Sul trauma: a mente serena

“La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.
Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.
Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano
vivono come vivono e ne sono contenti.
Non c’è nulla di più animale della coscienza pulita, sul terzo pianeta del sole”
Wisława Szymborska

La parola trauma deriva dal greco Trayma: perforamento, trafittura. Proprio come la parola trapano che ha la stessa radice, si riferisce al gesto di passare oltre, forare e, quindi, ferire, violare un involucro o una barriera.

È un termine che, anche etimologicamente, rimanda all’idea della perdita di integrità e al verificarsi di un danno.

Ho spesso a che fare con le conseguenze di traumi più o meno gravi ma la prima volta che ho ascoltato un racconto che parlava di un vero e proprio trauma ero bambino.

Raccontava mio padre di un episodio che gli accadde quando a vent’anni era prigioniero in un campo di concentramento nazista. Lavorava in miniera con turni massacranti e un giorno spostando una trave di legno che sosteneva la volta di un cunicolo che stava scavando si ritrovò con una grossa scheggia di legno conficcata sotto un’unghia. Non riuscendo a toglierla e pensando che, andando in infermeria, avrebbe forse ottenuto qualche giorno di lavoro meno pesante, marcò visita e, a fine turno, fu accompagnato da quello che definiva “il dottore del campo”. Questi esaminò la scheggia e la ferita, decise che era il caso di togliere l’unghia e, dopo aver chiesto a un aiutante di tenere fermo mio padre, gliela tolse, con una tenaglia e… a mente serena.

Diceva così: a mente serena. Intendeva senza anestesia ma anche “senza preavviso, a tradimento, in modo traumatico” ma, per me che ero un bambino e che non pensavo di chiedere cosa volesse dire, il termine a-mente-serena, rappresentò per anni un paradosso. Non capivo perché, ogni volta che raccontava di quell’episodio (e glielo ho sentito narrare diverse volte) mettesse l’accento proprio sulla “mente serena” e quando gli chiedevo cosa avesse fatto dopo che gli avevano tolto l’unghia, non rispondeva, diventava laconico e si limitava a un: “l’avrei ucciso!”. Ci misi anni a capire il contesto, a realizzare che non c’era niente che potesse fare e che in quel preciso momento sperimentò quel senso di impotenza che, insieme al dolore fisico e all’impatto psicologico, caratterizza il trauma. E ce ne misi molti altri per comprendere quanto il contorno di un evento doloroso possa fare la differenza. Ciò che sta attorno all’episodio, le persone che intervengono, il clima in cui l’incidente avviene, il sostegno che la persona traumatizzata sente o non sente di avere, il tempo… il tempo per riflettere o meno su cosa sia accaduto… tutte queste cose fanno parte della registrazione dell’evento: di cosa rimane impresso nella memoria e nel corpo. Ciò che rimane è ciò con cui la persona va avanti a fare i conti dopo che l’incidente è accaduto. Nel caso di mio padre l’attributo “a mente serena”, era il cuore del trauma. Spiega a me, oggi, come mai la sua serenità anni dopo fosse turbata da eventi anche piccoli, perché sembrasse sempre “senza anestesia”: pronto a prendersela per pochissimo e ad entrare in una modalità del tipo “potrei ucciderlo” quando qualcosa era per lui improvviso, fuori luogo o inaspettato.

Il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) è un disturbo che rappresenta la possibile risposta di un soggetto a quello che, per lui o lei, è un evento critico abnorme. Ci sono persone che “rispondono bene” ad eventi che per altri sono, invece, profondamente traumatici. Certi individui superano grandi traumi senza apparenti conseguenze e poi crollano o perdono il controllo di fronte a fatti che sembrano essere molto meno gravi di quelli che avevano “superato”. Ciò che rimane impresso nella mente fa la differenza e, in clinica, sappiamo che la maggior parte delle persone che vive sulla propria pelle fatti potenzialmente traumatici ha reazioni emotive che non durano molto a lungo. È come se la mente riuscisse a rendere transitorio l’episodio, come se ci fosse un processo digestivo che permette ai fatti di essere collocati nella memoria e magari catalogati come esperienze brutte o orribili ma… passate.

La risposta è il modo in cui, quel particolare sistema, quell’individuo che ha subito un evento avverso, riesce a gestire ciò che gli è successo. A volte intere parti dell’episodio non vengono digerite e rimangono ferme: come se si cristallizzassero nel tempo e continuassero a ripetersi.

Diceva Freud che “ripetiamo ciò che non ricordiamo”: ciò che non riusciamo ad elaborare è ripetuto senza variazioni come un solco troppo segnato su un vecchio disco, qualcosa in cui la memoria si inceppa e… non va oltre.

Nei film spesso il PTSD è rappresentato come la ripetizione quasi letterale di un grave evento di guerra: un ex militare sottoposto a fattori di stress che in qualche modo ricordano un episodio che ha vissuto al fronte, risponde con modalità violente di attacco-fuga mettendo a repentaglio la propria incolumità è quella di altri. Nella vita di tutti i giorni è difficile assistere ad una rivivificazione così drammatica e appariscente. Molto spesso solo certe parti del trauma vengono a galla entrando direttamente nelle azioni del paziente. È più probabile che la riattivazione di un trauma sia, invece, la re-stimolazione di certe sensazioni, di certi stati d’animo o di una serie di automatismi che riguardano il modo interno della persona. Capita che, quando eventi passati “non digeriti” si riattivano, la persona che ne subisce gli effetti si ritrovi ad affrontare non più la propria vita così com’è nel presente ma la somma di ciò che avviene più le scorie di ciò che è avvenuto. E, siccome ciò che non è stato digerito non è certo piacevole, la re-stimolazione di parti del trauma rende penoso il momento presente di chi la subisce.

Mentre la poiana, il serpente e gli altri animali della poesia dell’incipit possono, tranne casi di cattività, “vivere come vivono ed esserne contenti”, gli umani sanno che le loro risposte a ciò che li circonda possono essere pensate e che c’è o ci dovrebbe essere spazio per scegliere fra varie possibilità. Il trauma è, in misura più o meno seria, la perdita di questa libertà. Se non è superato si ripete e ci rende più automatici, meno liberi e più sofferenti. Andrebbe osservato a mente serena ma la domanda è: “com’è possibile essere lucidi, consapevoli e liberi dopo essere stati vittime di certe esperienze?”. Non si può certo rispondere con un singolo post. Ma si può cominciare a chiederselo e a pensarci per bene.

Maschera dipinta da un marine affetto da disturbo post-traumatico da stress durante l’arteterapia.

Il letto di Procuste

“Il mondo che troviamo all’esterno di noi è, almeno in parte, il ricettacolo del  
          terrore che abbiamo dentro di noi”
Adam Phillips

Qualcuno ha detto che i Miti sono eventi mai avvenuti che si ripetono continuamente. Un mito è un “come se”: una narrazione che svolgendosi spiega qualcosa, una storia che fa luce su un aspetto della psiche, del comportamento o della relazione.

Si racconta, per esempio, che sulla strada che andava da Megara ad Atene ci si potesse imbattere in un brigante soprannominato Procuste che possedeva due letti, uno grande e uno piccolo, e che si dilettava in un particolare tipo di tortura: dopo averli catturati metteva tutti i viandanti di bassa statura sul letto lungo e quelli alti sul letto corto; i primi venivano stirati con violenza per essere allungati mentre ai secondi venivano tagliati i piedi o parte delle gambe in modo da adattarli al giaciglio.

Da allora con il termine letto di Procuste si fa riferimento a una situazione angosciosa in cui ci si sente forzati a corrispondere ad un modello e nella quale si è costretti a un adattamento snaturante, un processo che per renderci conformi ci fa soffrire storpiando e mutilando.

Son sicuro che tutti voi potete trovare almeno una volta in cui, nella vita, vi siete trovati su una qualche variante più o meno dolorosa del letto di Procuste. So, insomma, che conoscete bene i sintomi che accompagnano l’adattamento, la costrizione e il dover subire. Ci sono forze che deformano e che  mettono a dura prova l’elasticità, la salute psichica (e a volte anche fisica) di chi le sperimenta. Incontriamo molti Procuste e a volte li portiamo con noi sotto forma di tormenti interni: istanze quasi estranee per le quali non andiamo mai bene: troppo grasso, magro, piccolo, diverso, inadatto, sbagliato… La psicoanalisi ha trovato nomi per queste “forze interne”e per i complessi che ad esse sottendono, la psichiatria ha definito sindromi che spiegano la rigidità delle difese e i tratti patologici di personalità.

Ma già i miti avevano detto la loro sul meccanismo per cui adattandoci possiamo assumere forme che perpetuano il dolore del trauma e che cronicizzano modi di essere ben poco armonici.

Il mito è un invito alla riflessione, uno strumento per l’introspezione e spesso tra le sue pieghe è già presente un Pharmakon, un rimedio alla condizione patologica senza apparente via d’uscita che il racconto prospetta. Procuste, per esempio, venne ucciso da Teseo che gli fece subire la stessa sorte a cui lui sottoponeva le sue vittime.

Teseo compì molte altre mirabili gesta. Si narra che la nave sulla quale viaggiava subì così tanti danni e fu talmente soggetta all’usura del tempo che tutte le sue parti vennero sostituite. Eppure la nave è rimasta la nave di Teseo.

La capacità di cambiare continuamente e di mantenere tuttavia la propria identità originaria; il poter essere dei viandanti a cui non vengono risparmiati dolorosi incidenti di percorso e che, come la nave di Teseo, mantengono la propria forma non è che la descrizione parallela di un altro Mito di cui egli è protagonista: quello che lo vede come l’eroe che sconfisse il Minotauro e che, grazie al filo fornitogli da Arianna può ritrovare la strada fuori dal labirinto, quella che gli permette di tornare. Come dire che occorre perdersi un po’ per ritrovarsi, che vale la pena di andare incontro ad alcuni rischi contando sulla propria capacità di ripararsi e che ci sono dei fili/processi che ci permettono di sperimentare strade diverse anche molto complesse preservando comunque la nostra capacità di persistere.

Il contrario del tentativo di adattarsi forzatamente a un modello, l’opposto di quello che farebbero i vari Procuste, interni ed esterni.

Chi incontriamo sulla strada verso Atene? Fuori, nella relazione, o dentro, interiorizzato come una “voce interna”? Un brigante che ci sovrappone ad un modello o qualcuno che promuove la plasticità? Un  rigido conservatore o curioso esploratore? Una descrizione stereotipata o una visione ecologica?

 

Sui sentimenti: omeostasi

“Non saprai mai cosa sia abbastanza, se non saprai cos’è più che abbastanza”
William Blake

L’omeostasi è la capacità di un organismo di mantenere un equilibrio interno pur nel variare delle condizioni dell’ambiente esterno. Sudare quando fa molto caldo e avere i brividi (e arruffare il pelo o vestirsi) quando fa freddo; bere quando si ha sete e mangiare per placare la fame; questi e molti altri gesti sono modi per sopravvivere, risposte a stimoli esterni o interni che indicano una perdita di equilibrio e a cui il corpo e i comportamenti pongono rimedio per ricreare uno stato ottimale.

Antonio Damasio nel suo ultimo libro Lo strano ordine delle cose, dice: “L’omeostasi è un potente imperativo, inconsapevole e inespresso, il cui assolvimento implica per ogni organismo vivente, piccolo o grande che sia, il semplice perdurare e prevalere”.

I termini “inconsapevole e inespresso” sono, per me che faccio lo psicologo (e per una mia particolare predilezione), le parole chiave della frase, quelle su cui vale la pena riflettere. È ovvio che non abbiamo bisogno di metterci a pensare per cominciare a sudare quando fa molto caldo ed è evidente che non ci siano gesti consapevoli che regolano la pressione arteriosa o la secrezione di insulina dopo un pasto abbondandante. Sono  processi che avvengono indipendentemente dalla volontà e, come ebbe a dire Bateson, per fortuna la mano sinistra non sa cosa fa la destra: ci sono rimedi che il corpo applica senza che “l’io” faccia niente, senza che occorra un intervento consapevole da parte di un soggetto che, in genere è impegnato in… altro.

Possiamo leggere, interagire con i nostri simili, litigarci o giocare a carte mentre tutta una serie di processi opera per mantenere un equilibrio senza il quale non potremmo né perdurare né prevalere. Mentre tutto questo accade qualcosa dall’interno ci tiene informati su come vanno le cose. Questo qualcosa è ciò che chiamiamo sentimento.

“I sentimenti sono informazioni: essi rivelano a ciascuna mente la condizione di vita all’interno dell’organismo, una condizione espressa lungo un intervallo che va da valori positivi a valori negativi. Un’omeostasi insufficiente è espressa da sentimenti ampiamente negativi; i sentimenti positivi esprimono invece livelli appropriati di omeostasi e schiudono agli organismi opportunità vantaggiose. Sentimenti e omeostasi sono legati in modo stretto e coerente” (Damasio). Insomma, stando molto sul semplice (per ora): se non ho niente sullo stomaco, se ho riposato abbastanza e se mi sento in forze, parto per la prossima azione che ho deciso di intraprendere, che sia il prossimo capitolo del libro che sto leggendo o una giornata di lavoro, con un sentimento positivo: una rappresentazione mentale di come sto che giudico sufficiente o buona.

Il sentimento è una risonanza interna. Qualcosa che sta a metà tra passione e emozione. Se la passione è intensa e duratura e l’emozione è immediata e acuta, il sentimento è… lì in mezzo. Il termine risonanza rende bene l’idea perché se, ad esempio, vedo una persona per la prima volta e provo un’emozione che mi muove verso di lei (questo fanno le e-mozioni: muovono verso o via-da) se sto un po’ con l’emozione e lascio che risuoni dentro di me e giudico che mi sta simpatica, la voglio conoscere, so che la mia omeostasi migliorerà grandemente se avrò a che fare con lei… ecco un sentimento. Se lo coltivo per un po’ può diventare una passione, un innamoramento (o un’ossessione).

Credo che questo stare nel mezzo dei sentimenti sia ciò che li rende “sia fisici che mentali” o, come dice Damasio, dei rappresentanti mentali dell’omeostasi. Credo anche che proprio questa caratteristica di essere degli ibridi corpo/mente sia ciò che fa sì che le persone diventino suscettibili non appena si cerca di definire sentimenti complessi come l’amore o la gelosia in termini puramente fisici/ormonali o romantico/mentali. In quanto “esperienze soggettive dello stato vitale” i sentimenti sono, appunto soggettivi, personali, intimi.

Così, mentre l’omeostasi procede in modo inconsapevole e inespresso a regolare le funzioni vitali, qualcosa negli esseri provvisti di coscienza rivendica la libertà di spostare un po’ le soglie all’interno del continuum che va da  valori positivi a valori negativi di omeostasi. Ci specializziamo in limiti: possiamo mangiare ben oltre al livello di sazietà, superare l’iniziale disgusto verso sostanze tossiche fino a renderne piacevole l’uso e l’abuso, sforzarci di trasformare il dolore in piacere.

Capita così di affezionarci alle nostre dipendenze e di sperimentare stati rischiosi e piacevoli mentre qualcosa nel corpo cerca di far fronte allo squilibrio e di recuperare dopo una scorpacciata, una sbronza, un eccesso. Non sappia la tua destra…

In seduta lavoro molto sull’idea di risonanza. Non ci sono emozioni sbagliate: collera, paura, disgusto, tristezza, entusiasmo, gioia, tenerezza, sono più o meno appropriate a certi contesti, più o meno accettate o censurate. Una domanda interessante sulle emozioni è quanto a lungo vengono fatte risuonare? In cosa si trasforma una collera macerata a lungo? Perché l’entusiasmo “non dura”? Cosa rende cronica la paura?

Lasciar risuonare “dentro”, non lasciar andare, respingere, espellere, custodire; mischiare, diluire, saturare… Ognuna di queste azioni è un tipo di contenimento, un modo di non lasciare andare. Quanto basta? E perché non eccedere?

Attacchi al legame 2

C’è un vecchio pesce saggio e baffuto che si avvicina nuotando a tre pesci giovani e fa: «Buongiorno, ragazzi, com’è l’acqua?» e nuota via; e i tre pesci giovani lo osservano allontanarsi e si guardano e fanno:«Che cazzo è l’acqua?».
D.F.Wallace

Attaccare un legame è, anche, un modo per cambiare: non ci saremmo mai svezzati da niente se non avessimo, ad un certo punto e in qualche modo, messo in discussione ciò a cui eravamo legati. Dall’utero in poi la storia di ogni mammifero è una storia di rottura di contenitori. Qualcosa che sembrava perfetto per crescere diventa di colpo troppo stretto, lo status quo va in crisi e occorre passare a qualcos’altro, diventa necessario svincolarsi da un contesto e passare a un ambiente meno confortevole ma più idoneo al cambiamento. Pensate ai passaggi attraverso cui passa un bambino durante crescita: dal grembo all’accudimento materno, alla scuola, al gruppo dei pari, ecc.

Ciò in cui siamo immersi va, ad un certo punto, lasciato e l’ambiente in cui ci collocano o in cui decidiamo di recarci diventa il nuovo grembo, ciò che favorisce cambiamenti che, se non ci spostassimo, se non andassimo incontro a nuovi stimoli, non sarebbero possibili.

Ci vuole un po’ di odio per rompere un legame. Ogni svezzamento passa attraverso un’imposizione, ogni iniziazione contiene qualcosa di odioso. A volte il cambiamento è imposto dall’esterno (l’asilo, la scuola), altre volte ce lo cerchiamo perché è come se sentissimo che, se non cominciassimo ad odiare almeno un po’ ciò che fino ad oggi sembrava un contenitore perfetto, ci bloccheremmo in un legame tossico: qualcosa che invece di nutrirci ci avvelena. Così come un buon genitore sa che certi cordoni vanno recisi, allo stesso modo un giovane pesce ad un certo punto si chiede “che cazzo è l’acqua, in cosa sono immerso e quanto mi va/fa ancora bene sguazzare in questo contesto, frequentare questo ambito?”

È a questo punto che l’odio può prendere direzioni diverse. Si può scegliere di mettere in discussione vecchi legami e, magari dolorosamente, intraprendere un cammino che si spera ci porterà verso una versione di noi stessi che ci sembra migliore. O si può specializzarsi nella difesa di certi legami, cercare di definire “una volta per tutte” come deve essere l’acqua, come è fatto il mondo e cosa è chiaramente giusto o chiaramente sbagliato.

La prima strada è piena di dubbi e per essere mantenuta richiede la reiterazione di domande che interrogano sul contesto. Chi la sceglie deve odiarsi un po’: deve essere disposto ad attaccare certi legami interni e a mettere in discussione se stesso e l’ambiente che frequenta. Nella seconda via l’odio è diretto verso l’esterno. Percorrerla significa attaccare tutto ciò che potrebbe mettere in discussione lo status quo: la lista di legami accettati e accettabili che definisce la norma e stabilisce cosa è “comune”, e cosa è deviante.

Non conosco persone che frequentino esclusivamente una o l’altra strada. So, tuttavia, che chi sta principalmente sulla prima spesso si sente confuso, non crede di essere circondato da nemici e riflette molto. Chi sta sull’altra si attiene a chiari principi, vede molti nemici, trova doloroso pensare.

Quando un po’ d’odio va verso l’interno si è disposti a mettere in discussione gran parte di quello che si pensa al punto che capita di chiedersi: “sto forse delirando?”. Quando invece l’attacco al legame è diretto solo verso l’esterno, quando l’acqua in cui si è immersi è “sicuramente quella giusta”, si è pieni di certezze e, spesso, si sta delirando, si sta cioè credendo che la propria versione sia l’unica possibile e che la realtà non possa essere descritta in nessun altro modo.

Proiezioni

Hieronymus Bosch, Giudizio finale, frammento dell’Inferno

“Era come uno di quegli incubi sugli esami,
tu sei preparato perfettamente,
poi arrivi là e tutte le domande d’esame sono in hindi”
Infinite Jest

Negli incubi il mondo è inospitale. Quando un sogno diventa così brutto da costringere il dormiente a svegliarsi significa che qualcosa in quel complicato processo digestivo che è il sognare è andato storto: la storia si ingarbuglia e diventa incomprensibile o spaventosa, l’atmosfera si incupisce, arriva l’angoscia che, dopo un po’, ci spinge fuori dal sonno.

Osservando questa sorta di fallimento della fantasia viene da chiedersi chi ci fosse alla regia in quel momento: chi sia stato lo sceneggiatore sadico che ha preparato un copione in cui “… tu sei perfettamente preparato, poi arrivi là e tutte le domande d’esame sono in hindi”. Chi ha reso minaccioso il sogno? Chi ha aggiunto la tensione e ha alimentato la paura? E perché non ha virato verso un lieto fine permettendoci di concludere in bellezza e continuare a dormire?

In psicologia con il termine Proiezione ci si riferisce a un meccanismo di difesa che consiste nello spostare sentimenti o caratteristiche propri o parti di sé su altri oggetti o persone. Non è che lo si faccia consapevolmente. Come tutti i meccanismi di difesa è un gesto antico che serve a “pattugliare i confini”, un processo che aiuta a portare avanti la comoda illusione di separatezza: “io sono qua dentro e là fuori c’è il resto del mondo; vicino a me i miei alleati, ciò che mi somiglia ed è familiare e, più lontano, ciò che è alieno e minaccioso”. Proiettando metto fuori di me cose che mi appartengono e, visto che succede automaticamente, se metto fuori solo bellezza e bontà divento un po’ una Pollyanna ottusamente ottimista, mentre se ciò che inavvertitamente  “evacuo” è brutto, pericoloso o terribile, mi ritroverò in un mondo infernale e perseguitante da cui dovrò difendermi e in cui dovrò stare sempre allerta.

Due estremi patologici: l’ottimista dormiente  e il paranoico insonne. Per dormire e per sognare è molto meglio il primo mentre se si lavora nei servizi segreti una certa dose di paranoia può tornare utile.

Nel mezzo, nel normale stato di veglia, conviene ricordarsi che: “Il mondo che troviamo all’esterno di noi è, almeno in parte, il ricettacolo del terrore che abbiamo dentro di noi, un al-trove per quei desideri e quegli oggetti che recano dispiacere. Allo stesso tempo, quel mondo che costruiamo all’esterno è il mondo da cui abbiamo bisogno di allontanarci. È il luogo, o uno dei luoghi, dove collochiamo gli oggetti e i desideri che vorremmo non ci appartenessero. Per sentirci a casa nel mondo abbiamo bisogno di renderlo inospitale.” (Adam Phillips)

Una buona storia ha bisogno di un cattivo e un buon sogno è fatto anche di ostacoli da superare, di strane idee ed espedienti per andare oltre. Un mondo solo ospitale non esiste e se esistesse sarebbe noiosissimo. Ma cosa stiamo proiettando? Quanti dei mostri che popolano il nostro  mondo sono sovrapposizioni, vecchie paure che sfuggono dal profondo della mente e si annidano in inconsapevoli copioni?

Cosa aggiungiamo alla realtà che la rende a volte simile a un sogno e altre volte ad un incubo? E chi scrive le domande d’esame in hindi?

Confini dell’Io

“Se sei triste quando sei da solo probabilmente sei in cattiva compagnia”
J.P.Sartre

C’è un passaggio di Infinite Jest  che racconta di un vecchio allenatore che passeggia con un ragazzo nei campi dell’Accademia del Tennis. Il primo sta in parte rispondendo ad una domanda del secondo e in parte riflettendo tra sé e sé sull’agonismo e sul gioco del tennis come metafora. Dice: “Il vero avversario, la frontiera che include, è il giocatore stesso. C’è sempre e solo l’io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall’altro lato della rete: lui non è il nemico: è piú il partner nella danza. Lui è il pretesto o l’occasione per incontrare l’io. E tu sei la sua occasione”.

Tanti dei racconti di lotta che mi capita di sentire mentre ascolto i miei pazienti sono solo in apparenza partite contro l’altro o contro un qualche tipo di ostacolo esterno. Certo c’è sempre un antagonista: un capo tiranno sul lavoro; un possibile partner perfetto che non la vuole capire di tirare fuori le caratteristiche che, finalmente, soddisferebbero i desideri del soggetto; un alleato che ha tradito; una scalata in cui gli appigli scompaiono; un deserto in cui non si fanno incontri significativi; selve più o meno oscure.

In terapia l’oggettività di ognuno di questi ostacoli viene messa in discussione. Non per negarne l’esistenza ma per distinguere: per togliere all’oggetto un po’ del suo potere e per mettere in evidenza il soggetto, l’Io. Poi, siccome l’oggetto di studio della Psicoterapia è proprio (e necessariamente) l’Io, anche questo va messo in discussione. Diceva Bateson che il primo atto epistemologico (il primo “gesto” che permette di indagare qualcosa per conoscerlo) è la creazione di una differenza. Differenziando posso cominciare a distinguere e a separare, posso catalogare, creare degli insiemi, combinare elementi, distribuirli, ecc.

In seduta questo gesto quasi violento che permette di fare a pezzi l’oggetto di studio viene compiuto seguendo l’invito di Freud che in Introduzione alla Psicoanalisi diceva: “Nostro desiderio è fare oggetto di indagine l’Io, il nostro Io più intimo; ma è possibile? L’Io è il soggetto per eccellenza, come può diventare oggetto? Ora, non vi è alcun dubbio che questo è possibile: l’io può prendere come oggetto sé medesimo, trattarsi come altri oggetti, osservarsi, criticarsi e fare di se stesso Dio sa quante altre cose ancora…”

Inizia così, con questa scissione tra una parte che osserva e una che viene osservata, quello che in una sfida agonistica avviene stabilendo che dall’altra parte c’è un avversario. Invece di scendere in campo per sfidarci potremmo stare seduti e bere qualcosa mentre chiacchieriamo amabilmente, potremmo semplicemente confermare ciò che siamo così come si fa quando si scambiano dei convenevoli: “Tutto bene? E la famiglia? Tutto a posto, e tu?”

E invece, invece si decide di giocare e mettendosi in gioco si evidenziano dei limiti, si comprendono dei punti di forza, si scoprono delle debolezze. Su di sé e sull’avversario, sull’avversario e su quel soggetto intermedio che è “un po’ l’altro e un po’ me”. Nel gioco si alternano gli sforzi per essere una forza irresistibile o un oggetto inamovibile, una da una parte e l’altro dall’altra. Succede ai cuccioli che lottano, ai lottatori che si sfidano e, con gradi progressivi di serietà e di rischio, ai contendenti e ai nemici.

Se si chiede a un giocatore “chi o cosa c’è dall’altra parte?” la risposta naturale sarà: “l’altro, la persona o la cosa con cui mi sto misurando”.  È ovvio che sia così perché la scissione/separazione è ciò che rende possibile il gioco.

In terapia le cose sono un po’ diverse perché appena ci si astrae e si pensa al gioco, appena ci si tira fuori dal conflitto e, smettendo di essere una delle parti, si dà inizio alla riflessione, la risposta diventa più complessa. Le due parti, il soggetto e l’oggetto si confondono e diventa evidente che la sfida è, innanzitutto, con se stessi.

Possiamo osservare l’Io su un continuum che va dal sonno profondo a uno stato di massima allerta. Sono gradi diversi di attenzione e di consapevolezza e ad entrambi gli estremi l’Io scompare: nel sonno profondo non c’è nessun osservatore e negli stati di lucida attenzione, quelli in cui ci si perde nel flusso dell’azione e della percezione, non c’è distanza tra sé e l’oggetto. Tra questi due confini incontriamo cose e persone che vengono percepite diversamente, a seconda della qualità della nostra attenzione.

Pensateci: vicino al sonno profondo si incontrano oggetti e personaggi che popolano i sogni, figure di mezzo con forme mutevoli, che possono continuamente trasformarsi; man mano che ci si sveglia e si esce dal torpore, compaiono le persone, gli altri in carne ed ossa con il loro  determinismo e con cui è necessario relazionarsi: è il luogo in cui l’attenzione segue le regole dell’affinità (vicinanza/distanza, protendersi/ritirarsi), della comunicazione (aperto/chiuso, esprimersi/celarsi), della realtà  (condivisione/separazione, accordarsi/dissentire) e così via fino all’altro estremo in cui l’Io scompare in una trance agonistica, in un’estasi amorosa o in un momento di intensa creatività.

Il motivo per cui è piacevole andare verso i bordi di questo continuum è perché lì l’io tende a scomparire e, spesso, è un sollievo essere nessuno!

Nel mezzo c’è la valle dell’Io che è il luogo in cui i giochi possono svolgersi e in cui si sperimentano emozioni e modi di essere. È anche il posto in cui ci si può annoiare: meno c’è gioco più aumenta la noia, più il gioco diventa interessante più si sente che l’io può essere in qualche modo trasceso. Nel sonno profondo e nella sfida più intensa anche la noia e il gioco stesso tendono a scomparire. E l’Io con loro.

Si può riflettere sulla propria posizione con la vecchia domanda psicologica: “Dove sono?”.
Quanto sto dormendo? Quanto sono sveglio? Quanto sono vicino ai bordi?

Immagine tratta dal Libro Rosso di C.G. Jung (particolare)

You can’t (always) get what you want

Il micro-dialogo della vignetta è, in origine, una frase di Anna Freud che quasi facendo eco alla convinzione del padre, secondo cui “Il nostro desiderio è sempre in eccesso rispetto alla capacità dell’oggetto di soddisfarci”, dice, appunto, che le uova nella fantasia sono sempre cotte a puntino ma rimangono là, nel regno delle cose perfette, immaginabili ma non mangiabili.

Penso che gran parte della psicoterapia lavori proprio sulla distanza tra ciò che un paziente si aspetta e ciò che ottiene. Crede (o gli han fatto credere) di dover essere una certa persona o di dover fare certe cose per avere soddisfazione, per placare il desiderio e dire “ecco, ho ottenuto ciò che volevo”.

Ogni primo colloquio, ogni primo incontro con un paziente e con i suoi sintomi è, in fin dei conti, un incontro con un desiderio non soddisfatto: un ascolto di quanto sia doloroso non poter essere in un certo modo, non poter avere certi oggetti o persone, certi stati d’animo, condizioni, capacità, equilibri. Il dolore di non poter stare vicini a ciò che ci piace e quello di dover stare in prossimità di ciò che detestiamo, la brama dolorosa del non poter raggiungere e la penosa avversione del non potersi togliere.

Non c’è paziente con cui non abbia lavorato sulla distanza fra immaginazione e realtà, fra aspettativa e risultato. E il dolore… il dolore, così come il desiderio, non è  mai veramente azzerabile: rimane, si sposta e, se la terapia funziona, diventa sensato!

Smette cioè di essere un dolore nevrotico.

Ho appena corretto un lapsus calami: avevo scritto “smette di diventare un dolore nevrotico”. Come spesso capita, l’inconscio è “più preciso e più puntuale”: la sofferenza che trattiamo in psicoterapia è qualcosa che “diventa”, qualcosa che è così perché, proprio come il rimuginio, come le ossessioni e come le compulsioni, viene continuamente ripetuto, messo in esistenza da un’istanza che non è mai contenta di come le uova sono state cotte e che misura il divario tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.

È in quello spazio che nascono i rimpianti (se avessi fatto diversamente avrei ottenuto uova migliori), i sensi di colpa (che uova orrende ho cucinato), le ossessioni (proverò fino allo sfinimento, fino alle uova perfette), il senso di fallimento con il lutto e gli stati depressivi, l’ansia da prestazione con il panico del non essere all’altezza, la mania (le mie uova saranno perfette e tutti dovranno riconoscerlo).

Ed è in quello spazio che si può meditare sul senso: vedere cosa causa il dolore e quando la sofferenza sia dovuta allo sforzo del procedere o all’ostinazione del ripetere.

Chiedo spesso ai miei pazienti: “chi o cosa produce il dolore di cui mi stai parlando?”. All’inizio, nelle prime sedute, credono di dover trovare una risposta sensata, poi capiscono che la domanda non è un che modo per pensare insieme.

Si possono dare molte risposte: si può attribuire il dolore all’educazione, alla chimica, ai cattivi incontri, alle proprie incapacità. Si può riflettere sui rimedi tentati e sul loro fallimento (se siamo qua a parlarne è perché, ancora una volta, le uova non sono ben cotte).

Ma, alla fine (e tornando a Freud) perché mai un oggetto dovrebbe soddisfarci? Dove nasce questa pretesa? Quanto questo bisogno di avere ciò che vogliamo è davvero il problema? Cosa faremmo se fossimo per una volta pienamente soddisfatti? Lo vogliamo veramente o scappiamo gambe levate appena intravediamo la piena realizzazione di un desiderio? Davvero vorremmo abbattere la barriera tra immaginazione e realtà? Avere un oggetto “perfetto”?

Credo che su queste cose convenga interrogarsi. Farlo è spesso un buon modo per cominciare un lavoro  serio sulla sofferenza mentale.

E mi sembra un buon impiego dell’energia psichica,  intanto che le uova vanno avanti a cuocersi.

Mandanti

Mi domando chi sia il mandante di tutte le cazzate che faccio”
Altan

L’Amore e le Parche di Ettore Tito (particolare)

L’immagine qui sopra è un particolare di un quadro di Ettore Tito: L’amore e le Parche. È esposto alla galleria d’arte moderna di Palermo dove l’ho visto per la prima volta qualche giorno fa. All’inizio sono rimasto sorpreso dall’associazione che mi è venuta in mente con la battuta di Altan ma poi, riflettendoci, mi è parso evidente che l’idea di mandante traspaia con chiarezza dal dipinto. Una delle tre Parche indica ad un giovane Eros dove colpire. Nello sguardo di questi si vede la ferma decisione di scagliare la freccia che determinerà il destino della vittima: colei o colui che, ferito da uno stimolo che non può essere ignorato, non potrà che rispondere imboccando una strada che crederà di aver scelto ma che, invece, è una sorta di direzione obbligata.

Sia le Parche che Eros sono forze primigenie: entità sovra-personali che fanno la loro comparsa ben prima degli Dei e a cui anche questi ultimi sono, nell’antica mitologia, soggetti. Nemmeno gli Dei potevano molto contro i dardi di Eros né erano esenti da Necessità (Ananke) madre delle Parche a cui l’obbedienza era semplicemente dovuta.

Ciò che vedete nell’immagine è una rappresentazione di “forze che stanno dietro”: pulsioni a cui tocca obbedire, persuasori che tolgono dalla vista porzioni di realtà per metterne in evidenza altre. Come quando ci si innamora e non si vede che l’amata o come quando, presi da un qualche tipo di sacro fuoco, si va verso “un destino” comportandosi come degli eroi o come dei fanatici.

Facendo spesso un sacco di cazzate senza nemmeno chiedersi chi sia il mandante.

Parlando dell’Io e delle difese Freud disse che “Per l’organismo la protezione dagli stimoli è una funzione quasi più importante della ricezione degli stessi”. Da neurologo (prima ancora che da psicoanalista) aveva capito che c’è nel sistema nervoso, già a partire dagli organi di senso, una funzione di filtro che serve a mettere ordine nell’assedio permanente degli stimoli a cui siamo sottoposti e che, a un livello di elaborazione meno periferico, è il modo in cui ci difendiamo da questo assedio a determinare la nostra visione e la nostra personale interpretazione della realtà. Vediamo ciò che non escludiamo e il negato, il rimosso e il trasferito altrove, se ne stanno a margine, fuori dalla coscienza, forse ben visibili per altri ma non per noi che, presi dalla nostra descrizione di mondo, non ne mettiamo in discussione i confini se non quando uno scompenso (spesso un sintomo) ci obbliga a una revisione della mappa e ad una indagine sui mandanti.

L’inchiesta, la ricerca di un determinismo esterno, comincia quando ci si chiede: “Cosa mi è preso? Come ho potuto compiere quel gesto, mettermi in quella situazione, non accorgermi delle conseguenze?” Il sintomo che accompagna queste domande è uno spaesamento: una vertigine connessa alla consapevolezza di non essere padroni in casa propria e di dover fare i conti con forze che possono impossessarsi di noi.

È partendo da questa percezione che molti cambiamenti diventano possibili perché è grazie allo spaesamento che si può iniziare una riflessione su chi o cosa nella mente  e nel corpo spinge in certe direzioni, crea determinati gusti, rende più o meno amichevoli o ostili certe porzioni di mondo.

I mandanti non sono sempre forze soverchianti: Eros e le Parche o Pan con il terrore incontrollabile o Penia con le carestie e la fame. Capita di scoprire che, come ebbe a dire Dryden: “I più sono sviati dall’istruzione, credono a questo o a quello perché così li hanno educati; il prete continua ciò che iniziò la balia ed è in tal modo che il bambino inganna l’uomo.” Ciò che guida molti dei nostri comportamenti è spesso un bambino cresciuto a pane e pregiudizi, uno che è diventato un adulto poco pensante che, siccome  crede di avere ben stretta la barra del timone, non si chiede chi tracci la rotta e decida gli orizzonti, gli sfondi e le figure, l’indistinto e ciò che salta all’occhio.

Un rimedio per questa ignoranza, un inizio di cura, è quello di chiedersi, come Altan, “chi è il mandante delle cazzate che faccio?”, “C’è un qualche dito puntato che mi ha indicato l’angolatura da cui osservare? chi interviene sulla mappa del mio mondo? cosa vuole che veda?”.

Sul buon uso degli ostacoli

“Io so cos’è una cosa o chi è qualcuno scoprendo ciò che si interpone tra noi”
Adam Phillips

Primo atto del Riccardo Terzo di Shakespeare: uno dei due assassini inviati da Riccardo per uccidere suo fratello, il Duca di Clarence, parlando con il complice che azzarda dubbi sull’opportunità di colpire un innocente, dice: “La coscienza è un compunto spiritello dal volto sempre rosso di pudore, che fa il ribelle nel petto dell’uomo creando all’uomo una massa di ostacoli.”

In quanto ostacolo la coscienza di un bravo sicario va repressa: superata per far sì che egli possa raggiungere l’obiettivo di uccidere la vittima designata.

In questa scena il sicario è il soggetto, la vittima è l’oggetto e la coscienza è l’ostacolo. Se applicassimo come un teorema la frase dell’incipit potremmo dire che l’assassino percepisce chi ha di fronte a seconda dell’ostacolo che si trova a dover superare. La persona diventa la mia vittima se ciò che devo superare per interagire con lui o lei è… solo la mia coscienza, solo un’istanza interna che posso zittire o ascoltare e che, a seconda di come entro in relazione con essa, determinerà la percezione di ciò che mi sta davanti. Se accetto che la coscienza sia un ostacolo non sarò più un omicida e la vittima smetterà di essere tale ma se riuscirò ad ignorarla niente si metterà fra me e il mio obiettivo e anche le mie percezioni saranno diverse: di fronte non avrò più un altro essere umano ma un oggetto, qualcosa su cui è facile smettere di riflettere.

L’ostacolo crea la differenza. Mettendosi in mezzo rallenta l’azione e quasi costringe a pensare.

In terapia si osserva una massiccia presenza di ostacoli  nella depressione e una loro patologica assenza negli stati maniacali. Ho visto persone depresse immobilizzarsi davanti a scelte banali inventando ostacoli su ostacoli. Ragionamenti tipo: “ma poi, se vado… anche se mi hanno invitato magari sperano che non vada… lo so, lo sento che darei fastidio; posso dire che sto male e stare a casa ma farò la solita figura di quella che rifiuta gli inviti… ecco se non vado starò male ma non me la sento di andare, sono disperata…”. E ho assistito a deliri maniacali in cui niente poteva fermare l’ideazione grandiosa: “sì, vabbè, non ho studiato niente ma risolverò tutto, non ho  nemmeno un piano ma inventerò al momento, non possono non capire che sono la persona perfetta…”.

Tra questi  due estremi, tra la completa assenza di spazio e la terribile costrizione del depresso grave e le sterminate praterie dei deliri del maniaco, si delinea un continuum in cui gli ostacoli diventano, per uno psicoterapeuta, una benedizione: qualcosa su cui iniziare un discorso e immaginare un progresso.

“Quando in analisi ‘spacchettiamo’ gli ostacoli –quando pensiamo agli ostacoli come a una via e non come a qualcosa che sta in mezzo alla via –li troviamo, come il vaso di Pandora, pieni di cose insolite e proibite.” (Adam Phillips)

Spacchettare è riflettere. È sia smettere di vedere l’ostacolo nel modo in cui lo vede  il maniaco, come qualcosa da rimuovere senza precauzioni, un contrattempo da distruggere con la volontà, sia evitare di soccombere di fronte ad esso come il depresso che lo trasforma in un’insormontabile costrizione.

Le cose insolite e proibite che si scoprono insieme al paziente in questo lavoro sugli ostacoli sono tutte connesse al desiderio perché non esiste ostacolo senza desiderio e perché gli ostacoli sembrano fatti apposta per attivare il desiderio.

“Cosa voglio superare? Cosa c’è di là, dall’altra parte di ciò che ora  mi impedisce di sentirmi ‘bene’? Chi mette l’ostacolo? Voglio davvero toglierlo? Davvero starò bene senza di esso o il vero gioco è  nel progetto, nell’insieme di cose che devo mettere in atto per superarlo?”

Guardare gli ostacoli ponendosi queste domande è un modo per pensare ad essi come a degli strani oggetti che ci possono rivelare cose su noi stessi e su cosa vogliamo. È anche un modo per curare la mancanza di pensiero. Sia quella tipica della sindrome maniacale che si limita all’andare oltre senza riflettere, sia quella degli stati depressivi in cui il pensiero si riduce a sterile ruminazione.

Quanto curiosi siete quando state per spacchettare un regalo?

La curiosità è, insieme al desiderio, uno degli ingredienti fondamentali per  sviluppare la capacità di vedere gli ostacoli non come qualcosa che ostruisce la via ma come la via stessa. È anche ciò che ci ricorda che “la prima relazione non è con gli oggetti ma con gli ostacoli”.  Ogni oggetto ci è stato dato impacchettato: sempre abbiamo dovuto protenderci verso qualcosa, sempre è stato necessario muoversi per attraversare uno spazio, anche da infanti, per raggiungere il seno. E per incrociare uno sguardo o per farsi sentire.

Nella relazione con l’ostacolo (prima ancora che con quella con l’oggetto) si possono escogitare modi per esaudire desideri difficili. Molto spesso la saggezza sta non nell’eliminazione di ciò che sta in mezzo ma nella capacità di vederlo come una risorsa: cosa insolita e curiosa, significativa, promettente…

Il buon uso degli ostacoli.

Due frecce

L’immolazione di Thích Quảng Đức nella foto di Malcolm Browne.

Nel 1964 il fotografo americano Malcom Browne vinse il premio Pulizer per una fotografia scattata l’anno precedente. La foto ritraeva il monaco buddista Quang Duc che si autoimmolò per protesta contro il regime di Saigon che perseguitava la religione buddista. Il monaco sessantasettenne rimase immobile nella posizione del fior di loto mentre il suo corpo veniva divorato dalle fiamme.

Ricordo che, da ragazzo, una decina di anni dopo, vedendo quell’immagine fantasticavo sui superpoteri che la meditazione e la concentrazione avrebbero potuto dare a chi le avesse praticate. Ci provai anche. Ma dopo aver trascorso una mezz’ora seduto a gambe incrociate lasciai perdere. Troppo doloroso.

Passò molto altro tempo prima che capissi di più su cosa significhi “stare tranquillamente seduti”.

Si racconta che il Buddha, nel suo primo discorso dopo l’illuminazione, parlando al ristretto pubblico di cinque discepoli e ragionando sul dolore fisico e sulla sofferenza mentale usò la metafora dell’uomo ferito da due frecce. La prima freccia capita a tutti: è nella natura dell’essere umano essere colpito da qualcosa, provare un dolore fisico, subire una perdita, inciampare, cadere, fallire; la seconda freccia colpisce in modo più subdolo ed è “interna” perché è composta dall’insieme di tutte le reazioni che mettiamo in campo per opporci alla prima: i contorcimenti, i lamenti, le proteste, il rammarico, i sensi di colpa…

Questi provvedimenti per evitare il dolore sono ciò che, spesso, lo fa perdurare. Pensate a quante volte avete sofferto elucubrando su come sarebbe andata se solo aveste fatto diversamente o rimuginando su un’offesa ricevuta, un torto subito, una lite passata. La seconda freccia diventa un’amplificazione della prima: un lavorio interno che invece di eliminare il dolore lo trattiene e spesso, nel tentativo di prevenirlo, lo crea. Mentre la prima freccia non può essere evitata, sulla seconda si può fare molto lavoro.

È un lavoro sulla mente perché si occupa di osservare una serie di gesti interni che nascono per fare qualcosa contro il dolore. Gran parte di questi gesti sono utili: sono cose che facciamo per evitare di ferire o di ferirci, precauzioni, prudenze, cure. Ma ci sono pensieri che, invece, sembrano fatti apposta per aumentare la sofferenza e spesso sono pensieri senza un pensatore nel senso che  non stiamo veramente pensandoli. Avvengono: nascono come una reazione automatica e senza attenzione, come risposte ad uno stimolo, quasi come posture che si prendono, modi di mettersi e di essere.

Stare tranquillamente seduti significa osservare questa serie di gesti interni e prenderne possesso, aggiungere attenzione, diventare consapevoli di questo flusso che scorre modellando continuamente il nostro sentire.

David Hume disse: “La mente è una specie di teatro in cui sfilano, una dopo l’altra, le più svariate percezioni; fanno avanti e indietro sul palcoscenico, scivolano via e si mescolano le une alle altre in un’infinita varietà di posture e situazioni”. L’osservazione di questo movimento è l’inizio di ogni meditazione ed è il lavoro sulla seconda freccia.

Non credo che farlo possa portare ad un controllo simile a quello di un monaco che, praticando per una vita, riesce a dominare il dolore fino ad eliminarlo ma so che vale la pena intraprendere un esercizio sull’attenzione: cominciare a guardare con interesse e… non fare nient’altro, acquietare, non infliggersi una seconda freccia.