Tag Archives: Mindfulness

You can’t (always) get what you want

Il micro-dialogo della vignetta è, in origine, una frase di Anna Freud che quasi facendo eco alla convinzione del padre, secondo cui “Il nostro desiderio è sempre in eccesso rispetto alla capacità dell’oggetto di soddisfarci”, dice, appunto, che le uova nella fantasia sono sempre cotte a puntino ma rimangono là, nel regno delle cose perfette, immaginabili ma non mangiabili.

Penso che gran parte della psicoterapia lavori proprio sulla distanza tra ciò che un paziente si aspetta e ciò che ottiene. Crede (o gli han fatto credere) di dover essere una certa persona o di dover fare certe cose per avere soddisfazione, per placare il desiderio e dire “ecco, ho ottenuto ciò che volevo”.

Ogni primo colloquio, ogni primo incontro con un paziente e con i suoi sintomi è, in fin dei conti, un incontro con un desiderio non soddisfatto: un ascolto di quanto sia doloroso non poter essere in un certo modo, non poter avere certi oggetti o persone, certi stati d’animo, condizioni, capacità, equilibri. Il dolore di non poter stare vicini a ciò che ci piace e quello di dover stare in prossimità di ciò che detestiamo, la brama dolorosa del non poter raggiungere e la penosa avversione del non potersi togliere.

Non c’è paziente con cui non abbia lavorato sulla distanza fra immaginazione e realtà, fra aspettativa e risultato. E il dolore… il dolore, così come il desiderio, non è  mai veramente azzerabile: rimane, si sposta e, se la terapia funziona, diventa sensato!

Smette cioè di essere un dolore nevrotico.

Ho appena corretto un lapsus calami: avevo scritto “smette di diventare un dolore nevrotico”. Come spesso capita, l’inconscio è “più preciso e più puntuale”: la sofferenza che trattiamo in psicoterapia è qualcosa che “diventa”, qualcosa che è così perché, proprio come il rimuginio, come le ossessioni e come le compulsioni, viene continuamente ripetuto, messo in esistenza da un’istanza che non è mai contenta di come le uova sono state cotte e che misura il divario tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.

È in quello spazio che nascono i rimpianti (se avessi fatto diversamente avrei ottenuto uova migliori), i sensi di colpa (che uova orrende ho cucinato), le ossessioni (proverò fino allo sfinimento, fino alle uova perfette), il senso di fallimento con il lutto e gli stati depressivi, l’ansia da prestazione con il panico del non essere all’altezza, la mania (le mie uova saranno perfette e tutti dovranno riconoscerlo).

Ed è in quello spazio che si può meditare sul senso: vedere cosa causa il dolore e quando la sofferenza sia dovuta allo sforzo del procedere o all’ostinazione del ripetere.

Chiedo spesso ai miei pazienti: “chi o cosa produce il dolore di cui mi stai parlando?”. All’inizio, nelle prime sedute, credono di dover trovare una risposta sensata, poi capiscono che la domanda non è un che modo per pensare insieme.

Si possono dare molte risposte: si può attribuire il dolore all’educazione, alla chimica, ai cattivi incontri, alle proprie incapacità. Si può riflettere sui rimedi tentati e sul loro fallimento (se siamo qua a parlarne è perché, ancora una volta, le uova non sono ben cotte).

Ma, alla fine (e tornando a Freud) perché mai un oggetto dovrebbe soddisfarci? Dove nasce questa pretesa? Quanto questo bisogno di avere ciò che vogliamo è davvero il problema? Cosa faremmo se fossimo per una volta pienamente soddisfatti? Lo vogliamo veramente o scappiamo gambe levate appena intravediamo la piena realizzazione di un desiderio? Davvero vorremmo abbattere la barriera tra immaginazione e realtà? Avere un oggetto “perfetto”?

Credo che su queste cose convenga interrogarsi. Farlo è spesso un buon modo per cominciare un lavoro  serio sulla sofferenza mentale.

E mi sembra un buon impiego dell’energia psichica,  intanto che le uova vanno avanti a cuocersi.

Sogni e preoccupazioni

“Dobbiamo cercare di trattare le preoccupazioni nello stesso modo
in cui trattiamo, senza alcuno sforzo, i sogni: ossia dimenticandole”
Adam Phillips

Un mito Romano, ripreso e reso celebre da Heidegger in Essere e Tempo, racconta che un giorno la Cura camminando in prossimità di un fiume scorse un mucchio di argilla e, quasi automaticamente, cominciò a modellarla ricavandone la figura di un essere umano. Trovandola molto bella chiese a Giove di infondere in essa lo spirito vitale. Giove lo fece ma poi fra i due sorse una disputa su chi avesse dovuto dare un nome alla nuova creatura. Al contendere si aggiunse la Terra che disse che, sì, Cura aveva dato forma al fango e Giove vi aveva infuso l’anima ma era stata lei, madre terra, a fornire tutta la sostanza di cui l’uomo era fatto. Non trovando un accordo interpellarono il dio Saturno perché facesse da arbitro. Questi sentenziò che alla morte dell’uomo Giove si sarebbe ripreso lo spirito e la Terra sarebbe rientrata in possesso del corpo. Ma, finché era in vita, sarebbe stata Cura ad occuparsi di lui. Quanto al nome, visto che era stato modellato dal fango, humus, si sarebbe chiamato Uomo.

La cura è quindi, prima della morte e nel tempo della vita (non a caso tenuto ben presente da Saturno/Cronos), la compagna dell’uomo, colei che se ne occupa lungo il tragitto che lo definisce, appunto, un abitante del tempo.

La preoccupazione è una sorta di sorella patologica della cura: insieme all’inquietudine anticipa il tempo e cerca di curare preventivamente, di pre-vedere e di controllare ciò che potrebbe accadere. Facendolo, cercando di avere controllo su qualcosa che non è ancora successo o che è distante e quindi non gestibile, spesso riempie il presente di ansia senza spostare una virgola nel futuro.

Ho visto pazienti usare tantissima energia psichica nel tentativo di rendere meno inquietante un futuro che immaginavano catastrofico senza rendersi conto della proiezione: quel gesto inconscio che aggiunge caratteristiche e attributi ad uno scenario che è innanzitutto mentale. Per me che osservo dal di fuori sembra ovvio che, mentre lo fanno, sono come in un sogno. Vedo bene quanto il quadro che immaginano sia una costruzione e quanto gran parte delle ansie e degli “eventi” che prevedono siano nient’altro che una messinscena spesso dolorosa e, talvolta, autoavverante.

Le profezie che si autoavverano sono come dei sogni che diventano incubi grazie alla preoccupazione. Una persona comincia a preoccuparsi di qualcosa e… va in sbattimento: comincia a dimenarsi e ad esercitare una presa diversa sugli eventi. Prima su quelli mentali: ciò che immagina che succederà sicuramente, ciò contro cui comincia già a prendere delle contromisure; poi su quelli relazionali: le persone su cui decide di esercitare la propria cura/controllo, le situazioni che vanno assolutamente evitate, i nemici alle porte, le malattie, le catastrofi, ecc.

Siccome “la cosa più facile è dimenticare un sogno e ricordare una preoccupazione” l’antidoto a questo crescendo di ansia è svegliarsi!

Cosa succede alla maggior parte dei sogni appena vi svegliate? E cosa state facendo mentre vi preoccupate? Quale è il tipo di attenzione che differenzia un sogno sfuggente da una preoccupazione appiccicosa? Perché se in un sogno cominciate a preoccuparvi troppo vi svegliate di soprassalto mentre quando siete immersi in una preoccupazione non vi rendete conto della costruzione dell’incubo che state perpetrando?

Un modo per rispondere è quello di pensare a degli Io diversi. C’è una differenza fra l’Io-sognante e l’Io-che-si-preoccupa. È una differenza che può essere spiegata in termini fisici/neurologici (e ci dedicherò un post) o, soggettivamente, in termini più empirici. Voi che differenza vedete fra il sognatore e il preoccupato? Quale fra i due è rigido e presuntuoso e quale leggero e aperto? Come vi trattate quando vi state preoccupando e cosa fate (non fate) durante un sogno?

Sono domande facili a cui ognuno di noi sa rispondere almeno un po’. Come se vi chiedessi come si fa ad andare in bici. Sono modi diversi di prendersi, gesti abituali più o meno consci, più o meno automatici, su cui si può riflettere e meditare. Ascoltate il vostro respiro la prossima volta che vi preoccupate. Provate a pensare perchè, se nel pieno di una preoccupazione, succede qualcosa che vi sveglia portandovi alla realtà, qualcosa di davvero consistente, la preoccupazione svanisce come un sogno.

Simone Weil diceva che “ogni volta che si presta veramente attenzione si distrugge un po’ di male in se stessi”. Capita che svegliandosi da una preoccupazione ci si accorga che si stava dormendoci dentro. L’ansia svanisce e l’attenzione ha distrutto un po’ di male. Rimane la Cura ma quella può fare molte buone cose.

Memoria emotiva implicita

“Non vediamo le cose come sono, ma vediamo le cose come siamo”
Anaïs Nin

Questo post è in cantiere da un po’ e se ne è stato in quella che definisco la cartella “Ogni scolaretto sa che”: un’espressione che ho preso a prestito da Gregory Bateson e che uso per catalogare cose che credo andrebbero insegnate fin dalle elementari.

C’era, nel 1911, un tale dottor Edouard Claparede, medico francese, che seguiva una paziente affetta da un grave danno all’Ippocampo in entrambe gli emisferi cerebrali. In quell’area del cervello sono presenti le strutture necessarie a trasformare i ricordi a breve termine in ricordi duraturi. A causa del danno la paziente ricordava le cose per pochissimo tempo: la sua memoria di lavoro (detta anche memoria a breve termine) funzionava il tempo necessario a permetterle di svolgere una conversazione con il medico ma la volta dopo, quando la rivedeva, questi doveva presentarsi nuovamente perché la paziente non aveva memoria di averlo visto né di aver parlato con lui.

“Erano soliti stringersi le mani a ogni incontro e, poiché poteva conservare le abitudini procedurali, la paziente era in grado di prender parte a questo rituale sociale. Un giorno Claparede nascose una puntina nel suo palmo, pungendole il dito nel momento in cui si davano la mano. Il dolore la sorprese ma la ferita fu superficiale e guarì subito. Ovviamente dimenticò l’incidente. Tuttavia quando Claparede incontrò di nuovo la paziente lei si rifiutò di stringergli la mano. Non riusciva a spiegare il motivo per cui fosse così riluttante e fornì le scuse che gli amnesici comunemente danno per coprire la loro incapacità di ricordasse gli eventi (disse: “Una donna non ha il diritto di negare la propria mano ad un gentiluomo?”). La paziente di Cleparede non era in grado di ricordarsi che egli le aveva inflitto una ferita durante il loro ultimo incontro. Aveva un danno ippocampale in entrambi gli emisferi e per questo era incapace di generare un ricordo dichiarativo dell’evento” (Archeologia della mente, Panksepp, Biven pag. 257).

Aveva però “imparato qualcosa”, questa paziente. Aveva imparato, emotivamente, a… non dare la mano: aveva appreso una paura o, meglio, aveva appreso ad avere una risposta emotiva negativa nei confronti di uno stimolo che prima era neutro o forse addirittura piacevole (dare le mani al medico). E il ricordo era rimasto! Non nell’ippocampo danneggiato, ovviamente ma… da un’altra parte: un posto in cui gli apprendimenti emotivi diventano ricordi emotivi.

Questa della paziente di Cleparede è stata forse la prima dimostrazione del fenomeno della memoria emotiva implicita. Il Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) è l’esempio più noto degli effetti patologici di memorie registrate in modo implicito, non  facilmente richiamabili alla coscienza e in grado di attivarsi e di condizionare la percezione, il comportamento e l’affettività di una persona.

Ci sono vari motivi per cui penso che l’esistenza di questa capacità del cervello-mente andrebbe spiegata ai bambini delle elementari ma quello che mi sta più a cuore è che credo che saperlo aiuti a riflettere su quanto la nostra visione del mondo vada presa con le pinze. Anche senza essere affetti da PTSD, reagiamo a cose che possono averci colpito prima che certe aree del nostro cervello fossero sufficientemente sviluppate da generare un ricordo dichiarativo. Ci sono stati momenti della nostra vita in cui, magari solo per qualche istante, siamo stati vicini alla condizione della paziente del medico francese: incapaci di raccogliere un evento in modo da poterlo poi richiamare alla mente con facilità, con una parte del cervello momentaneamente “spenta” e con un’altra “dolorosamente sveglia” e in grado di registrare lo stesso.

Saperlo, tenere presente che una parte del nostro comportamento può nascere da un condizionamento di cui non siamo consapevoli, può aiutarci ad usare diversamente l’attenzione: ad osservare le nostre reazioni (e le nostre intemperanze) sapendo che ci sono cose che non sappiamo di sapere, che ci sono aspetti della nostra personalità che andrebbero studiati e su cui conviene meditare.

Il neuroscienziato Anil Seth ha definito la nostra realtà, il modo in cui percepiamo il mondo, come un’allucinazione controllata tenuta a freno dai nostri sensi. Intende dire che costruiamo continuamente la “nostra visione del mondo” e che, per fortuna,  (quasi sempre) ricordiamo di ri-controllare: di porre ciò che crediamo di aver visto al vaglio dei sensi quasi chiedendoci di guardare nuovamente e di cogliere ciò che c’è più che ciò  che crediamo ci sia.

Sapere che esistono memorie emotive implicite è un primo passo per riconoscere che , dal punto di vista soggettivo, la costruzione del mondo è non solo un processo continuo ma, spesso, un processo condizionato e condizionabile.

Cos’è all’opera dentro di noi quando “istintivamente” evitiamo uno stimolo? Quando consideriamo pericolose certe situazioni, ambienti,  persone? Siamo sicuri della nostra memoria e delle narrazioni che portiamo avanti, del modo in cui “ce la raccontiamo”?

Lo so, fa un po’ paura essere consapevoli di quanto la mente possa essere condizionata. Ma è meglio saperlo così come è importante sapere che le memorie sono ri-condizionabili: ogni volta che ricordiamo qualcosa stiamo anche modificando un po’ il ricordo e certe paure, certe angosce e certi momenti di panico possono essere rivisti e raccontati nuovamente fino a perdere buona parte della loro automaticità.

Non sto dicendo che tutto può essere reso conscio né che sia possibile escludere ogni condizionamento ma ogni scolaretto dovrebbe sapere che la memoria è un processo dinamico e multiforme, che, come diceva Freud, “ripetiamo ciò che non comprendiamo” e che conviene interrogarsi su come si guarda e su quanto si costruisce ciò che si vede.

Vi lascio, intanto con una quartina del Rubáiyát di Omar Khayyám un poeta e matematico persiano che già nell’undicesimo secolo rifletteva su tutto questo:

“Entrare in questo universo, e non sapere perché
da dove, come acqua che volere o no fluisce;
e uscirne, come vento nel deserto,
che volere o no soffia, non so dove.”

milesjohnstonart.com

Sull’attenzione: monkey-mind

“Senza motivazione la disciplina non è di grande aiuto”
John Yates

Il termine monkey-mind definisce una condizione in cui l’attenzione consapevole è incapace di rimanere ferma su un unico oggetto per più di qualche secondo e in cui la mente si comporta come una scimmia agitata che salta da un ramo all’altro in preda all’impazienza, alla frenesia, all’urgenza di “risolvere”.

Le prime esaurienti descrizioni di questo stato di coscienza che oggi chiameremmo sindrome sono state fornite centinaia di anni fa da monaci buddisti che durante la meditazione si accorsero di quanto fosse difficile domare la scimmia.

Nella clinica moderna si parla di Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività (ADHD): una patologia dell’attenzione che nei bambini, nei casi più gravi, ostacola l’apprendimento, rende molto difficile l’attività scolastica e determina un comportamento agitato e poco controllabile.

Negli adulti i sintomi diventano meno evidenti. La scimmia si nasconde e, al posto dell’agitazione esterna, i pazienti lamentano irrequietezza, difficoltà di concentrazione, scarsa soddisfazione nelle attività che richiedono attenzione: leggere, seguire la trama di un film o il filo di un discorso, tenere a mente cose più o meno importanti. Tutti sporadicamente ne abbiamo sofferto e, come spesso capita con i disturbi mentali, molti di noi hanno trovato dei modi per porre rimedio al sintomo e per cavarsela comunque. Riusciamo, chi più chi meno, a calmare la mente e a riprendere l’attenzione, a focalizzarci su certi oggetti invece di essere catturati dall’agitazione e dall’ansia di stare dietro a tutto e non poter lasciar andare.

Come facciamo? Come si riesce a tenere a bada la scimmia? Quale antidoto riusciamo, a volte, a somministrarci? Quale è la variabile che fa sì che l’attenzione rimanga libera ma non si disperda in mille rivoli?

Per rispondere in termini psicologici a questa domanda conviene, come suggeriva Hillman, porre la questione in termini spaziali; conviene, cioè, porsi la domanda preferita dalla psiche: DOVE?
Dov’è l’attenzione? Dov’è l’attenzione quando si agita come una scimmia e dov’è quando invece si comporta come un cavallo perfettamente addestrato?

La frase di Eraclito Ethos Antropoi Daimon, spesso tradotta con “il carattere è destino” ha un’altra traduzione, più antica e più utile per la nostra amplificazione: Ethos era, originariamente, il posto in cui si vive, il luogo che si abita, in cui si sta. Tradurre il frammento di Eraclito con “l’uomo abita presso il dio” è un modo per dire che per noi umani c’è una condizione psichica che sentiamo come casa: un posto che è innanzitutto un modo di sentirci, uno stato di coscienza in cui le cose girano meglio. Siamo “a casa” quando riusciamo a collocarci vicino al nostro Nume, al Daimon, a quel modo di sentire che corrisponde a… ciò per cui siamo portati!

Il Daimon come una tendenza: un tendere verso, un intendere e un voler stare presso. In termini meno poetici e più “moderni”: funzioniamo meglio quando assecondiamo il modo che, fin da piccoli, abbiamo usato per apprendere e per conoscere. Abbiamo imparato a camminare, a parlare e a comprendere ciò che gli altri dicevano, abbiano sviluppato capacità relazionali e fatto nostro un complesso codice comportamentale che ci ha permesso di vivere insieme agli altri. Non ce l’avremmo fatta se fossimo stati preda della scimmia. Ci siamo riusciti perché siamo stati capaci di essere interessati e curiosi, attenti e versatili.

E questo tipo di attenzione è una Forma Vitale, uno specifico modo di sentirci e di porci.

Non è un caso che il consiglio per il meditatore che soffre di monkey-mind sia quello di mettersi ad ascoltare il corpo spostando l’attenzione sulla fisicità e sulle sensazioni corporee senza giudicare ma semplicemente ascoltando e prendendo atto di ciò che c’è. Mettendoci in sintonia con il corpo possiamo attingere a quella vitalità che per il bambino era naturale, possiamo spostarci lungo un continuum energetico che ha ad un estremo la sensazione di essere vivo e disposto ad “essere felice in un mondo che non comprendo ancora” e, dall’altro, quella di “voler conoscere tutto prima di muovere qualsiasi passo”. Da una parte un giovane-curioso-motivato, dall’altra un vecchio-diffidente-impaurito. Beginner’s mind Vs monkey-mind.

Focalizzare l’attenzione nel corpo è un primo passo per dare alla scimmia una casa invece di una gabbia: un modo per acquietare la mente distogliendola dal pensiero ossessivo che cerca di controllare tutto e, facendolo, continua a scoprire cose che non controlla, compiti che devono essere svolti, oggetti da pulire, conti da saldare.

Immaginate di essere in una cella angusta e poi pensate ad una casa in cui vi sentite a vostro agio. Abbiamo sperimentato entrambe e concentrandoci un po’ possiamo sentirle dentro di noi. Sono due modi d’essere e due diverse forme dell’attenzione: costringersi nello sforzo di controllare o essere aperti a ciò che accade; stare con la scimmia o abitare presso il dio.

Paul Delvaux, The Vestals, 1972

 

Forme dell’attenzione

“Non possono esservi né fede, né speranza,
né carità per alcuna cosa se questa
non riceve  prima attenzione”
James Hillman

In questo post ripubblico, riveduto e corretto, un mio vecchio post del 2013 che servirà da introduzione ad un discorso sulle Forme dell’Attenzione:

Parlare di attenzione è parlare della più fondamentale delle attività psichiche: senza l’attenzione non ci sarebbe il linguaggio, non sarebbero possibili i pensieri, i sogni, la “percezione della realtà”.
E’ modulando la quantità di attenzione che rivolgiamo ad un qualsiasi oggetto, fisico o mentale, reale o immaginario, è indugiando su di esso, scrutandolo, osservandolo, assaggiandolo, studiandolo, che possiamo portarlo dentro, e illuminarlo, renderlo più o meno interessante, vivido, familiare, caro.
E l’attenzione, come tutte le funzioni fondamentali, tende a restarsene sullo sfondo, ignorata e usata quasi automaticamente come uno strumento così scontato che, come un braccio, una gamba o un occhio, non ha bisogno di niente a meno che si guasti, si deteriori o smetta di funzionare.
Ha poco bisogno di attenzione, l’attenzione! Lavora da sola, spesso così da sola che continua la sua attività anche quando il suo uso conduce ad una serie di problemi che compaiono ma che, finché non vengono analizzati accuratamente, se ne stanno lì, fino a diventare cronici.
C’è tutta una quantità di disturbi mentali che potrebbero essere catalogati e descritti come disturbi dell’attenzione: possiamo interpretare il Disturbo Ossessivo Compulsivo come un’appiccicosità dell’attenzione, un’incapacità di staccarla da un oggetto se non con grandi sforzi e con faticosi rituali; la Depressione come un’insistenza dell’attenzione su oggetti indigeribili, il rimuginare della mente fino allo sfinimento su colpe, abbandoni, lutti, “negatività”; la Mania, con il suo delirio di grandezza, come un dilagare dell’attenzione, un espandersi dell’Ego senza tener conto dei confini fino a gonfiarsi ipertroficamente; il Panico come lo scivolamento dell’attenzione verso il baratro, l’impossibilità di distrarsi rispetto ad un sintomo che risucchia e fa precipitare; ecc.
Queste sindromi possono quindi essere viste come modalità dell’attenzione. Modalità che di per sé non sarebbero che strumenti che ci siamo abituati ad usare: modi in sé né buoni né cattivi, propensioni forse, qualità del nostro modo di essere nel mondo, tratti del carattere che ci hanno contraddistinto: un bambino fantasioso, con la testa fra le nuvole, o introverso o musone, schivo, riflessivo o, al contrario espansivo, incontenibile o sensibile, suscettibile, permaloso.
Ognuno di questi non è che un modo di stare nel mondo e nelle cose: una presa, una modalità di cogliere gli oggetti e le relazioni, un gesto interno che ci fa descrivere il mondo in un certo modo.
De-scriverlo: metterlo lì, presentarlo a noi stessi come se lo scrivessimo in un certo modo, raccontandocelo con un gesto che non è passivo ma solo in parte conscio.
Sono tratti del carattere, modi quasi innati o comunque appresi in tenera età, che determinano le nostre percezioni e, poi, quasi contemporaneamente le nostre risposte a ciò che ci circonda  nel nostro mondo psichico e “fuori”.
Ciò che può renderli patologici è l’automaticità: la fissazione su uno solo di essi che diventa ponderante e dominante a discapito degli altri, favorendo una direzione e, in un certo senso, uno squilibrio.
E’ l’automatismo che andrebbe curato e per farlo occorre curare l’attenzione: mettere l’attenzione sul modo in cui stiamo attenti, imparare a prenderci cura dei modi in cui dirigiamo il nostro sguardo.
Il consiglio di Freud ai terapeuti, la regola che dava come primo presidio di cura per la loro attenzione era: “Si tenga lontano dalla propria attenzione qualsiasi influsso della coscienza e ci si abbandoni completamente alla propria ‘memoria inconscia’, oppure in termini puramente tecnici: si stia ad ascoltare e non ci si preoccupi di tenere a mente alcunché”.
Questo è il primo strumento per curare la fissità, il primo e più importante diluente di un’attenzione troppo fissata.
Non è qualcosa che può essere insegnato in termini puramente teorici: l’attenzione non si insegna con un “dire” ma con un fare… se vuoi percepire comincia ad agire e, se vuoi cambiare la tua attenzione  comincia a stare attento in un modo diverso.
Ai pazienti veniva detto di “dare diritto di cittadinanza all’inconscio”, senza censurare niente, favorendo il flusso e lasciando stare la coerenza, prediligendo le libere associazioni senza curarsi della logica o del solito modo di procedere. Non è facile all’inizio, ma dopo un po’ si prende il gusto del flusso di coscienza, ci si accorge di come le cose possono associarsi in modi diversi e si sperimenta una sorta di “prima liberazione”: il pensiero può scorrere più fluidamente, le idee sono più libere di emergere, cose strane vengono alla mente.

Come si fa a liberare l’attenzione? In che modo si può ridurre l’automatismo ed esercitare la nostra capacità di dirigerla? Si può lavorare sull’attenzione e ci sono degli esercizi che aiutano a rendere riutilizzabili porzioni di questa risorsa. E’ un lavoro che si può svolgere con un terapeuta ma si può fare molto anche da soli. Ne parlerò. Vi lascio intanto con questa riflessione che Jung fece negli ultimi anni della sua vita e che la dice lunga su quanto un’attenzione anche molto strutturata possa cambiare:

“Sono stupito, deluso, contento di me; sono afflitto, depresso, entusiasta. Sono tutte queste cose insieme, e non so tirare le somme. Sono incapace di stabilire se alla fine valgo o non valgo, non ho un giudizio da dare su me stesso e sulla mia vita. Non c’è nulla di cui mi senta veramente sicuro … Quando Lao-tzu dice: “Tutti sono chiari, io solo sono offuscato”, esprime quello che provo io ora, nella mia vecchiaia avanzata … Eppure ci sono così tante cose che mi riempiono: le piante, gli animali, le nuvole, il giorno e la notte e l’eterno che è nell’uomo. Quanto più mi sono sentito insicuro di me stesso, tanto più è cresciuto in me un senso di affinità con tutte le cose. Anzi, è come se quel senso di alienazione, che per tanto tempo mi ha separato dal mondo, adesso si fosse trasferito nel mio mondo interiore, rivelandomi un’insospettata estraneità a me stesso.”

Separatezza

Non ho niente contro dio
è il suo fan club che mi spaventa”
Woody Allen

Ho visto che, tra ieri e oggi, in molti hanno riletto Sul“Sonno della ragione”.
L’ho riletto anch’io visto che, avendolo pubblicato il 15 marzo scorso, non ricordavo bene cosa avessi scritto e mi sono accorto quanto c’entrasse con i terribili fatti di Parigi e di quanto ogni volta in cui si parla di “mostri”ci si spinge ai confini e si tenta di dire qualcosa sull’inesprimibile: difficile da descrivere, da comprendere e anche, credo, da percepire.

Raccontavo alcune mie riflessioni su un articolo di Recalcati che, a sua volta, provava a dire la sua su quell’immagine del bambino che, armato da un mostro adulto, si accingeva a giustiziare un ostaggio. L’avevo dimenticata, l’immagine. Rimossa come probabilmente l’avete rimossa voi e, oggi, riattivata insieme ad altre con cui cerco di figurarmi l’orrore recente di quei tre uomini poco più che ventenni che con fredda determinazione ne uccidono… ottanta, circa, loro coetanei perlopiù; e del tutto inermi e, al loro confronto, miti come agnelli in un macello.

Sul fatto in sé io so di non avere niente da dire. Fatico a mettermi nei panni delle vittime in quel momento e non riesco a immaginare neanche lontanamente cosa passasse nella mente e nel corpo dei carnefici.

Non è nemmeno un fatto: ce ne stiamo attoniti con le nostre prime reazioni che con il fatto non hanno niente a che fare e chi blatera soluzioni prima ancora di aver anche minimamente masticato l’evento dovrebbe meditare su quella frase di Alda Merini: “Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”. Continua a leggere

L’eco estetica

I sogni sono dissociativi per definizione.
Avvengono quando il resto della mente
è inattivo e permettono di esprimere
in forma simbolica sentimenti difficili”
M. Epstein

A molti di voi sarà capitato di vedere un video, diventato virale in questi giorni, in cui si assiste alla gioia di una bambina di dieci mesi che per la prima volta indossa un paio di occhiali. La bambina è ipovedente e, quasi istantaneamente scopre, guardando attraverso le lenti, un mondo nuovo.

Guardando queste immagini mi è venuta in mente una frase di Marcel Duchamp che, parlando di sguardo, di comprensione e di emozione, dice: “L’arte non si può capire tramite l’intelletto ma è colta con un’emozione per certi aspetti analoga a quella di una fede religiosa o un’attrazione sessuale, un’eco estetica. La ‘vittima’ di un’eco estetica è in una posizione comparabile a quella di un uomo innamorato, o di un fedele, che ignora automaticamente l’Ego con tutte le sue pretese e si sottopone, inerme, a un vincolo piacevole e misterioso. Esercitando il suo gusto adotta un atteggiamento autoritario, mentre quando è toccato dalla rivelazione estetica lo stesso uomo, con uno stato d’animo quasi estatico, diventa ricettivo e umile.” Continua a leggere

La “capacità di esistere”

L’obbedienza comporta un senso di inutilità
per l’individuo ed è associata all’idea che
nulla abbia importanza e che la vita
non meriti di essere vissuta”
D.Winnicott

Quando certi psicoanalisti parlano di seno stanno compiendo un’operazione linguistica che sostituisce la parte al tutto. Tentano con questa metafora di descrivere il mondo come si suppone il bambino faccia, scambiando, cioè, una funzione che ha a che fare con la soddisfazione dei propri bisogni con la persona che questa funzione la svolge.
La mamma è buona o cattiva a seconda di quanto viene incontro ai miei desideri e di quanto è pronta ad esaudirli. Un “seno” buono o cattivo diventa così una descrizione di uno stato d’animo: se avevo bisogno e sono stato sfamato/soddisfatto/consolato, se si è verificata quella simbiosi che annulla la tensione e procura piacere, classifico l’esperienza come buona, se, al contrario, sono ancora affamato/frustrato/sconsolato, se nessuno è venuto veramente in mio soccorso, l’esperienza è cattiva, sgradevole, traumatica.

Non pensiate che il bambino faccia un ragionamento su questo sequenza semplificata: siamo nel campo delle sensazioni e queste “pensate” vanno a finire in quella che si chiama memoria implicita e “… la memoria implicita è quella che usiamo quando impariamo ad andare in bici o a gettare una palla. Non dobbiamo sforzarci di registrare nulla quando la utilizziamo, è semplicemente lì nei nostri corpi, pronta da usare. Questo tipo di memoria è controllato da una parte profonda del cervello, lontano dai centri superiori, responsabili del pensiero concettuale e della consapevolezza.”(M.Epstein).

Questa registrazione profonda è in un certo senso molto più primitiva di quella che facciamo con la cosiddetta memoria esplicita: quella narrativa che mette le esperienze in sequenza e che cerca di ordinare i dati in base ad un senso o ad una storia. Continua a leggere

Sulla dissociazione: frammenti

Non è che tu non sia reale. Pensiamo
tutti di essere reali e non c’è niente
di sbagliato. Sei reale. Ma quando
pensi di essere realmente reale, esageri”
Un Lama Buddhista citato da R.Thurman

Dicevo in uno degli ultimi post che “L’interfaccia che determina il modo in cui noi siamo nel mondo, il nostro esserci, è così come ci viene data ed è il punto di partenza da cui il bambino inizia, già immerso in un mondo che non è geometrico e in cui più che diventare geometri dobbiamo imparare ad essere dei bravi giocolieri.” Mi riferivo alla fragilità e alla fallacia di aspettarsi un equilibrio stabile e all’inutilità di irrigidirsi nell’aspettativa di una realtà misurabile e controllabile in ogni momento e, mentre scrivevo la frase di cui sopra, pensavo già al “geometra”: quella parte di noi che, incurante di ogni consiglio di flessibilità e di ogni invito alla consapevolezza del mutamento, erige muri che dovrebbero separare il bene dal male e garantire durata e benessere a chi sta… protetto.

Protetto da cosa? Cosa mettiamo dall’altra parte e cos’è questa suddivisione per parti: dentro/fuori, io/gli altri, familiare/perturbante? Continua a leggere

Fragile

Come un pesce gettato sulla terraferma
si dibatte tremando tutto il giorno e lottando”
Dhammapada

Sono un ex fumatore, uno che fumava davvero tanto. Ho smesso una prima volta tanti anni fa, poi ci sono ricascato e poi ho smesso di nuovo. Quando qualcuno mi chiede come si sta senza sigarette la mia risposta è: “Appena tollerabile”. E’ una citazione, tra l’altro, la traduzione di un termine con cui, nei primi testi buddisti, si definiva il mondo che abitiamo: tollerabile, nel senso di appena sostenibile, difficile da reggere e in equilibrio precario. Non proprio terribile (quasi mai) ma sicuramente non facile, pervaso, secondo il Buddha, da dukkha, parola erroneamente resa con il nostro “sofferenza” ma che invece ha un significato più sottile: “Il prefisso ‘duh’ significa male o difficoltà, mentre il suffisso ‘kha’ può riferirsi al foro al centro di una ruota in cui si inserisce l’asse. Il vocabolo sta quindi a significare che, non essendoci corrispondenza perfetta tra le due parti, durante il viaggio gli scossoni non mancheranno” ( M. Epstein).

Fuori squadro, insomma, un po’ instabile e mai del tutto allineato, con momenti rari in cui tutto fila liscio e c’è quasi un senso di perfezione, di grazia ed altri pieni di inciampi e di correzioni necessarie: aggiustamenti e riparazioni in corso ed equilibrismi sui tratti più accidentati. Continua a leggere