Due frecce

L’immolazione di Thích Quảng Đức nella foto di Malcolm Browne.

Nel 1964 il fotografo americano Malcom Browne vinse il premio Pulizer per una fotografia scattata l’anno precedente. La foto ritraeva il monaco buddista Quang Duc che si autoimmolò per protesta contro il regime di Saigon che perseguitava la religione buddista. Il monaco sessantasettenne rimase immobile nella posizione del fior di loto mentre il suo corpo veniva divorato dalle fiamme.

Ricordo che, da ragazzo, una decina di anni dopo, vedendo quell’immagine fantasticavo sui superpoteri che la meditazione e la concentrazione avrebbero potuto dare a chi le avesse praticate. Ci provai anche. Ma dopo aver trascorso una mezz’ora seduto a gambe incrociate lasciai perdere. Troppo doloroso.

Passò molto altro tempo prima che capissi di più su cosa significhi “stare tranquillamente seduti”.

Si racconta che il Buddha, nel suo primo discorso dopo l’illuminazione, parlando al ristretto pubblico di cinque discepoli e ragionando sul dolore fisico e sulla sofferenza mentale usò la metafora dell’uomo ferito da due frecce. La prima freccia capita a tutti: è nella natura dell’essere umano essere colpito da qualcosa, provare un dolore fisico, subire una perdita, inciampare, cadere, fallire; la seconda freccia colpisce in modo più subdolo ed è “interna” perché è composta dall’insieme di tutte le reazioni che mettiamo in campo per opporci alla prima: i contorcimenti, i lamenti, le proteste, il rammarico, i sensi di colpa…

Questi provvedimenti per evitare il dolore sono ciò che, spesso, lo fa perdurare. Pensate a quante volte avete sofferto elucubrando su come sarebbe andata se solo aveste fatto diversamente o rimuginando su un’offesa ricevuta, un torto subito, una lite passata. La seconda freccia diventa un’amplificazione della prima: un lavorio interno che invece di eliminare il dolore lo trattiene e spesso, nel tentativo di prevenirlo, lo crea. Mentre la prima freccia non può essere evitata, sulla seconda si può fare molto lavoro.

È un lavoro sulla mente perché si occupa di osservare una serie di gesti interni che nascono per fare qualcosa contro il dolore. Gran parte di questi gesti sono utili: sono cose che facciamo per evitare di ferire o di ferirci, precauzioni, prudenze, cure. Ma ci sono pensieri che, invece, sembrano fatti apposta per aumentare la sofferenza e spesso sono pensieri senza un pensatore nel senso che  non stiamo veramente pensandoli. Avvengono: nascono come una reazione automatica e senza attenzione, come risposte ad uno stimolo, quasi come posture che si prendono, modi di mettersi e di essere.

Stare tranquillamente seduti significa osservare questa serie di gesti interni e prenderne possesso, aggiungere attenzione, diventare consapevoli di questo flusso che scorre modellando continuamente il nostro sentire.

David Hume disse: “La mente è una specie di teatro in cui sfilano, una dopo l’altra, le più svariate percezioni; fanno avanti e indietro sul palcoscenico, scivolano via e si mescolano le une alle altre in un’infinita varietà di posture e situazioni”. L’osservazione di questo movimento è l’inizio di ogni meditazione ed è il lavoro sulla seconda freccia.

Non credo che farlo possa portare ad un controllo simile a quello di un monaco che, praticando per una vita, riesce a dominare il dolore fino ad eliminarlo ma so che vale la pena intraprendere un esercizio sull’attenzione: cominciare a guardare con interesse e… non fare nient’altro, acquietare, non infliggersi una seconda freccia.

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