Tag Archives: Depressione

Veleni della mente

Facemmo esperienza,
ma ci sfuggì il significato e avvicinarci
al significato, restituisce l’esperienza
in forma diversa”

T.S. Eliot

Nel suo ultimo libro “L’amore, la sfida, il destino” Eugenio Scalfari, parlando del giudizio e dei modi con cui è possibile metter ordine nelle “classifiche che ognuno di noi stila” degli altri essere umani, dice: “Ci sono molti modi per classificare la nostra specie e ognuno adotta il modo che più gli è congeniale: i ricchi e i poveri, i colti e gli ignoranti, i bassi e gli alti, i furbi e i gonzi e così via. Credo che la classificazione che meglio chiarisce la nostra identità – o per lo meno quella che a me più interessa – sia tra consapevoli e inconsapevoli, tra coloro che conoscono le conseguenze di quanto decidono di fare e quelli che neppure si pongono questo problema o comunque sono indifferenti o incapaci di risolverlo. I consapevoli sanno di star giocando la partita della vita, gli inconsapevoli la giocano anch’essi perché sono anch’essi alle prese con istinti, pulsioni, passioni, sentimenti, ma non lo sanno; sono schiacciati sul presente, conoscono poco o per nulla il loro passato e lasciano che il futuro gli piombi addosso.”

Senza consapevolezza, gli istinti, le passioni e le pulsioni, i sentimenti e gli affetti, non sono che forze che trascinano: può darsi che aumentino la sopravvivenza dell’individuo che da esse è trasportato, può essere che anche chi gli sta vicino, i suoi cari e, in generale chi ha a che fare con lui, beneficino della tensione che da queste forze si sprigiona; ma può anche darsi che, come un torrente in piena, queste spinte determinino la sua vita e travolgano quella degli altri senza che la sua coscienza intervenga a modificare il corso di quanto gli succede.

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Ripetere, ricordare, dimenticare

Gli analfabeti del futuro sono quelli che non sapranno
dimenticare quello che hanno imparato per reimparare”
M. Zamperini

Nel suo “The pleasure of finding things out” il fisico Richard Feyman, parlando del senso della vita, scrive: “Nel corso dei tempi gli uomini hanno tentato di afferrare il significato della vita. Si è capito, infatti, che se una qualche direzione o un qualche significato può essere attribuito alle nostre azioni, questa attribuzione è in grado di liberare grandi potenziali umani. Penso che saranno quindi state date molte risposte alla domanda che chiedeva il senso di tutto questo. Ma ne sono state dette di tutti i colori e chi proponeva una certa risposta ha guardato con orrore alle azioni di altri che ne proponevano un’altra. Un orrore dettato dal fatto che, guardando da un punto di vista diverso, sembrava che tutte le potenzialità della razza umana venissero, con quella visione, incanalate in un falso e fuorviante vicolo cieco. Infatti, è dalla storia delle enormi mostruosità create dai falsi credo che i filosofi si sono resi conto delle apparentemente infinite e stupefacenti capacità degli esseri umani. Il sogno rimane quello di trovare un canale aperto (NdT: libero da queste contraddizioni).
Quindi, qual è il significato di tutto questo? Cosa possiamo dire per svelare il mistero dell’esistenza? Se prendiamo in considerazione tutto, non solo ciò che gli antichi conoscevano, ma tutto ciò che conosciamo noi oggi, penso che dobbiamo francamente ammettere che non lo sappiamo. Ma ammettendolo abbiamo probabilmente trovato il canale aperto.”

In psicologia e nella clinica in particolare questo canale aperto è quella posizione che ci permette di lasciare in sospeso la risposta: quello stato relazionale nel quale possiamo prenderci il lusso di dimenticare ciò che sappiamo, di prescindere per un po’ dalle nostre risposte per ascoltare l’altro.

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Sguardi profondi o emozioni piallate?

“Che ne è del superuomo, quello che,
con le parole di Goethe, si lamenta con il destino
perché gli ha dato sguardi profondi?
U.Galimberti

In un un saggio di qualche tempo fa intitolato “Storytelling 3: la soglia“, in cui riflettevo sul senso psicologico di crisi, consideravo che è nostro compito, al di là delle nostre convinzioni politiche o del nostro impegno sociale, quello di interrogarci sul significato di ciò che ci sta accadendo.

Scrivevo che, anche se la crisi finirà perché qualcuno riuscirà a traghettarci fuori dal guado, “…questo non dovrebbe esimerci dalla riflessione sul passaggio, innanzitutto psichico, in cui stiamo indugiando. La crisi non è che un esempio di soglia collettiva. Può diventare un’occasione per cogliere l’intensità del momento e per descrivere il mondo in un modo nuovo o restare un evento senza senso, subito e non compreso. Qualcosa che non ci farà cambiare perché non saremo riusciti a raccontarlo e a leggerlo o qualcosa che ci trasformerà perché saremo riusciti ad usarne l’intensità.”

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Mania/depressione: un’introduzione al concetto di grounding

La consapevolezza non è né difficile
né complessa; la parte più difficile
è ricordarsi di essere consapevoli”
C.Feldman

Nel primo post sulla depressione apparso in questo blog dicevo di essere convinto che, ad esclusione dei casi più gravi (le Depressioni Maggiori o endogene), tanti dei disturbi depressivi abbiano la loro origine in una chiusura, una sorta di rigidità che ci separa dal mondo rendendoci sempre più soli e sempre meno in contatto.

Con questo articolo torno sul concetto di chiusura perché mi rendo conto di non avere spiegato a sufficienza quanto la distanza e la separazione dal mondo, che sono così evidenti nella persona depressa, partano spesso ben prima dell’insorgere dei sintomi depressivi.

La controparte della depressione è infatti la mania: un’esaltazione che, in quello che viene definito Disturbo Bipolare, si alterna ai momenti di giù, quelli in cui la persona sembra aver perso la voglia di vivere, di combattere e di interessarsi alla vita.

Se depressione è giù; mania è su.

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Sulla depressione V parte: ascoltare

“Siddharta ascoltava…”
H.Hesse

Leggo su Repubblica Salute di qualche giorno fa un articolo dal titolo “Papà depresso, ricaduta sui figli. E con la crisi aumentano i rischi”.

Si parla di uno studio condotto su un campione significativo di famiglie americane (22mila!) lungo l’arco di quattro anni in cui si arriva alla conclusione che: “… le possibilità di bambini e ragazzi di sviluppare problemi emotivi e comportamentali aumentano se vivono con un padre che mostra sintomi depressivi”.

Lascio il link a questo articolo per chi ha voglia di leggerlo. A me serve solo come spunto per un’ulteriore riflessione sulla depressione e su quella che, secondo me, è la prima risorsa che viene a mancare quando ci relazioniamo con un depresso: la capacità di ascoltare.

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Sulla depressione IV parte: “togliersi di mezzo”

“La terra non l’ereditiamo dai nostri padri,
ma l’abbiamo in prestito dai nostri figli”
Alce Nero, Capo Sioux

 

Il bell’articolo di Barbara Spinelli pubblicato su La Repubblica dell’11 gennaio mi dà lo spunto per un altro breve post sulla depressione.

Il presente non è vuoto; è pieno, abbondante, debordante. Uno dei motivi per cui non ce ne accorgiamo è perché, insieme al fiume di messaggi che arriva dai mezzi di comunicazione, molti, troppi, ci minacciano con lo spauracchio della scarsità e della miseria.

E’ strano che in un mondo in cui abbiamo davvero tutto e in cui il superfluo ci invade da ogniddove, siamo sempre più preoccupati da ciò che ci verrà a mancare.

Ma forse, come diceva Marx, non abbiamo altro da perdere che le nostre catene.

E la domanda diventa: di cosa sono fatte oggi queste catene? L’articolo della Spinelli ne parla in termini storico-economici e mi trova completamente d’accordo. Ma a me tocca invece, visto il mio lavoro, una riflessione psicologica su questo argomento.

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Sulla depressione III parte: il diciottesimo cammello

“Le ho detto tante volte, Watson,
che lei vede ma non osserva!”
Sherlock Holmes

Parlavo in “Sulla depressione II parte: antidoti” del flusso di integrazione: quella funzione che ci permette di continuare a distinguere fra noi e il mondo e di “renderlo comprensibile” o, quantomeno, non troppo caotico e ingestibile.

La capacità di integrare il mondo è alla base della coscienza e della sintonizzazione (cfr Cronaca 5). E’ infatti integrandoci e integrando che entriamo in relazione con le cose e con le persone. La stessa etimologia della parola integrare rimanda all’atto di “mettere insieme”, “unire per creare un intero”. Esser-ci nel  mondo è per ognuno di noi, in un certo senso, un’apertura: una capacità di far entrare e percepire dando un senso, una direzione al flusso delle cose che ci investe continuamente fin dalla vita intrauterina. Ciò che cogliamo del mondo e ciò che possiamo pensare del mondo e della nostra relazione con esso è ciò che definiamo realtà.

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Sulla depressione II parte: antidoti

“Chi cerca esseri umani
troverà acrobati”
P.Sloterdijk

Cosa dovrebbe cambiare per far sì che il cambiamento non ci travolga?

Alla fine dell’ultimo post ponevo questa domanda con lo scopo di tener aperta la riflessione sulla capacità di sopravvivere senza deprimersi in un mondo che cambia velocemente e nel quale le vecchie strategie di adattamento sembrano destinate a fallire.

“Una teoria sulla depressione è che la capacità del cervello di cambiare in risposta all’esperienza si è bloccata”. E’ quanto sostiene D.Siegel parlando di una sorta di rigidità in quello che definisce “fiume di integrazione”: il lavoro che la mente svolge per leggere e assimilare il continuo flusso di informazioni che arrivano “dal mondo” e che, se non fossero integrate, rischierebbero di sommergerci.

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Sulla depressione

“Non ha rispetto per il mondo
chi tenta di controllare
il proprio destino.”
J.Hillman

Intravedo in una rassegna stampa del mattino (e poi vado a cercare on line) un articolo dell’Avvenire dal titolo: “Salute, italiani sempre più depressi”.

Vi si cita la Relazione sullo Stato Sanitario del Paese da cui si evince che: “Gli italiani sono sempre più depressi. Almeno, stando al consumo di antidepressivi, che ha conosciuto un vero boom nell’ultimo decennio: se nel 2001 si consumavano 16,2 dosi giornaliere ogni mille abitanti; nel 2009 questa cifra è più che raddoppiata, salendo a 34,7 dosi… I dati dell’Osservatorio Nazionale evidenziano che il consumo di antidepressivi nell’ultimo decennio ha avuto un incremento medio annuo del 15,6%.” (Fonte: Avvenire.it, 13.12.2011).

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Dove si nasconde la felicità?

“Nulla è più difficile da sopportare
di una serie di giorni felici”
Proverbio Popolare

Capita, al ritorno dalle ferie, di interrogarsi, dopo un po’ di giorni di lavoro, su dove se ne sia andata a finire quel po’ di felicità raggiunta con le vacanze. Anche quest’anno l’immancabile ricerca ISTAT conferma che almeno un italiano su dieci soffre di stress post vacanze. Questa sindrome che “nei casi più gravi dura anche mesi” annovera fra i disturbi più comuni “mal di testa, stordimento, irritabilità, dolori muscolari, inappetenza e, nel peggiore dei casi, depressione” (dal sito “Nienteansia.it”).

Questo breve saggio non ha lo scopo di consigliare una serie di rimedi atti a superare quella che gli psichiatri Anglosassoni, sempre solerti nella catalogazione delle sindromi, hanno definito “Post-vacation blues”. Intende piuttosto riflettere su dove vada a finire la felicità: non solo quella che si incontra o si spera di incontrare durante le vacanze, ma anche quella che si mette nei pacchi dono a Natale, quella dei week-end, degli scatti di carriera e dei traguardi raggiunti.

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