Senza memoria e senza desiderio

“Lo psicoanalista dovrebbe ripromettersi di raggiungere
uno stato  mentale tale da sentire, ad ogni seduta, di non aver mai visto
prima quel paziente. Se sente di averlo già visto,
sta trattando il paziente sbagliato”
W.R.Bion (Cogitations)

Pieter Bruegel il vecchio, Grande torre di Babele

Credo che a Bion piacesse esagerare. Per dimenticarsi di un paziente che viene in seduta, magari per anni, occorre farsi venire l’Alzheimer. Ma certe esagerazioni servono come antidoto e sono estreme perché cercano di curare malattie a lungo trascurate, abitudini intossicanti, credenze fuorvianti.

Tra queste la tendenza a credere che la personalità sia immutabile e che la persona con cui ho a che fare qui e ora debba essere la stessa che immaginavo fosse ieri o il giorno prima. Come se davvero l’avessi incontrata, come se non fosse vero che gli incontri non sono la norma ma l’eccezione e che tutta una serie di convenevoli e di rituali sociali sono difese: modi per evitare l’impatto con l’altro, l’esposizione e l’angoscia di entrare davvero in contatto con un proprio simile.

Bion era, come molti psicoanalisti vecchia maniera, brutalmente onesto. Sapeva che non basta fare lo psicoterapeuta per lasciare fuori dalla seduta difese che abbiamo scrupolosamente appreso. Cose tipo: non mettere gli altri in imbarazzo, non essere curioso, non far salire la tensione, non chiedergli di essere qualcosa di diverso da quello che ti vogliono far vedere; buone norme del convivere civile che mettono al riparo dall’intensità e dalla possibilità di aprirsi troppo. Buone norme che Bion vedeva come ostacoli ad un contatto profondo, come abitudini/vizi di cui essere consapevoli, come abiti da smettere.

Sia la memoria del paziente che quella del terapeuta, sia il desiderio di entrambe, diventano, all’interno di una disciplina che punta a favorire un contatto vero tra persone, una zavorra.

Ricordarmi di chi o cosa tu fossi ieri e desiderare che tu sia… qualcosa che, boh, magari entrambi (o forse solo io) desideriamo adesso (felice, carino, educato,  innocuo…) sono solo convenevoli.

Il “paziente sbagliato” è quello che ho in testa: non la persona presente davanti a me ma ciò che credo sia o che vorrei che fosse. Ricordi, spesso distorti, e proiezioni.

Ingombri che riguardano ciò che è già successo o ciò che immaginiamo stia per succedere invece di ciò che sta succedendo.

Se volete sentire il peso della memoria e del desiderio ricordate una volta in cui, all’interno di un’interazione, avete sentito che dovevate recitare una parte. Una di quelle situazioni da cui si esce con domande come: chissà se sono andato bene? Che impressione avrò fatto? Sarò stato come si aspettava?

Se non era un colloquio di lavoro o un qualche altro tipo di esame, beh, allora avete avuto a che fare con una serie di fantasmi vostri o del vostro interlocutore: le vostre o le sue memorie/istruzioni su come bisogna essere e i vostri o i suoi desideri su quale piacere dovesse essere soddisfatto, quale tensione si doveva alleviare. Non stupitevi se non siete “andati bene”. La verità è che siete stati misurati e giudicati ma non visti!

Né i giudizi né le misurazioni vi sono state comunicate perché, in genere, sono nascoste dietro a una cortina di convenevoli. Ma le smancerie non coprono l’inutilità (e la tossicità) di questo tipo di interazioni.

Lo stato mentale che Bion consiglia e che definisce senza memoria e senza desiderio è  un assoluto e, come tale, probabilmente irraggiungibile. Ma vale la pena fare dei passi verso di esso. Ci sono delle catene da perdere  e si apre la possibilità di fare alcuni incontri interessanti.

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