Podcast5: Il Ricettivo

“Primo, c’è l’umiltà; e non la propongo come principio morale,
sgradito a un gran numero di persone,
ma semplicemente come elemento di una filosofia scientifica”
G. Bateson

Un Podcast, caro Watson, sulla differenza fra vedere e osservare.

 

Podcast4: Storie che curano

“Il modo in cui raccontiamo la nostra storia
è anche il modo in cui diamo forma alla nostra terapia”
P.Berry

In che modo le storie possono curare? E si può curare una storia?

James Hillman completa la frase di Patricia Berry dicendo: “Il modo in cui immaginiamo la nostra vita è anche il modo in cui ci apprestiamo a viverla, perché la maniera in cui diciamo cosa sta accadendo è il genere per il cui tramite gli avvenimenti diventano esperienza. Non ci sono nudi eventi, fatti chiari, semplici dati; anche questa, semmai, è una fantasia archetipica: il semplicismo della natura bruta (o morta).”

Insomma, le storie determinano la qualità degli eventi. Ne parlo in questo podcast.

Podcast3: Legame K

Può darsi che proprio quando non sappiamo più
cosa fare siamo arrivati alla nostra vera opera,
e che quando non sappiamo più dove andare
siamo arrivati al nostro vero viaggio.
La mente non perplessa non si adopera.
Il torrente ostacolato è quello che canta”
Warren Berry

Continuo il discorso sui legami parlandovi del legame K e accennando a un’antica missione impossibile che proprio per la sua impossibilità ci insegna una disciplina fondamentale.

Podcast2: Legami

L’importante non è trovare soluzioni a tutti i problemi ma creare legami e scoprire che questo legame mi cambia e mi apre”
Jean Vanier

In psicologia il termine Legame descrive un’esperienza emotiva in cui due persone o due parti di una persona sono in relazione reciproca.

In questo e nei prossimi podcast vi propongo un modo di pensare ai legami e a come la loro qualità influenzi la nostra percezione e la nostra vita.

Podcast1: Sulla Paura

Non devo aver paura
la paura uccide la mente
la paura è la piccola morte che porta alla distruzione totale
affronterò la mia paura, permetterò che passi oltre e mi attraversi
e quando sarà passata, seguirò il suo percorso con il mio occhio interiore
dove è andata la paura non ci sarà nulla, rimarrò soltanto Io”
Frank Herbert

La frase dell’incipit è una sorta di Mantra che nel libro Dune le adepte alla setta delle Bene Gesserit recitano per far fronte alla paura.

In questo post vi parlerò un po’ della paura e lo farò a voce e in una modalità che è più simile a quella che uso in seduta che quella a cui siete abituati leggendomi.

Il mio intento è quello di proporvi una riflessione che assomiglia a un racconto e a un modo di prendersi cura della paura.

Mi direte se vi è servito.

Luce nel pozzo

“Non dobbiamo dunque chiederci se percepiamo veramente il mondo,dobbiamo invece dire: il mondo è ciò che noi percepiamo”
M. Merleau-Ponty

Ci sono cose che sappiamo di sapere e cose che sappiamo di non sapere. Come l’ubriaco di cui parlavo nell’ultimo post cerchiamo le chiavi che abbiamo perso sotto  al più vicino lampione acceso perché lì c’è la luce. 

Le luci a cui ci affidiamo sono quelle che speriamo illumineranno meglio il nostro cammino, quelle che crediamo ci renderanno più coscienti, più vigili e sicuri, più consapevoli e forti. 

Ciò che a volte ci sfugge è che queste “luci” sono punti di vista: ottiche sulla vita, angolazioni dalle quali guardiamo il mondo e, allo stesso tempo, filtri che escludono certi stimoli e ne lasciano passare altri. 

Le metafore che usiamo o a cui, più o meno consapevolmente, aderiamo, costruiscono mondi. E, siccome il mondo è ciò che noi percepiamo, ciò che troviamo è ciò che il filtro che abbiamo usato ha lasciato passare. 

Dire che l’attività in cui siamo collettivamente impegnati da un paio di mesi a questa parte è una guerra al virus crea un contesto in cui: la malattia è il nemico, chi la combatte è un eroe, chi non si allinea è un disertore che va sanzionato, si spera in farmaci che come un’arma finale sbaraglino il virus, si vince o si perde.

Il presupposto della “metafora della guerra” implica che gli argomenti di chi la pensa diversamente dalla linea di comando debbano essere distrutti, che occorra andare a caccia di colpevoli e di untori e che, visto che una guerra giustifica una legge marziale, non sia il caso di mettere in dubbio le scelte di chi comanda. Se è una guerra alla fine ci saranno dei vincitori, si potrà festeggiare, si inizierà a ricostruire, torneremo ad abbracciarci, ci lasceremo alle spalle i brutti momenti, ecc. 

É un punto di vista, un modo di raccontarla e non dico che sia il peggiore. Di sicuro è persuasivo. Ma cosa perdiamo quando questa metafora ci persuade?

Sembra che la guerra che il nostro sistema immunitario ingaggia contro il virus sia, in certi casi, parte del problema: una risposta troppo bellicosa della parte innata delle difese immunitarie scatena un’infiammazione che può risultare letale. Potete leggere qui il motivo per cui potenziare il sistema immunitario può essere una pessima idea.

Il vaccino non rende il sistema immunitario più forte ma più intelligente: più bravo ad identificare e neutralizzare il nemico con una guerra mirata invece che con una reazione scomposta e sconsiderata.

Questo tipo di ragionamento somiglia più a quello di un domatore che a quello di un guerriero. La metafora cambia. Non si tratta più di combattere ma di controllare e di modellare/educare delle risorse già presenti per renderle più adatte al lavoro che deve essere fatto. Certo un domatore ha bisogno di tempo e, nel frattempo i guerrieri devono fare la loro parte. Ma chi sono i guerrieri? È davvero il caso di schierarci e, mentre i medici fanno del loro meglio per far fronte al pericolo, dare la caccia a qualche colpevole dell’epidemia? Non sarebbe meglio cambiare metafora/lampione e cercare qualcos’altro? 

Forse le chiavi che abbiamo perso non sono quelle per rientrare in casa ma quelle che ci servono per uscire nuovamente

Cominciamo dalla paura di uscire! Non stiamo uscendo a guerra finita, non ci sono liberatori da festeggiare e dicono che per un bel po’ non dovremo abbracciarci. Ci sentiremo spaesati? Saremo molto diversi da come eravamo prima di… tutto questo? 

Ricordate la fasi del lutto? La Negazione, la Collera, la Contrattazione, la Disperazione e l’Accettazione. Le ritroveremo tutte perché il lutto è appena iniziato.

Il lutto è un lavoro: un impegno per adattarci a una perdita.

Io credo che la domanda debba essere cosa abbiamo perso e penso che questa sia una delle cose che non sappiamo, che dobbiamo accettare di non sapere e su cui dobbiamo continuare a interrogarci. 

L’altro giorno un mio paziente, una persona che spesso mi stupisce per la profondità di analisi e per la capacità di cogliere il punto della situazione mi diceva: “Non so, proprio non ho parole… non riesco a descrivere ciò che stiamo vivendo”.  Insieme abbiamo concordato che questo è un buon punto di partenza e che la famosa proposizione di Wittgenstein “di ciò di cui non si può parlare bisognerebbe tacere”è, in questo momento, molto appropriata. 

Tacere non significa essere muti ma stare fuori dalle chiacchiere, cercare il segnale all’interno del rumore, uscire dal blaterare collettivo. È quella che definisco una Posizione: un tipo di postura della mente (una Forma Vitale, se volete) che determina un modo di fare attenzione. Come quando si ascolta molto attentamente o come quando si ricercano con cura le parole e, per questo, si tace. 

In un vecchio film “L’uomo che sussurrava ai cavalli” c’è una scena in cui il protagonista sta a lungo immobile nell’erba davanti a un cavallo traumatizzato per ristabilire un contatto, per aiutare il cavallo/il suo paziente a riparare il lutto di una relazione con il mondo che era andata perduta. In psicologia diremmo “per aiutarlo a pensare nuovamente qualcosa che era diventato impensabile”. 

Il cavallo ha subito un trauma ed è terrorizzato. La paura del paziente traumatizzato diventa il punto da cui partire e l’attenzione di chi è determinato ad aiutarlo è un primo antidoto. Lo spavento acuisce la sensibilità e dare attenzione a chi è spaventato contribuisce a farlo rilassare come se il nostro essere all’erta insieme a lui gli permettesse di riprendere i sensi che il trauma ha sequestrato.
Così dovremo fare con la nostra paura e con quella dei nostri simili in una fase in cui l’attenzione non potrà essere come quella di prima.
Un po’ come spegnere il lampione per cercare in un modo diverso. 

Se ogni giorno cade
dentro ogni notte
c’è un pozzo
dove la chiarità sta rinchiusa.
Bisogna sedersi sul bordo
del pozzo dell’ombra
e pescare luce caduta
con pazienza.
Pablo Neruda 

Dentro, fuori… dove siamo?

“L’ansia è un sottile rivolo di paura che si insinua nella mente.
Se incoraggiata scava un canale nel quale tutti gli altri pensieri vengono attirati”
Robert Bloch

Nel 1980 J.Lakoff e M.Johnson, un Linguista e un Filosofo, scrissero un lavoro fondamentale  sull’uso delle metafore nella vita di tutti i giorni. In esso sostennero che la metafora influenza non solo il linguaggio ma anche il nostro funzionamento cognitivo. “L’essenza di una metafora è vivere un tipo di cosa in termini di un altro”. Quando ad esempio descriviamo la situazione collettiva che stiamo vivendo in termini di qualcosa da cui uscire/uno stato transitorio che ci lasceremo alle spalle non appena potremo… stiamo, secondo questi autori, usando una metafora di orientamento. Immaginiamo un dentro e un fuori e ci chiediamo quanto manca per “uscire dal tunnel; tornare a vedere la luce; venir fuori da questo brutto momento” ecc. 

Pensare in questo modo serve per orientarci, per darci un orizzonte e una direzione. Ma è una metafora: uno dei tanti modi di pensare e di far luce sulla realtà. Rischia di diventare come il lampione sotto cui l’ubriaco della storiella sta cercando le chiavi di casa che ha perduto. Un poliziotto si ferma ad aiutarlo e, dopo un po’ che cercano insieme, gli chiede “ma è sicuro di averle perse qui?” e lui risponde “ no, ma le cerco qua perché qua c’è la luce”. Una metafora mette in evidenza delle cose ma, facendolo, ne nasconde delle altre. Tornerò nei prossimi post su questo concetto. In questo vi propongo, invece, una riflessione su uno stato d’animo collettivo che prima di poter essere lasciato alle spalle va osservato con cura. 

Ho letto qualche giorno fa un articolo scritto da Scott Berinato sulla Harvard Business Review intitolato That Discomfort You’re Feeling is Grief. Al suo interno c’è un’intervista a David Kessler che è uno dei maggiori esperti mondiali sul tema del lutto. L’ho tradotta e ve la propongo. La parola inglese grief può essere resa in italiano sia con il termine lutto che con il termine afflizione. Nella traduzione uso l’uno o l’altro a seconda delle diverse sfumature del discorso. Chi vuole leggere l’articolo completo in inglese lo trova qui. Buona lettura!

Intervistatore: Le persone stanno provando molti stati d’animo diversi in questo momento. È corretto chiamare afflizione parte di ciò che provano?

Kessler: Sì, e stiamo sperimentando vari tipi di afflizione. Sentiamo che il mondo è cambiato, e lo è. Razionalmente sappiamo che è uno stato temporaneo, ma di pancia sentiamo che non è così e che le cose saranno diverse. Proprio come andare all’aeroporto non è più stata la stessa cosa dopo l’11 settembre, allo stesso modo le cose cambieranno e questo è il momento in cui sono cambiate. La perdita della normalità; la paura per il bilancio economico; la perdita dei legami. Tutto questo ci sta colpendo e ne siamo afflitti. Collettivamente. Non siamo abituati a questo senso di lutto collettivo nell’aria.

Quindi dice che stiamo provando più di un tipo di afflizione?

Sì, stiamo anche provando un senso di lutto anticipatorio. Il lutto anticipatorio è ciò che sentiamo per quello che ci riserva il futuro quando proviamo incertezza. Di solito questo stato d’animo accompagna l’idea di morte. Lo proviamo quando qualcuno a cui teniamo riceve una diagnosi infausta o quando ci viene in mente che un giorno perderemo un genitore. Più in generale il lutto anticipatorio è connesso ai possibili futuri immaginati: sta arrivando una tempesta, qualcosa di cattivo si aggira là fuori. Quando si ha a che fare con un virus questo tipo di afflizione crea ancora più confusione nelle persone. La nostra mente primitiva sa che qualcosa di brutto sta succedendo, ma è qualcosa che non si può vedere e questo fa a pezzi il nostro senso di sicurezza. Sentiamo questa perdita di sicurezza. Non penso sia mai accaduto di perdere il senso di sicurezza tutti insieme come ora; è successo a singoli individui o a gruppi più ristretti, ma la novità è che stavolta è successo a tutti quanti. Siamo in lutto a livello personale e generale.

Cosa possono fare le persone per gestire tutta questa afflizione?

Comprendere gli stadi del lutto è un buon inizio. Ogni volta che parlo degli stadi del lutto devo ricordare alle persone che questi stadi non sono lineari e possono non succedersi in quest’ordine. Non è una mappa quanto piuttosto un’impalcatura per comprendere questo mondo sconosciuto. C’è la negazione, in cui all’inizio diciamo un sacco di: Il virus non ci colpirà. C’è la rabbia: Mi stai costringendo a stare a casa, lontano dalle mie attività. C’è la fase della trattativa: Ok, se tengo la distanza sociale per un paio di settimane tutto andrà meglio, giusto? C’è la tristezza: Non so quando questo finirà. E infine c’è l’accettazione: Sta succedendo; devo capire come andare avanti.

Come avrete immaginato il potere e la forza risiedono nell’accettazione. È nell’accettazione che troviamo il controllo: Posso lavarmi le mani, Posso tenere la distanza di sicurezza, Posso imparare a lavorare on-line.

Quando siamo afflitti sentiamo anche una sorta di dolore fisico e la mente diventa frenetica. Ci sono delle tecniche per trattare questi sintomi e renderli meno intensi?

Torniamo al lutto anticipatorio. L’afflizione anticipatoria non sana corrisponde a uno stato d’ansia, questa è la sensazione di cui stai parlando. La nostra mente inizia a mostrarci immagini: i nostri genitori che si ammalano, gli scenari più cupi. Questo processo è un modo in cui la mente cerca di proteggerci. Dobbiamo porci lo scopo di non ignorare queste immagini, né di cercare di allontanarle. La mente non ce lo lascerebbe fare e lo sforzo per farlo potrebbe essere doloroso. L’obiettivo è quello di trovare un equilibrio nelle cose che stai pensando. Se senti che lo scenario peggiore prende forma, immagina quello migliore. Tutti possiamo ammalarci un po’ ma il mondo va avanti. Non tutti coloro che ami muoiono. E probabilmente la maggior parte si salverà perché stiamo facendo i passi giusti. Nessuno dei due scenari dovrebbe essere ignorato ma nessuno dovrebbe diventare dominante sull’altro.

Il lutto anticipatorio è il risultato della mente che si proietta nel futuro e che immagina il peggio. Per calmarti devi voler entrare nel presente. Questo consiglio è ben noto a chi ha meditato o praticato mindfulness, ma molti si stupiscono di quanto semplice possa essere. Puoi individuare cinque cose nella stanza. C’è un computer, una sedia, una foto del cane, un vecchio tappeto e una tazzina da caffè. È semplice. Mentre lo fai respira. Renditi conto che nel momento presente niente di ciò che hai anticipato è successo. In questo momento stai bene, hai del cibo, non sei malato. Usa i tuoi sensi e pensa a ciò che essi stanno sentendo. Il tavolo è duro, la coperta è morbida. Posso sentire il respiro che entra nel naso. Questo semplice esercizio aiuterà a mitigare un po’ del dolore.

Puoi anche pensare a come lasciar andare quello che non puoi controllare. Ciò che fa il tuo vicino è fuori dal tuo controllo, mentre stargli a un metro e mezzo di distanza e lavarti le mani sono sotto il tuo controllo. Concentrati su quello.

Infine, questo è il momento giusto per fare provvista di compassione. Ognuno avrà un diverso grado di paura e lo manifesterà a modo suo. Un collega è stato molto brusco con me l’altro giorno e ho pensato: Non è da lui, è più la conseguenza del modo in cui cerca di gestire tutto questo; quello che vedo sono la sua paura e la sua ansia. Quindi sii paziente. Pensa a come uno è di solito, non a come sembra in questo momento.

Un aspetto particolarmente preoccupante di questa pandemia è che non ne vediamo la fine.

Questa condizione è temporanea e dirlo aiuta. Ho lavorato per dieci anni nel sistema ospedaliero e sono stato addestrato per situazioni come questa. Ho studiato la pandemia influenzale del 1918. Le precauzioni che stiamo prendendo sono quelle giuste. La storia ce lo insegna. Si può sopravvivere e sopravviveremo. È il momento di essere iperprotettivi, ma non per reagire in maniera eccessiva.

E penso che troveremo un significato in tutto questo. Ho l’onore di avere avuto il permesso dalla famiglia di Elisabeth Kübler-Ross di aggiungere un sesto stadio del lutto: il Significato. Ho parlato per un bel po’ con Elisabeth su cosa venga dopo l’accettazione. Non ho voluto fermarmi all’accettazione quando ho sperimentato dei lutti personali. Volevo un significato per quei momenti bui. E credo fermamente che possiamo trovare luce anche in quei momenti. In questo momento le persone si rendono conto che possono stare in contatto grazie alla tecnologia e che non sono distanti quanto pensavano. Capiscono che i loro telefoni possono essere usati per lunghe conversazioni. Apprezzano la possibilità di fare una passeggiata e credo che continueremo ad aggiungere significato alle cose ora e anche quando tutto questo sarà finito.

Cosa direbbe a qualcuno che anche leggendo queste cose si sente comunque sopraffatto dal lutto?

Continua a provarci! E’ importante chiamare questa condizione con il suo nome: lutto. Ci aiuta a sentire cosa abbiamo dentro. La settimana scorsa ho sentito frasi come: “Sto dicendo ai miei colleghi quanto sia dura per me”, o “Ho pianto la notte scorsa”. Quando gli dai un nome lo senti e ti passa attraverso. Le emozioni hanno bisogno di movimento. E’ importante che riconosciamo ciò che stiamo attraversando. Uno sfortunato effetto collaterale del Movimento di Auto-Aiuto è che siamo diventati la prima generazione che ha dei sentimenti riguardo ai propri sentimenti. Ci diciamo cose tipo: Sono triste ma non dovrei sentirmi così; ci sono persone che stanno peggio di me. Possiamo e dovremmo fermarci al primo sentimento: Mi sento triste. Mi prendo cinque minuti per esserlo. Il compito è quello di sentire la propria tristezza o paura o collera sia che qualcun altro la provi o meno. Opporsi non aiuta perché è il tuo corpo che sta generando queste emozioni. Se lasciamo che i sentimenti succedano si presenteranno in modo ordinato e questo ci darà forza e non saremo vittime.

In modo ordinato?

Sì. A volte tentiamo di non sentire ciò che stiamo sentendo perché siamo preda di questa immagine di “un’orda di sentimenti”. Penso che se sono triste e non mi impedisco di esserlo, la tristezza non passerà mai e l’orda di sentimenti negativi mi schiaccerà. La verità è che un sentimento ci passa attraverso. Lo sentiamo e se ne va e possiamo passare a quello successivo. Non c’è un’orda là fuori che ci insegue. E’ assurdo pensare che in questo momento non dovremmo provare afflizione. Permettiamoci di sentirla e andiamo avanti.

Foto di Orna Wachman da Pixabay

 

Fermezza: un’amplificazione

“L’impedimento all’azione fa avanzare l’azione. Ciò che si frappone diventa la strada.
L’ostacolo è la via.”
Marco Aurelio 

Nel post precedente, parlando della capacità di stare (stay) contrapposta alla reazione di immobilizzarsi (freeze), dicevo che “L’obiettivo di questo star fermi non è l’immobilità ma la fermezza”. Giorni dopo un paziente mi ha chiesto come fare per allenarsi alla fermezza, dove trovare, in questa emergenza, la forza per non “congelarsi”.
È una domanda difficile e da tempo (e per lavoro) ho imparato a non rispondere subito ma ad ascoltare bene. Lascio che la domanda attivi in me delle idee, delle immagini e delle associazioni che condivido con il paziente. In questo modo amplifichiamo insieme ciò su cui stiamo riflettendo: aggiungiamo ciò che viene in mente. Questo procedimento permette di stare sul concetto e sulle immagini che lo accompagnano per lasciare che la psiche ne venga influenzata e… nutrita.
Condivido anche con voi alcune di queste libere associazioni.

Leggevo giorni fa un tweet in cui Vito Mancuso riporta parte di un articolo intitolato “Saggezza Stoica per tempi caotici” e, siccome penso che gli Stoici la sapessero lunga sulla fermezza, parto da lì.
Lascio la traduzione di Mancuso che mi sembra un po’ libera ma bella (tanto trovate anche la versione originale nel link):

  1. preoccupati solo delle cose sotto il tuo controllo 
  2. prendi coscienza che l’unica fonte delle tue emozioni sei tu
  3. lavora 
  4. sii presente 
  5. coltiva desideri realizzabili 
  6. sii giusto 
  7. fa’ degli ostacoli il tuo sentiero 
  8. ringrazia

Io credo che il punto 7 raccolga tutti gli altri. L’ostacolo, ciò che si mette per traverso sulla nostra strada, è infatti semplicemente ciò che sta! Ci è dato qui e ora ed è necessario nel senso che i greci antichi davano a Necessità intesa come il presupposto: ciò che è così-e-basta. Se non ci si difende dalla consapevolezza dell’inevitabilità dell’ostacolo gli altri consigli diventano quasi ovvi.

Se accettiamo che l’ostacolo è la via:

  1. Dovremo preoccuparci solo di ciò che abbiamo di fronte restringendo il campo della nostra attenzione ed occupandoci innanzitutto di cosa possiamo davvero fare.
  2. Nel farlo terremo presente che l’emozione non è il risultato di ciò che accade ma la conseguenza della risposta che diamo al mondo. Fu il Buddha a intuire che il dolore è inevitabile ma che la sofferenza può essere mitigata e superata; la nostra risposta al dolore funziona come una seconda freccia. Siamo colpiti dagli avvenimenti ma è il modo in cui reagiamo ad essi che li rende più o meno terribili, più o meno soverchianti. 
  3. Se l’impedimento fa avanzare l’azione dobbiamo “solo”: riflettere, progettare e mettere in atto per proseguire ed eventualmente andare oltre. 
  4. L’essere presenti ci permette di non disperdere l’energia e di mantenere il focus. L’ostacolo è qui, non nel futuro né nel passato. Stare nel presente è il modo per non perdersi nel rimuginio e per avere a che fare il più possibile con ciò che è. 
  5. Non si può vivere senza aspettative ma si può riflettere su ciò che ci aspettiamo e sulla qualità dei nostri desideri. Sono bisogni o capricci? Obiettivi raggiungibili o deliri di onnipotenza? Ci rendono protesi o famelici? Ci attivano o ci intrappolano? Quanto ci distolgono dal lavoro o quanto, invece, possono contribuire a renderlo più sensato. 
  6. L’etimologia di virtù rimanda al concetto di Forza (Vis, plurale Vires, in latino) e a quello di coraggio/virilità (Vir, in latino). Essere virtuosi e giusti significa schierarsi e prendere parte riflettendo sulla direzione verso cui ci si sta muovendo. Significa anche tener presente che non siamo soli e che “Nel momento in cui proviamo della rabbia, abbiamo già smesso di lottare per la verità e abbiamo iniziato a lottare soltanto per noi stessi”. Questa rabbia egoica non è che il tentativo di tenere la posizione ed è solo una mimica della fermezza, una pretesa di “essere giusti”.
  7. Per essere grati occorre almeno un po’ farsi piccoli. È un gesto interno che considero uno dei migliori esercizi per riconoscere di far parte di qualcosa di più vasto. È anche uno dei più efficaci antidoti alla solitudine.

Se si accetta che l’ostacolo è la via una quantità di piccoli impedimenti scompaiono e la fermezza diventa un effetto collaterale di questa posizione psicologica. L’applicazione della saggezza propugnata dagli Stoici va intesa come una disciplina naturale: non una costrizione ma una nuova indole, un modo di prendersi e di rapportarsi. 

Il  termine fermo deriva dal latino Firmus la cui radice sanscrita, Dhar, ha il significato di tenere strettamente, sostenere, contenere (da cui anche Firmamento e  dhar-ani: la Terra). 

La fermezza ricorda una canna di bambù che si piega quel tanto che basta per scrollarsi di dosso, d’inverno, la neve; che è leggera e vuota; che sembra cedere ma riprende prontamente  la propria forma; che radica a lungo ma poi cresce velocemente. 

Credo che, visto il momento storico che stiamo attraversando, possa essere utile stare anche solo per un po’ con questa immagine. Tenere strettamente, sostenere, contenere. 

Cigno nero

“Ho già sostenuto che la storia è in gran parte il prodotto di eventi che rientrano nella categoria dei Cigni neri, mentre noi ci affanniamo ad affinare la nostra comprensione dell’ordinario…”
N.N.Taleb

“La teoria del cigno nero è una metafora che descrive un evento non previsto, che ha effetti rilevanti e che, a posteriori, viene razionalizzato inappropriatamente e giudicato prevedibile.” (Wikipedia).

Ma quando accade, quando ci si ritrova a fare i conti con le sue conseguenze e con le nostre reazioni al suo irrompere nella vita ordinaria, quelli che dicono “lo sapevo”… mentono.

Può essere che qualche profeta avesse intravisto all’orizzonte la tempesta e può essere che ne avesse parlato ma i profeti sono immersi nell’ordinario e sembrano matti e nessuno li ascolta e solo a posteriori (non sempre) vengono riconosciuti come preveggenti. Il ché fa esattamente il gioco del Cigno nero: lo rende oscuro, imprevedibile, sconvolgente. 

Una scienza minore come la psicologia non può che fare i conti con le risposte che le persone danno a un evento che rompe l’equilibrio e perturba il solito flusso del quotidiano. Uno psicologo cerca di tenere presente che, anche in uno scenario in cui la gravità dell’evento ci uniforma, ciascuno di noi dà una risposta soggettiva. Rispondiamo al mondo in base al nostro carattere, alla nostra sensibilità e alle nostre credenze: siamo o ci consideriamo più o meno fragili e, in base ad una complessa e sfuggente equazione interiore, ci rapportiamo a ciò che succede e che “ci tocca”. Inoltre, a differenza di un animale che si limita a reagire di fronte a un pericolo percepito, noi umani attiviamo una serie di comportamenti che rispondono anche a pericoli invisibili, ipotizzabili, immaginabili. 

Riusciamo insomma a pre-occuparci, sia nel senso di occuparci-prima (prevedere, prepararsi, correre ai ripari) che nel senso di… andare in sbattimento.

Nella  modalità sbattimento le nostre reazioni sono prevedibili e simili a quelle degli  animali: combattiamo, scappiamo, ci congeliamo (le solite tre F di cui spesso parlo: le tre risposte autonome al pericolo Fight, Flee, Freeze). Con la differenza che un animale attiva queste difese solo di fronte a un pericolo concreto mentre un essere umano, essendo dotato di grande fantasia, può attaccare predatori immaginari, scappare di fronte a pericoli improbabili, congelarsi “alla sola idea di…”. 

Durante un’emergenza uno psicologo dovrebbe aiutare a trasformare questo tipo di preoccupazione che è resa bene dalla parola inglese worry (un’onomatopea che ricorda il verso di un predatore che azzanna: worr!), in una modalità più umana che consiste nel prendersi cura di una possibile minaccia. 

Se costruiamo un continuum su cui distendere la preoccupazione  potremo ad un estremo collocare il lato animale/automatico/reattivo nelle vicinanze del quale osserveremo risposte appropriate a situazioni “naturali” in cui è opportuno reagire velocemente e per breve tempo a pericoli poco ambigui mentre, all’altro estremo, incontreremo le reazioni più “lente”: quelle dettate dalla capacità di stare nella difficoltà senza rispondere subito, quelle adatte ad una situazione complessa come quella che stiamo vivendo nel contesto da cigno nero in cui siamo immersi.

Un contesto in cui credo che ormai sia chiaro a molti che ci sono momenti in cui ritirarsi è saggio e non agire non significa essere inerti. 

La capacità di Stare (stay) è molto diversa dalla reazione automatica di Congelarsi (freeze)!

A forza di film sulle arti marziali dovrebbe essere patrimonio comune l’idea che il vero combattente è colui che riesce a non combattere. Al culmine dell’addestramento in una disciplina che insegna il buon uso della forza l’allievo impara dal maestro a non usarla se non quando proprio non c’è altro rimedio.

Posso, insomma, decidere di non combattere apertamente ma raccogliere le forze e apprendere: escogitare altre strade per far fronte a qualcosa che devo, prima di tutto, comprendere. Più che una reazione è uno stato di coscienza o, se volete, una posizione da tenere, molto più simile allo yoga che alla boxe. 

L’obiettivo di questo star fermi non è l’immobilità ma la fermezza

Nella fermezza c’è tempo per riflettere. La ri-flessione è l’equivalente psichico (e evoluto) della fuga: ci permette di allontanarci intelligentemente dalla minaccia, quel tanto che basta per studiarla e, poi, per contenerla. 

Certo, quando il nemico è aggressivo e incontenibile quanto quello che viene affrontato in questi giorni, non basta stare fermi. Come in un corpo il sistema immunitario fa del suo meglio per combattere e sconfiggere ciò che minaccia l’integrità dell’organismo, allo stesso modo un’intera porzione del nostro sistema sociale è impegnata in una dura lotta per creare distanza e guadagnare tempo e terreno. Molti di noi in questi giorni sono in prima linea e, proprio come degli anticorpi specializzati, contrastano in ogni modo gli effetti distruttivi della calamità che perturba e sconvolge la nostra vita.

Credo che chi sta nelle retrovie abbia il dovere di allenarsi alla fermezza e alla riflessione. Non sappiamo niente degli effetti che alla lunga questo Cigno nero imporrà al nostro stile di vita. Fingere di saperne qualcosa sarebbe stupida supponenza. Credere di essere indenni o invulnerabili è in questi casi un modo per coltivare la negazione: una difesa mentale tipica della psicosi. Sarebbe inoltre offensivo nei confronti di chi si sta sacrificando per renderci tutti meno fragili. 

Se il Cigno nero preme per uniformarci possiamo farlo in un modo saggio.

Possiamo orientare la nostra riflessione e restare uniti verso uno stile di pensiero più sano e meno separato. 

Ne parlerò ancora. Anch’io ho più tempo e scrivo tra una seduta e l’altra (online). 

Vi lascio, per ora, con una breve poesia che parla della buona solitudine e del protendersi verso ciò che è fuori di noi.

Nella mia quieta capanna di paglia,
siedo da solo.
Le nubi sonnecchiano
alla bassa melodia del mio canto.
Chi altro è lì che può conoscere
l’intento sottile della mia vita?
Kim Sujang

L’ansia, il corpo, la relazione

“Gli innamorati non si grattano”
R. Birdwhistell

La Cinesica è lo studio dei caratteri individuali attraverso i movimenti caratteristici del corpo. Il termine fu ideato dall’antropologo Ray Birdwhistell negli anni ‘50 del secolo scorso. Di lui si racconta che sapesse individuare la lingua usata da un soggetto semplicemente osservandone i gesti. 

La frase dell’incipit è tratta da un suo intervento in una discussione tenuta all’Università di Princeton a cui parteciparono illustri scienziati di diversi campi (tra loro Gregory Bateson e Margaret Mead). L’obiettivo della discussione era quello di definire in modo approfondito il concetto di gioco. 

Dice Birdwhistell: “Nelle ricerche di cinesica adoperiamo un proverbio: ‘gli innamorati non si grattano’. Una delle cose che (nelle nostre osservazioni sul campo) ci colpirono immediatamente fu che non si grattano mai né gli innamorati nel parco, né una mamma e un bambino che si stanno divertendo insieme. Negli esseri umani c’è un’irritazione della pelle, legata alla situazione; per esempio nella comunicazione, quando gli interlocutori stanno negando una comunicazione o se una persona pensa ‘sto mentendo’, osserverete che si gratta il naso o noterete qualche altra attività che indica prurito.” 

Durante un dialogo tra persone il messaggio è composto: dalle parole che vengono dette (la componente verbale), dal tono, timbro e ritmo del discorso (la componente vocale), dalla postura, i gesti, la mimica facciale, la distanza tra corpi (la componente non-verbale). Quest’ultima corrisponde a circa il 55% del messaggio e, gran parte di essa è “non voluta”. Non stiamo troppo a pensare a cosa fa il nostro corpo mentre siamo impegnati in uno scambio comunicativo: il corpo agisce la comunicazione, si prende lo spazio e… sperimenta una certa quantità di stress dovuto a quanta resistenza trova dall’altra parte (nell’interlocutore), quanto è “difficile/scottante/leggero” l’argomento, quale è lo scopo dello scambio (sedurre, vincere un round, impressionare, ascoltare attentamente ecc.).

Ogni comunicazione (anche certi silenzi che dicono e agiscono molto) contiene una certa quantità di stress a cui il corpo reagisce seguendo una regola implicita che, all’incirca recita così: “non lasciare che la sensazione sgradevole connessa a questo stimolo superi una certa soglia, sappi che la puoi sopportare per un po’ ma che, se dura troppo, diventa faticosa da reggere, provvedi ad alleviarla o dovrai combattere lo stimolo (Fight), o allontanarti/fuggire (Flee), o fingerti morto (Freeze)”. Prima di ricorrere ad una delle tre F di cui sopra ci sono una quantità di strategie che il corpo di chi è impegnato in uno scambio comunicativo può mettere in atto per abbassare lo stress. Tra queste il  tentativo di eliminare una certa irritazione grattandosi.

Sembra che per gli innamorati e per la diade mamma-bambino impegnata nel gioco la tolleranza allo stress sia diversa da quella di altri soggetti osservati e non perché l’attività in cui sono immersi sia in sé meno stressante di altre. Sia la relazione di una madre con il suo cucciolo che quella tra due persone che si amano implicano un grande coinvolgimento emotivo e una buona dose d’ansia: entrambi i rapporti coinvolgono profondamente i soggetti che vi partecipano che sono consapevoli dei premi e delle punizioni connessi al successo o al fallimento della relazione.

Eppure c’è un qualcosa che fa sì che lo stress presente nella relazione venga non solo sopportato meglio ma addirittura cercato. Uno dei fattori che più modifica la percezione della tensione, della fatica, dell’equilibrio precario e del rischio della relazione è la cosiddetta cornice del gioco: l’immersione in un contesto condiviso in cui si sa che si fa sul serio ma anche che si sta giocando. 

Una piccola paziente in seduta con lo psicanalista Adam Phillips, descrivendo una situazione di gioco con la madre, diceva: “Quando giochiamo coi mostri e la mamma mi cattura, non mi uccide mai, mi fa solo il solletico”. È una descrizione perfetta di cosa sia il fare-come-se: il bambino per divertirsi deve credere che essere catturato sia spaventoso ma deve anche poter sentire che il legame è sicuro e che, quindi, la punizione sarà il solletico: un “prurito piacevole”, una tortura innocua.

Non con tutti i genitori questa cornice rassicurante si viene a creare e non in tutte le relazioni amorose si riesce a giocare senza farsi male. Ci sono rapporti in cui il possesso e la gerarchia diventano più importanti della reciprocità. In questi rapporti la capacità di giocare viene come amputata e lo stress della relazione diventa pericoloso. 

Una madre depressa o un partner geloso e possessivo agiscono, spesso inconsapevolmente, un sabotaggio della cornice, un disturbo che, come un prurito, toglie energia e rovina il gioco. 

Pensate all’ansia che può provare un bambino che sente che la madre o il padre diventano distanti o minacciosi o ambigui (come negli abusi) o allo stress che si genera in una coppia quando uno dei due attori cerca di imporre all’altro il proprio volere. 

Le rassicurazioni del legame così come gli attacchi al legame sono quasi sempre dei metamessaggi. Più che dire a una persona che le vogliamo bene o che la detestiamo compiamo una serie di gesti che intendono quella cosa: creiamo o togliamo il contatto visivo, ci avviciniamo o ci allontaniamo più o meno bruscamente o delicatamente, teniamo conto intuitivamente dello stress che c’è nella relazione e agiamo per abbassarlo o per aumentarlo. Se la relazione è buona questo lavoro sulla tensione diventa una danza condivisa, una sintonizzazione come quella che si verifica tra due innamorati o in un gioco tra adulto e bambino. 

La cornice fa la differenza. Quando stiamo giocando entriamo in uno scenario che ha come sfondo la consapevolezza che  ciò che si sta facendo contiene tante cose tra cui, sicuramente: il corpo dei giocatori, l’ansia della sfida, la relazione che, nel gioco, viene messa alla prova e che dal gioco deve uscire temprata

Volendola mettere in termini clinici, credo che possiamo dire che il gioco è uno stato di coscienza in cui gli attori sono uno di fronte all’altro ma, nello stesso tempo,  sanno di essere affiancati. La relazione viene sia sfidata che rassicurata e… appresa.

L’ansia in questo scenario non è che un ingrediente necessario che si trasforma da stimolo nocivo in piacevole eccitazione. Gli innamorati non si grattano.