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Sul rimuginare

“Un tipico sogno ad occhi aperti
dura circa quattordici secondi e ne
facciamo circa duemila ogni giorno”
Science Magazine

La breakfast interview è uno strumento ideato dallo psichiatra Daniel Stern per aiutare un soggetto a individuare i momenti presenti: piccole porzioni di tempo mentale in cui si intrecciano pensieri e affetti, attività cognitive ed emozioni che prendono spunto da uno stimolo che può essere colto nell’ambiente o da un’idea o uno stato d’animo da cui parte una micro-catena di associazioni. Serve inoltre a far sì che si colga l’incredibile densità di ogni momento presente, una densità creata dalla grande quantità di informazioni che si accumulano nella mente in pochi secondi e che normalmente non vengono osservate.

Se si applica questo metodo all’osservazione di cosa accade nella psiche intanto che non si sta svolgendo un compito particolare ma mentre si sta semplicemente pensando ad un argomento come in un sogno ad occhi aperti, si può avere una sorta di istantanea del Default Mode Network: lo stato mentale di cui ho parlato nell’ultimo post e sulla cui natura ho ricevuto un bel po’ di domande.

E’ stato proprio mentre pensavo a come parlarne che mi è venuta in mente la breakfast interview e, a quel punto, è stato ovvio applicarla al mio di stato mentale per raccogliere i pezzi che ora vi racconto a mo’ di esempio.

Pensavo alle domande e all’argomento e, mentre lo facevo mi è venuta in mente l’immagine di un quadro di Van Gogh: “un paio di scarpe”. Insieme all’immagine, ho pensato ad un pezzo scritto da Heidegger a commento del quadro e come spunto per descrivere la funzione dell’opera d’arte in generale. Ho pensato a quanto fosse bella ma barocca e per certi versi pretenziosa la riflessione del filosofo sul quadro e mi è venuta in mente una critica di Derrida che disse forse in modo provocatorio che quello di Heidegger era uno sproloquio e che lui nel quadro vedeva “… delle scarpe, punto e basta”. A quel punto, in modo più emotivo, ho pensato a come fosse possibile che un pensatore acuto come Heidegger, uno in grado di fare riflessioni così complesse, potesse rispondere all’amico Jasper che gli chiese come potesse sostenere una persona ignorante quanto Hitler: “La cultura è del tutto indifferente… basta guardare le sue meravigliose mani.”

Ecco, pensavo queste cose e provavo un po’ di vergogna pensando ad Heidegger e considerando, nello stesso tempo, quanto questa dissonanza fosse una conferma di come il pensiero anche se profondo può lasciare intatte le emozioni e i sentimenti e di quanto certi affetti, se non analizzati, possono obnubilare anche una mente molto sofisticata. Riflettevo su come e se ne avrei parlato in un post mentre spalmavo la marmellata sulle fette di pane per la colazione. Questo primo sogno ad occhi aperti  sarà durato una decina di secondi. Poi sono arrivati altri sprazzi di emozione: un po’ di ansia grezza all’inizio; una sensazione su cui si è aggiunto un pensiero tipo: “perché dovrebbe interessare a chi ti legge la tua pippa mentale… non è che tiri fuori ‘sta roba per dare tu uno sfoggio di cultura?”( pensavo anche a quanto mia moglie mi avrebbe preso in giro su questo punto). L’ansia ha iniziato a trasformarsi in una sorta di vergogna simile a quella che provavo “per Heidegger”; l’ho lasciata andare perché mi sembrava che, comunque, stavo osservando per bene l’intreccio di pensiero ed emozione e perché due altri affetti mi spingevano ad andare avanti: il mio spontaneo insistere appena trovo un pensiero che per me è gratificante (una conseguenza, credo, di un sistema emotivo di ricerca in me sempre molto attivo) e il senso del dovere con una considerazione tipo: “un post su questa cosa lo devo scrivere e da qualche parte devo cominciare”. Questa seconda pensata è durata un’altra decina di secondi.

Per un paio di volte durante questo processo mentale sono stato in bilico sull’orlo del rimuginio. Funziona così, ad esempio: ad un certo punto un’emozione sgradevole fa capolino ed è come se chiedesse al pensiero il permesso di invadere lo spazio; il pensiero si appiccica all’emozione e uno sprazzo di ansia diventa il terreno per una coltivazione di vergogna o di vincoli e successivi rimuginii.

Nel mio caso, prima che imparassi a tenere a bada l’ansia e la paura, il giro del pensiero era: “ecco, tutto questo sforzo per farti vedere e poi sembri uno sbruffone, meglio se stai nel tuo che almeno non rischi di essere frainteso o di non essere proprio visto”. Si chiama evitamento e all’inizio sembra una buona idea ma lascia intatto il rimuginio che, nel mio caso, a quel punto prendeva la china del: “bravo, non fare niente che così non combinerai niente” ecc.

Sotto, sotto al flusso di pensiero scorrono vene profonde di emozioni. A volte sembrano dei semplici rigagnoli ma è come se l’attività del pensiero potesse alimentarli e, quando inizia la ruminazione, l’emozione influenza il considerare e il pensiero rende più densa l’emozione. Ne nasce un circolo vizioso in cui i sogni ad occhi aperti diventano incubi appiccicosi: centinaia di spezzoni da dieci secondi in cui pensare diventa una tortura inutile e senza sbocco.

Siccome la persona con cui più abbiamo a che fare  mentre rimuginiamo siamo “noi stessi”,  la caratteristica fondamentale delle ruminazioni mentali è l’autoreferenzialità.

Spesso il Default Mode Network è imbottito di “…credenze automatiche e ripetitive e ruminazioni sul Sé che costituiscono una parte inseparabile delle emozioni disregolate. Tali narrazioni su di sé possono acquisire una vita autonoma, intrusiva; possono riaffiorare in maniera involontaria e manifestarsi come pensieri familiari, fantasie o immagini, finendo per dominare la nostra esperienza intrapsichica e interpersonale. […] Tali narrazioni o ruminazioni assumono la forma di pensieri negativi ricorrenti su di sé, convinzioni irrazionali, valutazioni denigranti della propria efficacia o del proprio valore, oppure la forma di un’esagerata preoccupazione rispetto al fatto di ricevere un giudizio negativo da parte degli altri.” (Neuropsicologia dell’Inconscio, Efrat Ginot).

Ci sono tanti antidoti per mantenersi al di qua del rimuginare. Quasi tutti hanno a che fare con l’attenzione e con il modo in cui ce la raccontiamo. Le narrazioni sono un ottimo modo per contenere le emozioni: osservarle, esprimerle, condividerle (anche se a volte falliscono). La breakfast interview è un buon esercizio per cominciare a scrutare l’intreccio fra pensiero e affetto, tra riflettere e sentire.

Un paio di scarpe – Vincent van Gogh

Default mode network

Libertà = vedere nella foresta dei vincoli gli alberi delle scelte
Heinz von Foerster

In neurofisiologia con il termine default mode network (DMN) si intende una rete di aree della corteccia e delle aree sottocorticali che viene attivata durante le ore di riposo vigile o di rilassamento. Non è attiva quando dormiamo ma lo diventa non appena terminiamo un compito in cui eravamo impegnati e cominciamo a fantasticare o a “sognare ad occhi aperti” o quando semplicemente ce ne stiamo tranquilli a riflettere sui nostri stati mentali o su quelli di qualcun altro. E’ una parte del cervello-mente che sembra essere alla base dell’autoreferenzialità e molti studiosi del sistema nervoso “ipotizzano che l’elevato metabolismo richiesto da tale circuito neurale faccia sì che si possa essere in contatto e possedere un senso di ciò che sta accadendo internamente ed esternamente” (Neuropsicologia dell’Inconscio).

Se vi facessero una risonanza magnetica funzionale mentre siete in poltrona e guardate il soffitto, un po’ prima che cominciate ad annoiarvi e a mettervi in moto per fare qualcosa, se cogliessero il punto in cui state pensando a come è andata la scorsa settimana, a cosa farete la prossima e a a quanto era meglio quando  eravate in vacanza, se facessero una foto del vostro cervello mentre si uniscono ricordi, emozioni, qualche riflessione, un pizzico di rimuginio con qualche rimpianto e magari un po’ di astio verso qualcuno che amate ma che non vi capisce… ecc. Ecco, avremmo un’istantanea del DMN, tradotto in italiano con Connettività Funzionale Intrinseca che è proprio brutto ma che sta a significare che è grazie a queste connessioni che sono sempre pronte ad accendersi quando non siamo impegnati e che svolgono una funzione specifica e ripetitiva e costante, che noi manteniamo un senso del sé, un’idea di continuità e di familiarità.

Come dire, stando più sul clinico/soggettivo che sullo scientifico/anatomico, che c’è una stanza in cui torniamo quando passiamo dal fare al riflettere e quando la riflessione non è orientata alla risoluzione di un problema esterno ma, piuttosto, ad un rispecchiamento: guardarci e fare il punto per intuire dove siamo, dare un’occhiata all’orizzonte, valutare a spanne come stiamo e cosa emerge di irrisolto, aperto, conflittuale, da aggiustare.

Una stanza che è una sorta di pensatoio in cui c’è spazio per la ruminazione e in cui, purtroppo, capita di farsi del male: tornare a riaprire le stesse ferite, coltivare specifiche ossessioni che sembrano fatte apposta per catturare l’attenzione e per attivare emozioni che affliggono, spaventano, rinforzano il senso di impotenza. Un posto perfetto per la Coazione a Ripetere con i soliti pensieri che diventano masturbazioni interminabili senza una risoluzione, uno sbocco, uno sfogo.

Pare che ci sia un prezzo da pagare per il “senso di sé”. Sembra che, come aveva già intuito Freud, l’io sia una specie di spazio ristretto tra coscienza e inconscio, tra pulsioni-istinti e regole del mondo ed è evidente che il nostro sforzo per proiettarci nel futuro e per non perdere la nostra identità non sia indolore: costa fatica e continuamente si scontra con una serie di vincoli. Molti di questi non sono “esterni”. Ce li portiamo dentro e compaiono quando il pensiero per un po’ indugia, quando non siamo distratti dal vivere ed entriamo in modalità “adesso penso a me e alla mia vita”.

Arrivano dalle regioni sottostanti a quelle adibite alla soluzione di problemi. Crediamo di starcene in una stanza linda e conosciuta, una sorta di laboratorio in cui dovremmo poter impostare le equazioni che risolveranno i problemi che ci separano da una vita perfetta e, invece, questo spazio interno è… tutt’altro.

La stanza ha pareti e soffitto e pavimento  permeabili. Come potrebbero non entrare le emozioni e i desideri non esauditi? Come pensare che ciò che è irrisolto non si ripresenti e non insista? Perchè i fantasmi non dovrebbero essere attirati dal loro pasto preferito: il pensiero ricorsivo, ruminante, maniaco?

“Le ruminazioni autoreferenziali e il modo in cui gli eventi emotivi e interpersonali vengono giudicati e interpretati potrebbero essere elementi chiave per capire come molte false interpretazioni e convinzioni siano correlate a stati emotivamente disregolati”. (Lo so anche emotivamente disregolati non si può sentire ma il tentativo di trovare parole che rendano bene l’idea di “cosa succede” e il bisogno di avere termini poco ambigui e condivisibili riflette lo sforzo immane di mettere ordine nella stanza).

Ci sono delle emozioni irrisolte, cose che ci affliggono e da cui non riusciamo a liberarci, stati che vorremmo fossero diversi e che avvertiamo come dei disagi, dei sintomi, dei pesi da cui ci vorremmo alleggerire; cominciamo a pensare e, come spettri, si presentano e il pensiero diventa rimuginio, lo sforzo di farsi largo tra i vincoli diventa, spesso, un ulteriore invischiamento. Avete tutti chiari esempi di come succede e di come, dopo un po’, venga voglia di smettere di pensare e mettersi a fare altro e di quanto, a volte, non sia facile staccare la testa e capiti di restare intrappolati nelle rete di pensieri e affetti dolorosi.

Diventa difficile vedere nella foresta dei vincoli gli alberi delle scelte.

Ma non è impossibile. Sono stati “inventati” molti modi per non entrare nella stanza, per evitare di guardare in certi punti o per imbonire i fantasmi. Molte di queste soluzioni (alcool, droghe, iperattività, farmaci psicotropi) funzionano (in parte) ma portano con sé una quantità di effetti collaterali. Altri metodi puntano sulla capacità di abitare la stanza in un modo diverso e affinare lo sguardo così da diventare più bravi a non cadere nella trappola dei vincoli. Si può diventare abili osservatori e si può fare un lavoro diverso sulla considerazione di sé.

Nei prossimi post parlerò di questi metodi e di altre cose che ogni studentello dovrebbe sapere.

Intanto, una poesia di Wislawa Szymborska:

Lode della cattiva considerazione di sé

La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.
Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.
Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano vivono come vivono e ne sono contenti.
Non c’è nulla di più animale della coscienza pulita, sul terzo pianeta del sole.

‘Interno #10’ di Matteo Massagrande

Sistemi emotivi: un incipit

“Se l’unico strumento che hai in
mano è un martello, ogni cosa
inizierà a sembrarti un chiodo”
A.Maslow

Sto leggendo “Neuropsicologia dell’inconscio” un libro che non consiglierei ai non addetti ai lavori ma che trovo illuminante. L’approccio teorico che permea l’intero libro fa capolino nelle prime due frasi della quarta di copertina: “Per effetto dei costanti progressi nell’ambito della clinica e della ricerca scientifica, il costrutto teorico di inconscio sta subendo oggi una riformulazione e, indubbiamente, una trasformazione. I processi inconsci non sono più ritenuti espressione della mente soltanto, bensì di mente, cervello e corpo.”

L’inconscio è, prima di tutto, un costrutto teorico: una terra incognita che, proprio perché tale, si è prestata ad ogni tipo di interpretazione, di ipotesi e di proiezione. Molti di coloro che lo hanno studiato o che si sono ingegnati a porre rimedio ai sintomi che da esso derivano, hanno perpetrato l’errore di Cartesio: hanno cioè continuato a distinguere fra corpo e mente mettendo così sullo sfondo la natura incarnata della mente e la nostra  “tendenza naturale” ad agire, a mettere in atto risposte al mondo che ci circonda.

Per gli animali e per l’uomo rispondere è, innanzitutto, agire. Molto prima di essere creature riflessive siamo stati e siamo “attori che inter-agiscono”: esseri emotivi che sentono il mondo e reagiscono in base a ciò che sentono. La riflessione arriva dopo. E’ arrivata-dopo a livello evolutivo perché i nostri antenati erano molto più simili/vicini agli animali di quanto lo siamo noi oggi e arriva-dopo nelle circostanze di tutti i giorni, tutte quelle volte in cui… troppo tardi, ormai l’ho fatto.

Ci sono almeno due cervelli-mente: uno veloce ed emotivo che non perde tempo e agisce e uno che valuta più lentamente prendendo in considerazione un contesto più ampio, decidendo a volte di trattenersi o posticipando o spiegando l’azione che compie.

“… al cuore dell’emozione e dei processi cognitivi c’è l’attribuzione di un significato all’ambiente”: cammino su un sentiero in montagna e vedo qualcosa di allungato e contorto poco più in là, per terra; qualcosa in me si spaventa, mi immobilizzo come davanti a un serpente, il cuore si mette a battere velocemente e l’adrenalina attiva i muscoli, mi immobilizzo ma sono anche pronto a fuggire; mi accorgo poi che è una corda, avrei dovuto capirlo subito, non ci sono serpenti blu e verdi e così sottili, non su queste montagne, perlomeno.

Ho “agito” in base a un’emozione, immobilizzandomi, e poi ho “deciso di non dare seguito all’azione” riflettendo. Due cervelli diversi hanno attribuito significati diversi al mondo. Il primo ha reagito nel modo in cui funzionano le parti più primitive che rispondono in modo veloce e sporco (quick and dirty), il secondo ha guardato meglio collegando anche una quantità di altre conoscenze e estraendo un significato più articolato.

Entrambi i sistemi funzionano e il primo lo fa prima e a prescindere dalla coscienza.

Questo agire d’impulso ha sicuramente salvato molte vite ma, in seduta, arrivano quelli che, per sfuggire alla corda scambiandola per una biscia, sono finiti nel burrone o hanno rischiato un infarto.  

Scappare o immobilizzarsi di fronte a un serpente è una reazione sana ma farlo davanti a una corda o, peggio, vedere corde dappertutto, è un sintomo: il risultato di una difesa rigida che agisce anche quando non dovrebbe, in automatico.  

Un automatismo è una risposta che non sa di essere una delle tante risposte possibili. Siccome agisce “sotto e prima della coscienza”, non è facilmente raggiungibile: ci diciamo che la prossima volta agiremo in modo diverso ma, appena immersi in certi contesti, ci limitiamo a ripetere la solita risposta; a volte costruiamo complicati sistemi di pensiero che spiegano come mai agiamo così è perché non possiamo cambiare e queste visioni del mondo (a volte dei veri e propri deliri) non fanno che perpetrare l’automatismo. Certe regioni del cervello non vengono nemmeno sfiorate dal pensiero riflessivo, certi gesti e certe posture appaiono nel corpo emergendo da luoghi a cui la coscienza non ha accesso, ci ritroviamo con in mano il solito martello anche se servirebbero una forchetta, un pennello o  un violino.

Per fortuna tutti questi gesti sono accompagnati da un’emozione e l’emozione è la chiave: è partendo da ciò che sentiamo che possiamo tentare un accesso… a ciò che sta sotto. Cosa provo quando impugno il martello? Qual è l’emozione che mi pervade poco prima e durante l’azione? In quali altri contesti l’ho provata e cosa succede se comincio a guardarla e, invece di agire, sto fermo e osservo?

Quello che la ricerca neuropsicologica ha scoperto è che ci sono almeno 7 sistemi emotivi che regolano i principali aspetti della nostra vita modulando percezioni, espressioni e comportamenti relativi alla Ricerca, alla Rabbia, alla Paura, alla Sessualità, alla Cura, alla Tristezza e al Gioco.

Ci sono degli  accessi a questi sistemi e si può fare molto per intervenire anche su quelle parti che sembrano così consolidate da non permettere nessun cambiamento, nessuna possibilità di “insegnare un nuovo gioco a un vecchio cane”.

Ne parlerò nei prossimi post perché l’argomento mi entusiasma e perché continuo a credere che ci sono cose che ogni scolaretto dovrebbe sapere è perché … ci sono troppi martelli in giro.

Pink Floyd_The wall

Un po’ di pazienza…

“… le emozioni, anche le più anomale, vanno prese
terribilmente sul serio prima di
diagnosticarle come aberranti o immature”
James Hillman

Sono convinto che gran parte dell’ansia che si incontra in terapia, quella di cui i pazienti si lamentano, quella che perturba le loro vite e di cui non vedono l’ora di liberarsi, non sia che sforzo per liberarsi dall’ansia.

Il bisogno di sollievo immediato è tale che non appena un’emozione indesiderata si presenta si mettono in moto una serie di difese che mirano ad abbassare lo stato di attivazione e a ritrovare velocemente la quiete. Spesso queste stesse difese sono così piene di impazienza, così solerti nell’intraprendere la “lotta contro lo squilibrio” che il loro stesso attivarsi non fa che alzare il livello dell’ansia.

Come ebbe a dire Hillman: “Oggi ci si aspetterebbe quasi che gli amici di Giobbe o i compagni di Gesù nel Getsemani avessero pronta la loro brava confezione di tranquillanti”. Tranquillizzare, acquietare, spegnere l’ansia e, subito dopo, trovare un nuovo stimolo perché anche troppa quiete mette agitazione. La noia diventa la spia di nuove ansie all’orizzonte: quelle connesse al vuoto e all’assenza di qualcosa che lo riempia. Lo spazio fra troppo-agitato e troppo-quieto si stringe fino a diventare una sottile intercapedine e mi è capitato di lavorare con pazienti che stanno sempre tra Scilla e Cariddi, con l’ansia per il vuoto o con l’ansia per il pieno e che non si rendono conto di quanto l’agitazione che provano è data proprio dall’incapacità di tollerare: starsene lì per un po’ con la noia o con la fretta. Pazientare, insomma, visto che sono pazienti!

Ciò che sfugge in questa lotta per lo stato mentale perfetto è che è ciò che facciamo con le emozioni a renderle più o meno persistenti, più o meno intense, tollerabili, dolorose.

Prendiamo la collera, per esempio. La collera è di per sé una difesa: un’emozione primaria al servizio del nostro amor proprio. L’abbiamo usata per cacciare e per difenderci, per proteggere noi e i nostri cari da una minaccia, per reagire velocemente contro un pericolo attaccando o per sostenere la nostra parte in una causa che abbiamo ritenuto degna di essere impugnata. Serve per combattere e se ne sta, insieme alla paura, racchiusa nei nostri riflessi. Nel mondo in cui viviamo non c’è molto spazio per la sua espressione più manifesta: raramente si viene alle mani, non si può picchiare impunemente un proprio simile e non ci si sfida più a duello; rimane lo scarico verbale, un po’ di lotta dialettica o alcune lecite sublimazioni (lo sport, il tifo, la competizione “civile”). In questa parte del mondo la collera non ha quasi mai occasione di esplodere con tutta la sua violenza e così abbiamo imparato a trattenerla.

Cosa usiamo per trattenerla? Cosa facciamo con la rabbia e cosa diventa quando invece di scaricarsi sul suo oggetto (preda, nemico, bersaglio) viene posticipata, repressa, rimossa? Dove va a finire, come si trasforma?

Dipende! Dipende dalla presa che si esercita su di essa: dentro a quale contenitore la mettiamo? Pensate alla differenza fra una rabbia desiderata o una rabbia inibita. La prima è come una risorsa: la grinta che mi serve per vincere una sfida, qualcosa che cerco e che diventa uno strumento da usare verso un fine; la seconda è qualcosa che non posso esprimere che devo “mandare giù” e che potrebbe intossicarmi. In origine sono la stessa energia, lo stesso livello di attivazione, lo stessa forza grezza che si presenta nel corpo come disponibilità all’azione e al movimento. Ma diventano diverse a seconda di come le tratto ed è probabile che la prima si trasformi in spinta agonistica e che la seconda diventi irritazione. Cosa faccio con l’emozione?

Pensate ad una collera completamente rifiutata. Come si sente un bambino furente che non viene accolto nella sua manifestazione di lotta contro ciò che lo sta facendo arrabbiare? Cosa succede se la madre invece di comprendere tutta quella rabbia rimane indifferente o reprime l’espressione dell’emozione? Cosa succederebbe se, invece di censurarla, fosse curiosa e se il bambino capisse che la mamma vuole combattere con lui? Cosa viene fatto sull’emozione? Quale gesto viene compiuto e cosa diventa la rabbia dopo il gesto?

Succede in questo modo: facciamo inconsciamente (automaticamente e implicitamente) un sacco di cose sulle emozioni e  andiamo avanti a credere che le emozioni siano grezze  e che occorra dare sollievo non appena disturbano. E va a finire che, nella smania di fare qualcosa, si fanno, con le emozioni, molte cose a casaccio senza accorgersene.

L’ansia, quella patologica, è il ronzio di tutto questo lavoro inconsapevole e spesso inutile: una reazione emotiva al presentarsi di un’emozione, un’azione inconsulta che assomiglia più a un dimenarsi che ad un prendere provvedimenti.

Le emozioni andrebbero, invece, prese terribilmente sul serio.

Vanno ascoltate con calma e non vanno razionalizzate. La razionalità sta alle emozioni come l’acqua all’olio, al più le fa galleggiare. Ciò che serve con le emozioni è un contenitore diverso, più vicino  alla loro forma vitale. Come hanno dimostrato secoli di poesia, di pittura e di musica il miglior contenitore per un’emozione è un’immagine.

Fate una prova: se state un po’ di tempo con un’emozione compare un’immagine che l’accompagna, qualcosa che la rappresenta e che in genere dà origine ad una storia. Stanno insieme come in un film o in un mito perché si evocano a vicenda. E se, come si fa in terapia, avete la pazienza di aspettare (se siete pazienti), quando esce l’immagine e quando inizia la storia, l’ansia se ne va, il sollievo arriva da solo, lo spazio si allarga.

Vi lascio con un’immagine proposta da Hillman che proprio di questo stare con le emozioni parla: “Dei centauri si diceva che fossero capaci di catturare tori selvaggi, esprimendo con ciò l’idea che un’emozione allo stato selvatico può essere addomesticata da un’emozione cosciente, ovvero ‘le emozioni possono essere curate solo attraverso le emozioni’. E fu un centauro, ci racconta la mitologia, a insegnare al genere umano i rudimenti delle arti, della musica e della medicina, come a dire che le origini della possibilità di guarire il nostro malessere emotivo si trovano nell’unione della mente con la carne, della saggezza con la passione.”

Sentimento Oceanico

Credo che, in fin dei conti, la felicità
non sia altro che il sentirsi dissolvere
in qualcosa di grande e assoluto”
Willa Cather

La poesia che allego alla fine di questo breve post è del fisico Richard Feynman, non certo un mistico ma, di sicuro, uno che sapeva sedersi e riflettere sulla vastità, sull’inconsistenza e sulla sostanza.

Credo sia un ottimo esempio di come si può guardare oltre se stessi senza perdersi e realizzando di essere parte di qualcosa di molto più vasto.

Se si si spegne per un po’ il chiacchiericcio di quella parte di mente che, a ben guardare, non fa che ripetere pochi ricorrenti pensieri, se si sta per qualche tempo davvero in silenzio davanti ad uno spazio aperto, capita di avere accesso ad uno stato di coscienza più profondo e più ampio.

Il premio Nobel Romain Rolland in una lettera a Freud definì questo stato Sentimento Oceanico: la base (laica) di ogni sentimento religioso, la sensazione di appartenere a qualcosa di più grande e di farne parte avendone coscienza.

Certo perché “sovvenga l’eterno” bisogna guardare al di là della siepe ed è più facile farlo quando almeno per un po’ si sta fuori dal consueto, quando non ci si perde nel labirinto degli automatismi di tutti i giorni, quando si tiene presente che la maggior parte delle barriere/muri/siepi non sono che pregiudizi, tracotanze, pretese di superiorità, inutili sovrastrutture. Più facile, insomma, farlo in vacanza davanti al mare o su una montagna.

Ecco perché condivido con voi il pezzo di Feynman che spero serva come una preghiera laica, un memento a lavorare per avere “una testa ben fatta più che una testa ben piena”:

Ecco le onde scroscianti
montagne di molecole
ognuna ottusamente intenta ai fatti suoi
miliardi di miliardi lontane
eppure formano all’unisono spuma bianca

Ere su ere
prima di un occhio che potesse vederle
anni dopo anni
martellare possenti la riva come ora.
Per chi? per cosa?
Su un pianeta morto
che non ospitava alcuna vita.

Senza requie mai
torturate dall’energia
prodigiosamente sprecata dal sole
riversata nello spazio.
Una briciola fa ruggire il mare.

Nel profondo del mare
tutte le molecole ripetono
l’altrui struttura
finché se ne formano di nuove e complesse

ne creano altre a propria immagine
e inizia una nuova danza.

Crescono in dimensioni e complessità
esseri viventi
masse di atomi
DNA, proteine
danzano figure ancora più intricate.

Fuori dalla culla
sulla terra asciutta
eccolo in piedi:
atomi con la coscienza;
materia con la curiosità.

In piedi davanti al mare,
meravigliato della propria meraviglia: io
un universo di atomi
un atomo nell’universo.

Richard Feynman

 

 

 

Vanità e altri “difetti”

“… una persona affetta da vanità di secondo grado
è una persona vanitosa che si preoccupa
altresí di sembrare totalmente priva di vanità.
Che ha il terrore che gli altri scoprano che è vanitosa.”
D.F.Wallace

Carl Gustav Jung coniò il termine Ombra per dare un nome al risultato del reprimere e per definire quella porzione di noi stessi che si deposita nella psiche quando, nel tentativo di non vedere o di “non possedere” certe caratteristiche, le togliamo dalla vista e dalla coscienza relegandole in una sorta di alter ego: un costrutto di cose che non ci piacciono e di ciò  che non vogliamo sembrare ma che, invece di scomparire, acquista autonomia e riappare in gesti che non vorremmo compiere o in tratti che proiettiamo sugli altri e che detestiamo in loro  proprio perché li abbiamo espulsi da noi.

La persona di cui parla Wallace fa con la vanità ciò che ognuno di noi fa con quegli atteggiamenti che proprio non vuole indossare: la mette in ombra indossando una maschera che la copre manifestando l’opposto o la dissimula mostrando qualcosa di neutro o di “meno brutto/inopportuno/vergognoso”.

Reprimendo togliamo di mezzo dei tratti che vorrebbero manifestarsi ma di cui potremmo vergognarci. Può darsi che ci abbiano insegnato che “non sta bene”, che non ci si comporta così, che è peccato, che è poco elegante.

Ci abituiamo, insomma, a mostrare una faccia che ci sembra la più adatta e a nascondere quelle tendenze che crediamo che non sarebbero accettate o che potrebbero metterci in cattiva luce. Alla base di questo gesto che sempre ci divide e che sacrifica una parte a favore dell’altra c’è l’idea che sia possibile creare un’immagine perfetta: un io che sarà visto, verrà accettato, avrà successo perché ha tolto di mezzo tutto ciò che non va bene e mostra ciò che sicuramente piacerà.

È una concezione naïf che si basa sul presupposto che la relazione sia una sorta di rapporto tra macchine in cui ci si può adattare alle esigenze degli altri e sopprimendo certe caratteristiche, smussando certi angoli, presentando un profilo invece di un altro o evitando certe espressioni, alla fine si può trovare sempre il modo per andar bene agli altri.

Ma siccome, come ebbe a dire Hillman, relazione significa perplessità e siccome l’etimologia di perplesso si rifà a plesso che significa intreccio, miscuglio, cosa irrisolta… cercare di risolvere non è una soluzione. Reprimere, mascherare e nascondere non sono che modi per non essere in relazione, nient’altro che tentativi di evitare la perplessità e l’imbarazzo che ne consegue.

Lo sforzo di non sembrare vanitoso (o invidioso o arrabbiato o deluso…) visto dall’esterno è solo una smorfia. In psicoterapia si chiama resistenza e va accolta come un buffo tentativo di nascondersi dietro a un dito. Va guardata con un po’ di perplessità, va riconosciuta e accettata come un modo che il paziente ha usato per sentirsi più adatto e, poi, va tolta. Sotto, sotto alla vanità o all’invidia o all’aggressività di secondo grado, si trova una una persona, a volte un fantasma nella conchiglia (a ghost in the shell) più nudo e più fragile. Sicuramente più vivo!

Attenzione e linguaggio

“Mettiamo la maiuscola a parole prive di significato e,
alla prima occasione, gli uomini spargeranno fiumi di sangue,
a furia di ripeterle accumuleranno rovine su rovine”
Simone Weil

Nasciamo nel tempo. Nel neonato il riflesso di suzione equivale a una previsione: si aspetta di trovare il seno e gira la testa per andare incontro a ciò che sfiora il suo viso; registra odori che diventano le sue prime memorie. Immerso nel presente prospetta già un pezzo di futuro e ritiene una traccia, un abbozzo di passato, un’esperienza che servirà per leggere momenti a venire.

Nasciamo nel tempo e nel linguaggio. Predisposti ad ascoltare siamo, fin dal grembo, immersi in un fiume di parole che strada facendo acquistano significato e vanno a formare la mappa con cui leggiamo il mondo. Il passato, quello prossimo e quello remoto, il futuro, le possibilità e le condizioni, ciò che è imperativo e ciò che è probabile… tutto questo è insito nel linguaggio e, da subito, ci circonda.

Come dice Carlo Rovelli nel suo “L’ordine del tempo”: “Rispondere a ‘dove sta qualcosa?’ significa indicare cosa c’è attorno a quella cosa. Quali altre cose sono intorno a quella cosa.” Se chiedo dove sta il soggetto: dov’è l’uomo, la donna, la persona di cui sto parlando, non posso non rispondere che, oltre che in un luogo, si trova in un tempo e in un linguaggio.

Provate. Provate a descrivervi senza fare riferimento a dove abitate: dove siete stati, da quanto siete in un posto, dove vi piacerebbe andare (perchè questo è abitare, mica avere un indirizzo). Provate a farlo senza usare il linguaggio.

Si è capito da tempo che siamo geneticamente predisposti ad apprendere una lingua e grazie all’attenzione e a questa predisposizione impariamo a parlare e a comprendere chi parla. Poi il linguaggio modifica l’attenzione: stiamo più attenti alle parole che abbiamo imparato a sottolineare, a quelle che fin dall’inizio sono state pronunciate come se fossero scritte con la maiuscola.

Le maiuscole aggiungono emotività, sentimento e enfasi e, spesso, intrappolano l’attenzione. Rendendo la parola “così importante” e così in primo piano creano una particolare gestalt: una conformazione in cui ciò che è maiuscolo si staglia sullo sfondo di… ciò che viene lasciato sullo sfondo dalla maiuscola.

Insomma, se scrivo Dio/Patria/Famiglia e se lo sottolineo per bene, creo una gerarchia che, una volta appresa, mette in secondo piano tante altre cose. Non è che i tre termini  dell’esempio non abbiano valore o che non meritino rispetto. Il problema è la maiuscola (nello scritto e nel parlato) e il guaio è che, iniziando con una “lettera grande”, partendo con l’enfasi, si offusca a priori la riflessione.

Si fa il contrario di quello che suggeriva Simone Weil quando sosteneva che: “Chiarire i concetti, screditare le parole congenitamente vuote, definire l’uso di altre attraverso analisi precise, per quanto possa sembrare strano, servirebbe a salvare delle vite umane”. Servirebbe quanto meno a porre un po’ di freno al contagio emotivo che porta al sonno della ragione e al passaggio all’azione e ai “fiumi di sangue e rovine su rovine” dell’incipit.

Capita, in psicoterapia, di osservare quanto certe maiuscole influenzino il pensiero, il sentire e il comportamento di un paziente. Ci si lavora in vari modi e credo che il termine analisi, senza la maiuscola e preso nel suo significato più stretto di scomposizione e riduzione ai più piccoli elementi, renda bene l’idea di come proprio ciò che è maiuscolo vada, per primo, smontato, aperto, “fatto a pezzi”.

Hillman parlava di de-letteralizzazione e di visione in trasparenza e i suoi libri sono pieni di esempi di questo girare intorno ad un termine per coglierne gli spigoli, i nessi, le sfumature.

De-letteralizzare è, innanzitutto, non fermarsi al primo significato, togliere le sottolineature, osservare il termine dentro alle storie che lo circondano. Cos’era patria prima dell’idea di stato o di nazione? Cosa sarebbe psiche senza Freud, senza Jung? Chi è dio dopo Darwin? Nuove storie sono state raccontate e questi racconti hanno modificato le idee attorno a cui le storie, inizialmente, giravano. Gli accenti e le maiuscole sono stati posti su altre parole e l’attenzione è ora catturata in modi diversi.

Guardare in trasparenza è osservare chi osserva e notare cosa nota: dove mette le maiuscole, perché lo fa?!

Si possono fare vari esercizi di visione in trasparenza. Basta porsi domande che  ci spingano ad analizzare i termini che stiamo usando e che interrompano l’automatismo del significato letterale e scontato.

Di che nazionalità è un bambino che nasce nel posto in cui si parla la lingua che anch’io parlo? A quale suolo sentirà di avere diritto? Cosa rende la sua nascita diversa dalla mia?  Domande così, insomma.

Pablo Picasso, Guernica, 1937

Sull’attenzione: monkey-mind

“Senza motivazione la disciplina non è di grande aiuto”
John Yates

Il termine monkey-mind definisce una condizione in cui l’attenzione consapevole è incapace di rimanere ferma su un unico oggetto per più di qualche secondo e in cui la mente si comporta come una scimmia agitata che salta da un ramo all’altro in preda all’impazienza, alla frenesia, all’urgenza di “risolvere”.

Le prime esaurienti descrizioni di questo stato di coscienza che oggi chiameremmo sindrome sono state fornite centinaia di anni fa da monaci buddisti che durante la meditazione si accorsero di quanto fosse difficile domare la scimmia.

Nella clinica moderna si parla di Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività (ADHD): una patologia dell’attenzione che nei bambini, nei casi più gravi, ostacola l’apprendimento, rende molto difficile l’attività scolastica e determina un comportamento agitato e poco controllabile.

Negli adulti i sintomi diventano meno evidenti. La scimmia si nasconde e, al posto dell’agitazione esterna, i pazienti lamentano irrequietezza, difficoltà di concentrazione, scarsa soddisfazione nelle attività che richiedono attenzione: leggere, seguire la trama di un film o il filo di un discorso, tenere a mente cose più o meno importanti. Tutti sporadicamente ne abbiamo sofferto e, come spesso capita con i disturbi mentali, molti di noi hanno trovato dei modi per porre rimedio al sintomo e per cavarsela comunque. Riusciamo, chi più chi meno, a calmare la mente e a riprendere l’attenzione, a focalizzarci su certi oggetti invece di essere catturati dall’agitazione e dall’ansia di stare dietro a tutto e non poter lasciar andare.

Come facciamo? Come si riesce a tenere a bada la scimmia? Quale antidoto riusciamo, a volte, a somministrarci? Quale è la variabile che fa sì che l’attenzione rimanga libera ma non si disperda in mille rivoli?

Per rispondere in termini psicologici a questa domanda conviene, come suggeriva Hillman, porre la questione in termini spaziali; conviene, cioè, porsi la domanda preferita dalla psiche: DOVE?
Dov’è l’attenzione? Dov’è l’attenzione quando si agita come una scimmia e dov’è quando invece si comporta come un cavallo perfettamente addestrato?

La frase di Eraclito Ethos Antropoi Daimon, spesso tradotta con “il carattere è destino” ha un’altra traduzione, più antica e più utile per la nostra amplificazione: Ethos era, originariamente, il posto in cui si vive, il luogo che si abita, in cui si sta. Tradurre il frammento di Eraclito con “l’uomo abita presso il dio” è un modo per dire che per noi umani c’è una condizione psichica che sentiamo come casa: un posto che è innanzitutto un modo di sentirci, uno stato di coscienza in cui le cose girano meglio. Siamo “a casa” quando riusciamo a collocarci vicino al nostro Nume, al Daimon, a quel modo di sentire che corrisponde a… ciò per cui siamo portati!

Il Daimon come una tendenza: un tendere verso, un intendere e un voler stare presso. In termini meno poetici e più “moderni”: funzioniamo meglio quando assecondiamo il modo che, fin da piccoli, abbiamo usato per apprendere e per conoscere. Abbiamo imparato a camminare, a parlare e a comprendere ciò che gli altri dicevano, abbiano sviluppato capacità relazionali e fatto nostro un complesso codice comportamentale che ci ha permesso di vivere insieme agli altri. Non ce l’avremmo fatta se fossimo stati preda della scimmia. Ci siamo riusciti perché siamo stati capaci di essere interessati e curiosi, attenti e versatili.

E questo tipo di attenzione è una Forma Vitale, uno specifico modo di sentirci e di porci.

Non è un caso che il consiglio per il meditatore che soffre di monkey-mind sia quello di mettersi ad ascoltare il corpo spostando l’attenzione sulla fisicità e sulle sensazioni corporee senza giudicare ma semplicemente ascoltando e prendendo atto di ciò che c’è. Mettendoci in sintonia con il corpo possiamo attingere a quella vitalità che per il bambino era naturale, possiamo spostarci lungo un continuum energetico che ha ad un estremo la sensazione di essere vivo e disposto ad “essere felice in un mondo che non comprendo ancora” e, dall’altro, quella di “voler conoscere tutto prima di muovere qualsiasi passo”. Da una parte un giovane-curioso-motivato, dall’altra un vecchio-diffidente-impaurito. Beginner’s mind Vs monkey-mind.

Focalizzare l’attenzione nel corpo è un primo passo per dare alla scimmia una casa invece di una gabbia: un modo per acquietare la mente distogliendola dal pensiero ossessivo che cerca di controllare tutto e, facendolo, continua a scoprire cose che non controlla, compiti che devono essere svolti, oggetti da pulire, conti da saldare.

Immaginate di essere in una cella angusta e poi pensate ad una casa in cui vi sentite a vostro agio. Abbiamo sperimentato entrambe e concentrandoci un po’ possiamo sentirle dentro di noi. Sono due modi d’essere e due diverse forme dell’attenzione: costringersi nello sforzo di controllare o essere aperti a ciò che accade; stare con la scimmia o abitare presso il dio.

Paul Delvaux, The Vestals, 1972

 

Forme dell’attenzione

“Non possono esservi né fede, né speranza,
né carità per alcuna cosa se questa
non riceve  prima attenzione”
James Hillman

In questo post ripubblico, riveduto e corretto, un mio vecchio post del 2013 che servirà da introduzione ad un discorso sulle Forme dell’Attenzione:

Parlare di attenzione è parlare della più fondamentale delle attività psichiche: senza l’attenzione non ci sarebbe il linguaggio, non sarebbero possibili i pensieri, i sogni, la “percezione della realtà”.
E’ modulando la quantità di attenzione che rivolgiamo ad un qualsiasi oggetto, fisico o mentale, reale o immaginario, è indugiando su di esso, scrutandolo, osservandolo, assaggiandolo, studiandolo, che possiamo portarlo dentro, e illuminarlo, renderlo più o meno interessante, vivido, familiare, caro.
E l’attenzione, come tutte le funzioni fondamentali, tende a restarsene sullo sfondo, ignorata e usata quasi automaticamente come uno strumento così scontato che, come un braccio, una gamba o un occhio, non ha bisogno di niente a meno che si guasti, si deteriori o smetta di funzionare.
Ha poco bisogno di attenzione, l’attenzione! Lavora da sola, spesso così da sola che continua la sua attività anche quando il suo uso conduce ad una serie di problemi che compaiono ma che, finché non vengono analizzati accuratamente, se ne stanno lì, fino a diventare cronici.
C’è tutta una quantità di disturbi mentali che potrebbero essere catalogati e descritti come disturbi dell’attenzione: possiamo interpretare il Disturbo Ossessivo Compulsivo come un’appiccicosità dell’attenzione, un’incapacità di staccarla da un oggetto se non con grandi sforzi e con faticosi rituali; la Depressione come un’insistenza dell’attenzione su oggetti indigeribili, il rimuginare della mente fino allo sfinimento su colpe, abbandoni, lutti, “negatività”; la Mania, con il suo delirio di grandezza, come un dilagare dell’attenzione, un espandersi dell’Ego senza tener conto dei confini fino a gonfiarsi ipertroficamente; il Panico come lo scivolamento dell’attenzione verso il baratro, l’impossibilità di distrarsi rispetto ad un sintomo che risucchia e fa precipitare; ecc.
Queste sindromi possono quindi essere viste come modalità dell’attenzione. Modalità che di per sé non sarebbero che strumenti che ci siamo abituati ad usare: modi in sé né buoni né cattivi, propensioni forse, qualità del nostro modo di essere nel mondo, tratti del carattere che ci hanno contraddistinto: un bambino fantasioso, con la testa fra le nuvole, o introverso o musone, schivo, riflessivo o, al contrario espansivo, incontenibile o sensibile, suscettibile, permaloso.
Ognuno di questi non è che un modo di stare nel mondo e nelle cose: una presa, una modalità di cogliere gli oggetti e le relazioni, un gesto interno che ci fa descrivere il mondo in un certo modo.
De-scriverlo: metterlo lì, presentarlo a noi stessi come se lo scrivessimo in un certo modo, raccontandocelo con un gesto che non è passivo ma solo in parte conscio.
Sono tratti del carattere, modi quasi innati o comunque appresi in tenera età, che determinano le nostre percezioni e, poi, quasi contemporaneamente le nostre risposte a ciò che ci circonda  nel nostro mondo psichico e “fuori”.
Ciò che può renderli patologici è l’automaticità: la fissazione su uno solo di essi che diventa ponderante e dominante a discapito degli altri, favorendo una direzione e, in un certo senso, uno squilibrio.
E’ l’automatismo che andrebbe curato e per farlo occorre curare l’attenzione: mettere l’attenzione sul modo in cui stiamo attenti, imparare a prenderci cura dei modi in cui dirigiamo il nostro sguardo.
Il consiglio di Freud ai terapeuti, la regola che dava come primo presidio di cura per la loro attenzione era: “Si tenga lontano dalla propria attenzione qualsiasi influsso della coscienza e ci si abbandoni completamente alla propria ‘memoria inconscia’, oppure in termini puramente tecnici: si stia ad ascoltare e non ci si preoccupi di tenere a mente alcunché”.
Questo è il primo strumento per curare la fissità, il primo e più importante diluente di un’attenzione troppo fissata.
Non è qualcosa che può essere insegnato in termini puramente teorici: l’attenzione non si insegna con un “dire” ma con un fare… se vuoi percepire comincia ad agire e, se vuoi cambiare la tua attenzione  comincia a stare attento in un modo diverso.
Ai pazienti veniva detto di “dare diritto di cittadinanza all’inconscio”, senza censurare niente, favorendo il flusso e lasciando stare la coerenza, prediligendo le libere associazioni senza curarsi della logica o del solito modo di procedere. Non è facile all’inizio, ma dopo un po’ si prende il gusto del flusso di coscienza, ci si accorge di come le cose possono associarsi in modi diversi e si sperimenta una sorta di “prima liberazione”: il pensiero può scorrere più fluidamente, le idee sono più libere di emergere, cose strane vengono alla mente.

Come si fa a liberare l’attenzione? In che modo si può ridurre l’automatismo ed esercitare la nostra capacità di dirigerla? Si può lavorare sull’attenzione e ci sono degli esercizi che aiutano a rendere riutilizzabili porzioni di questa risorsa. E’ un lavoro che si può svolgere con un terapeuta ma si può fare molto anche da soli. Ne parlerò. Vi lascio intanto con questa riflessione che Jung fece negli ultimi anni della sua vita e che la dice lunga su quanto un’attenzione anche molto strutturata possa cambiare:

“Sono stupito, deluso, contento di me; sono afflitto, depresso, entusiasta. Sono tutte queste cose insieme, e non so tirare le somme. Sono incapace di stabilire se alla fine valgo o non valgo, non ho un giudizio da dare su me stesso e sulla mia vita. Non c’è nulla di cui mi senta veramente sicuro … Quando Lao-tzu dice: “Tutti sono chiari, io solo sono offuscato”, esprime quello che provo io ora, nella mia vecchiaia avanzata … Eppure ci sono così tante cose che mi riempiono: le piante, gli animali, le nuvole, il giorno e la notte e l’eterno che è nell’uomo. Quanto più mi sono sentito insicuro di me stesso, tanto più è cresciuto in me un senso di affinità con tutte le cose. Anzi, è come se quel senso di alienazione, che per tanto tempo mi ha separato dal mondo, adesso si fosse trasferito nel mio mondo interiore, rivelandomi un’insospettata estraneità a me stesso.”

L’ego e l’arte del Monopoly

“Se si insegnasse la bellezza alla gente,
la si fornirebbe di un’arma
contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”
Peppino Impastato

E invece della bellezza una delle cose che viene più insegnata è l’arte di giocare a Monopoly: quel misto di aggressività, avidità e furbizia che serve a prevalere, ad accumulare e a confrontarsi con gli altri su un piano che contempla solo la logica del più forte, del più bravo ad approfittare della situazione e a ricavarne di più.

Non mi riferisco al gioco da tavolo. In quello almeno si parte tutti con le stesse risorse, il lancio dei dadi garantisce una certa dose di incertezza e, quando si inizia a giocare, si sa che… “questo è un gioco”.

Ciò di cui parlo è una modalità di relazione che accentua la distanza e che appiattisce il rapporto con l’altro, favorendo solo tre posizioni: sopra, contro, sotto.

Sono gli unici tre modi di relazionarsi che l’ego conosca: “sto sopra e domino; combatto per vincere o per non soccombere; sono sotto e provo invidia/gelosia”. Nessuno spazio per la collaborazione a meno che non implichi un’alleanza in una delle tre posizioni: stiamo insieme per dominare, per combattere, per rivendicare.

Questo fa l’ego perché questo viene insegnato, principalmente. Freud parlando dell’Io lo definiva un servo al servizio di due padroni: c’è l’Es la parte istintuale che ordina fai ciò che ti piace, e il Super-Io che insiste su fai la cosa giusta, e c’è questa sorta di arlecchino che si barcamena, che fa aspettare un po’ l’uno e un po’ l’altro e che, se chiede consiglio su come cavarsela fra Scilla e Cariddi, viene istruito prima di tutto sulla legge della giungla così che, come disse Dryden: “Il prete continua ciò che iniziò la balia, e in tal modo il bambino inganna l’uomo”.

Ci vengono, insomma, insegnate queste tre posizioni fondamentali e siccome queste conosciamo, andiamo avanti in automatico in un gioco che, essendo il gioco più giocato, lascia poco spazio a tutto il resto.

E’ così che l’Io si riduce ad una sorta di ingranaggio talmente preso dal compito da dimenticare la bellezza!

La maggioranza dei sintomi con cui chi svolge il mio lavoro si trova ad avere a che fare in fondo ripetono: “sono brutto, non mi sto piacendo, non trovo più il bello nella mia vita”. La depressione, il panico, l’ansia e l’ossessione sono, in questo senso, ricerche: tentativi storti, convulsi, insistenti, maldestri e a volte disperati di ritrovare un’armonia, uno spazio  libero dal sopra-contro-sotto.

Mi capita di incontrare pazienti che si descrivono come una macchina. Parlano di quanto bene stanno svolgendo il loro lavoro, degli impegni a cui fanno fronte e dei meriti che sentono più o meno riconosciuti e, poi, descrivono un sintomo: qualcosa che inspiegabilmente non va, una sorta di: “vedi, ho fatto per bene questo e quest’altro, lancio i dadi, passo dal via, ho comprato cose che dovevano garantire l’arrivo di altre cose, ho fatto del mio meglio per non stare sotto o per innalzarmi al di sopra e… non sto bene.” Spesso con loro cito una frase di Jung che dice che gli Dei sono diventati sintomi. Serve ad invitarli a riflettere sulla macchina e a cercare dentro al sintomo, per trovare una Forma Vitale, qualcosa che spinge per manifestarsi e che NON È uno sforzo per prevalere. Infatti il sintomo è un invito al pensiero e all’amplificazione: un’esortazione a smettere di ripetere e a fermarsi per scovare nella sofferenza una risposta. Il “dio” di cui parla Jung è qualcosa che va oltre al contingente, qualcosa che riguarda la profondità dell’individuo e che rimanda ad altro offrendo una via di uscita che passa per uno stile di pensiero, un’estetica diversa.    

Sotto agli ingranaggi e, a volte, direttamente dentro al sintomo, ci si imbatte in una pulsione che non lavora per il dominio ma per la risonanza: qualcosa che punta alla condivisione, all’affinità, alla sintonia.

Il problema non è la supremazia. Siamo animali sociali e sempre sentiremo una spinta per la visibilità, per il posto migliore, per la razione più succulenta. Il problema è l’ipertrofia dell’ego che oscura la consapevolezza del gioco. Prendiamo così sul serio le istruzioni che ci dimentichiamo della libertà di smettere di giocare.

E’ a questo che serve la bellezza: distrae dal compito, impedisce la rassegnazione e rompe con l’omertà. Spesso crea dei sintomi. Le macchine non soffrono e giocano sempre lo stesso gioco!

Pablo Picasso, Paulo vestito da Arlecchino