Attenzione e linguaggio

“Mettiamo la maiuscola a parole prive di significato e,
alla prima occasione, gli uomini spargeranno fiumi di sangue,
a furia di ripeterle accumuleranno rovine su rovine”
Simone Weil

Nasciamo nel tempo. Nel neonato il riflesso di suzione equivale a una previsione: si aspetta di trovare il seno e gira la testa per andare incontro a ciò che sfiora il suo viso; registra odori che diventano le sue prime memorie. Immerso nel presente prospetta già un pezzo di futuro e ritiene una traccia, un abbozzo di passato, un’esperienza che servirà per leggere momenti a venire.

Nasciamo nel tempo e nel linguaggio. Predisposti ad ascoltare siamo, fin dal grembo, immersi in un fiume di parole che strada facendo acquistano significato e vanno a formare la mappa con cui leggiamo il mondo. Il passato, quello prossimo e quello remoto, il futuro, le possibilità e le condizioni, ciò che è imperativo e ciò che è probabile… tutto questo è insito nel linguaggio e, da subito, ci circonda.

Come dice Carlo Rovelli nel suo “L’ordine del tempo”: “Rispondere a ‘dove sta qualcosa?’ significa indicare cosa c’è attorno a quella cosa. Quali altre cose sono intorno a quella cosa.” Se chiedo dove sta il soggetto: dov’è l’uomo, la donna, la persona di cui sto parlando, non posso non rispondere che, oltre che in un luogo, si trova in un tempo e in un linguaggio.

Provate. Provate a descrivervi senza fare riferimento a dove abitate: dove siete stati, da quanto siete in un posto, dove vi piacerebbe andare (perchè questo è abitare, mica avere un indirizzo). Provate a farlo senza usare il linguaggio.

Si è capito da tempo che siamo geneticamente predisposti ad apprendere una lingua e grazie all’attenzione e a questa predisposizione impariamo a parlare e a comprendere chi parla. Poi il linguaggio modifica l’attenzione: stiamo più attenti alle parole che abbiamo imparato a sottolineare, a quelle che fin dall’inizio sono state pronunciate come se fossero scritte con la maiuscola.

Le maiuscole aggiungono emotività, sentimento e enfasi e, spesso, intrappolano l’attenzione. Rendendo la parola “così importante” e così in primo piano creano una particolare gestalt: una conformazione in cui ciò che è maiuscolo si staglia sullo sfondo di… ciò che viene lasciato sullo sfondo dalla maiuscola.

Insomma, se scrivo Dio/Patria/Famiglia e se lo sottolineo per bene, creo una gerarchia che, una volta appresa, mette in secondo piano tante altre cose. Non è che i tre termini  dell’esempio non abbiano valore o che non meritino rispetto. Il problema è la maiuscola (nello scritto e nel parlato) e il guaio è che, iniziando con una “lettera grande”, partendo con l’enfasi, si offusca a priori la riflessione.

Si fa il contrario di quello che suggeriva Simone Weil quando sosteneva che: “Chiarire i concetti, screditare le parole congenitamente vuote, definire l’uso di altre attraverso analisi precise, per quanto possa sembrare strano, servirebbe a salvare delle vite umane”. Servirebbe quanto meno a porre un po’ di freno al contagio emotivo che porta al sonno della ragione e al passaggio all’azione e ai “fiumi di sangue e rovine su rovine” dell’incipit.

Capita, in psicoterapia, di osservare quanto certe maiuscole influenzino il pensiero, il sentire e il comportamento di un paziente. Ci si lavora in vari modi e credo che il termine analisi, senza la maiuscola e preso nel suo significato più stretto di scomposizione e riduzione ai più piccoli elementi, renda bene l’idea di come proprio ciò che è maiuscolo vada, per primo, smontato, aperto, “fatto a pezzi”.

Hillman parlava di de-letteralizzazione e di visione in trasparenza e i suoi libri sono pieni di esempi di questo girare intorno ad un termine per coglierne gli spigoli, i nessi, le sfumature.

De-letteralizzare è, innanzitutto, non fermarsi al primo significato, togliere le sottolineature, osservare il termine dentro alle storie che lo circondano. Cos’era patria prima dell’idea di stato o di nazione? Cosa sarebbe psiche senza Freud, senza Jung? Chi è dio dopo Darwin? Nuove storie sono state raccontate e questi racconti hanno modificato le idee attorno a cui le storie, inizialmente, giravano. Gli accenti e le maiuscole sono stati posti su altre parole e l’attenzione è ora catturata in modi diversi.

Guardare in trasparenza è osservare chi osserva e notare cosa nota: dove mette le maiuscole, perché lo fa?!

Si possono fare vari esercizi di visione in trasparenza. Basta porsi domande che  ci spingano ad analizzare i termini che stiamo usando e che interrompano l’automatismo del significato letterale e scontato.

Di che nazionalità è un bambino che nasce nel posto in cui si parla la lingua che anch’io parlo? A quale suolo sentirà di avere diritto? Cosa rende la sua nascita diversa dalla mia?  Domande così, insomma.

Pablo Picasso, Guernica, 1937

Sull’attenzione: monkey-mind

“Senza motivazione la disciplina non è di grande aiuto”
John Yates

Il termine monkey-mind definisce una condizione in cui l’attenzione consapevole è incapace di rimanere ferma su un unico oggetto per più di qualche secondo e in cui la mente si comporta come una scimmia agitata che salta da un ramo all’altro in preda all’impazienza, alla frenesia, all’urgenza di “risolvere”.

Le prime esaurienti descrizioni di questo stato di coscienza che oggi chiameremmo sindrome sono state fornite centinaia di anni fa da monaci buddisti che durante la meditazione si accorsero di quanto fosse difficile domare la scimmia.

Nella clinica moderna si parla di Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività (ADHD): una patologia dell’attenzione che nei bambini, nei casi più gravi, ostacola l’apprendimento, rende molto difficile l’attività scolastica e determina un comportamento agitato e poco controllabile.

Negli adulti i sintomi diventano meno evidenti. La scimmia si nasconde e, al posto dell’agitazione esterna, i pazienti lamentano irrequietezza, difficoltà di concentrazione, scarsa soddisfazione nelle attività che richiedono attenzione: leggere, seguire la trama di un film o il filo di un discorso, tenere a mente cose più o meno importanti. Tutti sporadicamente ne abbiamo sofferto e, come spesso capita con i disturbi mentali, molti di noi hanno trovato dei modi per porre rimedio al sintomo e per cavarsela comunque. Riusciamo, chi più chi meno, a calmare la mente e a riprendere l’attenzione, a focalizzarci su certi oggetti invece di essere catturati dall’agitazione e dall’ansia di stare dietro a tutto e non poter lasciar andare.

Come facciamo? Come si riesce a tenere a bada la scimmia? Quale antidoto riusciamo, a volte, a somministrarci? Quale è la variabile che fa sì che l’attenzione rimanga libera ma non si disperda in mille rivoli?

Per rispondere in termini psicologici a questa domanda conviene, come suggeriva Hillman, porre la questione in termini spaziali; conviene, cioè, porsi la domanda preferita dalla psiche: DOVE?
Dov’è l’attenzione? Dov’è l’attenzione quando si agita come una scimmia e dov’è quando invece si comporta come un cavallo perfettamente addestrato?

La frase di Eraclito Ethos Antropoi Daimon, spesso tradotta con “il carattere è destino” ha un’altra traduzione, più antica e più utile per la nostra amplificazione: Ethos era, originariamente, il posto in cui si vive, il luogo che si abita, in cui si sta. Tradurre il frammento di Eraclito con “l’uomo abita presso il dio” è un modo per dire che per noi umani c’è una condizione psichica che sentiamo come casa: un posto che è innanzitutto un modo di sentirci, uno stato di coscienza in cui le cose girano meglio. Siamo “a casa” quando riusciamo a collocarci vicino al nostro Nume, al Daimon, a quel modo di sentire che corrisponde a… ciò per cui siamo portati!

Il Daimon come una tendenza: un tendere verso, un intendere e un voler stare presso. In termini meno poetici e più “moderni”: funzioniamo meglio quando assecondiamo il modo che, fin da piccoli, abbiamo usato per apprendere e per conoscere. Abbiamo imparato a camminare, a parlare e a comprendere ciò che gli altri dicevano, abbiano sviluppato capacità relazionali e fatto nostro un complesso codice comportamentale che ci ha permesso di vivere insieme agli altri. Non ce l’avremmo fatta se fossimo stati preda della scimmia. Ci siamo riusciti perché siamo stati capaci di essere interessati e curiosi, attenti e versatili.

E questo tipo di attenzione è una Forma Vitale, uno specifico modo di sentirci e di porci.

Non è un caso che il consiglio per il meditatore che soffre di monkey-mind sia quello di mettersi ad ascoltare il corpo spostando l’attenzione sulla fisicità e sulle sensazioni corporee senza giudicare ma semplicemente ascoltando e prendendo atto di ciò che c’è. Mettendoci in sintonia con il corpo possiamo attingere a quella vitalità che per il bambino era naturale, possiamo spostarci lungo un continuum energetico che ha ad un estremo la sensazione di essere vivo e disposto ad “essere felice in un mondo che non comprendo ancora” e, dall’altro, quella di “voler conoscere tutto prima di muovere qualsiasi passo”. Da una parte un giovane-curioso-motivato, dall’altra un vecchio-diffidente-impaurito. Beginner’s mind Vs monkey-mind.

Focalizzare l’attenzione nel corpo è un primo passo per dare alla scimmia una casa invece di una gabbia: un modo per acquietare la mente distogliendola dal pensiero ossessivo che cerca di controllare tutto e, facendolo, continua a scoprire cose che non controlla, compiti che devono essere svolti, oggetti da pulire, conti da saldare.

Immaginate di essere in una cella angusta e poi pensate ad una casa in cui vi sentite a vostro agio. Abbiamo sperimentato entrambe e concentrandoci un po’ possiamo sentirle dentro di noi. Sono due modi d’essere e due diverse forme dell’attenzione: costringersi nello sforzo di controllare o essere aperti a ciò che accade; stare con la scimmia o abitare presso il dio.

Paul Delvaux, The Vestals, 1972

 

Forme dell’attenzione

“Non possono esservi né fede, né speranza,
né carità per alcuna cosa se questa
non riceve  prima attenzione”
James Hillman

In questo post ripubblico, riveduto e corretto, un mio vecchio post del 2013 che servirà da introduzione ad un discorso sulle Forme dell’Attenzione:

Parlare di attenzione è parlare della più fondamentale delle attività psichiche: senza l’attenzione non ci sarebbe il linguaggio, non sarebbero possibili i pensieri, i sogni, la “percezione della realtà”.
E’ modulando la quantità di attenzione che rivolgiamo ad un qualsiasi oggetto, fisico o mentale, reale o immaginario, è indugiando su di esso, scrutandolo, osservandolo, assaggiandolo, studiandolo, che possiamo portarlo dentro, e illuminarlo, renderlo più o meno interessante, vivido, familiare, caro.
E l’attenzione, come tutte le funzioni fondamentali, tende a restarsene sullo sfondo, ignorata e usata quasi automaticamente come uno strumento così scontato che, come un braccio, una gamba o un occhio, non ha bisogno di niente a meno che si guasti, si deteriori o smetta di funzionare.
Ha poco bisogno di attenzione, l’attenzione! Lavora da sola, spesso così da sola che continua la sua attività anche quando il suo uso conduce ad una serie di problemi che compaiono ma che, finché non vengono analizzati accuratamente, se ne stanno lì, fino a diventare cronici.
C’è tutta una quantità di disturbi mentali che potrebbero essere catalogati e descritti come disturbi dell’attenzione: possiamo interpretare il Disturbo Ossessivo Compulsivo come un’appiccicosità dell’attenzione, un’incapacità di staccarla da un oggetto se non con grandi sforzi e con faticosi rituali; la Depressione come un’insistenza dell’attenzione su oggetti indigeribili, il rimuginare della mente fino allo sfinimento su colpe, abbandoni, lutti, “negatività”; la Mania, con il suo delirio di grandezza, come un dilagare dell’attenzione, un espandersi dell’Ego senza tener conto dei confini fino a gonfiarsi ipertroficamente; il Panico come lo scivolamento dell’attenzione verso il baratro, l’impossibilità di distrarsi rispetto ad un sintomo che risucchia e fa precipitare; ecc.
Queste sindromi possono quindi essere viste come modalità dell’attenzione. Modalità che di per sé non sarebbero che strumenti che ci siamo abituati ad usare: modi in sé né buoni né cattivi, propensioni forse, qualità del nostro modo di essere nel mondo, tratti del carattere che ci hanno contraddistinto: un bambino fantasioso, con la testa fra le nuvole, o introverso o musone, schivo, riflessivo o, al contrario espansivo, incontenibile o sensibile, suscettibile, permaloso.
Ognuno di questi non è che un modo di stare nel mondo e nelle cose: una presa, una modalità di cogliere gli oggetti e le relazioni, un gesto interno che ci fa descrivere il mondo in un certo modo.
De-scriverlo: metterlo lì, presentarlo a noi stessi come se lo scrivessimo in un certo modo, raccontandocelo con un gesto che non è passivo ma solo in parte conscio.
Sono tratti del carattere, modi quasi innati o comunque appresi in tenera età, che determinano le nostre percezioni e, poi, quasi contemporaneamente le nostre risposte a ciò che ci circonda  nel nostro mondo psichico e “fuori”.
Ciò che può renderli patologici è l’automaticità: la fissazione su uno solo di essi che diventa ponderante e dominante a discapito degli altri, favorendo una direzione e, in un certo senso, uno squilibrio.
E’ l’automatismo che andrebbe curato e per farlo occorre curare l’attenzione: mettere l’attenzione sul modo in cui stiamo attenti, imparare a prenderci cura dei modi in cui dirigiamo il nostro sguardo.
Il consiglio di Freud ai terapeuti, la regola che dava come primo presidio di cura per la loro attenzione era: “Si tenga lontano dalla propria attenzione qualsiasi influsso della coscienza e ci si abbandoni completamente alla propria ‘memoria inconscia’, oppure in termini puramente tecnici: si stia ad ascoltare e non ci si preoccupi di tenere a mente alcunché”.
Questo è il primo strumento per curare la fissità, il primo e più importante diluente di un’attenzione troppo fissata.
Non è qualcosa che può essere insegnato in termini puramente teorici: l’attenzione non si insegna con un “dire” ma con un fare… se vuoi percepire comincia ad agire e, se vuoi cambiare la tua attenzione  comincia a stare attento in un modo diverso.
Ai pazienti veniva detto di “dare diritto di cittadinanza all’inconscio”, senza censurare niente, favorendo il flusso e lasciando stare la coerenza, prediligendo le libere associazioni senza curarsi della logica o del solito modo di procedere. Non è facile all’inizio, ma dopo un po’ si prende il gusto del flusso di coscienza, ci si accorge di come le cose possono associarsi in modi diversi e si sperimenta una sorta di “prima liberazione”: il pensiero può scorrere più fluidamente, le idee sono più libere di emergere, cose strane vengono alla mente.

Come si fa a liberare l’attenzione? In che modo si può ridurre l’automatismo ed esercitare la nostra capacità di dirigerla? Si può lavorare sull’attenzione e ci sono degli esercizi che aiutano a rendere riutilizzabili porzioni di questa risorsa. E’ un lavoro che si può svolgere con un terapeuta ma si può fare molto anche da soli. Ne parlerò. Vi lascio intanto con questa riflessione che Jung fece negli ultimi anni della sua vita e che la dice lunga su quanto un’attenzione anche molto strutturata possa cambiare:

“Sono stupito, deluso, contento di me; sono afflitto, depresso, entusiasta. Sono tutte queste cose insieme, e non so tirare le somme. Sono incapace di stabilire se alla fine valgo o non valgo, non ho un giudizio da dare su me stesso e sulla mia vita. Non c’è nulla di cui mi senta veramente sicuro … Quando Lao-tzu dice: “Tutti sono chiari, io solo sono offuscato”, esprime quello che provo io ora, nella mia vecchiaia avanzata … Eppure ci sono così tante cose che mi riempiono: le piante, gli animali, le nuvole, il giorno e la notte e l’eterno che è nell’uomo. Quanto più mi sono sentito insicuro di me stesso, tanto più è cresciuto in me un senso di affinità con tutte le cose. Anzi, è come se quel senso di alienazione, che per tanto tempo mi ha separato dal mondo, adesso si fosse trasferito nel mio mondo interiore, rivelandomi un’insospettata estraneità a me stesso.”

L’ego e l’arte del Monopoly

“Se si insegnasse la bellezza alla gente,
la si fornirebbe di un’arma
contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”
Peppino Impastato

E invece della bellezza una delle cose che viene più insegnata è l’arte di giocare a Monopoly: quel misto di aggressività, avidità e furbizia che serve a prevalere, ad accumulare e a confrontarsi con gli altri su un piano che contempla solo la logica del più forte, del più bravo ad approfittare della situazione e a ricavarne di più.

Non mi riferisco al gioco da tavolo. In quello almeno si parte tutti con le stesse risorse, il lancio dei dadi garantisce una certa dose di incertezza e, quando si inizia a giocare, si sa che… “questo è un gioco”.

Ciò di cui parlo è una modalità di relazione che accentua la distanza e che appiattisce il rapporto con l’altro, favorendo solo tre posizioni: sopra, contro, sotto.

Sono gli unici tre modi di relazionarsi che l’ego conosca: “sto sopra e domino; combatto per vincere o per non soccombere; sono sotto e provo invidia/gelosia”. Nessuno spazio per la collaborazione a meno che non implichi un’alleanza in una delle tre posizioni: stiamo insieme per dominare, per combattere, per rivendicare.

Questo fa l’ego perché questo viene insegnato, principalmente. Freud parlando dell’Io lo definiva un servo al servizio di due padroni: c’è l’Es la parte istintuale che ordina fai ciò che ti piace, e il Super-Io che insiste su fai la cosa giusta, e c’è questa sorta di arlecchino che si barcamena, che fa aspettare un po’ l’uno e un po’ l’altro e che, se chiede consiglio su come cavarsela fra Scilla e Cariddi, viene istruito prima di tutto sulla legge della giungla così che, come disse Dryden: “Il prete continua ciò che iniziò la balia, e in tal modo il bambino inganna l’uomo”.

Ci vengono, insomma, insegnate queste tre posizioni fondamentali e siccome queste conosciamo, andiamo avanti in automatico in un gioco che, essendo il gioco più giocato, lascia poco spazio a tutto il resto.

E’ così che l’Io si riduce ad una sorta di ingranaggio talmente preso dal compito da dimenticare la bellezza!

La maggioranza dei sintomi con cui chi svolge il mio lavoro si trova ad avere a che fare in fondo ripetono: “sono brutto, non mi sto piacendo, non trovo più il bello nella mia vita”. La depressione, il panico, l’ansia e l’ossessione sono, in questo senso, ricerche: tentativi storti, convulsi, insistenti, maldestri e a volte disperati di ritrovare un’armonia, uno spazio  libero dal sopra-contro-sotto.

Mi capita di incontrare pazienti che si descrivono come una macchina. Parlano di quanto bene stanno svolgendo il loro lavoro, degli impegni a cui fanno fronte e dei meriti che sentono più o meno riconosciuti e, poi, descrivono un sintomo: qualcosa che inspiegabilmente non va, una sorta di: “vedi, ho fatto per bene questo e quest’altro, lancio i dadi, passo dal via, ho comprato cose che dovevano garantire l’arrivo di altre cose, ho fatto del mio meglio per non stare sotto o per innalzarmi al di sopra e… non sto bene.” Spesso con loro cito una frase di Jung che dice che gli Dei sono diventati sintomi. Serve ad invitarli a riflettere sulla macchina e a cercare dentro al sintomo, per trovare una Forma Vitale, qualcosa che spinge per manifestarsi e che NON È uno sforzo per prevalere. Infatti il sintomo è un invito al pensiero e all’amplificazione: un’esortazione a smettere di ripetere e a fermarsi per scovare nella sofferenza una risposta. Il “dio” di cui parla Jung è qualcosa che va oltre al contingente, qualcosa che riguarda la profondità dell’individuo e che rimanda ad altro offrendo una via di uscita che passa per uno stile di pensiero, un’estetica diversa.    

Sotto agli ingranaggi e, a volte, direttamente dentro al sintomo, ci si imbatte in una pulsione che non lavora per il dominio ma per la risonanza: qualcosa che punta alla condivisione, all’affinità, alla sintonia.

Il problema non è la supremazia. Siamo animali sociali e sempre sentiremo una spinta per la visibilità, per il posto migliore, per la razione più succulenta. Il problema è l’ipertrofia dell’ego che oscura la consapevolezza del gioco. Prendiamo così sul serio le istruzioni che ci dimentichiamo della libertà di smettere di giocare.

E’ a questo che serve la bellezza: distrae dal compito, impedisce la rassegnazione e rompe con l’omertà. Spesso crea dei sintomi. Le macchine non soffrono e giocano sempre lo stesso gioco!

Pablo Picasso, Paulo vestito da Arlecchino

“Dilettanti allo sbaraglio”

Daisetsu Teitarō Suzuki

“Essendo già caduti essi conoscono le voragini;
di lì le loro straordinarie risorse”
James Hillman

Quando il maestro Suzuki, parlando al giovane ricercatore Alan Watts, disse che il modo migliore per avvicinarsi alla filosofia Zen era quello di avere una mente da principiante (beginner’s mind) era già abbastanza vecchio.

Intendeva mettere l’accento sulla capacità di liberarsi da preconcetti e sulla necessità  di affrontare un nuovo argomento facendo tabula rasa e svuotando la mente per fare spazio all’esperienza.

Watts ci scrisse dei libri su questa attitudine e chi come me lo ha letto nel periodo in cui i suoi scritti erano una sorta di vademecum per “l’illuminazione”, sa quante cose stupide siano state fatte sotto la bandiera della Beginner’s Mind. Ho visto persone che hanno tenuto “corsi di sciamanesimo” dopo aver letto un paio di libri sugli stregoni messicani, ho sentito recitare mantra da persone che non avevano idea di che stessero pronunciando e, intorno ai vent’anni, ho partecipato con entusiasmo a sedute psichedeliche che avrebbero dovuto espandere la coscienza.

Niente di strano: è facile avere una mente aperta quando ancora non si “conoscono le voragini”, quando cioè ancora non è necessario avere una mente da principiante perché non si è nient’altro che un principiante!

Ma Suzuki intendeva un’altra cosa: quando chiedeva a Watts di liberare la propria mente e di sospendere il giudizio lo invitava a svuotare qualcosa di già pieno e, forse, fin troppo pieno. Non gli stava chiedendo di restare un dilettante o di leggere quattro cose e di considerarsi un esperto, ma di stare aperto nonostante ciò che già sapeva e di non usarlo come una resistenza ma come uno strumento. Voleva, insomma, che restasse un esperto senza per questo chiudersi nei confronti di ciò che gli veniva proposto.

Dice Tom Nichols nel suo libro “The end of expertize”: “…il motivo fondamentale per cui le persone inesperte o incompetenti sopravvalutano le proprie capacità più degli esperti è perché non possiedono una capacità di base chiamata “metacognizione”. La capacità, in questo caso, di riconoscere quando non si è bravi abbastanza compiendo un passo indietro, considerando quello che si sta facendo e rendendosi conto che non lo si sta facendo bene. I bravi cantanti si accorgono di avere stonato; i bravi registi capiscono quando in uno spettacolo una scena non funziona; i bravi venditori intuiscono quando una campagna pubblicitaria sarà un fallimento. In confronto le loro controparti meno competenti non hanno questa capacità e quindi pensano di fare un ottimo lavoro.”

La metacognizione è ciò che un esperto porta con sé anche dopo aver “svuotato la mente”, anche dopo aver sospeso il giudizio e dopo essersi lasciato trasportare in una nuova esperienza.

Il passo indietro è l’antidoto alla possibilità di restarci nella voragine: di non uscirne non perché (come me a vent’anni) si corre il rischio di espandere un po’ troppo la coscienza, ma perché si entra senza veramente fare esperienza di ciò che si sta vivendo. Senza metacognizione gli eventi non si trasformano in esperienze perché manca l’osservatore o, meglio, manca il gesto che crea l’osservatore: il passo indietro. Compiendolo si aggiunge riflessione all’azione e si può reintrodurre il giudizio che smette in questo modo di essere una resistenza per diventare invece un setaccio, un vaglio attraverso cui le azioni possano raffinarsi.

Per conoscere le voragini non basta esserci caduti, non basta essere vecchi per essere esperti o saggi ed essere giovani non garantisce l’apertura necessaria ad avere una Beginner’s Mind. Occorre, invece, un allenamento alla metacognizione che inizia dalla capacità di dubitare e da quella che Feynman definisce una soddisfacente filosofia dell’ignoranza. Un atteggiamento che rinnova il dubbio e che mette in una posizione per cui: “Quando uno scienziato non ha una risposta a una domanda è un ignorante. Quando ha una vaga idea del probabile risultato, è incerto. Quando è sicuro del risultato, accidenti, gli rimane ancora qualche dubbio.” (Feynman 1955).

Le porte della percezione

“La mia forma è ben più
del modo in cui sono stato assemblato”
James Hillman

“Le porte della percezione” è il titolo di un saggio breve di Aldous Huxley.

Scritto nel 1954 tratta delle esperienze che l’autore ha vissuto tramite l’utilizzo di mescalina ed è un resoconto di come, per Huxley, l’uso di questa sostanza psicotropa abbia rappresentato una vera e propria esperienza mistica che gli permise di entrare in contatto con stati di coscienza non usuali e, in seguito, di ragionare sulla consapevolezza, sul ruolo del cervello nell’elaborazione delle informazioni che provengono dai sensi e su quanto l’immagine del mondo sia una costruzione: un prodotto non tanto di “ciò che entra” quanto del modo in cui lo stimolo viene lavorato dal sistema che lo riceve.

Per il titolo “Porte della percezione” Huxley si ispirò ad un verso di William Blake che recita: “Se le porte della percezione venissero pulite e purificate tutto apparirebbe all’uomo come è, infinito.”

Insomma: uno scrittore che promuove l’uso di droghe che si ispira ad un poeta visionario del XXVIII secolo (per non parlare di Jim Morrison, il musicista che ispirandosi ad entrambi fondò The Doors).

Tutti e tre, con modi diversi, evocano una metafora che vede la porta, il canale, la soglia non come un semplice punto di passaggio ma come un luogo speciale: un laboratorio in cui prende forma ciò che chiamiamo realtà.

E se è vero che “La mente è quel processo che modula il flusso dell’energia e dell’informazione” (Siegel), se è vero, cioè, che in ogni istante qualcosa in noi interviene per dirigere l’attenzione, per escludere certi stimoli e lasciare che altri ci influenzino, per aggiungere o togliere emozioni, affetti e desideri a ciò che i nostri sensi colgono, non si può negare che ogni intervento sul modulatore dell’informazione sia anche un intervento sul mondo: una modificazione della porta che cambia il contenuto e il rapporto fra dentro e fuori, fra osservatore e osservato.

Lo studio di questo processo parte dalla constatazione che il postulato di un mondo esterno misurabile e oggettivo va bene per le scienze esatte ma smette di dare frutti non appena si ragiona sugli esseri umani, sul loro modo di interpretare la realtà, di fare scelte e di rispondere alle sollecitazioni dell’ambiente.

L’idea stessa di oggetto misurabile va messa tra virgolette quando ci si accorge che per un essere umano ogni oggetto percepito è un aggregato: non solo peso, misura, colore, intensità, temperatura ma anche e soprattutto bellezza, piacevolezza, utilità, possesso…

Ho visto colleghi del laboratorio di psicologia sperimentale esasperati dalle risposte di studenti/cavia che alla richiesta di dare la loro  valutazione sull’intensità dello stimolo fornito rispondevano cose tipo: “è un’intensità fastidiosa, è uno stimolo stupido, bello questo suono, ecc.”.

Risposte molto umane, considerazioni sull’aggregato invece che sull’oggetto, materiale sperimentale pieno di “scorie” perché è con ciò che uno sperimentatore chiama scorie che gli individui arricchiscono e sporcano gli oggetti rendendoli soggettivi, poco misurabili, emotivi, bizzarri a volte, poetici altre.

In psicologia clinica ci si abitua a questa mancanza di precisione: una paziente porta in seduta se stessa e si descrive come qualcosa di coerente ma inafferrabile, riconoscibile ma mutevole con parti incomprensibili per se stessa ma irrinunciabili, con qualità che diventano difetti e con sintomi a cui è… così affezionata. Le  porte della percezione continuamente modulano la nostra immagine di noi stessi, delle relazioni e di ciò in cui siamo immersi. Certe parti finiscono sullo sfondo e altre si stagliano con forza in primo piano e spesso la tonalità emotiva colora la descrizione e la descrizione influenza il sentire e viceversa.

James Hillman parlando di se stesso che invecchia si racconta e parlando del rapporto con il proprio corpo, dice: “Io mi considero un essere corporeo il cui sapere più avveduto e vitale, detto anche istinto, deriva da questo mio corpo. Un essere corporeo, tuttavia, comprende qualcosa di più che il mero essere fisiologico, perché il corpo è una forma, un campo psichico, una casa di anime che si accasano in tutte le sue stanze. In quanto campo psichico, il corpo fisico è una cittadella di metafore che possono essere lette per scoprirvi intelligenza psicologica, oltre che informazioni biologiche.” E’ un cenno alla complessità  soggettiva del corpo che tutti noi viviamo come una casa di anime perché è sempre pieno di umori, di sensazioni, di ansie e di aspettative; perché ha sete, fame, voglia di muoversi, fastidio, disagio, desiderio. E per chi guarda con attenzione ciascuna di queste impressioni è a sua volta una metafora, qualcosa che sta per qualcos’altro: una fame che non verrà sfamata solo dal cibo, un desiderio che non viene davvero soddisfatto dalla conquista dell’oggetto, un disagio che solo per un po’ è alleviato dalla distrazione o da un qualche tipo di anestetico.

L’energia e l’informazione continuamente si intrecciano. Ogni pensiero è accompagnato da una sensazione o da uno stato d’animo ed è difficile trovare un momento senza pensieri, un attimo in cui il flusso di coscienza non stia aggiungendo qualcosa a ciò che accade. Quando Hillman parla di corpo come forma e come campo psichico sta usando un’immagine molto simile a quella di porte della percezione. Sta dicendo che quando si descrive un essere senziente non si può prescindere dalla sua soggettività. Vedere solo l’organismo o, all’opposto, guardare solo la psiche e perdere di vista la fisicità sono errori che derivano da un gesto che scinde l’uomo in corpo e mente, in “dentro e fuori” perdendo di vista il processo e il continuo scambio fra le due facce della stessa medaglia.

Riflettere sul passaggio e su ciò che avviene mentre stiamo vivendo, mentre stiamo facendo esperienza momento per momento del nostro essere nel mondo,  fa parte della Cura di questa scissione.

Rob Gonsalves

Identità: una danza

“Un poco ci riguarda
il movimento della luna.
Il nostro corpo è d’acqua,
di nuvole tra poco”
F. Arminio

C’è un albero di ulivo nel museo di Vouves a Creta che ha 3000 anni. Ancora produce olive. Nel seme delle olive è presente il suo codice genetico, la traccia della sua identità, ciò che lo rende diverso da ogni altro ulivo.

Qualche giorno fa leggendo a caso un pezzo di un vecchio libro di Hillman, La forza del carattere, mi sono imbattuto in una citazione del fisico R. P. Feynman: “Gli atomi vengono nel mio cervello, ballano la loro danza, ed escono – ci sono sempre nuovi atomi, ma danzano sempre la stessa danza e conservano la memoria del ballo del giorno precedente.”

Presa così mi è sembrata la solita sparata New Age. Ma mi sono detto che  Feynman si è preso un Nobel per la fisica, è riconosciuto come un bravo comunicatore e come uno che quando diceva una cosa lo faceva stando ben attento all’esattezza di ciò che affermava e così sono andato a cercarmi il libro e l’articolo da cui la frase è stata presa. Il libro si intitola: “Che ti importa di cosa dice la gente?”. È una raccolta di lettere, brevi pezzi autobiografici e la trascrizione di un discorso tenuto all’Accademia Nazionale delle Scienze nell’autunno del 1955 e intitolato Il valore della scienza.

In quella trascrizione (che vi consiglio di prendere come un koan: un paradosso zen su cui riflettere) c’è la frase di cui sopra e i paragrafi che la precedono aiutano a far luce su ciò che Feynman intendeva: “Facciamo l’esempio di un articolo  scientifico: ‘Il contenuto di fosforo radioattivo dell’encefalo del topo diminuisce di metà in un periodo di due settimane’. Che cosa vorrà dire? Significa che il fosforo presente oggi nel cervello di un topo e nel mio e nel vostro, non è più lo stesso fosforo di due settimane fa. Significa che gli atomi del cervello sono stati sostituiti: quelli di prima non ci sono più. Che cosa c’è allora nella nostra mente? Che cosa sono questi atomi provvisti di coscienza? Le patate della settimana scorsa! Riescono a ricordare ora quello che c’era nella mia mente un anno fa – una mente che è stata sostituita da tempo. Accorgersi che la cosiddetta individualità è soltanto un disegno o una danza: ecco che cosa significa la scoperta del tempo che occorre perché gli atomi del cervello siano sostituiti da altri.” Segue poi la parte che ho citato all’inizio e una serie di altre riflessioni su come convenga ragionare e dubitare e su come dovrebbe porsi uno scienziato-essere umano.

Stamane ho visto la foto dell’ulivo millenario e nei giorni scorsi ho assistito a strane querelle sull’identità, sul “valore della vita”, sul carattere più o meno “italiano” di un posto o di una caffetteria. Eutanasia, africanizzazione (sic) di Piazza del Duomo, Starbucks, le palme…

Un minestrone che va dal sacro al profano e dal tragico al grottesco. Una pletora di opinioni che dicono molto di più sull’identità di chi le esprime che sull’oggetto del contendere.

Qualcosa, nell’ulivo come nel nostro cervello, riesce a ripetere una danza che permette una continuità dell’essere. Qualcosa che persiste e che garantisce la resilienza nonostante gli urti contro il mondo. Qualcosa che permette di andare avanti a sparare cazzate su quanto la nostra identità possa essere minacciata dalle piante africane in piazza duomo e che fa sì che l’ulivo dia ancora frutti.

Un disegno o una danza su cui si può addirittura meditare: si può, ogni tanto, facendo un passo indietro rispetto alle proprie opinioni, osservare cosa si ripete, chiedersi quali nessi contribuiscono a formare le opinioni e chi li crea! Cosa è originale e cosa è copiato senza riflessione? Cosa è mio e cosa fa parte di un’identità più vasta: il “pensiero di tutti”, la tradizione, l’insegnamento?

Cosa rimane nel mio pensiero se tolgo l’adesione a volte inconsapevole al comune sentire? E come funziona la danza, come si svolge?

Sono solo domande e, nonostante i progressi della scienza, le riflessioni della filosofia, o le osservazioni/ipotesi della clinica e delle teorie della mente, le risposte sono molto lontane.

Ma è così che si medita: si accetta di osservare anche dove non c’è risposta e si tiene d’occhio l’osservatore, ci si interroga su chi si sta interrogando, si guarda la danza.

“Senza mai preoccuparci  del fatto che la risposta potrebbe essere deludente, con piacere e fiducia rivoltiamo ogni pietra per scoprire stranezze inimmaginabili che conducono ad altre domande, ad altri affascinanti misteri. È certamente un’avventura grandiosa!” Diceva Feynman.

Olive Tree Museum of Vouves (Greece)

Bruti, furetti ed eroi

“Considerate la vostra semenza”
Inferno Canto XXVI

La seguente storiella è riportata dalla figlia di Gregory Bateson, Mary Catherine, che ci dice che il padre spesso la raccontava per parlare di apprendimento e di quanto ciò che già siamo influenza ciò che impariamo e ciò che diventiamo.

“Dopo aver addestrato per tanti anni i ratti a correre, un assennato psicologo all’improvviso capì che, dal momento che questi animali non vivono abitualmente nei labirinti, il labirinto forse non era il dispositivo ideale per fare esperimenti sull’apprendimento. Comprò allora un furetto, una specie che in natura va a caccia di conigli addentrandosi nei cunicoli delle tane. Mise come esca in un labirinto della carne fresca di coniglio e vi fece entrare un furetto. Il primo giorno il furetto perlustrò sistematicamente il labirinto e trovò la carne di coniglio in un tempo inferiore a quello impiegato da un ratto sottoposto alla medesima prova. Ma che accadde il secondo giorno? Come ci si aspettava il ratto perlustrò il labirinto e trovò l’esca in un tempo minore rispetto al primo tentativo. Era il segno secondo lo psicologo che si era prodotto un apprendimento. Ma non fu lo stesso per il furetto. Percorse infatti il labirinto e giunse al bivio che il giorno prima lo aveva portato alla ricompensa ma non lo imboccò. Per quale motivo? Perché il giorno prima ci aveva già mangiato il coniglio che lo abitava. Ciò che il furetto aveva appreso dipendeva dalle aspettative su come va il mondo – per i furetti, si intende.”

Non ha tempo da perdere, il furetto. E se il giorno prima ha già macellato un coniglio in una delle stanze della casa dei conigli, sa bene che il giorno dopo non ne troverà lì un altro. Va oltre e, seguendo la sua natura, cerca da un’altra parte. Sarà molto difficile farlo pensare come un ratto e, qualora si riuscisse, ci si troverebbe ad avere a che fare con un furetto depresso (o schizofrenico, direbbe Bateson).

È evidente che le aspettative modulano continuamente il comportamento e la percezione: tendiamo a vedere ciò che ci aspettiamo di vedere e a comportarci in base a ciò verso cui “spontaneamente” tendiamo.

L’aspettativa è, in questo senso, un fortissimo bias: una tendenza, un’inclinazione o una distorsione verso… qualcosa che è già nella nostra mente e che noi cerchiamo là fuori, qualcosa che magari non è ancora ben definito ma verso cui ci sentiamo protesi.

Spesso è anche una cosa che non sappiamo di sapere: il furetto è un furetto e basta e anche noi a meno che non ci sia uno psicologo sperimentale che misura i nostri tempi di reazione e controlla le esche che ci lasciamo alle spalle, ce ne andiamo in giro senza troppo considerare la nostra semenza. Non è detto che sia un male e, finché non ci si ritrova su una soglia su cui occorre fare i conti con la propria natura, il comportamento che ci ha fatto sopravvivere fino ad oggi garantirà anche il prossimo coniglio (o la prossima esca se siamo, senza saperlo, in un esperimento).

Ma cosa capita quando siamo dei furetti e ci trattiamo come dei ratti? Cosa succede se coloro a cui chiediamo aiuto ci considerano non in base alle nostre aspettative ma alle loro? E se sia le nostre che le loro sono oscure ad entrambi?

I desideri e le aspettative spingono in una direzione e determinano le resistenze: se cerco di addestrare un furetto a comportarsi come si comporta un topo troverò molte difficoltà e, come minimo,  avrò a che fare con uno studente recalcitrante; se cerco di convincermi a stare in una situazione che per me è tossica, se, insomma, sono un pesce di mare che cerca di nuotare in acque dolci, sbatterò contro ostacoli che altri nemmeno vedono ma che per me saranno fonte di sofferenza.

Il fenomeno che Freud definì ritorno del rimosso è collegato proprio alla soppressione del desiderio, al gesto (per la gran parte delle volte inconscio) con cui violentiamo la nostra natura non ascoltando forze che non possono essere messe a tacere senza conseguenze.

Nel ventiseiesimo canto dell’Inferno, Dante  mette Ulisse e gli uomini del suo equipaggio su una soglia archetipica: le colonne di Ercole, il punto estremo oltre cui non c’è che l’ignoto. Da maestro di eloquenza qual è, Ulisse fa un discorso che va a toccare le corde più profonde delle loro anime e che culmina nell’esortazione a considerare la propria natura e a ricordare che le loro aspettative sono ben diverse da quelle dei bruti e che la ricerca di virtù e di conoscenza è ciò che profondamente li differenzia da…

Credo sia importante anche senza trovarsi su una soglia così drammatica  (e magari prima di andarci a sbattere) porci nella stessa prospettiva, pensare le nostre aspettative ed analizzare le resistenze che derivano dalla soppressione del desiderio o dall’accettazione passiva delle regole di un gioco che, forse, non è il nostro.

E la resistenza è un buon punto da cui partire: dove ci incaponiamo, là, dove ci trovano cocciuti, insistenti, duri di comprendonio; sotto agli spigoli del carattere e di fianco a certi sintomi che si ripetono; nei contesti in cui non riusciamo a lasciar perdere.

Sono buoni posti in cui scavare!

Christian Schloe Sailing the Universe

Animali narranti

“C’era qualcosa di insostenibile nelle cose, nelle persone, nelle palazzine,
nelle strade, che solo reinventando tutto come in un gioco diventava accettabile”
“L’amica geniale” E.Ferrante

Diceva Freud che “ripetiamo ciò che non ricordiamo”. Intendeva che se un evento, un’esperienza o un fatto non sono in qualche modo trasformati, se non riusciamo a raccontarci qualcosa che abbiamo vissuto, siamo destinati a ripeterlo senza consapevolezza e, quindi, più a subire che a determinare. In altre parole, proprio come nella frase dell’incipit, se noi umani/animali narranti non riuscissimo a trasformare in storia (e quindi in gioco) l’ambiente in cui siamo immersi, non riusciremmo a sostenerlo.

Ci limiteremmo a rispondere ad esso, vivendolo passivamente, senza apprendere niente se non quel minimo di risposta agli stimoli che ci permette di reagire e di portare avanti un’esistenza che, come quella degli animali, si affida più alla ripetizione di schemi, per quanto complessi, che alla ricerca di un senso o all’invenzione di un mondo.

Giocare almeno un po’ significa aggiungere spazio per rendere meno stretto il tessuto delle cose, meno monotono lo scorrere del tempo e più accettabile il susseguirsi degli eventi.
Come in questa piccola poesia:

Storie
Poiché ogni cosa scrive la propria storia
per quanto umile sia
il mondo è un gran librone
aperto a una pagina diversa
a seconda dell’ora del giorno,
su cui potrai leggere, se ti pare,
la storia di un raggio di sole
nel silenzio del pomeriggio,
di come ha trovato un bottone
perso da tanto
sotto una sedia nell’angolo,
un piccolo bottone nero che era cucito
sul retro di un abitino nero
che una volta lei ti chiese di riabbottonare,
mentre continuavi a baciarle il collo
e le allungavi le mani sul seno.
Charles Simic

Facciamo così noi umani: raccontiamo che è il sole a scovare il bottone e ci ricordiamo da dove arriva perché ci abbiamo “vissuto su” una storia. E’ come la raccontiamo ma è, anche, come l’abbiamo raccontata mentre stavamo vivendola. E il sapore di quel ricordo è frutto della qualità della narrazione. La storia è spesso scritta a più mani, le versioni a volte si assomigliano ma non sono mai perfettamente uguali proprio perché non sono registrazioni ma memorie: invenzioni di animali narranti. Come i miti, come i romanzi. O come le sedute che, se ne era già accorto Freud, non sono (e non devono essere) resoconti attendibili ma re-visioni: esplorazioni del vissuto alla ricerca di quei punti difficili da raccontare, quelli in cui si comincia a ripetere e in cui serve capire cosa non è stato assorbito, cosa va ricordato di nuovo.

Il ricordo è un processo e la memoria è sempre un agglomerato: un insieme di percezioni e di sentimenti, di dati e di tracce energetiche che ci danno il peso, lo spessore e l’importanza soggettiva di un momento vissuto.

La storia, il racconto, a volte minuscolo, come un brevissimo sogno, è il filo con cui teniamo insieme le parti che compongono i ricordi.

Riabilitare la capacità di raccontare è la via maestra per la costruzione di memorie che durino: uno dei compiti più impegnativi e più nobili degli animali narranti.

Kairos

“Non è il carico che ti spezza ma il modo in cui lo porti”
Lena Horne

Quando ho letto la frase che riporto nell’incipit mi è tornato in mente un ricordo di molti anni fa: un piccolo fatto che è stato, per me, un chiaro esempio di quanto il problema con ciò che la psiche deve reggere non stia nel peso in sé ma nella posizione mentale di chi lo sta portando.
Viaggiavo in India su una corriera affollata sulla strada tra Agra e Jaipur.
Non è una tratta lunga, meno di trecento chilometri ma, allora (e forse anche adesso sui bus non turistici) era un viaggio da sei o sette ore; una sorta di gimcana fra gli ostacoli più svariati con decine di fermate per far salire persone su un mezzo che andrebbe alleggerito della metà del carico.
Ci eravamo seduti, due amici, mia moglie ed io, su un sedile da tre che trovavamo stretto ma che ci sembrò un’ottima postazione quando ci accorgemmo che strada facendo continuavano a salire persone che si sistemavano in ogni angolo occupabile. Dopo un’ora di viaggio all’ennesimo stop salì un altro gruppo di viaggiatori e, tra loro, quello che diventò il mio personale passeggero: un signore sulla settantina, arzillo e sorridente che non trovando posto e vedendo le mie comode gambe mi si sedette in braccio. Rimasi esterrefatto. Anni di mezzi pubblici a Milano insegnano a cercare di non urtarsi, a fare del proprio meglio per non invadere lo spazio degli altri e a difendere il proprio con occhiatacce, sbuffi e “muso duro” se qualcuno non rispetta le regola del sta sù de’ doss’ (il “non mi pesare-invadere-scocciare” detto in milanese).
Invece, il signore se ne stava seduto in grembo con il suo sorriso sdentato e con uno sguardo tra l’affermativo e l’interrogativo, una speciale espressione molto usata dagli indiani che, in quel frangente sembrava dire: “ I am welcome!/?”.
L’ho tenuto in braccio per un paio d’ore, non parlava una parola di inglese ma sorrideva ad ogni mio cenno di comunicazione e intratteneva brevi scambi con altri passeggeri senza troppo curarsi di me. Quando è sceso mi ha lasciato con il suo namasté, il saluto a mani giunte con piccolo inchino che significa, grossomodo, “mi inchino alle qualità divine che dimorano in te”.
E’ stato uno dei carichi più lievi che io abbia mai portato. Non perché pesasse sì e no cinquanta chili né perché la situazione me lo rendesse leggero ma perché, per una serie di ragioni già presenti dentro di me, quel peso spostò alcuni equilibri e, senza che me ne rendessi conto, determinò una direzione e alleggerì tante altre cose. Fu, per me, un punto di svolta. Continua a leggere