi “neutri”.

Se non rispondi, se ti scansi o se ignori le comunicazioni gli altri se ne accorgono e reagiscono. Non sai se si offenderanno o se diventeranno  insistenti o se fingeranno a loro volta di ignorarti, ma qualcosa faranno e tu non potrai non reagire.

Tutti noi siamo dotati di una sorta di pelle psichica che risponde continuamente al mondo. Ci serve per mantenere una sorta di integrità e per stabilire dei confini. È utile per definire l’Io: il soggetto che siamo convinti di essere e che ci serve per distinguerci e per avere a che fare con gli altri. È fondamentale che, per un corretto sviluppo psichico, il bambino crei questo confine che lo differenzia dal mondo e che gli permette di rispondere nel suo modo originale e, tuttavia, comprensibile.

La differenza fra il bambino e l’adulto è che il primo crede che questo confine sia concreto e che questo guscio divida chiaramente l’Io dagli Altri. Il secondo dovrebbe sapere che il confine cambia in continuazione e noi possiamo decidere molto poco sulla sua permeabilità. Entra quasi tutto! Un adulto dovrebbe sapere che l’Io non è altro che “la struttura delle difese” (Freud) e che più le difese sono rigide più funzionano male. Più ci difendiamo più vediamo nemici; più diventiamo evitanti più ci crediamo subissati dagli impegni; più ci nascondiamo più ci sentiamo osservati, ecc.

Un adulto queste cose le dovrebbe sapere ma “non esiste quella che si definisce una persona adulta”. Dovremmo tenerlo presente e lavorarci promuovendo quella che in psicoanalisi si chiama responsabilità soggettiva: quel gesto che favorisce l’evoluzione e che riporta sempre il soggetto ad interrogarsi su ciò che lei/lui fa.

È una forma di etica che si fonda sull’idea che non si può sfuggire a niente.

In una vecchia leggenda araba si racconta di quel servo che si recò trafelato dal padrone per dirgli che aveva incontrato la Morte al mercato e che voleva un cavallo veloce perché doveva scappare e correre a Samarcanda dove sarebbe stato in salvo. Il padrone glielo diede e poco dopo, recatosi anche lui al mercato incontrò la Morte. Le chiese come mai avesse spaventato così tanto il suo povero servitore. La morte rispose che non voleva spaventarlo ma che si era solo stupita di vederlo lì perché il loro appuntamento sarebbe stato, invece, la sera stessa a Samarcanda.

Queste cose un adulto dovrebbe saperle.

Lasciar andare: un’amplificazione

“Di solito le persone si sottopongono alla conversazione psicoanalitica perché a un certo punto la storia che raccontano a se stesse si interrompe o diventa troppo dolorosa, o per entrambi i motivi.”
A.Phillips

Uno dei personaggi di Infinite Jest entra in una stanza da letto in una centro di recupero per tossicodipendenti e vede sul muro un poster con la scritta: “Tutto ciò che ho lasciato aveva i segni delle mie unghie” (Everything I’ve ever let go of has claw marks on it).

Visto il contesto viene da pensare (come hanno fatto i traduttori) che le unghie siano quelle del soggetto della dipendenza: quelle di chi sta tentando dolorosamente di smettere con un comportamento che lo lega a una o più “sostanze” e che lo vincola a un irrinunciabile oggetto del desiderio.

Ma è anche vero che è la dipendenza a non lasciare la persona e espressioni come: “era preda dell’eroina; non riusciva a liberarsi del vizio dell’alcol; era completamente succube di quella persona” sembrano avvalorare questa seconda descrizione.

Come se fosse l’oggetto ad invischiare il soggetto e come se gli artigli che non lasciano andare fossero quelli dell’abitudine che non può essere interrotta, dell’ossessione che non si lascia lasciare.

Sono modi diversi per parlare di un legame e capita in seduta di sentire sia la prima che la seconda versione. Ci sono pazienti che si lamentano della loro scarsa volontà e chiedono di trovare la forza per cambiare e per smetterla di essere dipendenti da qualcosa o da qualcuno e ce ne sono altri che mostrano i segni delle unghie e che raccontano di quanto non dipenda da loro, di quanto non possano fare diversamente.

Uno psicoterapeuta alle prime armi (tutti abbiamo dentro di noi uno psicoterapeuta alle prime armi) cerca di rispondere infondendo volontà ai primi e dando fiducia nei propri mezzi ai secondi. Cerca, insomma di “usare il buonsenso” e di aiutare la persona sofferente facendo quello che genitori, amici, preti e angeli custodi hanno già fatto: rendere le unghie più affilate.

Lo psicoterapeuta in erba non sa che, come disse Jung: “Ciò a cui resisti non solo persiste ma tende a diventare più grande” e che, come invece ebbe a dire Einstein: “Non si può risolvere un problema usando lo stesso stile di pensiero che lo ha creato”. Non sa nemmeno, così come non lo sa il paziente, che la cura autentica non consiste nel dare un pesce a qualcuno che ha fame ma nell’insegnargli a pescare (qui invece ho parafrasato Heidegger e me ne scuso ma le amplificazioni funzionano così: vengono in mente cose che stanno intorno all’argomento e che lo allargano).

Quando si tratta di smettere il determinismo e l’autostima funzionano solo come delle resistenze al cambiamento. La Volontà e la Fiducia in se stessi sono ottimi strumenti per non lasciare andare, per tener duro e persistere.

Prendete il senso di colpa: il pungolo su cui si cerca di far leva per convincersi che è il caso di cambiare. Se bastasse il senso di colpa per smettere di bere o di fumare l’alcolismo e il tabagismo non esisterebbero (non dopo i quarant’anni, perlomeno). Il senso di colpa è molto spesso alla base della dipendenza e la rinforza: “mi sento così in colpa per aver mangiato troppo e sto così male che mi tocca fare un’altra abbuffata per togliere almeno un po’ del dolore che mi attanaglia; mi considero una merda per quello che ho combinato sotto l’effetto dell’alcol e il modo più veloce che conosco per non sentirmi una merda è bere qualcosa; mi tratta male ma lo amo e ha bisogno di me, mi sentirei troppo in colpa se lo lasciassi.”

Occorrono altri strumenti per lasciar andare e non è un caso che il primo passo di ogni processo di riabilitazione parta dal riconoscimento della propria impotenza. Se accetto di non essere onnipotente, se la smetto di pensare che volere è potere e vedo che la strada che ho percorso fin qua è lastricata di desiderio di potenza, sono a buon punto. Ho capito che questa storia non sono più in grado di raccontarla o che la racconto sempre nello stesso modo: noioso e doloroso.

È dopo questa fase che si inizia ad uscire dalla spirale autoreferenziale che caratterizza ogni dipendenza ed è grazie a questo primo passo che si va verso un nuovo inizio.

Ogni rito di iniziazione simula una morte: sembra che la ragazza o il ragazzo debbano “morire” prima di accedere al mondo adulto. Pare che ad un certo punto del suo tragitto ogni eroe debba andare incontro ad una sconfitta che lo faccia riflettere sui suoi limiti e che gli insegni a… diventare un altro. La presa sulle cose deve cambiare perché il mondo possa essere descritto in modi diversi.

Non è una questione di volontà ma di attenzione (gli “eroi” sono fin troppo volitivi e afflitti da vari disturbi dell’attenzione).

Una delle cose che un paziente capisce (se il suo terapeuta non fa l’errore di lavorare  sulla volontà e sull’autostima) è che l’Io che cerca di uscire dal problema è lo stesso Io che l’ha costruito. Quell’Io non ha bisogno di stima ma di profondità.

Per raccontare la storia in un modo diverso, per riaprirla o per renderla almeno tollerabile occorre cambiare linguaggio. Come disse Cavell: “L’ignoranza di me stesso è qualcosa su cui debbo lavorare: è una cosa che va studiata come una lingua morta.”.