Horror Vacui

“Ogni angelo è tremendo”
R.M. Rilke

Sono stato a una mostra di Xilografie Giapponesi: “Kuniyoshi, il visionario del mondo fluttuante”. Mondo fluttuante (Ukiyo) è il termine che identifica una corrente artistica di fine ‘800 che si sviluppò principalmente a Tokyo, Osaka e Kyoto. In giapponese c’è una parola che suona esattamente nello stesso modo e che indica il mondo della sofferenza, quello stato di esistenza da cui, secondo i Buddisti, occorre affrancarsi per smettere di “ girare in tondo”, nel ripetersi del ciclo di vita-morte.

Quasi ogni tavola di Kuniyoshi è completamente riempita con figure, decorazioni, particolari e dettagli come a non voler lasciare nemmeno uno spazio vuoto e come se il vuoto andasse esorcizzato e sconfitto con il colore, la forma, il contenuto.

Questo bisogno di riempire, nell’arte come nella vita, è spesso interpretato e definito come Horror Vacui: il terrore del vuoto, l’incapacità di tollerare spazi troppo aperti,  di sostenere prolungati momenti di silenzio o di inattività o di reggere la solitudine.

Di fronte al vuoto cerchiamo rifugio: qualcosa che ci contenga e ci intrattenga, qualcosa che riempia la mente o il cuore con cose interessanti, con dettagli da osservare o con un affetto (un’emozione/sentimento) che ci faccia sentire vivi.

Baluardi della psiche che teme la disintegrazione e che reagisce al vuoto producendo immagini, pensieri, idee, mondi immaginari, storie.

Davanti all’angoscia del vuoto e come reazione ad essa la mente mette in moto difese che provano a contrastare la paura di… caderci dentro. Nascono così molte delle immagini di mostri e di eroi, di guerrieri e di fate, di streghe e di maghi: uomini e donne muniti di mezzi idonei (armi, amuleti, talismani, feticci) che contrastano la disgregazione a cui si teme di andare incontro.

E’ come se fossimo programmati per spaventarci di fronte al vuoto e ad attivarci per evitarlo. Ma, allo stesso tempo, ne siamo attratti e sentiamo il bisogno di dare un’occhiata, di andare sul bordo.

Il confine con il vuoto è un luogo molto potente: un posto dove si rischia di disintegrarsi ma in cui le immagini diventano più intense, i colori più vividi e le storie avvincenti.

È lì che nascono gli Ibridi, le figure a metà: metà uomini e metà qualcos’altro, angeli, sirene, ermafroditi, centauri. Figure di confine rispettivamente fra cielo e terra, tra terra e mare, tra uomo e donna, tra animale ed uomo. Non sono che alcuni dei prodotti dell’immaginazione e rappresentano lo sforzo immane di integrare delle parti e di resistere alla disintegrazione. Appaiono nella pittura (pensate ai quadri di Bosch, all’Opera al Nero di Goya o ai tanti quadri di pazienti schizofrenici che rappresentano i loro demoni), nella mitologia, nelle favole e in ogni racconto che voglia esplorare “mondi lontani”.

In psicoterapia sono ben accetti perché quando un paziente si imbatte in un ibrido sta attraversando una zona in cui qualcosa va integrato: certe forze nella sua psiche cercano una “nuova forma in cui potersi unire” come quando occorre andare avanti e non si può più essere quelli di prima e, tuttavia, ci sono pezzi di sé che vanno comunque salvati. Avete presente quelle volte in cui vi siete dovuti rimettere insieme dopo un qualche disastro emotivo o relazionale o quando… “da lì non sono più stato lo stesso”? Erano esposizioni al vuoto, momenti in cui avete intravisto la disintegrazione, dai quali siete usciti cambiati e in cui avete incontrato un qualche tipo di Ibrido: una figura a cui ispirarsi per integrare delle parti, per mettere insieme una nuova identità. Il confine del vuoto è il posto in cui avvengono le amplificazioni migliori perché un po’ di disintegrazione ha fatto spazio e quello spazio ha richiamato nuove immagini, possibilità, descrizioni, connessioni.

Sono stati momenti difficili e intensi. Ogni angelo è tremendo.

 

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