Selfie: qualche libera associazione e… un po’ di metodo

…una foglia che cade, un amico che saluta
o una ‘primula sullo sfondo di un fiume’,
non sono mai ‘questo e nulla più’.”
G. Bateson

Un Selfie è, secondo Wikipedia: “…Un autoritratto fotografico, tipicamente eseguito con un palmare, una fotocamera digitale o un telefono.” Essendo una foto, un’immagine, è naturalmente anche molto di più: è, innanzitutto, un contenuto che comunica qualcosa, ha uno sfondo, un espressione, un contesto… E’ anche diventata, Selfie, una delle parole dell’anno, un termine su cui si sono accese discussioni, dibattiti, articoli e studi sociologici, ecc.

Ne parlo, qui, perché ho letto un po’ di questi articoli di colleghi, zii (filosofi) e cugini (sociologi) che tutti indistintamente hanno la loro da dire e spesso, secondo me, perdono di vista il contesto del quale stanno parlando e in cui il selfie avviene.

L.Russolo-Autoritratto con teschi.

Scrivendone anch’io mi metto, ovviamente, dentro alla schiera dei commentatori. Vedrò di farlo solo per un attimo e solo, se riesco, per ribadire un paio di modi di procedere che considero caratteristici del mio lavoro e che ritengo fondamentali per un discorso che non sia il solito “dove andremo a finire a forza di / ma guarda che adesso tutti, anche il presidente degli stati uniti si mette a… / dobbiamo stare in guardia perché, ecc” o una qualche versione più erudita della stessa solfa, tipo “il narcisismo sempre più diffuso che ci porta a / la mancanza di senso / il vuoto dentro e dietro all’immagine / la superficialità senza contenuto e la solitudine digitale”.

Parto da una frase di Bateson che, in un lavoro del 1969 intitolato Doppio Vincolo parlando dell’omonima teoria, da lui sviluppata, allora in gran voga negli ambienti psichiatrici, dice : “Il nostro lavoro originale sul doppio vincolo contiene numerosi errori, dovuti semplicemente alla mancanza di un esame articolato del problema della reificazione. In quel lavoro un doppio vincolo viene trattato come un ‘qualcosa’ e se ne parla come se questi ‘qualcosa’ potessero essere contati. Ciò naturalmente non ha senso: non si possono contare i pipistrelli contenuti in una macchia di inchiostro, dal momento che non ce ne sono; eppure, se uno ha un debole per i pipistrelli, può ‘vederne’ parecchi.”

Succedeva così: i colleghi di Bateson, avendo trovato una teoria che aiutava a leggere la schizofrenia e altri gravi disturbi psichiatrici, la applicavano ad ogni caso e trovavano decine di doppi vincoli nella storia clinica di ogni paziente. Avevano un debole per le spiegazioni eleganti e ne trovano tante quante uno “studioso” di pipistrelli ne può trovare in una macchia di inchiostro.

E’ facile mettersi a proiettare quando ci si trova di fronte a qualcosa di indistinto e, a volte, è necessario proiettare ipotesi, ipotizzare sindromi, azzardare diagnosi.

Bisogna tuttavia ricordarsi di non reificare: non rendere oggetto ciò che invece è un processo; non fare l’errore del medico di Molière che, interrogato sul perché l’oppio facesse addormentare, rispose trionfante che la risposta era semplice e che l’oppio si comporta cosi perché contiene un principio soporifero (virtus dormitiva).

E dobbiamo tener presente che più reifichiamo più cadiamo nella trappola di scambiare la mappa per il territorio e nel pericolo di proiettare le nostre spiegazioni predilette sull’oggetto del nostro studio.

Una macchia di inchiostro accetta di buon grado e senza scomporsi una gran quantità di proiezioni e il selfie, così come facebook e twitter, sono fenomeni talmente diffusi e pervasivi da cogliere e incorporare qualsiasi definizione. Sono uno sfondo, non una figura: qualcosa di non definito che si lascia descrivere e modellare e che, essendo in fieri, può cambiare via via che viene definito.

Certe definizioni lapidarie vengono pronunciate, spesso, da persone che, guardando da fuori, la sanno lunga sulle macchie d’inchiostro e, osservando e dissezionando l’oggetto di studio, trovano spiegazioni del perché e del percome l’oggetto si comporta in un certo modo, di quali sintomi soffre chi usa l’oggetto, di dove andrà a finire…

Il guaio è che l’oggetto di studio non è un oggetto: il selfie non è una fotografia ma un messaggio e, proprio come un messaggio in una bottiglia, ha e prende senso nel momento in cui viene letto. Pensate ad un messaggio scritto da Shakespeare in perfetto ed elegante inglese e “letto” da un indigeno della Papuasia che di inglese non sa una parola. O pensate all’esatto opposto: Shakespeare avrà forse qualche mezzo in più per capire ma anche per lui sarà dura e, comunque, dovrà aspettare un bel po’ prima di sparare un giudizio su cosa quel messaggio comunica. Pensate ora che invece si siano mandati una foto, poi pensate che non se la siano affatto mandata ma che l’abbiano affidata al mare, cosi come si fa con i messaggi in bottiglia. Tutto questo non ci dice niente di chi manda e nemmeno di chi riceve, non ci dice nulla nemmeno su chi ha scattato la foto e della sua psiche (potrebbe essere un fake, ad esempio: un contadino francese potrebbe aver spedito per scherzo la foto di Shakespeare).

L’esperto che si mettesse a commentare la foto, se fosse un bravo fotografo, potrebbe dire molte cose sulla sua qualità.

Lo psicologo che, guardando l’immagine, cominciasse a inferire cose su chi l’ha spedita farebbe l’errore che fanno certi colleghi inesperti che si mettono ad interpretare un sogno senza conoscere chi l’ha sognato e senza parlarne con lui: quanti pipistrelli nella macchia e quante cose intelligenti su cui si potrebbe concordare o contro cui si potrebbe ribattere!

E, di questi tempi, mettersi a contestare l’uso indiscriminato di “messaggi in bottiglia” è utile quanto lo era protestare sulla diffusione indiscriminata del romanzo nel ‘900.

Miliardi di messaggi in bottiglia ogni giorno di cui solo alcuni diretti esattamente a qualcuno.

Conviene pensare al contesto e a “… questo tessuto di contesti e messaggi che propongono un contesto (ma che, come tutti i messaggi, hanno un ‘significato’ solo grazie al contesto).” G. Bateson.

Conviene insomma contemplare lo sfondo e, mentre lo si osserva, porsi quella che Hillman definiva la domanda psicologica fondamentale: Dove sono?

Sono convinto che questo farà sparire sullo sfondo molti dei commenti più ovvi, triti e ritriti e ricorsivi, molte delle sparate moralistiche su quanto “ora compaiono questi orribili pipistrelli nella macchia di inchiostro e non se ne erano mai visti così tanti e… dove andremo a finire?”.

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