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Attacchi al legame 2

C’è un vecchio pesce saggio e baffuto che si avvicina nuotando a tre pesci giovani e fa: «Buongiorno, ragazzi, com’è l’acqua?» e nuota via; e i tre pesci giovani lo osservano allontanarsi e si guardano e fanno:«Che cazzo è l’acqua?».
D.F.Wallace

Attaccare un legame è, anche, un modo per cambiare: non ci saremmo mai svezzati da niente se non avessimo, ad un certo punto e in qualche modo, messo in discussione ciò a cui eravamo legati. Dall’utero in poi la storia di ogni mammifero è una storia di rottura di contenitori. Qualcosa che sembrava perfetto per crescere diventa di colpo troppo stretto, lo status quo va in crisi e occorre passare a qualcos’altro, diventa necessario svincolarsi da un contesto e passare a un ambiente meno confortevole ma più idoneo al cambiamento. Pensate ai passaggi attraverso cui passa un bambino durante crescita: dal grembo all’accudimento materno, alla scuola, al gruppo dei pari, ecc.

Ciò in cui siamo immersi va, ad un certo punto, lasciato e l’ambiente in cui ci collocano o in cui decidiamo di recarci diventa il nuovo grembo, ciò che favorisce cambiamenti che, se non ci spostassimo, se non andassimo incontro a nuovi stimoli, non sarebbero possibili.

Ci vuole un po’ di odio per rompere un legame. Ogni svezzamento passa attraverso un’imposizione, ogni iniziazione contiene qualcosa di odioso. A volte il cambiamento è imposto dall’esterno (l’asilo, la scuola), altre volte ce lo cerchiamo perché è come se sentissimo che, se non cominciassimo ad odiare almeno un po’ ciò che fino ad oggi sembrava un contenitore perfetto, ci bloccheremmo in un legame tossico: qualcosa che invece di nutrirci ci avvelena. Così come un buon genitore sa che certi cordoni vanno recisi, allo stesso modo un giovane pesce ad un certo punto si chiede “che cazzo è l’acqua, in cosa sono immerso e quanto mi va/fa ancora bene sguazzare in questo contesto, frequentare questo ambito?”

È a questo punto che l’odio può prendere direzioni diverse. Si può scegliere di mettere in discussione vecchi legami e, magari dolorosamente, intraprendere un cammino che si spera ci porterà verso una versione di noi stessi che ci sembra migliore. O si può specializzarsi nella difesa di certi legami, cercare di definire “una volta per tutte” come deve essere l’acqua, come è fatto il mondo e cosa è chiaramente giusto o chiaramente sbagliato.

La prima strada è piena di dubbi e per essere mantenuta richiede la reiterazione di domande che interrogano sul contesto. Chi la sceglie deve odiarsi un po’: deve essere disposto ad attaccare certi legami interni e a mettere in discussione se stesso e l’ambiente che frequenta. Nella seconda via l’odio è diretto verso l’esterno. Percorrerla significa attaccare tutto ciò che potrebbe mettere in discussione lo status quo: la lista di legami accettati e accettabili che definisce la norma e stabilisce cosa è “comune”, e cosa è deviante.

Non conosco persone che frequentino esclusivamente una o l’altra strada. So, tuttavia, che chi sta principalmente sulla prima spesso si sente confuso, non crede di essere circondato da nemici e riflette molto. Chi sta sull’altra si attiene a chiari principi, vede molti nemici, trova doloroso pensare.

Quando un po’ d’odio va verso l’interno si è disposti a mettere in discussione gran parte di quello che si pensa al punto che capita di chiedersi: “sto forse delirando?”. Quando invece l’attacco al legame è diretto solo verso l’esterno, quando l’acqua in cui si è immersi è “sicuramente quella giusta”, si è pieni di certezze e, spesso, si sta delirando, si sta cioè credendo che la propria versione sia l’unica possibile e che la realtà non possa essere descritta in nessun altro modo.

Risonanza limbica

Dove tu sei, là c’è un posto”
R. M. Rilke

Risonanza limbica è un termine usato raramente in psicologia. Normalmente si preferisce parlare di risonanza empatica o emozionale per definire quella capacità che gli individui (non tutti) sviluppano e che permette loro di mettersi nei panni dell’altro e sentire/intuire ciò che sente.

Anch’io di solito opto per il sostantivo empatia e, con quello, intendo l’atto con cui ci si sintonizza con le emozioni e con il sentire di qualcuno per con-fondersi un po’ con lui, per provare ciò che prova ed approssimare il suo modo di emozionarsi.

Mettere l’accento su “limbico” è un modo per evocare il luogo in cui i processi dell’empatia principalmente avvengono: il sistema limbico, quella parte profonda del cervello che, a spanne e per i nostri scopi circoscritti a questo post, possiamo dire che risponde al mondo distillando le percezioni e aggiungendo una tonalità emotiva, una sorta di risposta preventiva: un primo “mi è affine-lo prendo/che brutto-non lo voglio”.

E’ anche molte altre cose e vi basta andare su Wikipedia per avere un assaggio delle parti che lo compongono e delle svariate funzioni che vi si svolgono anche ora mentre leggete.

Qui mi interessa partire dall’idea di “posto”. Limbico deriva da limbo che in latino significa lembo, margine e che, in origine, era letteralmente un luogo di confine: un posto poco definito ai bordi dell’inferno né brutto né bello, qualcosa come una sala d’attesa in cui si aspetta stando sospesi.

Il confine è una terra di nessuno e se non lo si passa, se si sta troppo a lungo sul bordo, si smette di essere qualcuno/qualcosa di ben definito.

E’ una strana condizione con i suoi pro e i suoi contro. Continua a leggere

Alessitimia: tu chiamale (se puoi) emozioni

Tutte le cose sono piene di déi”
Talete di Mileto

In un recente articolo intitolato “Perché l’anestesia dei sentimenti è un rischio della nostra civiltà” Massimo Recalcati parla di alessitimia: un disturbo che questo autore definisce come “un congelamento affettivo della vita umana”. Vi basta cliccare sul titolo per leggere l’acuta riflessione di Recalcati che a me serve qui come spunto per un’amplificazione sul dentro e sul fuori e su quel confine del tutto arbitrario che noi tutti siamo abituati a mettere: la demarcazione fra esterno e intimo e fra profondo e superficiale.

Il termine alessitimia significa, letteralmente, non avere le parole per le emozioni e si riferisce all’incapacità di certi individui di riconoscere e di descrivere i propri stati emotivi e quelli degli altri.

Non si può dire che un alessitimico non provi emozioni ma piuttosto che, non riconoscendole, sperimenti qualcosa di confuso, una sensazione più simile ad un dolore fisico che ad uno stato d’animo.

Quando identifichiamo ciò che stiamo provando, quando diamo un nome a qualcosa che accade dentro riuscendo a distinguere la rabbia dalla paura o dal disgusto, compiamo un gesto che serve a contenere e, in un certo senso, a possedere invece di essere posseduti: se so di che emozione si tratta posso agirla, posso provare a trattenerla o posso trovare un antidoto che sia adatto a stemperarla o a ritardarne gli effetti. Continua a leggere

Sulla dissociazione: frammenti

Non è che tu non sia reale. Pensiamo
tutti di essere reali e non c’è niente
di sbagliato. Sei reale. Ma quando
pensi di essere realmente reale, esageri”
Un Lama Buddhista citato da R.Thurman

Dicevo in uno degli ultimi post che “L’interfaccia che determina il modo in cui noi siamo nel mondo, il nostro esserci, è così come ci viene data ed è il punto di partenza da cui il bambino inizia, già immerso in un mondo che non è geometrico e in cui più che diventare geometri dobbiamo imparare ad essere dei bravi giocolieri.” Mi riferivo alla fragilità e alla fallacia di aspettarsi un equilibrio stabile e all’inutilità di irrigidirsi nell’aspettativa di una realtà misurabile e controllabile in ogni momento e, mentre scrivevo la frase di cui sopra, pensavo già al “geometra”: quella parte di noi che, incurante di ogni consiglio di flessibilità e di ogni invito alla consapevolezza del mutamento, erige muri che dovrebbero separare il bene dal male e garantire durata e benessere a chi sta… protetto.

Protetto da cosa? Cosa mettiamo dall’altra parte e cos’è questa suddivisione per parti: dentro/fuori, io/gli altri, familiare/perturbante? Continua a leggere

Sulla comunicazione: plasticità

La plasticità, nel senso più ampio del termine,
consiste nel possedere una struttura abbastanza
debole da cedere di fronte ad un influenza, ma
abbastanza forte da non cedere subito”
William James

Forse uno degli insegnamenti più preziosi di Freud è il principio secondo cui ciò che in una mente non è compreso e integrato tende a tornare e a ripetersi. Ripetiamo ciò che non comprendiamo: tendiamo ad agire in modo inconsapevole e automatico nelle aree della nostra vita in cui “il pensiero ha la strada sbarrata”. Scoprì, Freud, che certe azioni che determinano effetti nella nostra vita e in quella di chi ci circonda sono compiute non tanto dal soggetto consapevole, quanto da un insieme di circuiti di risposta: abitudini con cui, come automi, rispondiamo seguendo sentieri tracciati, percorsi che, ad un certo stimolo, fanno seguire una reazione.

Abbiamo appreso queste abitudini ed è stato utile acquisire dei modelli che sappiano “agire prontamente” per risolvere un problema, superare un ostacolo, gestire una situazione di routine o un imprevisto. Tuttavia, è proprio nel punto di forza che si annidano i guai: risposte che vanno bene nella maggioranza dei casi possono rivelarsi letali in certe particolari eccezioni; metodi che danno buoni risultati in certi contesti, risultano inutili o obsoleti in altri. E alcune attitudini particolarmente conservatrici (come il letteralismo di cui ho parlato nell’ultimo post) non fanno che cronicizzare la situazione rendendoci bravi a dare sempre le stesse risposte e incapaci a trovarne di nuove.

E’ come se, dopo aver accumulato un certo numero di risorse, ce ne andassimo in giro usando sempre quelle, adattandole un po’, magari, ma senza aggiungere nuove frecce alla nostra faretra e nuovi utensili alla nostra macchina relazionale. Continua a leggere

Ansia: un primo antidoto

“L’ansia è quel che più uccide l’amore. Crea i fallimenti.
Fa in modo che gli altri si sentano come tu ti sentiresti
se una persona che sta affogando si aggrappasse a te.
Vorresti salvarlo ma sai che, con il suo panico,
potrebbe strangolarti ”
Anaïs Nin

Tutti portiamo un cronico fardello di ansia: una sorta di secondo corpo non visibile ma percepibile internamente.
E’ lì che possiamo andare ogni volta che ci chiedono o ci chiediamo “come ti senti?”: diamo un’occhiata e sappiamo quanto in pace o in conflitto, in armonia o in dissonanza, attivati o disattivati siamo.

E’ un giudizio soggettivo che non ha niente a che fare con le misurazioni esterne: una persona può sembrare calma e sentirsi terribilmente ansiosa, può dissimulare e nascondere ma, proprio per questo, a volte, essere ancora più agitata.

Solo coloro che ci conoscono bene sono in grado di cogliere quei piccoli segnali che fanno la differenza e ci sono frangenti in cui se ne accorgono prima gli altri, della nostra ansia, perché noi siamo impegnati a difenderci dalla sua presa e nel tentativo di non sentirla attiviamo quelle difese che ci sembra che possano allontanarla.

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Sulla felicità: sconfinare

“Una vogliuzza per il giorno
una vogliuzza per la notte
fatta salva la salute”
F.Nietzsche

Parlando, nell’ultimo post, di omeostasi ho voluto mettere l’accento sul substrato biologico su cui tutti noi, animali umani, fondiamo anche i comportamenti più sofisticati: quelli che ci fanno guardare con superiorità gli altri esseri animati che popolano la terra.

Ci rendiamo conto di sapere e siamo consapevoli del possesso di una mente. Siamo disposti a concederne un abbozzo anche alle scimmie antropomorfe, ai delfini, ai cani, ma sappiamo che solo noi esseri umani abbiamo la capacità di astrarre, di gestire simboli e di lavorare con le nostre astrazioni fino a farle diventare opere della coscienza: costruzioni che stanno in piedi da sole e che rimandano al mondo, rappresentandolo e permettendoci di intervenire su di esse per prevederlo, progettarlo, modificarlo.

E’ grazie alla mente che possiamo intervenire sul mondo non solo rispondendo ad esso ma immaginandolo e modellandolo, piegandolo, almeno in parte, alla nostra volontà.

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Sull’integrazione: tenere a mente la complessità

“Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente”
Wislawa Szymborska

Assisto ogni giorno allo “stiracchiamento della realtà” in mappe preesistenti e all’ostinata applicazione di vecchi modi di leggere che, applicati ad un mondo che se ne stesse fermo, funzionerebbero, ma in un sistema continuamente perturbato falliscono, come previsioni del futuro fatte leggendo i fondi del caffè o intuizioni sul mercato dei titoli fatte con la mente di un broker cocainomane.

Assisto a tutto questo senza esserne esente : faccio lo Psicoterapeuta e non guardo alla realtà partendo da uno sguardo superiore che, da una torre d’avorio, la osserva con fredda lucidità.
Sono immerso con i miei pazienti nelle loro visioni del mondo e l’unico “vantaggio” è quello di poter guardare con un po’ di distanza, sapendo che ciò che diremo sarà necessariamente soggettivo, di parte, autoreferente.

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Sull’integrazione: apprendere dall’esperienza

“… quella capacità che un uomo possiede
se sa perseverare nelle incertezze, attraverso
i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare a una
agitata ricerca di fatti e ragioni”
John   Keats

Dicevo nell’ultimo post sull’integrazione che è la qualità dell’interesse e dell’apertura che una persona mette nell’interazione a determinare quanta energia e informazione scorreranno fra lui e l’oggetto con il quale sta avendo a che fare.
Come ebbe a dire Martin Heidegger, ogni essere umano non può che essere un’apertura sul mondo : siamo necessariamente e inevitabilmente in comunicazione e basta cercare di non pensare ad un elefante rosso per rendersi conto di quanto ogni tentativo di interrompere questa continua comunicazione fra noi e il mondo sia destinato a fallire.

Non possiamo interrompere il flusso: possiamo distrarci, concentrarci, stare svegli o addormentarci ma non possiamo smettere di esserci.
Il nostro stesso flusso di coscienza non è modificabile a volontà ed è sufficiente mettersi ad osservare per un po’ i propri pensieri per accorgersi di quanto il controllo non sia affatto assoluto: non possiamo avviare, cambiare e fermare a volontà i pensieri; possiamo, al massimo, dirigerli un po’, concentrare o disperdere l’attenzione, focalizzarci su una porzione di esperienza ed escluderne delle altre, modulare, in parte, l’energia che mettiamo nei gesti e nell’attenzione.

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Sull’integrazione: “Grokkare”

“C’era così tanto da grokkare,
e così poco da cui grokkarlo…”
R.A.Heinlein

Il termine inglese Grok è un neologismo usato per esprimere l’idea di comprendere completamente, assimilare, portare dentro in modo che, poi, il concetto sia completamente integrato nella conoscenza che è già lì e diventi parte della saggezza e del modo di agire di una persona.

“Il verbo (“grokkare”) fu inventato da Robert A.Heinlein nel suo romanzo Straniero in terra straniera dove era una parola marziana che significava letteralmente “bere” e, per senso traslato, figurativamente “comprendere”, “amare” o “essere uno con”.” (Wikipedia).

I neologismi hanno, a volte, il pregio di cogliere e di coagulare lo spirito del tempo e “to grok” ha attecchito bene nella cultura degli anni ’60.
Era un periodo in cui i concetti di integrazione e di comprensione profonda smisero di essere semplici idee e si trasformarono, per molti, in ideali: qualcosa per cui spendere, in certi casi, un’intera vita.

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