Prescrivere un sintomo

“La psicoterapia è un po’ come sputare nella minestra di qualcuno,
può andare avanti a mangiarla ma non è più la stessa cosa”
Alfred Adler

Questa bacheca è una postilla al mio ultimo articolo sulla collera, giusto un accenno a come sia possibile impostare un cambiamento all’interno di una sofferenza psichica e di come descrivere diversamente un dolore lo renda diverso, spesso più sopportabile, a volte quasi piacevole.

Nel libro “Le parole per dirlo” la scrittrice Marie Cardinal parla della propria psicoterapia e della sua guarigione dal male oscuro che la affliggeva. Nelle prime pagine racconta di un sintomo che la porta dal terapeuta: un’emorragia vaginale cronica che si protrae da mesi. Come spesso accade in questi casi lo psicoterapeuta viene interpellato per valutare le eventuali “cause psicosomatiche” del disturbo. L’analista la ascolta e, a fine seduta, la congeda dicendole che, se decideranno di lavorare insieme, di sicuro non parleranno dei suoi sanguinamenti ma si rivolgeranno a tutt’altro,  qualcosa che sta dietro, un dolore vero, qualcosa di più profondo e sostanziale. La paziente va a casa e… smette di sanguinare.

Fra psicologi potremmo dire che visto che era alla prima seduta al collega gli è andata di culo, ma, anche, che la prescrizione del sintomo ha funzionato. Di questo si tratta, infatti: qualcosa di molto doloroso e angosciante per la paziente è stato messo sullo sfondo, la sua attenzione è stata deviata verso altro, verso qualcosa che il terapeuta ha intravisto e che nel corso della terapia emergerà come la causa di questo e di altri sintomi; le sue forze, fino a quel momento concentrate principalmente sul disordine ovvio e visibile, hanno potuto svincolarsi dal sintomo e il sintomo si è spostato, diluito, ri-collocato in un contesto più ampio.

Prescrivere un sintomo è come aggiungere qualcosa: lo sputo nella minestra è un’aggiunta che rende intollerabile mangiarla ed è anche un doppia ingiunzione: o smetti di mangiarla o, se vai avanti a farlo, lo farai in un modo diverso. Forse ti toccherà  cucinarne un’altra e, magari, lo faremo insieme e facendolo prenderemo bene in considerazione gli ingredienti, faremo una minestra più consapevole che… non è la solita minestra.

Potete farlo anche da soli. Non vi aspettiate che succeda con un’ulcera o che sostituisca un vaccino. Ma funziona bene con molte ansie, con la collera, con altre emozioni sgradevoli come la paura, con certe tristezze e con alcuni “sintomi psicosomatici”. Si può decidere di impugnare il sintomo, di studiarlo, di metterlo in atto come a teatro o di prescriversi un antidoto e tutti questi modi sono… sempre meglio che subire il sintomo e lamentarsi (anche lamentarsi è a volte un sintomo e a certi pazienti a cui ho prescritto di trasformare il loro lamento in un’elegia rendendolo acuto e sublime hanno riso molto dei loro tentativi).

Se siete arrabbiati siatelo alla grande! Ci sono ottime indignazioni in cui mettere la propria energia e modi molto eleganti di incazzarsi. E si può sempre aggiungere consapevolezza e come osservò Agostino d’Ippona: “Ero adirato con il mio amico, dissi la mia ira, la mia ira finì; ero adirato con il mio nemico, non dissi la mia ira, la mia ira crebbe.”

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