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Kairos

“Non è il carico che ti spezza ma il modo in cui lo porti”
Lena Horne

Quando ho letto la frase che riporto nell’incipit mi è tornato in mente un ricordo di molti anni fa: un piccolo fatto che è stato, per me, un chiaro esempio di quanto il problema con ciò che la psiche deve reggere non stia nel peso in sé ma nella posizione mentale di chi lo sta portando.
Viaggiavo in India su una corriera affollata sulla strada tra Agra e Jaipur.
Non è una tratta lunga, meno di trecento chilometri ma, allora (e forse anche adesso sui bus non turistici) era un viaggio da sei o sette ore; una sorta di gimcana fra gli ostacoli più svariati con decine di fermate per far salire persone su un mezzo che andrebbe alleggerito della metà del carico.
Ci eravamo seduti, due amici, mia moglie ed io, su un sedile da tre che trovavamo stretto ma che ci sembrò un’ottima postazione quando ci accorgemmo che strada facendo continuavano a salire persone che si sistemavano in ogni angolo occupabile. Dopo un’ora di viaggio all’ennesimo stop salì un altro gruppo di viaggiatori e, tra loro, quello che diventò il mio personale passeggero: un signore sulla settantina, arzillo e sorridente che non trovando posto e vedendo le mie comode gambe mi si sedette in braccio. Rimasi esterrefatto. Anni di mezzi pubblici a Milano insegnano a cercare di non urtarsi, a fare del proprio meglio per non invadere lo spazio degli altri e a difendere il proprio con occhiatacce, sbuffi e “muso duro” se qualcuno non rispetta le regola del sta sù de’ doss’ (il “non mi pesare-invadere-scocciare” detto in milanese).
Invece, il signore se ne stava seduto in grembo con il suo sorriso sdentato e con uno sguardo tra l’affermativo e l’interrogativo, una speciale espressione molto usata dagli indiani che, in quel frangente sembrava dire: “ I am welcome!/?”.
L’ho tenuto in braccio per un paio d’ore, non parlava una parola di inglese ma sorrideva ad ogni mio cenno di comunicazione e intratteneva brevi scambi con altri passeggeri senza troppo curarsi di me. Quando è sceso mi ha lasciato con il suo namasté, il saluto a mani giunte con piccolo inchino che significa, grossomodo, “mi inchino alle qualità divine che dimorano in te”.
E’ stato uno dei carichi più lievi che io abbia mai portato. Non perché pesasse sì e no cinquanta chili né perché la situazione me lo rendesse leggero ma perché, per una serie di ragioni già presenti dentro di me, quel peso spostò alcuni equilibri e, senza che me ne rendessi conto, determinò una direzione e alleggerì tante altre cose. Fu, per me, un punto di svolta. Continua a leggere

Resilienza II parte: “suscitare invidia”

“A oltrepassare le porte del Paradiso
non sono le persone prive di passioni
o che le hanno domate, sono quelli
che hanno coltivato la capacità
di comprenderle”
W.Blake

C’è una sorta di corollario all’ultimo post che ho scritto. Un’idea che ha a che fare con l’invidia e che penso sia bene amplificare un po’ per tenere in moto il flusso di associazioni che derivano dall’analizzare certi modo di porci e di descriverci, di narrarci.

E’ l’idea che ci si possa mettere al riparo dall’invidia (dalla propria invidia) avendo così tanto successo da suscitarne negli altri, innalzandosi al di sopra e uscendo fuori dal mucchio così che, non desiderando più niente perché tutto è stato ottenuto, si potrà vivere, da lì in poi, “felici e contenti”.

Tanti di noi sono consapevoli del fatto che questa sorta di sogno americano, questa possibilità di assicurarsi un’esistenza serena in cui poter essere sazi e non più afflitti dal desiderio e dal dolore di non poterlo realizzare, sia una sorta di illusione, qualcosa da cui, con un po’ di disincanto, ognuno di noi può rendersi immune. Conosco tante persone che hanno capito che non è continuando a rincorrere i propri sogni e realizzandoli che si può raggiungere quello stato di tranquillità a cui, istintivamente, ognuno di noi tende.

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Resilienza

“Tuo fratello la mattina si mette le scarpe
e tu ti metti le gambe; non bisogna
piangersi addosso.”
La madre di O.Pistorius

Quando parlo del “fiume di integrazione” e della capacità di mantenere un equilibrio fra uno stato di caos e una condizione di rigidità (cfr Sulla depressione II parte: antidoti), parlo anche della capacità di ognuno di noi di rimanere se stesso nonostante le pressioni che, inevitabilmente, l’ambiente esercita.

Queste pressioni sono spesso definite come degli stressor: delle forze che sono in grado di attivare nell’organismo e nella psiche una risposta (lo stress) che è di per sé sana perché tende a mantenere intatto lo stato interno nonostante le difficoltà in cui ci imbattiamo durante la vita.

In termini psicologici la resilienza è la capacità di mantenere una forma anche a dispetto di tutte quelle sollecitazioni che tenderebbero a deformarci o a romperci. Rimando all’articolo “Dopo il trauma la resilienza” per una definizione abbastanza completa di questa capacità che è in parte il risultato di una buona condizione fisica e mentale iniziale e in parte il prodotto di una serie di apprendimenti che ci hanno permesso di imparare a far fronte alle pressioni esterne ed interne, trasformando le nostre esperienze in conoscenza e distillandole in quella che definisco come “la capacità di resistere passando attraverso alla sofferenza senza perdere la propria integrità”.

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