Tag Archives: Desiderio

Bruti, furetti ed eroi

“Considerate la vostra semenza”
Inferno Canto XXVI

La seguente storiella è riportata dalla figlia di Gregory Bateson, Mary Catherine, che ci dice che il padre spesso la raccontava per parlare di apprendimento e di quanto ciò che già siamo influenza ciò che impariamo e ciò che diventiamo.

“Dopo aver addestrato per tanti anni i ratti a correre, un assennato psicologo all’improvviso capì che, dal momento che questi animali non vivono abitualmente nei labirinti, il labirinto forse non era il dispositivo ideale per fare esperimenti sull’apprendimento. Comprò allora un furetto, una specie che in natura va a caccia di conigli addentrandosi nei cunicoli delle tane. Mise come esca in un labirinto della carne fresca di coniglio e vi fece entrare un furetto. Il primo giorno il furetto perlustrò sistematicamente il labirinto e trovò la carne di coniglio in un tempo inferiore a quello impiegato da un ratto sottoposto alla medesima prova. Ma che accadde il secondo giorno? Come ci si aspettava il ratto perlustrò il labirinto e trovò l’esca in un tempo minore rispetto al primo tentativo. Era il segno secondo lo psicologo che si era prodotto un apprendimento. Ma non fu lo stesso per il furetto. Percorse infatti il labirinto e giunse al bivio che il giorno prima lo aveva portato alla ricompensa ma non lo imboccò. Per quale motivo? Perché il giorno prima ci aveva già mangiato il coniglio che lo abitava. Ciò che il furetto aveva appreso dipendeva dalle aspettative su come va il mondo – per i furetti, si intende.”

Non ha tempo da perdere, il furetto. E se il giorno prima ha già macellato un coniglio in una delle stanze della casa dei conigli, sa bene che il giorno dopo non ne troverà lì un altro. Va oltre e, seguendo la sua natura, cerca da un’altra parte. Sarà molto difficile farlo pensare come un ratto e, qualora si riuscisse, ci si troverebbe ad avere a che fare con un furetto depresso (o schizofrenico, direbbe Bateson).

È evidente che le aspettative modulano continuamente il comportamento e la percezione: tendiamo a vedere ciò che ci aspettiamo di vedere e a comportarci in base a ciò verso cui “spontaneamente” tendiamo.

L’aspettativa è, in questo senso, un fortissimo bias: una tendenza, un’inclinazione o una distorsione verso… qualcosa che è già nella nostra mente e che noi cerchiamo là fuori, qualcosa che magari non è ancora ben definito ma verso cui ci sentiamo protesi.

Spesso è anche una cosa che non sappiamo di sapere: il furetto è un furetto e basta e anche noi a meno che non ci sia uno psicologo sperimentale che misura i nostri tempi di reazione e controlla le esche che ci lasciamo alle spalle, ce ne andiamo in giro senza troppo considerare la nostra semenza. Non è detto che sia un male e, finché non ci si ritrova su una soglia su cui occorre fare i conti con la propria natura, il comportamento che ci ha fatto sopravvivere fino ad oggi garantirà anche il prossimo coniglio (o la prossima esca se siamo, senza saperlo, in un esperimento).

Ma cosa capita quando siamo dei furetti e ci trattiamo come dei ratti? Cosa succede se coloro a cui chiediamo aiuto ci considerano non in base alle nostre aspettative ma alle loro? E se sia le nostre che le loro sono oscure ad entrambi?

I desideri e le aspettative spingono in una direzione e determinano le resistenze: se cerco di addestrare un furetto a comportarsi come si comporta un topo troverò molte difficoltà e, come minimo,  avrò a che fare con uno studente recalcitrante; se cerco di convincermi a stare in una situazione che per me è tossica, se, insomma, sono un pesce di mare che cerca di nuotare in acque dolci, sbatterò contro ostacoli che altri nemmeno vedono ma che per me saranno fonte di sofferenza.

Il fenomeno che Freud definì ritorno del rimosso è collegato proprio alla soppressione del desiderio, al gesto (per la gran parte delle volte inconscio) con cui violentiamo la nostra natura non ascoltando forze che non possono essere messe a tacere senza conseguenze.

Nel ventiseiesimo canto dell’Inferno, Dante  mette Ulisse e gli uomini del suo equipaggio su una soglia archetipica: le colonne di Ercole, il punto estremo oltre cui non c’è che l’ignoto. Da maestro di eloquenza qual è, Ulisse fa un discorso che va a toccare le corde più profonde delle loro anime e che culmina nell’esortazione a considerare la propria natura e a ricordare che le loro aspettative sono ben diverse da quelle dei bruti e che la ricerca di virtù e di conoscenza è ciò che profondamente li differenzia da…

Credo sia importante anche senza trovarsi su una soglia così drammatica  (e magari prima di andarci a sbattere) porci nella stessa prospettiva, pensare le nostre aspettative ed analizzare le resistenze che derivano dalla soppressione del desiderio o dall’accettazione passiva delle regole di un gioco che, forse, non è il nostro.

E la resistenza è un buon punto da cui partire: dove ci incaponiamo, là, dove ci trovano cocciuti, insistenti, duri di comprendonio; sotto agli spigoli del carattere e di fianco a certi sintomi che si ripetono; nei contesti in cui non riusciamo a lasciar perdere.

Sono buoni posti in cui scavare!

Christian Schloe Sailing the Universe

Fantasmi

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”
David Foster Wallace

La frase dell’incipit si trova nell’ultimo libro di Wallace, Il Re pallido: un libro che l’autore chiamava “la cosa lunga” e che gli sopravvisse, incompiuto e messo insieme, spulciando fra un’enormità di appunti, dal curatore di altri suoi libri.

DFW la inserisce, di punto in bianco, a pagina 404 (edizione italiana) nel bel mezzo di un elenco in cui descrive un gruppo di dipendenti dell’agenzia delle entrate che sfoglia cartelle dei redditi: una descrizione che si limita a dire chi gira una pagina, chi due, quanto rumore fanno i fogli, chi torna indietro per ricontrollare qualcosa.

Non viene spiegata e rimane lì ad evocare una serie di associazioni e, naturalmente, di domande.

Quella che segue è un’amplificazione. E’ ciò che faccio in seduta quando mi trovo di fronte a qualcosa che compare e che né io né il paziente riusciamo davvero a spiegare o ad interpretare: una sorta di segno che rimane chiuso come un’ostrica e che proprio per questo stimola le associazioni e l’immaginazione.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Giulietta e Romeo, Amore e Psiche, Orfeo e Euridice, Narciso ed Eco: in ognuna di queste coppie (e in molte altre) uno dei due protagonisti insegue l’altro, irraggiungibile, andato, scomparso… proprio come un fantasma.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. I fantasmi trascinano catene che, simboli del loro attaccamento, li trattengono in uno stato di sospensione. Forse aspettano di essere riconosciuti o forse la costrizione non è che un desiderio non esaudito, qualcosa a cui continuano ad anelare ma che non si lascia raggiungere. E forse nemmeno loro sanno bene quale sia il desiderio ed è per questo che sono, allo stesso tempo, timidi e spaventosi: incapaci di farsi vedere fino in fondo, persecutori nel loro compulsivo volersi mostrare, far sentire, essere corrisposti. Continua a leggere

Contro la generalizzazione

Viviamo in un’epoca in cui i modelli
tendono ad essere mediocri in modo che
la loro raggiungibilità sia comoda”
Tony Servillo

Negli ultimi giorni avrò sentito almeno dieci volte appioppare la diagnosi di depressione all’attentatore di Monaco. E’ probabile che un giornalista abbia cominciato a riferire di una qualche cura che, in passato, il diciottenne-omicida-suicida, aveva ricevuto; può essere che frugando superficialmente nella sua vita si sia venuti a sapere che stava prendendo psicofarmaci ed ecco la deduzione più semplice, la prima etichetta preconfezionata: provava un disagio, era oggetto di bullismo da parte dei coetanei, si è depresso e ne ha ammazzati una decina.

Sembra la seconda spiegazione più facile dopo radicalizzato che sta per “reso più o meno velocemente un potenziale/effettivo assassino”.

Ma tutt’al più un depresso si suicida. Molto spesso si lamenta molto e fatica a portare avanti un’esistenza resa difficile dal rallentamento motorio, dalla perdita di senso, dall’umore nero, dall’insonnia o dall’ipersonnia, ecc.

Lo so che la questione sembra irrilevante e che, comunque, nove persone sono state uccise e che il killer fosse depresso o psicopatico sembra non aggiungere o togliere nulla alla tragedia.

Ma invece è una questione di principio: visto che sono (e forse mi sono) relegato nella posizione dell’osservatore credo di dover almeno rifiutare la lente che mi viene proposta se la trovo sfocata, distorcente, fuorviante. Continua a leggere

L’indomabile belva

Scuote l’anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.”
Saffo

La dolce, amara, indomabile belva in grado di scuotere l’anima e sciogliere le membra ha mobilitato e mobilita una grande quantità di resistenze: difese, perlopiù vane, che tentano di arginare gli influssi del desiderio e di creare una serenità tiepida che riduca gli alti e bassi evitando quelle “pene d’amore” che distraggono da… il lavoro, lo studio, il dovere, i risultati, ecc.

Riflettevo con una collega su quante ore di seduta vengano dedicate ai dolori connessi alla relazione. Pazienti che lamentano amori non corrisposti, abbandoni, tradimenti, storie difficili, idealizzazioni e delusioni. Pasticci in cui Eros ha scagliato le sue frecce senza equità: troppo desiderio da una parte, troppo poco dall’altra; bisogni non soddisfatti, grandi fuochi che si affievoliscono, promesse spese e non mantenute. Tanta sofferenza non direttamente classificabile fra i cosiddetti sintomi psichici o psichiatrici ma, tuttavia, dolore che affligge e che non si può certo liquidare come contingente: qualcosa che passa da solo e di cui è inutile parlare, un sintomo che, siccome non è catalogato fra le patologie del Manuale diagnostico e statistico dei Disturbi Mentali, si può lasciar perdere.

La sofferenza è sofferenza. Nel mio lavoro va ascoltata e compresa e questo tipo di sofferenza in particolare ha svelato ai terapeuti paesaggi della psiche in cui altri sintomi abitano, si formano, covano a lungo prima di manifestarsi. Continua a leggere

Ansia e desiderio

…l’opposto dell’ansia
non è la calma,
è il desiderio”
M. Epstein

Non mi sognerei mai di prodigarmi per aiutare un paziente ad affrontare uno stato d’ansia suggerendogli di stare calmo. Se lo dice già da solo: prova a fare dei respiri profondi, a distrarsi, ad isolarsi dalla folla e a ricercare situazioni rassicuranti; cerca contenitori familiari, posti in cui gli stimoli siano ordinari e le risposte conosciute; se proprio non ce la fa si rifugia in una calma artificiale propinandosi una benzodiazepina, una copertura dell’ansia che placa l’attivazione e ristabilisce uno stato di apparente tranquillità.

Non si diventa calmi, non si può decidere la calma così come non si decide l’ansia: si fanno, sì, cose che favoriscono l’uno o l’altro stato ma, entrambi, sono un risultato. Ci sono fenomeni che non ascoltano la volontà e, mentre posso decidere di guardare in una certa direzione o di mettermi a camminare, non posso decidere un orgasmo, non posso “voler dormire”.

L’ansia è molto spesso il risultato di un tentativo, più o meno conscio, di controllare qualcosa che non è presente ( l’ansia anticipatoria) o di esercitare la volontà in contesti in cui la volontà non può fare la differenza (l’idea di avere “tutto in ordine” dell’ossessivo). Continua a leggere