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Risonanza limbica

Dove tu sei, là c’è un posto”
R. M. Rilke

Risonanza limbica è un termine usato raramente in psicologia. Normalmente si preferisce parlare di risonanza empatica o emozionale per definire quella capacità che gli individui (non tutti) sviluppano e che permette loro di mettersi nei panni dell’altro e sentire/intuire ciò che sente.

Anch’io di solito opto per il sostantivo empatia e, con quello, intendo l’atto con cui ci si sintonizza con le emozioni e con il sentire di qualcuno per con-fondersi un po’ con lui, per provare ciò che prova ed approssimare il suo modo di emozionarsi.

Mettere l’accento su “limbico” è un modo per evocare il luogo in cui i processi dell’empatia principalmente avvengono: il sistema limbico, quella parte profonda del cervello che, a spanne e per i nostri scopi circoscritti a questo post, possiamo dire che risponde al mondo distillando le percezioni e aggiungendo una tonalità emotiva, una sorta di risposta preventiva: un primo “mi è affine-lo prendo/che brutto-non lo voglio”.

E’ anche molte altre cose e vi basta andare su Wikipedia per avere un assaggio delle parti che lo compongono e delle svariate funzioni che vi si svolgono anche ora mentre leggete.

Qui mi interessa partire dall’idea di “posto”. Limbico deriva da limbo che in latino significa lembo, margine e che, in origine, era letteralmente un luogo di confine: un posto poco definito ai bordi dell’inferno né brutto né bello, qualcosa come una sala d’attesa in cui si aspetta stando sospesi.

Il confine è una terra di nessuno e se non lo si passa, se si sta troppo a lungo sul bordo, si smette di essere qualcuno/qualcosa di ben definito.

E’ una strana condizione con i suoi pro e i suoi contro. Continua a leggere

Sulla comunicazione: forme vitali

Dobbiamo modellare le nostre parole finché non
diventino l’involucro più elegante dei nostri pensieri”
Clarice Lispector

Il secondo dei quattro assiomi che, secondo Watzlawick, regolano la comunicazione umana recita: “In ogni comunicazione si ha una metacomunicazione che regolamenta i rapporti tra chi sta comunicando”.

Continuamente nell’interazione con l’altro teniamo d’occhio lo spazio che ci separa e ci avvicina: tanti dei rituali che regolano la danza comunicativa fra le persone si svolgono a livello quasi-inconscio e sotto la regia di una parte di mente che più che del contenuto di ciò che viene detto si occupa del modo in cui l’altro può recepirlo e del rapporto che dalla comunicazione viene modulato. Fin da piccoli impariamo a tener conto dell’interlocutore e, man mano che affrontiamo situazioni diverse, collezioniamo una gamma di modi di fare che, mentre comunichiamo, si prendono cura del rapporto.

La Metacomunicazione è quell’insieme di gesti (tono della voce, postura del corpo, distanza dall’ interlocutore, ecc.) che modificano il messaggio al di là del contenuto dello stesso. Posso dire “ti amo” ma se nel farlo imposto la voce in modo che suoni come un affermazione distratta, piena di sufficienza o compiaciuta, chi sta dall’altra parte se ne accorgerà e ne terrà, più o meno consciamente, conto. Mentre interagiamo continuiamo a dare forma alla relazione e la forma… determina l’affinità: il grado di tolleranza di distanza che sentiamo confortevole, quanto ci sentiamo toccati o urtati, accolti o rifiutati, costretti o contenuti. Continua a leggere

Il Vuoto: abitare

“… così come i cavernicoli sentivano il bisogno di fare sulle
fredde pareti delle grotte per padroneggiare l’angosciosa estraneità
minerale, familiarizzarle, rovesciarle nel proprio
spazio interiore, annetterle alla fisicità del vissuto”
I. Calvino

C’è nel gesto del cavernicolo di cui parla Calvino un profondo significato psicologico e sociologico: disegnare una scena di vita o una parte del corpo sulla parete di un posto chiuso e riparato ma non ancora vissuto è un atto fondante, una rappresentazione che rende il posto un luogo distinto rispetto al resto. Ha, inoltre, un valore apotropaico; serve cioè ad allontanare l’ignoto, il pericolo, ciò che si ritiene possa portar male o ferire.

Ci sono simboli che rassicurano e di cui spesso andiamo in cerca per esorcizzare il vuoto, per sentirci meno esposti e per sostenerci nei momenti in cui sembra che il mondo sia meno sicuro o che la nostra capacità di abitarlo venga meno. Vere e proprie coperte di Linus che brandiamo contro ciò che ci spaventa e che diventano rassicuranti anche se, razionalmente, sappiamo che difficilmente sarà un simbolo a salvarci ma che serviranno impegno, strategie, azioni, alleati, medicine…

Eppure gran parte della cosiddetta salute mentale (e anche un bel pezzo di quella che chiamiamo civiltà) dipende proprio dai simboli e dalla capacità di usare dei simboli invece di passare all’azione. Basti pensare all’arte: alla pittura, alla scrittura, alla capacità di trasferire un’idea o un insieme di idee senza doverle ogni volta ripetere ma consegnandole all’altro in un oggetto, un dipinto, uno scritto, un’opera della coscienza… qualcosa insomma che rimandi a qualcos’altro che l’interlocutore può “capire al volo”. Continua a leggere

Sulla comunicazione: plasticità

La plasticità, nel senso più ampio del termine,
consiste nel possedere una struttura abbastanza
debole da cedere di fronte ad un influenza, ma
abbastanza forte da non cedere subito”
William James

Forse uno degli insegnamenti più preziosi di Freud è il principio secondo cui ciò che in una mente non è compreso e integrato tende a tornare e a ripetersi. Ripetiamo ciò che non comprendiamo: tendiamo ad agire in modo inconsapevole e automatico nelle aree della nostra vita in cui “il pensiero ha la strada sbarrata”. Scoprì, Freud, che certe azioni che determinano effetti nella nostra vita e in quella di chi ci circonda sono compiute non tanto dal soggetto consapevole, quanto da un insieme di circuiti di risposta: abitudini con cui, come automi, rispondiamo seguendo sentieri tracciati, percorsi che, ad un certo stimolo, fanno seguire una reazione.

Abbiamo appreso queste abitudini ed è stato utile acquisire dei modelli che sappiano “agire prontamente” per risolvere un problema, superare un ostacolo, gestire una situazione di routine o un imprevisto. Tuttavia, è proprio nel punto di forza che si annidano i guai: risposte che vanno bene nella maggioranza dei casi possono rivelarsi letali in certe particolari eccezioni; metodi che danno buoni risultati in certi contesti, risultano inutili o obsoleti in altri. E alcune attitudini particolarmente conservatrici (come il letteralismo di cui ho parlato nell’ultimo post) non fanno che cronicizzare la situazione rendendoci bravi a dare sempre le stesse risposte e incapaci a trovarne di nuove.

E’ come se, dopo aver accumulato un certo numero di risorse, ce ne andassimo in giro usando sempre quelle, adattandole un po’, magari, ma senza aggiungere nuove frecce alla nostra faretra e nuovi utensili alla nostra macchina relazionale. Continua a leggere

Sulla comunicazione: contro il letteralismo

Elevate le parole, non il tono della voce.
E’ la pioggia che fa crescere i fiori, non il tuono”
Jalal al-Din Rumi

Rumi è considerato il massimo poeta mistico della letteratura Persiana, uno che si è sicuramente speso per elevare le parole e che, con ogni probabilità, quando diceva Jihad intendeva, innanzitutto “grande Jihad”: lo sforzo interiore per liberare l’io da pulsioni che lo dominano conducendolo lontano da uno sviluppo armonioso e da una condotta giusta.

Jihad significa anche molte altre cose. Certi termini non possono e non devono essere tradotti in un solo modo e, quando lo si fa, quando si eliminano certe sfumature e si imbocca la strada del letteralismo, si perde, insieme alla complessità, anche quell’incertezza che ci rende dubbiosi e larghi, poco sicuri e umani.

Passa, il poeta, da un’affermazione ad una metafora, da parole e voce a pioggia e tuono. Non lo fa per spiegare ma per “confondere”: fondere-insieme mente e natura, essere umano e creato, il piccolo e il grande. Lo fa senza pensarci ma seguendo, credo, un istinto che punta al cuore più che alla mente, alla psiche con le sue profondità più che all’intelletto che, con “l’esattezza”, cerca invece un’univoca inossidabile definizione. Continua a leggere

Persistere e protendersi

                                                                                                    “La follia è l’assenza di opera”                                                                                                          M. Blanchot

Anni fa ho lavorato in un Centro Diurno che ospitava pazienti con gravi disturbi psichici: schizofrenie, psicosi maniaco depressive e altri stati spesso non ben diagnosticati che, tuttavia, rendevano le persone che ne erano affette non in grado di portare avanti un lavoro, di avere una vita autonoma o di coltivare relazioni stabili al di fuori dell’ambiente protetto della loro famiglia d’origine o del centro in cui venivano ospitati e in cui lo staff di medici, psicologi ed educatori si prendeva cura di loro.

Ricordo che si cercava, all’interno di un programma riabilitativo, di assegnare ad ogni paziente un qualche tipo di lavoro che “lo tenesse impegnato” e che gli permettesse di sentire che stava dando un contributo e che il suo tempo e le sue energie erano tese a svolgere un qualcosa che aveva un senso: le azioni che faceva davano un prodotto che poteva essere esposto, commercializzato, venduto. Un’opera, insomma: un manufatto tangibile, frutto di applicazione e di ingegno, con una sua bellezza e una sua utilità. Carta da lettera ottenuta dal riciclo di altra carta, cornici di cartone, sacchetti di spezie, saponi artigianali, torte…

Ricordo anche che la maggior parte dei pazienti disdegnava qualsiasi tipo di impegno e vedeva le ore di lavoro come un’inutile costrizione, una fatica senza senso che andava fatta per soddisfare le richieste dell’ambiente e le regole della comunità.

Non intravedevano una meta e più di una volta nel tentativo di spiegare a qualcuno di loro perché fosse utile continuare ad impegnarsi, mi sono sentito stupido: adducevo spiegazioni monche, perché io per primo non credevo che si potesse andare da qualche parte senza protendersi. Era inutile che cercassi di convincerli quando io stesso mi rendevo conto di quanto fosse difficile per loro dare un senso al lavoro. Continua a leggere

Intelligenza: femminile, singolare

 

La prima di tutte le astuzie, sempre, sta nel velarsi.
Coprirsi il capo senza che questo sia un camuffamento…
Nessuna menzogna ma una falsità che racconta il vero”
M.Nucci

 

Parlerò, in questo post, di una capacità e di un antidoto. Due cose, racchiuse in un unico “farmaco” di cui, credo, occorra essere ben forniti e che tornano utili, di questi tempi; e che tento di stimolare, in seduta, come rimedi naturali: forze che sono già lì, nell’inconscio, e che, quando si attivano o quando vengono amplificate, cambiano un bel po’ di cose nel modo di fare e di pensare di chi può usarle.

Parlerò di prudenza e astuzia. E siccome sono due termini diventati ambigui e verso i quali scattano facilmente delle resistenze e, siccome ne parlerò come di due caratteristiche prevalentemente “femminili”, prendo un giro largo che passa dalle immagini della mitologia e da alcune metafore che, più che definire, richiamano idee e concetti, che sia con la capacità che con l’antidoto, hanno a che fare.

Nella terza delle sue Lezioni Americane Italo Calvino, parlando dell’Esattezza e dello sforzo che a volte gli capitava di compiere nell’accingersi a scrivere su un certo argomento, dice: “Alle volte cerco di concentrarmi sulla storia che vorrei scrivere e m’accorgo che quello che m’interessa è un’altra cosa, ossia, non una cosa precisa ma tutto ciò che resta escluso dalla cosa che dovrei scrivere; il rapporto tra quell’argomento determinato e tutte le sue possibili varianti e alternative, tutti gli avvenimenti che il tempo e lo spazio possono contenere. E’ un’ossessione divorante, distruggitrice, che basta a bloccarmi. Per combatterla, cerco di limitare il campo di quel che devo dire, poi a dividerlo in campi ancor più limitati, poi a suddividerli ancora, e così via. E allora mi prende un’altra vertigine, quella del dettaglio del dettaglio del dettaglio, vengo risucchiato dall’infinitesimo, dall’infinitamente piccolo, come prima mi disperdevo nell’infinitamente vasto.”

Naturalmente Calvino, vista la sua produzione letteraria, ha trovato degli ottimi modi per aggirare l’ostacolo e per non perdersi in nessuna delle due vertigini: né in quella del troppo grande, né in quella dell’incredibilmente piccolo.

Questa capacità di circoscrivere e di non entrare fino ad essere risucchiati nei dettagli, questo buon uso della misura che permette di dosare ciò che verrà detto e di filtrare ciò che, di un contesto, si coglie, corrisponde ad un tipo particolare di intelligenza: un modo di distinguere fra segnale e rumore; prendere o far passare certe cose, trattenerne/ritenerne altre che, magari, in quel momento vanno ignorate o velate o contenute ancora per un po’. Continua a leggere

Storie nelle storie

 

Un autore scrive delle parole, che però sono inerti.
Per essere portate in vita hanno bisogno di un catalizzatore,
e il catalizzatore è l’immaginazione del lettore”
J.Gottschall

 

Quando alla fine del 1800 Nietzsche scriveva: “Che cosa può soltanto essere la conoscenza? – ‘Interpretazione’ non ‘ spiegazione’.”, intendeva porre le basi per una vera e propria rivoluzione nel campo del sapere: si intravedeva già, nella scienza, la possibilità di arrivare a conclusioni diverse a seconda dell’ottica da cui si guardava, diventavano sempre più evidenti, nelle dottrine umanistiche, la “relatività della verità” e l’impossibilità di affermare un’unica, inalterabile visione del mondo.

Nasceva in quegli anni la Psicoanalisi e, con essa, l’idea che le parole potessero, in qualche modo, guarire. Un’utopia in cui ancora in tanti non credono, una credenza che postula la possibilità di curare i sintomi del disagio psichico e a volte, addirittura, della malattia mentale, ascoltando e interpretando, ri-osservando e descrivendo in modo diverso la realtà che il paziente vive e le relazioni in cui è immerso.

C’è alla base di questo credo che, come tutte le dottrine ha i suoi seguaci, i suoi sacerdoti e i suoi dogmi, l’idea che il cervello produce e influenza la mente e che la mente influenza e può cambiare il cervello.

Prigione Michelangelo

Se così fosse, se fosse vero che parlando, osservando e rileggendo i pensieri, le convinzioni e gli “stati d’animo”, si può modificare la macchina che determina, in modi oscuri e sotterranei, il “come ci sentiamo”… se fosse vero, basterebbe lavorare sulla mente: agire su quella sostanza impalpabile che scaturisce dall’attività del cervello.

Anche questa, naturalmente, è un’interpretazione. Nient’altro che un modo di considerare l’uomo, una descrizione possibile di come le cose funzionano. Crederci significa aprire la strada a un metodo: una serie di azioni, più o meno codificate, che, a partire da una teoria, puntano a produrre certi risultati. Continua a leggere

Sull’ironia: viaggiare leggeri

Come la melanconia è la tristezza diventata leggera,
così lo humor è il comico che ha perso la pesantezza
corporea e mette in dubbio l’io e il mondo e tutta la rete
di relazioni che li costituiscono.”
I.Calvino

Risponderò in questo post ad una serie di domande che mi sono state fatte dopo la pubblicazione dell’ultimo “Sull’ironia”, e lo farò prendendo spunto da un tweet di Gallizio, di oggi, che dice che “per far comprendere un concetto, per trasmettere un’idea a un bambino non serve semplificare, serve arricchire”.

Non perché creda di scrivere per dei bambini ma per “il fatto” che son convinto che anche gli adulti, adulterati, scafati, e disillusi, hanno/abbiamo bisogno di amplificare e di arricchire e di guardare da almeno (almeno) due punti di vista per non cadere nel letteralismo e nella monotonia della visione unica.

Diceva Calvino in Lezioni Americane, parlando di Kundera e del suo L’insostenibile leggerezza dell’essere, che: “Il suo romanzo ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna: le qualità con cui è scritto il romanzo, che appartengono a un altro universo da quello del vivere.”

Mentre descrivono, certi romanzi e certi saggi sembrano alleggerire: sembrano compiere una sorta di gesto contro natura. Come se potessero ringiovanire le cose mentre il tempo passa o semplificarcele mentre diventano più complesse o renderle belle e avvincenti anche nel dolore e nella fatica.

Ciò su cui ho insistito nell’ultimo post, ciò che mi preme evidenziare anche come psicoterapeuta, è proprio questa capacità che abbiamo di sciogliere o coagulare, alleggerire o appesantire un evento.

Chagall La passeggiata

Chagall La passeggiata

Ci sono, credo, due tipi di ironia. C’è un’ironia inclusiva che chiude il mondo in una descrizione cinica e disillusa che include, appunto, appiattendo ciò che osserva e catalogandolo come un “già visto, già provato, niente di nuovo, niente da imparare”. E c’è un’ironia aperta che guarda oltre e che, alleggerendo, solleva un velo e fa vedere altro: mette in ridicolo, magari, ma non tanto per zavorrare e sminuire quanto per rendere volatile e, quindi, meno solido, in evoluzione, che può cambiare. Continua a leggere

Sull’ironia

“Hic sunt leones”

Si dice che i cartografi degli antichi romani, quando redigevano le mappe dei territori appena conquistati, ponessero oltre al limite di ciò che era stato esplorato le tre lettere HSL (hic sunt leones) a significare che oltre quel punto non si sapeva cosa ci fosse ma si supponeva ci fossero i “leoni”.

Niente di buono, insomma, oltre ai territori esplorati, niente di familiare, solo qualcosa verso cui procedere con cautela. Essere cauti e diffidenti verso il diverso, conservatori e non troppo entusiasti nei confronti di ciò che non è ben provato o che, comunque, potrebbe mordere.

Stare dentro la mappa! Sembra un motto ed è stato ed è, spesso, l’atteggiamento che adottiamo non appena ci troviamo di fronte a qualcosa che “ci puzza” o che mette in discussione i nostri confini.

E’ un modo di mettersi: una postura psichica e una presa sulla realtà. E serve! E’ utile per non farsi prendere in giro, per non abboccare all’amo di ogni nuova tendenza, per non disperderci nell’opinione degli altri e per conservare alcune delle nostre convinzioni che, altrimenti, verrebbero sempre poste in discussione. Non ci piace camminare sulle uova e, una volta che troviamo terreno solido su cui poggiare i piedi, ci attiviamo per conservarlo così com’è. Continua a leggere