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No enemies within

Se non hai nemici interiori quelli esteriori non potranno ferirti”
Proverbio Africano

C’è un aforisma di Flaubert che dice: “Occorrono tre cose per essere felici: essere imbecilli, essere egoisti e godere di buona salute; ma se vi manca la prima tutto è finito”.

Mi è tornato in mente dopo che nei giorni scorsi ho letto un tatuaggio con la prima parte del proverbio africano dell’incipit… non avere nemici interiori. Ho collegato le due frasi perché mi sembra chiaro che la debolezza dell’imbecille -etimologicamente l’imbecille è colui che si deve sostenere con un bacillum (un bastoncino)- sia una chiara incapacità di guardare dentro, una mancanza di introspezione che non elimina i nemici ma che, semplicemente, si limita a negarli, a non accorgersi della loro presenza. Il contrario, insomma, della forza di chi ci ha fatto i conti con questi nemici e, dopo un duro lavoro, ha raggiunto uno stato in cui può combattere senza zavorre, può confrontarsi con il mondo da solo!

Credo che nessuno sia completamente così: abbiamo tutti una parte di imbecillità che ci indebolisce e che ottunde la capacità di distinguere cosa sia interno e cosa, invece, sia reale, concreto, esterno.

Il viaggio dell’eroe è uno dei miti fondanti della nostra cultura: il percorso che ogni protagonista di storia compie per trasformarsi e per diventare ciò che è. Nel suo procedere verso la meta il futuro eroe deve affrontare varie peripezie, deve superare prove, confrontarsi con ostacoli che mobilitano tutte le sue risorse e, soprattutto, vincere contro i propri demoni, diventare meno stupido, perdere quell’innocenza che andava bene all’inizio della storia ma che, strada facendo, diventa debolezza.

Ulisse, uno degli archetipi dell’Eroe, deve, sì, affrontare Polifemo, superare le tempeste che l’ira di Poseidone scatena contro la sua nave, passare nello stretto pauroso tra Scilla e Cariddi, ma deve, innanzitutto, lottare contro le forze che gli impedirebbero di compiere il proprio destino: l’inerzia che lo lascerebbe tra le braccia di Circe, l’Hybris che gli farebbe accettare il dono dell’immortalità offertogli dalla Ninfa Calipso, le debolezze che lo accompagnano nel suo lungo viaggio.

Tutti nemici interiori. Una serie di: “Chi me lo fa fare, mi fermo qua che non è così male, sono stanco e potrei riposare… carina Nausicaa…”.

Ma non è un imbecille e qualcosa in lui sa che l’indole va superata: certe facili tentazioni rendono felici e imbecilli, sereni e immobili.

Alla fine, quando fa ritorno, è una persona diversa, uno che può affrontare i nemici esterni perché ha vinto contro ciò che, dentro, andava superato!

Ogni storia che parla dell’eroe, anche quella di Pollicino, ci racconta di un viaggio che è prima di tutto interiore, ci mostra una trasformazione e quando il cerchio si chiude la stessa persona che aveva intrapreso il cammino è… più sola e più saggia.

E i nemici esterni? So che ve lo state chiedendo!

Non è vero che non possono ferirci: ci sono persone che si specializzano nella “caccia agli eroi” e non vedono l’ora di buttare qualcuno giù dal piedistallo. Spesso sono ex amici o nuovi adepti, organizzatori di fan club o segretari particolari.

Ma il proverbio è giusto lo stesso! E’ un incitamento non una promessa. È l’invito ad una jihad (nel senso giusto del termine): una lotta contro l’angelo, un percorso terapeutico che serve da cura contro l’imbecille interiore.

Non finisce alla prima acquisizione di consapevolezza perché è più come un antidoto quotidiano che ci ricorda la nostra debolezza intrinseca e ci aiuta a combatterla indicando la sua origine, la vera madre degli imbecilli: l’idea di un io distinto senza nemici interni, una specie di monolite che rimane uguale a se stesso e che non ha bisogno di intraprendere nessuna avventura, nessuna strada verso il cambiamento.

Nessun nemico dentro è un obiettivo, un motto per continuare il lavoro.

Non rende più facile la vita ma incute coraggio.

Il coraggio è uno degli obiettivi che mi pongo quando inizio una terapia e so che quando i pazienti diventano più coraggiosi è perché si sono lasciati alle spalle un po’ di stupidità

Quanto all’esterno… cito spesso una frase dell’Avvelenata in cui Guccini ammonisce: “Andate e fate tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete, a sparare cazzate”.

Arnold Böcklin – Odisseo e Calipso

Il tutto e le parti

Non mi fido di chi non ha un lato oscuro”
Iron Man

Nel suo libro Gli dei e gli eroi della Grecia Karoly Kerenyi parla dell’impossibilità di contenere in un’unica descrizione le figure che popolano i miti e i racconti della mitologia. Dice: “Il significato dei racconti era nella figura della divinità stessa; nessun singolo racconto poteva contenere la figura completa in tutti i suoi aspetti. Gli dei vivevano nell’anima dei nostri antenati e non si trasfondevano in alcun racconto interamente. In ogni storia però restava, e resta tuttora vivo, qualcosa di loro che apparteneva all’insieme della loro figura.”

Ogni racconto sugli dei è, insomma, parziale e mette in luce un aspetto tralasciandone molti altri.

Sapere che qualcosa resterà oscuro dà profondità alla narrazione e rinvia ad altre storie e ad altre gesta, trame e relazioni che, si sente, potranno intrecciarsi in momenti diversi o in contesti che renderanno espliciti altri tratti della persona di cui stiamo parlando. Continua a leggere

Mezzi idonei

Sembra che i grandi insegnanti e terapeuti
evitino ogni tentativo diretto di influire sulle
azioni degli altri e cerchino invece di instaurare
le situazioni e i contesti in cui certi cambiamenti
(di solito specificati in modo imperfetto) possano avvenire”
G.Bateson

Giorni fa ho trovato, su un blog che frequento, un passo tratto dalle conferenze alla Tavistock Clinic in cui Jung, descrivendo la posizione che un analista dovrebbe tenere nella terapia con un paziente, dice: “Quando ho in analisi un individuo devo stare estremamente attento a non travolgerlo con le mie convinzioni o con la mia personalità, poiché egli deve combattere la sua battaglia solitaria nella vita e deve poter avere fiducia nelle proprie armi, siano anche rozze e incomplete e nella sua meta, anche se fosse molto lontana dalla perfezione. Se gli dico ‘questo non va bene e bisognerebbe migliorare’, lo privo del suo coraggio. Deve arare il suo campo con un aratro che forse non è del tutto adeguato; il mio potrebbe essere migliore del suo, ma a che gli servirebbe? Lui non ha il mio aratro, ce l’ho io, e non può chiedermelo in prestito. Deve usare i propri utensili per quanto incompleti, e deve lavorare con le capacità che ha ereditato, per quanto carenti.”

Mi sembra una buona metafora: mette l’accento su quella che, ai tempi (era il 1935), si chiamava neutralità del terapeuta e parla di lavoro che deve essere svolto e di mezzi con cui compierlo e non a caso fa riferimento all’aratro che, a sua volta, evoca la terra/coscienza che ha bisogno di essere smossa per dare dei frutti.

E’ improbabile che uno come Jung usasse metafore a caso. Il suo metodo di interpretazione faceva largo uso dell’amplificazione: un modo di procedere in cui, partendo da un’immagine o da una suggestione fornita dall’analizzato, l’analista risale a concetti universali validi in varie culture e in diversi momenti storici. Insomma quando Jung diceva “aratro”intendeva qualcosa di molto preciso e, al contempo, si riferiva ad un concetto che rimandava ad una quantità di altri e che era profondamente significativo per la psiche di… tutti. Continua a leggere

Alessitimia: tu chiamale (se puoi) emozioni

Tutte le cose sono piene di déi”
Talete di Mileto

In un recente articolo intitolato “Perché l’anestesia dei sentimenti è un rischio della nostra civiltà” Massimo Recalcati parla di alessitimia: un disturbo che questo autore definisce come “un congelamento affettivo della vita umana”. Vi basta cliccare sul titolo per leggere l’acuta riflessione di Recalcati che a me serve qui come spunto per un’amplificazione sul dentro e sul fuori e su quel confine del tutto arbitrario che noi tutti siamo abituati a mettere: la demarcazione fra esterno e intimo e fra profondo e superficiale.

Il termine alessitimia significa, letteralmente, non avere le parole per le emozioni e si riferisce all’incapacità di certi individui di riconoscere e di descrivere i propri stati emotivi e quelli degli altri.

Non si può dire che un alessitimico non provi emozioni ma piuttosto che, non riconoscendole, sperimenti qualcosa di confuso, una sensazione più simile ad un dolore fisico che ad uno stato d’animo.

Quando identifichiamo ciò che stiamo provando, quando diamo un nome a qualcosa che accade dentro riuscendo a distinguere la rabbia dalla paura o dal disgusto, compiamo un gesto che serve a contenere e, in un certo senso, a possedere invece di essere posseduti: se so di che emozione si tratta posso agirla, posso provare a trattenerla o posso trovare un antidoto che sia adatto a stemperarla o a ritardarne gli effetti. Continua a leggere

La soglia: contro le spiegazioni

… è difficile spiegare
è difficile capire se non hai capito già”
F. Guccini

Non si può spiegare una barzelletta. Se lo spirito di una battuta non è colto da chi ascolta, ogni chiarimento, ogni tentativo di portarlo con il ragionamento al succo della faccenda non otterrà il risultato. Può darsi che capisca ma la risata sarà una sorta di forzatura un “ah… ecco, era questo che intendevi”, un aborto, insomma.

Il motto di spirito è “di spirito” proprio perché dovrebbe muovere una funzione laterale: qualcosa che assomiglia a ciò che ci permette di godere di una poesia o di un’opera d’arte, più intuizione che raziocinio, più contemplazione e ricettività che analisi e deduzione.

Chi racconta deve essere bravo a portare chi ascolta su una soglia: una posizione nella quale la tensione della storia possa sciogliersi in una comprensione immediata che permetta il riconoscimento di un nesso imprevisto, nel caso della battuta, o di una diversa configurazione, una gestalt che ci lasci ammirati, nel caso dell’arte.

Si scoppia a ridere o si esclama “che bello” quando si ri-conosce qualcosa, come se si ritrovasse dentro di sé un oggetto che era già lì e che, quando viene visto, genera un moto. Qualcosa si muove nella psiche e questo movimento è fonte di piacere o di consapevolezza o di stupore.

Non è stato spiegato ma messo lì! Qualcuno lo vede altri no e credo che il tentativo di spiegare ai secondi ciò che per i primi è auto-evidente sia ciò che ha portato Guccini a scrivere le strofe che cito nell’incipit. Continua a leggere

Ansia e desiderio

…l’opposto dell’ansia
non è la calma,
è il desiderio”
M. Epstein

Non mi sognerei mai di prodigarmi per aiutare un paziente ad affrontare uno stato d’ansia suggerendogli di stare calmo. Se lo dice già da solo: prova a fare dei respiri profondi, a distrarsi, ad isolarsi dalla folla e a ricercare situazioni rassicuranti; cerca contenitori familiari, posti in cui gli stimoli siano ordinari e le risposte conosciute; se proprio non ce la fa si rifugia in una calma artificiale propinandosi una benzodiazepina, una copertura dell’ansia che placa l’attivazione e ristabilisce uno stato di apparente tranquillità.

Non si diventa calmi, non si può decidere la calma così come non si decide l’ansia: si fanno, sì, cose che favoriscono l’uno o l’altro stato ma, entrambi, sono un risultato. Ci sono fenomeni che non ascoltano la volontà e, mentre posso decidere di guardare in una certa direzione o di mettermi a camminare, non posso decidere un orgasmo, non posso “voler dormire”.

L’ansia è molto spesso il risultato di un tentativo, più o meno conscio, di controllare qualcosa che non è presente ( l’ansia anticipatoria) o di esercitare la volontà in contesti in cui la volontà non può fare la differenza (l’idea di avere “tutto in ordine” dell’ossessivo). Continua a leggere

Sulla comunicazione: contro il letteralismo

Elevate le parole, non il tono della voce.
E’ la pioggia che fa crescere i fiori, non il tuono”
Jalal al-Din Rumi

Rumi è considerato il massimo poeta mistico della letteratura Persiana, uno che si è sicuramente speso per elevare le parole e che, con ogni probabilità, quando diceva Jihad intendeva, innanzitutto “grande Jihad”: lo sforzo interiore per liberare l’io da pulsioni che lo dominano conducendolo lontano da uno sviluppo armonioso e da una condotta giusta.

Jihad significa anche molte altre cose. Certi termini non possono e non devono essere tradotti in un solo modo e, quando lo si fa, quando si eliminano certe sfumature e si imbocca la strada del letteralismo, si perde, insieme alla complessità, anche quell’incertezza che ci rende dubbiosi e larghi, poco sicuri e umani.

Passa, il poeta, da un’affermazione ad una metafora, da parole e voce a pioggia e tuono. Non lo fa per spiegare ma per “confondere”: fondere-insieme mente e natura, essere umano e creato, il piccolo e il grande. Lo fa senza pensarci ma seguendo, credo, un istinto che punta al cuore più che alla mente, alla psiche con le sue profondità più che all’intelletto che, con “l’esattezza”, cerca invece un’univoca inossidabile definizione. Continua a leggere

Titani: un commento

Se un’idea è più moderna di un’altra è segno
che non sono immortali né l’una né l’altra”
Carlo Emilio Gadda

Enrico Marani, @SamoraSOUND ha scritto un interessante post su “Titani e Titanismo” e, in un tweet successivo, si è detto alla ricerca di uno “junghiano” che lo commentasse.

Ho messo tra virgolette il termine junghiano perché, fedele alla massima di Jung che disse che non conosceva altri junghiani al di fuori di se stesso, mi astengo dal definirmi tale e perché non so se il mio commento sarà in qualche modo sintonico con ciò che Jung avrebbe detto se le domande che vengono poste nell’articolo gli fossero state rivolte.

Certo ne seguirà, in piccolo, il metodo: l’amplificazione. Girerò un po’ attorno all’idea e all’immagine del Titano e, partendo dalla descrizione di Enrico, che vede questa figura in termini più politici che psicologici, mi sposterò sul mio piano (altrettanto inclinato) che, invece, si concentra sulla soggettività, sulle sindromi e sulle resistenze e sintomi che ai “Titani” si accompagnano.

Si chiede Enrico: “Dove si nasconde ora la ribellione dei Titani contro tutte le forze superiori (divinità, destino, natura, potere dispotico ecc.) che dominano e opprimono gli slanci vitali e la libertà stessa? Nella postmoderna erosione di senso, in un capitalismo ridotto a monarchia di banche centrali e oligopolio di multinazionali, nel comunismo Cinese o nel dispotico postcomunismo Putiniano c’è ancora posto per i Titani? Dov’è la loro ribellione che frantuma muri, sradica eserciti e blocca miniere? Dov’è quel combustibile per combattere ed inveire contro il cielo e gli elementi?[…] Dove pulsa l’urlo di un’epoca nuova che incanali la furia dei Titani nell’alveo di un nuovo orizzonte?” Continua a leggere

Cronaca 22 – Persuasione II Parte: Alberi

Non smetteremo di esplorare.
E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo
al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta”
T.S.Eliot

Riferendosi alla Cronaca precedente, la I parte sulla Persuasione, in cui usavo l’immagine di Ulisse e delle Sirene, un’amica mi ha scritto chiedendomi se l’albero della barca a cui Ulisse si fa legare non sia una metafora della “Realtà”, un punto àncora a cui restare saldamente attaccati per non lasciarsi trascinare dai canti suadenti che ci porterebbero lontano, troppo distanti dal terreno su cui poggia il nostro io.
Scrive Elena: “… E’ quell’albero che accompagna e, insieme, sostiene Ulisse dalle sue stesse paure, spingendolo sempre più dentro di sé ad “aderire a sé stesso”. Solo allora potrà arrivare ad Itaca. Riflettendo mi chiedo e ti chiedo se esista una differenza psicologica tra quell’albero e Itaca e se tra loro ci fosse un nesso, come tra i soggetti e i luoghi…”.

E’ una buona domanda, mi dà l’occasione di portare avanti un discorso che mi sta a cuore e che fa da cornice a tutta una parte del mio lavoro: quella in cui, ascoltando e persuadendo, osservando e fornendo chiavi di lettura, co-costruisco insieme al paziente un pezzo di realtà, un contesto in cui esprimerci. Mi dà, inoltre, lo spunto per riflettere sulle metafore: potenti immagini che, più che descriverla, costruiscono la realtà.

Il termine stesso “albero della barca/nave” è già una metafora (come gamba-del-tavolo o piedi-della-montagna). Sarebbe un palo, quello della barca, ma dicendo albero diciamo molto di più. È stato un albero e “lo è ancora” nella misura in cui, metaforicamente, ha radici, si erge, punta verso il cielo, evoca e conduce a terra. E’ da quell’albero che si può scorgere la terra, è su di esso, l’albero maestro, che si fa conto per la tenuta della nave e la capacità di prendere il vento, sull’albero si issa la bandiera, ecc. Dicendo albero significhiamo qualcosa di diverso e di “di più” rispetto a ciò che un più prosaico “palo centrale e più alto della nave” comunicherebbe. Continua a leggere

Cronaca 21 – Persuasione I Parte: Sirene

La persuasione, specie nelle sue forme più alte,
non può essere raggiunta senza il senso della bellezza”
Sir A. Quiller-Couch

Peitho era, secondo gli antichi greci, la divinità della persuasione. I Romani la chiamavano Suada (da cui persuadere, appunto) ed era spesso rappresentata insieme ad altre divinità, al seguito di Venere/Afrodite, la dea della bellezza e dell’amore.

Sia nella seduzione che nella retorica la capacità di persuadere è una risorsa irrinunciabile: solo se si riesce ad essere persuasivi si può, infatti, compiere quel gesto che ci permette di convincere l’altro e di portarlo dalla nostra parte , di renderlo partecipe di ciò che vogliamo comunicare o, a volte, di affascinarlo e… condurlo là dove vorremmo che fosse o dove ci piacerebbe essere insieme a lui.

Purtroppo, a forza di sentir parlare di “tecniche di persuasione-persuasori occulti-controllo della mente-plagio…”, capita che, appena si accenna a questo gesto, appena si considera la possibilità di far passare un messaggio e raccontare una storia che convinca, certe difese si alzino e certe resistenze si attivino come per delimitare bene i confini ed “evitare il contagio”.

Il muro di cui cantavano i Pink Floyd nel loro celeberrimo album (The Wall) con il coro di bambini che intona il ritornello che afferma quanto un bambino non abbia “bisogno di educazione e di controllo del cervello”, è come un manifesto di questa diffidenza nei confronti di una forza che, se non controllata o se usata disonestamente, potrebbe ridurci a marionette manovrate da chi è bravo nell’arte di persuadere.

Ma accade che la semplice diffidenza non funzioni. Continua a leggere