Category Archives: Saggi semiseri

Le porte della percezione

“La mia forma è ben più
del modo in cui sono stato assemblato”
James Hillman

“Le porte della percezione” è il titolo di un saggio breve di Aldous Huxley.

Scritto nel 1954 tratta delle esperienze che l’autore ha vissuto tramite l’utilizzo di mescalina ed è un resoconto di come, per Huxley, l’uso di questa sostanza psicotropa abbia rappresentato una vera e propria esperienza mistica che gli permise di entrare in contatto con stati di coscienza non usuali e, in seguito, di ragionare sulla consapevolezza, sul ruolo del cervello nell’elaborazione delle informazioni che provengono dai sensi e su quanto l’immagine del mondo sia una costruzione: un prodotto non tanto di “ciò che entra” quanto del modo in cui lo stimolo viene lavorato dal sistema che lo riceve.

Per il titolo “Porte della percezione” Huxley si ispirò ad un verso di William Blake che recita: “Se le porte della percezione venissero pulite e purificate tutto apparirebbe all’uomo come è, infinito.”

Insomma: uno scrittore che promuove l’uso di droghe che si ispira ad un poeta visionario del XXVIII secolo (per non parlare di Jim Morrison, il musicista che ispirandosi ad entrambi fondò The Doors).

Tutti e tre, con modi diversi, evocano una metafora che vede la porta, il canale, la soglia non come un semplice punto di passaggio ma come un luogo speciale: un laboratorio in cui prende forma ciò che chiamiamo realtà.

E se è vero che “La mente è quel processo che modula il flusso dell’energia e dell’informazione” (Siegel), se è vero, cioè, che in ogni istante qualcosa in noi interviene per dirigere l’attenzione, per escludere certi stimoli e lasciare che altri ci influenzino, per aggiungere o togliere emozioni, affetti e desideri a ciò che i nostri sensi colgono, non si può negare che ogni intervento sul modulatore dell’informazione sia anche un intervento sul mondo: una modificazione della porta che cambia il contenuto e il rapporto fra dentro e fuori, fra osservatore e osservato.

Lo studio di questo processo parte dalla constatazione che il postulato di un mondo esterno misurabile e oggettivo va bene per le scienze esatte ma smette di dare frutti non appena si ragiona sugli esseri umani, sul loro modo di interpretare la realtà, di fare scelte e di rispondere alle sollecitazioni dell’ambiente.

L’idea stessa di oggetto misurabile va messa tra virgolette quando ci si accorge che per un essere umano ogni oggetto percepito è un aggregato: non solo peso, misura, colore, intensità, temperatura ma anche e soprattutto bellezza, piacevolezza, utilità, possesso…

Ho visto colleghi del laboratorio di psicologia sperimentale esasperati dalle risposte di studenti/cavia che alla richiesta di dare la loro  valutazione sull’intensità dello stimolo fornito rispondevano cose tipo: “è un’intensità fastidiosa, è uno stimolo stupido, bello questo suono, ecc.”.

Risposte molto umane, considerazioni sull’aggregato invece che sull’oggetto, materiale sperimentale pieno di “scorie” perché è con ciò che uno sperimentatore chiama scorie che gli individui arricchiscono e sporcano gli oggetti rendendoli soggettivi, poco misurabili, emotivi, bizzarri a volte, poetici altre.

In psicologia clinica ci si abitua a questa mancanza di precisione: una paziente porta in seduta se stessa e si descrive come qualcosa di coerente ma inafferrabile, riconoscibile ma mutevole con parti incomprensibili per se stessa ma irrinunciabili, con qualità che diventano difetti e con sintomi a cui è… così affezionata. Le  porte della percezione continuamente modulano la nostra immagine di noi stessi, delle relazioni e di ciò in cui siamo immersi. Certe parti finiscono sullo sfondo e altre si stagliano con forza in primo piano e spesso la tonalità emotiva colora la descrizione e la descrizione influenza il sentire e viceversa.

James Hillman parlando di se stesso che invecchia si racconta e parlando del rapporto con il proprio corpo, dice: “Io mi considero un essere corporeo il cui sapere più avveduto e vitale, detto anche istinto, deriva da questo mio corpo. Un essere corporeo, tuttavia, comprende qualcosa di più che il mero essere fisiologico, perché il corpo è una forma, un campo psichico, una casa di anime che si accasano in tutte le sue stanze. In quanto campo psichico, il corpo fisico è una cittadella di metafore che possono essere lette per scoprirvi intelligenza psicologica, oltre che informazioni biologiche.” E’ un cenno alla complessità  soggettiva del corpo che tutti noi viviamo come una casa di anime perché è sempre pieno di umori, di sensazioni, di ansie e di aspettative; perché ha sete, fame, voglia di muoversi, fastidio, disagio, desiderio. E per chi guarda con attenzione ciascuna di queste impressioni è a sua volta una metafora, qualcosa che sta per qualcos’altro: una fame che non verrà sfamata solo dal cibo, un desiderio che non viene davvero soddisfatto dalla conquista dell’oggetto, un disagio che solo per un po’ è alleviato dalla distrazione o da un qualche tipo di anestetico.

L’energia e l’informazione continuamente si intrecciano. Ogni pensiero è accompagnato da una sensazione o da uno stato d’animo ed è difficile trovare un momento senza pensieri, un attimo in cui il flusso di coscienza non stia aggiungendo qualcosa a ciò che accade. Quando Hillman parla di corpo come forma e come campo psichico sta usando un’immagine molto simile a quella di porte della percezione. Sta dicendo che quando si descrive un essere senziente non si può prescindere dalla sua soggettività. Vedere solo l’organismo o, all’opposto, guardare solo la psiche e perdere di vista la fisicità sono errori che derivano da un gesto che scinde l’uomo in corpo e mente, in “dentro e fuori” perdendo di vista il processo e il continuo scambio fra le due facce della stessa medaglia.

Riflettere sul passaggio e su ciò che avviene mentre stiamo vivendo, mentre stiamo facendo esperienza momento per momento del nostro essere nel mondo,  fa parte della Cura di questa scissione.

Rob Gonsalves

Identità: una danza

“Un poco ci riguarda
il movimento della luna.
Il nostro corpo è d’acqua,
di nuvole tra poco”
F. Arminio

C’è un albero di ulivo nel museo di Vouves a Creta che ha 3000 anni. Ancora produce olive. Nel seme delle olive è presente il suo codice genetico, la traccia della sua identità, ciò che lo rende diverso da ogni altro ulivo.

Qualche giorno fa leggendo a caso un pezzo di un vecchio libro di Hillman, La forza del carattere, mi sono imbattuto in una citazione del fisico R. P. Feynman: “Gli atomi vengono nel mio cervello, ballano la loro danza, ed escono – ci sono sempre nuovi atomi, ma danzano sempre la stessa danza e conservano la memoria del ballo del giorno precedente.”

Presa così mi è sembrata la solita sparata New Age. Ma mi sono detto che  Feynman si è preso un Nobel per la fisica, è riconosciuto come un bravo comunicatore e come uno che quando diceva una cosa lo faceva stando ben attento all’esattezza di ciò che affermava e così sono andato a cercarmi il libro e l’articolo da cui la frase è stata presa. Il libro si intitola: “Che ti importa di cosa dice la gente?”. È una raccolta di lettere, brevi pezzi autobiografici e la trascrizione di un discorso tenuto all’Accademia Nazionale delle Scienze nell’autunno del 1955 e intitolato Il valore della scienza.

In quella trascrizione (che vi consiglio di prendere come un koan: un paradosso zen su cui riflettere) c’è la frase di cui sopra e i paragrafi che la precedono aiutano a far luce su ciò che Feynman intendeva: “Facciamo l’esempio di un articolo  scientifico: ‘Il contenuto di fosforo radioattivo dell’encefalo del topo diminuisce di metà in un periodo di due settimane’. Che cosa vorrà dire? Significa che il fosforo presente oggi nel cervello di un topo e nel mio e nel vostro, non è più lo stesso fosforo di due settimane fa. Significa che gli atomi del cervello sono stati sostituiti: quelli di prima non ci sono più. Che cosa c’è allora nella nostra mente? Che cosa sono questi atomi provvisti di coscienza? Le patate della settimana scorsa! Riescono a ricordare ora quello che c’era nella mia mente un anno fa – una mente che è stata sostituita da tempo. Accorgersi che la cosiddetta individualità è soltanto un disegno o una danza: ecco che cosa significa la scoperta del tempo che occorre perché gli atomi del cervello siano sostituiti da altri.” Segue poi la parte che ho citato all’inizio e una serie di altre riflessioni su come convenga ragionare e dubitare e su come dovrebbe porsi uno scienziato-essere umano.

Stamane ho visto la foto dell’ulivo millenario e nei giorni scorsi ho assistito a strane querelle sull’identità, sul “valore della vita”, sul carattere più o meno “italiano” di un posto o di una caffetteria. Eutanasia, africanizzazione (sic) di Piazza del Duomo, Starbucks, le palme…

Un minestrone che va dal sacro al profano e dal tragico al grottesco. Una pletora di opinioni che dicono molto di più sull’identità di chi le esprime che sull’oggetto del contendere.

Qualcosa, nell’ulivo come nel nostro cervello, riesce a ripetere una danza che permette una continuità dell’essere. Qualcosa che persiste e che garantisce la resilienza nonostante gli urti contro il mondo. Qualcosa che permette di andare avanti a sparare cazzate su quanto la nostra identità possa essere minacciata dalle piante africane in piazza duomo e che fa sì che l’ulivo dia ancora frutti.

Un disegno o una danza su cui si può addirittura meditare: si può, ogni tanto, facendo un passo indietro rispetto alle proprie opinioni, osservare cosa si ripete, chiedersi quali nessi contribuiscono a formare le opinioni e chi li crea! Cosa è originale e cosa è copiato senza riflessione? Cosa è mio e cosa fa parte di un’identità più vasta: il “pensiero di tutti”, la tradizione, l’insegnamento?

Cosa rimane nel mio pensiero se tolgo l’adesione a volte inconsapevole al comune sentire? E come funziona la danza, come si svolge?

Sono solo domande e, nonostante i progressi della scienza, le riflessioni della filosofia, o le osservazioni/ipotesi della clinica e delle teorie della mente, le risposte sono molto lontane.

Ma è così che si medita: si accetta di osservare anche dove non c’è risposta e si tiene d’occhio l’osservatore, ci si interroga su chi si sta interrogando, si guarda la danza.

“Senza mai preoccuparci  del fatto che la risposta potrebbe essere deludente, con piacere e fiducia rivoltiamo ogni pietra per scoprire stranezze inimmaginabili che conducono ad altre domande, ad altri affascinanti misteri. È certamente un’avventura grandiosa!” Diceva Feynman.

Olive Tree Museum of Vouves (Greece)

Bruti, furetti ed eroi

“Considerate la vostra semenza”
Inferno Canto XXVI

La seguente storiella è riportata dalla figlia di Gregory Bateson, Mary Catherine, che ci dice che il padre spesso la raccontava per parlare di apprendimento e di quanto ciò che già siamo influenza ciò che impariamo e ciò che diventiamo.

“Dopo aver addestrato per tanti anni i ratti a correre, un assennato psicologo all’improvviso capì che, dal momento che questi animali non vivono abitualmente nei labirinti, il labirinto forse non era il dispositivo ideale per fare esperimenti sull’apprendimento. Comprò allora un furetto, una specie che in natura va a caccia di conigli addentrandosi nei cunicoli delle tane. Mise come esca in un labirinto della carne fresca di coniglio e vi fece entrare un furetto. Il primo giorno il furetto perlustrò sistematicamente il labirinto e trovò la carne di coniglio in un tempo inferiore a quello impiegato da un ratto sottoposto alla medesima prova. Ma che accadde il secondo giorno? Come ci si aspettava il ratto perlustrò il labirinto e trovò l’esca in un tempo minore rispetto al primo tentativo. Era il segno secondo lo psicologo che si era prodotto un apprendimento. Ma non fu lo stesso per il furetto. Percorse infatti il labirinto e giunse al bivio che il giorno prima lo aveva portato alla ricompensa ma non lo imboccò. Per quale motivo? Perché il giorno prima ci aveva già mangiato il coniglio che lo abitava. Ciò che il furetto aveva appreso dipendeva dalle aspettative su come va il mondo – per i furetti, si intende.”

Non ha tempo da perdere, il furetto. E se il giorno prima ha già macellato un coniglio in una delle stanze della casa dei conigli, sa bene che il giorno dopo non ne troverà lì un altro. Va oltre e, seguendo la sua natura, cerca da un’altra parte. Sarà molto difficile farlo pensare come un ratto e, qualora si riuscisse, ci si troverebbe ad avere a che fare con un furetto depresso (o schizofrenico, direbbe Bateson).

È evidente che le aspettative modulano continuamente il comportamento e la percezione: tendiamo a vedere ciò che ci aspettiamo di vedere e a comportarci in base a ciò verso cui “spontaneamente” tendiamo.

L’aspettativa è, in questo senso, un fortissimo bias: una tendenza, un’inclinazione o una distorsione verso… qualcosa che è già nella nostra mente e che noi cerchiamo là fuori, qualcosa che magari non è ancora ben definito ma verso cui ci sentiamo protesi.

Spesso è anche una cosa che non sappiamo di sapere: il furetto è un furetto e basta e anche noi a meno che non ci sia uno psicologo sperimentale che misura i nostri tempi di reazione e controlla le esche che ci lasciamo alle spalle, ce ne andiamo in giro senza troppo considerare la nostra semenza. Non è detto che sia un male e, finché non ci si ritrova su una soglia su cui occorre fare i conti con la propria natura, il comportamento che ci ha fatto sopravvivere fino ad oggi garantirà anche il prossimo coniglio (o la prossima esca se siamo, senza saperlo, in un esperimento).

Ma cosa capita quando siamo dei furetti e ci trattiamo come dei ratti? Cosa succede se coloro a cui chiediamo aiuto ci considerano non in base alle nostre aspettative ma alle loro? E se sia le nostre che le loro sono oscure ad entrambi?

I desideri e le aspettative spingono in una direzione e determinano le resistenze: se cerco di addestrare un furetto a comportarsi come si comporta un topo troverò molte difficoltà e, come minimo,  avrò a che fare con uno studente recalcitrante; se cerco di convincermi a stare in una situazione che per me è tossica, se, insomma, sono un pesce di mare che cerca di nuotare in acque dolci, sbatterò contro ostacoli che altri nemmeno vedono ma che per me saranno fonte di sofferenza.

Il fenomeno che Freud definì ritorno del rimosso è collegato proprio alla soppressione del desiderio, al gesto (per la gran parte delle volte inconscio) con cui violentiamo la nostra natura non ascoltando forze che non possono essere messe a tacere senza conseguenze.

Nel ventiseiesimo canto dell’Inferno, Dante  mette Ulisse e gli uomini del suo equipaggio su una soglia archetipica: le colonne di Ercole, il punto estremo oltre cui non c’è che l’ignoto. Da maestro di eloquenza qual è, Ulisse fa un discorso che va a toccare le corde più profonde delle loro anime e che culmina nell’esortazione a considerare la propria natura e a ricordare che le loro aspettative sono ben diverse da quelle dei bruti e che la ricerca di virtù e di conoscenza è ciò che profondamente li differenzia da…

Credo sia importante anche senza trovarsi su una soglia così drammatica  (e magari prima di andarci a sbattere) porci nella stessa prospettiva, pensare le nostre aspettative ed analizzare le resistenze che derivano dalla soppressione del desiderio o dall’accettazione passiva delle regole di un gioco che, forse, non è il nostro.

E la resistenza è un buon punto da cui partire: dove ci incaponiamo, là, dove ci trovano cocciuti, insistenti, duri di comprendonio; sotto agli spigoli del carattere e di fianco a certi sintomi che si ripetono; nei contesti in cui non riusciamo a lasciar perdere.

Sono buoni posti in cui scavare!

Christian Schloe Sailing the Universe

Kairos

“Non è il carico che ti spezza ma il modo in cui lo porti”
Lena Horne

Quando ho letto la frase che riporto nell’incipit mi è tornato in mente un ricordo di molti anni fa: un piccolo fatto che è stato, per me, un chiaro esempio di quanto il problema con ciò che la psiche deve reggere non stia nel peso in sé ma nella posizione mentale di chi lo sta portando.
Viaggiavo in India su una corriera affollata sulla strada tra Agra e Jaipur.
Non è una tratta lunga, meno di trecento chilometri ma, allora (e forse anche adesso sui bus non turistici) era un viaggio da sei o sette ore; una sorta di gimcana fra gli ostacoli più svariati con decine di fermate per far salire persone su un mezzo che andrebbe alleggerito della metà del carico.
Ci eravamo seduti, due amici, mia moglie ed io, su un sedile da tre che trovavamo stretto ma che ci sembrò un’ottima postazione quando ci accorgemmo che strada facendo continuavano a salire persone che si sistemavano in ogni angolo occupabile. Dopo un’ora di viaggio all’ennesimo stop salì un altro gruppo di viaggiatori e, tra loro, quello che diventò il mio personale passeggero: un signore sulla settantina, arzillo e sorridente che non trovando posto e vedendo le mie comode gambe mi si sedette in braccio. Rimasi esterrefatto. Anni di mezzi pubblici a Milano insegnano a cercare di non urtarsi, a fare del proprio meglio per non invadere lo spazio degli altri e a difendere il proprio con occhiatacce, sbuffi e “muso duro” se qualcuno non rispetta le regola del sta sù de’ doss’ (il “non mi pesare-invadere-scocciare” detto in milanese).
Invece, il signore se ne stava seduto in grembo con il suo sorriso sdentato e con uno sguardo tra l’affermativo e l’interrogativo, una speciale espressione molto usata dagli indiani che, in quel frangente sembrava dire: “ I am welcome!/?”.
L’ho tenuto in braccio per un paio d’ore, non parlava una parola di inglese ma sorrideva ad ogni mio cenno di comunicazione e intratteneva brevi scambi con altri passeggeri senza troppo curarsi di me. Quando è sceso mi ha lasciato con il suo namasté, il saluto a mani giunte con piccolo inchino che significa, grossomodo, “mi inchino alle qualità divine che dimorano in te”.
E’ stato uno dei carichi più lievi che io abbia mai portato. Non perché pesasse sì e no cinquanta chili né perché la situazione me lo rendesse leggero ma perché, per una serie di ragioni già presenti dentro di me, quel peso spostò alcuni equilibri e, senza che me ne rendessi conto, determinò una direzione e alleggerì tante altre cose. Fu, per me, un punto di svolta. Continua a leggere

No enemies within

Se non hai nemici interiori quelli esteriori non potranno ferirti”
Proverbio Africano

C’è un aforisma di Flaubert che dice: “Occorrono tre cose per essere felici: essere imbecilli, essere egoisti e godere di buona salute; ma se vi manca la prima tutto è finito”.

Mi è tornato in mente dopo che nei giorni scorsi ho letto un tatuaggio con la prima parte del proverbio africano dell’incipit… non avere nemici interiori. Ho collegato le due frasi perché mi sembra chiaro che la debolezza dell’imbecille -etimologicamente l’imbecille è colui che si deve sostenere con un bacillum (un bastoncino)- sia una chiara incapacità di guardare dentro, una mancanza di introspezione che non elimina i nemici ma che, semplicemente, si limita a negarli, a non accorgersi della loro presenza. Il contrario, insomma, della forza di chi ci ha fatto i conti con questi nemici e, dopo un duro lavoro, ha raggiunto uno stato in cui può combattere senza zavorre, può confrontarsi con il mondo da solo!

Credo che nessuno sia completamente così: abbiamo tutti una parte di imbecillità che ci indebolisce e che ottunde la capacità di distinguere cosa sia interno e cosa, invece, sia reale, concreto, esterno.

Il viaggio dell’eroe è uno dei miti fondanti della nostra cultura: il percorso che ogni protagonista di storia compie per trasformarsi e per diventare ciò che è. Nel suo procedere verso la meta il futuro eroe deve affrontare varie peripezie, deve superare prove, confrontarsi con ostacoli che mobilitano tutte le sue risorse e, soprattutto, vincere contro i propri demoni, diventare meno stupido, perdere quell’innocenza che andava bene all’inizio della storia ma che, strada facendo, diventa debolezza.

Ulisse, uno degli archetipi dell’Eroe, deve, sì, affrontare Polifemo, superare le tempeste che l’ira di Poseidone scatena contro la sua nave, passare nello stretto pauroso tra Scilla e Cariddi, ma deve, innanzitutto, lottare contro le forze che gli impedirebbero di compiere il proprio destino: l’inerzia che lo lascerebbe tra le braccia di Circe, l’Hybris che gli farebbe accettare il dono dell’immortalità offertogli dalla Ninfa Calipso, le debolezze che lo accompagnano nel suo lungo viaggio.

Tutti nemici interiori. Una serie di: “Chi me lo fa fare, mi fermo qua che non è così male, sono stanco e potrei riposare… carina Nausicaa…”.

Ma non è un imbecille e qualcosa in lui sa che l’indole va superata: certe facili tentazioni rendono felici e imbecilli, sereni e immobili.

Alla fine, quando fa ritorno, è una persona diversa, uno che può affrontare i nemici esterni perché ha vinto contro ciò che, dentro, andava superato!

Ogni storia che parla dell’eroe, anche quella di Pollicino, ci racconta di un viaggio che è prima di tutto interiore, ci mostra una trasformazione e quando il cerchio si chiude la stessa persona che aveva intrapreso il cammino è… più sola e più saggia.

E i nemici esterni? So che ve lo state chiedendo!

Non è vero che non possono ferirci: ci sono persone che si specializzano nella “caccia agli eroi” e non vedono l’ora di buttare qualcuno giù dal piedistallo. Spesso sono ex amici o nuovi adepti, organizzatori di fan club o segretari particolari.

Ma il proverbio è giusto lo stesso! E’ un incitamento non una promessa. È l’invito ad una jihad (nel senso giusto del termine): una lotta contro l’angelo, un percorso terapeutico che serve da cura contro l’imbecille interiore.

Non finisce alla prima acquisizione di consapevolezza perché è più come un antidoto quotidiano che ci ricorda la nostra debolezza intrinseca e ci aiuta a combatterla indicando la sua origine, la vera madre degli imbecilli: l’idea di un io distinto senza nemici interni, una specie di monolite che rimane uguale a se stesso e che non ha bisogno di intraprendere nessuna avventura, nessuna strada verso il cambiamento.

Nessun nemico dentro è un obiettivo, un motto per continuare il lavoro.

Non rende più facile la vita ma incute coraggio.

Il coraggio è uno degli obiettivi che mi pongo quando inizio una terapia e so che quando i pazienti diventano più coraggiosi è perché si sono lasciati alle spalle un po’ di stupidità

Quanto all’esterno… cito spesso una frase dell’Avvelenata in cui Guccini ammonisce: “Andate e fate tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete, a sparare cazzate”.

Arnold Böcklin – Odisseo e Calipso

Coazione a ripetere: la speranza e gli oggetti

“Forse tutti i nostri pezzi mancanti e le nostre sfortune sono in realtà delle
benedizioni che fanno di noi quelle persone particolari che siamo”
James Hillman

Anni fa un paziente che seguivo e che aveva alle spalle una lunga storia di tossicodipendenza mi disse che il motivo per cui per tanto tempo era andato avanti ad usare droghe e a rovinarsi la vita era che aveva sempre cercato “l’incredibile piacere che ho provato una delle prime volte che mi sono fatto”.

La sua ricerca di quel singolo momento di estasi gli era costata un’incredibile serie di sofferenze e di stenti finché, al fondo della spirale, si era accorto che la speranza era vana: non avrebbe mai più trovato il soggetto che aveva vissuto il momento e non sarebbe più stato (parole sue) l’oggetto di tanta grazia!

Ho incontrato la stessa brama e la stessa cocciutaggine in tanti pazienti e con loro mi sono ritrovato a fare il lavoro opposto di quello che si fa con chi soffre di depressione. Mentre con questi si cerca di riaccendere la speranza e di trovare qualcosa che possa attivare il desiderio, con gli altri il compito diventa quello di spegnere la speranza e togliere dall’orizzonte l’oggetto: ciò che disperatamente (nel senso di “con fin troppa speranza”) il soggetto va cercando.

E’ una sorta di lavoro contro natura perché la speranza è figlia dell’amor proprio e non è facile convincere la pancia di chi ha fame e la mente di chi cerca qualcosa che sa/crede che possa davvero cambiare la sua vita e riempire il buco una volta per tutte.

Ed è un lavoro sul confine tra Eros e Thanatos perché è difficile in questi casi distinguere la spinta verso la vita dal desiderio di estinzione: non è facile convincere chi in un gesto, in una sostanza o in una relazione cerca il piacere e la soddisfazione di un bisogno profondo, che lì, in quell’oggetto, c’è… un vuoto che ribadisce l’insoddisfazione e l’impossibilità della pienezza.

Ed è un confine così interessante: un posto in cui l’intensità rende piacevoli cose dolorose e attraenti certi stati da cui bisognerebbe scappare e che, invece, vengono ripetuti con un godimento che è… così vicino alla sofferenza. Continua a leggere

Fantasmi

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”
David Foster Wallace

La frase dell’incipit si trova nell’ultimo libro di Wallace, Il Re pallido: un libro che l’autore chiamava “la cosa lunga” e che gli sopravvisse, incompiuto e messo insieme, spulciando fra un’enormità di appunti, dal curatore di altri suoi libri.

DFW la inserisce, di punto in bianco, a pagina 404 (edizione italiana) nel bel mezzo di un elenco in cui descrive un gruppo di dipendenti dell’agenzia delle entrate che sfoglia cartelle dei redditi: una descrizione che si limita a dire chi gira una pagina, chi due, quanto rumore fanno i fogli, chi torna indietro per ricontrollare qualcosa.

Non viene spiegata e rimane lì ad evocare una serie di associazioni e, naturalmente, di domande.

Quella che segue è un’amplificazione. E’ ciò che faccio in seduta quando mi trovo di fronte a qualcosa che compare e che né io né il paziente riusciamo davvero a spiegare o ad interpretare: una sorta di segno che rimane chiuso come un’ostrica e che proprio per questo stimola le associazioni e l’immaginazione.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Giulietta e Romeo, Amore e Psiche, Orfeo e Euridice, Narciso ed Eco: in ognuna di queste coppie (e in molte altre) uno dei due protagonisti insegue l’altro, irraggiungibile, andato, scomparso… proprio come un fantasma.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. I fantasmi trascinano catene che, simboli del loro attaccamento, li trattengono in uno stato di sospensione. Forse aspettano di essere riconosciuti o forse la costrizione non è che un desiderio non esaudito, qualcosa a cui continuano ad anelare ma che non si lascia raggiungere. E forse nemmeno loro sanno bene quale sia il desiderio ed è per questo che sono, allo stesso tempo, timidi e spaventosi: incapaci di farsi vedere fino in fondo, persecutori nel loro compulsivo volersi mostrare, far sentire, essere corrisposti. Continua a leggere

Focus: la natura raccolta della mente

Il vecchio stagno
una rana si tuffa
un suono d’acqua”
Matsuo Basho

La minuscola poesia dell’incipit è un Haiku: un componimento di poche sillabe che coglie una porzione ristretta di realtà focalizzandosi su quel poco che conta per l’autore.

Diceva Hillman in un suo libro del 1967 che: “L’attenzione è la virtù psicologica cardinale, da cui dipendono forse tutte le altre, perché non possono esservi né fede, né speranza, né carità per alcuna cosa se questa non riceve prima attenzione.”

E il focus è il gesto dell’attenzione: il modo in cui ignoriamo il resto e incorniciamo un aspetto, una cosa, un oggetto che diventa specifico perché su di esso abbiamo diretto (o forse perché ha attirato) qualcuno dei nostri sensi. Mettere a fuoco, concentrarsi, stare attenti e protesi verso l’oggetto del nostro interesse modella il mondo escludendo intere parti della realtà che finiscono sullo sfondo rispetto a ciò su cui stiamo.

Spesso l’attenzione vaga e, con la sua danza, ritaglia i soliti spazi, ripete percezioni che diventano abitudine e passano inosservate. Percorriamo interi pezzi di ambiente senza notare la rana che si tuffa nello stagno che è “vecchio” proprio perché quasi non viene visto. A volte un evento è più forte del solito e siamo costretti ad osservare attentamente ma se tutto procede all’interno del conosciuto, se non ci sono sbalzi nel mondo, può capitare che il focus non cambi e che intere parti di realtà quasi si dissolvano: scontate, opache, poco visibili.

Se questa disattenzione è verso l’interno, se è la psiche a non essere guardata, succede che: “la vita interiore diventi scolorita e inconsistente (come lo è il mondo esterno negli stati depressivi)” (Hillman). Continua a leggere

Contro la generalizzazione

Viviamo in un’epoca in cui i modelli
tendono ad essere mediocri in modo che
la loro raggiungibilità sia comoda”
Tony Servillo

Negli ultimi giorni avrò sentito almeno dieci volte appioppare la diagnosi di depressione all’attentatore di Monaco. E’ probabile che un giornalista abbia cominciato a riferire di una qualche cura che, in passato, il diciottenne-omicida-suicida, aveva ricevuto; può essere che frugando superficialmente nella sua vita si sia venuti a sapere che stava prendendo psicofarmaci ed ecco la deduzione più semplice, la prima etichetta preconfezionata: provava un disagio, era oggetto di bullismo da parte dei coetanei, si è depresso e ne ha ammazzati una decina.

Sembra la seconda spiegazione più facile dopo radicalizzato che sta per “reso più o meno velocemente un potenziale/effettivo assassino”.

Ma tutt’al più un depresso si suicida. Molto spesso si lamenta molto e fatica a portare avanti un’esistenza resa difficile dal rallentamento motorio, dalla perdita di senso, dall’umore nero, dall’insonnia o dall’ipersonnia, ecc.

Lo so che la questione sembra irrilevante e che, comunque, nove persone sono state uccise e che il killer fosse depresso o psicopatico sembra non aggiungere o togliere nulla alla tragedia.

Ma invece è una questione di principio: visto che sono (e forse mi sono) relegato nella posizione dell’osservatore credo di dover almeno rifiutare la lente che mi viene proposta se la trovo sfocata, distorcente, fuorviante. Continua a leggere

Intolleranza

Sono un uomo: nulla di ciò che
è umano mi è estraneo, io dico”
Terenzio

La frase dell’incipit, scritta nel primo secolo avanti Cristo, è tratta dalla commedia intitolata Heautontimorùmenos: il punitore di se stesso. E’ pronunciata da un certo Creméte, vicino di casa del protagonista Menedmo. Quest’ultimo ha deciso di punirsi per una cattiva azione che ha commesso e il primo pronuncia la frase per spiegargli la solidarietà con cui lo ascolta nonostante lo conosca da poco. Nel corso dei secoli spesso è stata usata, più o meno a sproposito, come esempio di quanto un essere umano possa, se solo si sforza un po’, mettersi nei panni di un suo simile.

Se niente di ciò che è umano mi è estraneo potrò capire comportamenti, giustificare azioni, comprendere punti di vista e scelte. Sarò in grado di tollerare prese di posizione diverse dalle mie ma che comunque, in quanto essere umano, conosco o posso immaginare.

E’ da quest’ottica che deriva il concetto di Humanitas: l’antica virtù che presuppone una concezione etica basata sull’idea che gli esseri umani possano avere gli uni nei confronti degli altri un atteggiamento benevolo che prescinda dalle distinzioni etniche, sessuali, sociali.

Con fraternità si intende, laicamente, non il fatto che siamo tutti figli dello stesso padre, quanto che, siccome siamo tutti umani, nessuno può chiamarsi fuori, nessuno può ergersi a giudice di altri visto che, nella sostanza, non è così diverso e nei fatti non può dirsi estraneo.

Non è facile, tuttavia, sentirsi simili al tizio che qualche giorno fa ad Orlando ha ammazzato 49 persone. Si fa fatica a immaginare che lui abbia fatto lo sforzo di comprendere le sue vittime e viene voglia di condannarlo e basta: è come se lui stesso si fosse già reso estraneo e viene spontaneo mettersi con (quasi) tutti gli altri esseri umani e giudicarlo un folle o un irrecuperabile fanatico. Continua a leggere