Tag Archives: Mindfulness

Separatezza

Non ho niente contro dio
è il suo fan club che mi spaventa”
Woody Allen

Ho visto che, tra ieri e oggi, in molti hanno riletto Sul“Sonno della ragione”.
L’ho riletto anch’io visto che, avendolo pubblicato il 15 marzo scorso, non ricordavo bene cosa avessi scritto e mi sono accorto quanto c’entrasse con i terribili fatti di Parigi e di quanto ogni volta in cui si parla di “mostri”ci si spinge ai confini e si tenta di dire qualcosa sull’inesprimibile: difficile da descrivere, da comprendere e anche, credo, da percepire.

Raccontavo alcune mie riflessioni su un articolo di Recalcati che, a sua volta, provava a dire la sua su quell’immagine del bambino che, armato da un mostro adulto, si accingeva a giustiziare un ostaggio. L’avevo dimenticata, l’immagine. Rimossa come probabilmente l’avete rimossa voi e, oggi, riattivata insieme ad altre con cui cerco di figurarmi l’orrore recente di quei tre uomini poco più che ventenni che con fredda determinazione ne uccidono… ottanta, circa, loro coetanei perlopiù; e del tutto inermi e, al loro confronto, miti come agnelli in un macello.

Sul fatto in sé io so di non avere niente da dire. Fatico a mettermi nei panni delle vittime in quel momento e non riesco a immaginare neanche lontanamente cosa passasse nella mente e nel corpo dei carnefici.

Non è nemmeno un fatto: ce ne stiamo attoniti con le nostre prime reazioni che con il fatto non hanno niente a che fare e chi blatera soluzioni prima ancora di aver anche minimamente masticato l’evento dovrebbe meditare su quella frase di Alda Merini: “Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”. Continua a leggere

L’eco estetica

I sogni sono dissociativi per definizione.
Avvengono quando il resto della mente
è inattivo e permettono di esprimere
in forma simbolica sentimenti difficili”
M. Epstein

A molti di voi sarà capitato di vedere un video, diventato virale in questi giorni, in cui si assiste alla gioia di una bambina di dieci mesi che per la prima volta indossa un paio di occhiali. La bambina è ipovedente e, quasi istantaneamente scopre, guardando attraverso le lenti, un mondo nuovo.

Guardando queste immagini mi è venuta in mente una frase di Marcel Duchamp che, parlando di sguardo, di comprensione e di emozione, dice: “L’arte non si può capire tramite l’intelletto ma è colta con un’emozione per certi aspetti analoga a quella di una fede religiosa o un’attrazione sessuale, un’eco estetica. La ‘vittima’ di un’eco estetica è in una posizione comparabile a quella di un uomo innamorato, o di un fedele, che ignora automaticamente l’Ego con tutte le sue pretese e si sottopone, inerme, a un vincolo piacevole e misterioso. Esercitando il suo gusto adotta un atteggiamento autoritario, mentre quando è toccato dalla rivelazione estetica lo stesso uomo, con uno stato d’animo quasi estatico, diventa ricettivo e umile.” Continua a leggere

La “capacità di esistere”

L’obbedienza comporta un senso di inutilità
per l’individuo ed è associata all’idea che
nulla abbia importanza e che la vita
non meriti di essere vissuta”
D.Winnicott

Quando certi psicoanalisti parlano di seno stanno compiendo un’operazione linguistica che sostituisce la parte al tutto. Tentano con questa metafora di descrivere il mondo come si suppone il bambino faccia, scambiando, cioè, una funzione che ha a che fare con la soddisfazione dei propri bisogni con la persona che questa funzione la svolge.
La mamma è buona o cattiva a seconda di quanto viene incontro ai miei desideri e di quanto è pronta ad esaudirli. Un “seno” buono o cattivo diventa così una descrizione di uno stato d’animo: se avevo bisogno e sono stato sfamato/soddisfatto/consolato, se si è verificata quella simbiosi che annulla la tensione e procura piacere, classifico l’esperienza come buona, se, al contrario, sono ancora affamato/frustrato/sconsolato, se nessuno è venuto veramente in mio soccorso, l’esperienza è cattiva, sgradevole, traumatica.

Non pensiate che il bambino faccia un ragionamento su questo sequenza semplificata: siamo nel campo delle sensazioni e queste “pensate” vanno a finire in quella che si chiama memoria implicita e “… la memoria implicita è quella che usiamo quando impariamo ad andare in bici o a gettare una palla. Non dobbiamo sforzarci di registrare nulla quando la utilizziamo, è semplicemente lì nei nostri corpi, pronta da usare. Questo tipo di memoria è controllato da una parte profonda del cervello, lontano dai centri superiori, responsabili del pensiero concettuale e della consapevolezza.”(M.Epstein).

Questa registrazione profonda è in un certo senso molto più primitiva di quella che facciamo con la cosiddetta memoria esplicita: quella narrativa che mette le esperienze in sequenza e che cerca di ordinare i dati in base ad un senso o ad una storia. Continua a leggere

Sulla dissociazione: frammenti

Non è che tu non sia reale. Pensiamo
tutti di essere reali e non c’è niente
di sbagliato. Sei reale. Ma quando
pensi di essere realmente reale, esageri”
Un Lama Buddhista citato da R.Thurman

Dicevo in uno degli ultimi post che “L’interfaccia che determina il modo in cui noi siamo nel mondo, il nostro esserci, è così come ci viene data ed è il punto di partenza da cui il bambino inizia, già immerso in un mondo che non è geometrico e in cui più che diventare geometri dobbiamo imparare ad essere dei bravi giocolieri.” Mi riferivo alla fragilità e alla fallacia di aspettarsi un equilibrio stabile e all’inutilità di irrigidirsi nell’aspettativa di una realtà misurabile e controllabile in ogni momento e, mentre scrivevo la frase di cui sopra, pensavo già al “geometra”: quella parte di noi che, incurante di ogni consiglio di flessibilità e di ogni invito alla consapevolezza del mutamento, erige muri che dovrebbero separare il bene dal male e garantire durata e benessere a chi sta… protetto.

Protetto da cosa? Cosa mettiamo dall’altra parte e cos’è questa suddivisione per parti: dentro/fuori, io/gli altri, familiare/perturbante? Continua a leggere

Fragile

Come un pesce gettato sulla terraferma
si dibatte tremando tutto il giorno e lottando”
Dhammapada

Sono un ex fumatore, uno che fumava davvero tanto. Ho smesso una prima volta tanti anni fa, poi ci sono ricascato e poi ho smesso di nuovo. Quando qualcuno mi chiede come si sta senza sigarette la mia risposta è: “Appena tollerabile”. E’ una citazione, tra l’altro, la traduzione di un termine con cui, nei primi testi buddisti, si definiva il mondo che abitiamo: tollerabile, nel senso di appena sostenibile, difficile da reggere e in equilibrio precario. Non proprio terribile (quasi mai) ma sicuramente non facile, pervaso, secondo il Buddha, da dukkha, parola erroneamente resa con il nostro “sofferenza” ma che invece ha un significato più sottile: “Il prefisso ‘duh’ significa male o difficoltà, mentre il suffisso ‘kha’ può riferirsi al foro al centro di una ruota in cui si inserisce l’asse. Il vocabolo sta quindi a significare che, non essendoci corrispondenza perfetta tra le due parti, durante il viaggio gli scossoni non mancheranno” ( M. Epstein).

Fuori squadro, insomma, un po’ instabile e mai del tutto allineato, con momenti rari in cui tutto fila liscio e c’è quasi un senso di perfezione, di grazia ed altri pieni di inciampi e di correzioni necessarie: aggiustamenti e riparazioni in corso ed equilibrismi sui tratti più accidentati. Continua a leggere

Su “La banalità del male”: una riflessione psicologica

 

Ho visto recentemente un film di Margarethe Von Trotta intitolato Hannah Arendt. E’ un’opera incentrata sulla figura della filosofa tedesca e sulla sua presa di posizione nei confronti della condanna che lo stato di Israele comminò ad Adolf Eichmann. La Arendt non contestò la condanna in sé quanto le motivazioni che, dal suo punto di vista, non rendevano conto del vero motivo della malvagità della figura che veniva giudicata. Secondo l’autrice, che per la sua tesi si inimicò parecchi amici ebrei e mise a repentaglio la sua stessa carriera giornalistica, ritenere Eichmann colpevole senza capirne la profonda mediocrità e la sconcertante inconsapevolezza, condannarlo osservando l’ovvia manifestazione del male che egli incarnava senza riflettere sulla genesi di tale male era un errore: un fallimento del pensiero e, paradossalmente, un rinforzo dell’inconsapevolezza in cui il gerarca e con lui tantissimi rappresentanti del potere e della cultura tedesca del periodo nazista, erano immersi.

Mi è tornato in mente, questo film, vedendo le immagini tremende dell’esecuzione del giornalista americano James Foley e ascoltando, da spettatore impotente come tutti gli altri, gli ultimi episodi di cronaca nostrana: delitti che tutti definiscono inspiegabili e su cui spesso colleghi, psicologi e psichiatri, vengono interrogati da giornalisti in cerca di diagnosi che rassicurino. Continua a leggere

Mindfulness: un antidoto alla paura

 

Muoviti, ma non muoverti nel modo in cui le paure ti muovono”
Rumi

Il premio Nobel Aung San Suu Kyi, una che di coraggio se ne intende, nel suo libro “Libertà dalla paura”, parlando del potere e del rapporto fra chi lo esercita e chi lo sopporta o subisce, dice: “Non è il potere che corrompe ma la paura. La paura di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura delle punizioni date dal potere corrompe chi a quel potere è soggetto.”

Questa affermazione è terribilmente reale per chiunque viva o abbia vissuto in un regime come quello a cui la scrittrice si è opposta ma credo sia altrettanto vera per noi che, in un contesto molto meno autoritario e relativamente liberi dalle pressioni di un potere non democratico, riusciamo comunque a farci corrompere dalla paura.

Dal punto di vista di uno psicologo la paura, oltre ad essere una delle cosiddette emozioni primarie, è, nell’interazione con i pazienti e, in generale, come oggetto di studio, una costante dello sfondo.

C’è la paura del depresso che si ritira e sente di non avere la forza di vivere, quella dell’ossessivo che crede che solo un mondo stabile e immutato possa garantire un minimo di sicurezza, quella dell’ansioso che la paura la rumina nell’anticipazione degli eventi o nel tentativo di allontanare la minaccia di… ciò che vuole evitare. E c’è una sorta di paura sociale, qualcosa in cui tutti siamo immersi e che, credo, alimentiamo ogni volta che dimentichiamo di rendere abbastanza denso il nostro pensiero. Continua a leggere

Flow

ChagallBacheca

 

Il flusso è una metafora, un modo per esemplificare uno stato in cui mente e corpo, sintonizzati fra loro e con l’ambiente, sembrano scorrere liberamente e senza sforzo regalandoci momenti un cui è un piacere fare esattamente ciò che si sta facendo. Il flusso capita e a volte quasi ci sorprende: magari stiamo correndo o ballando, leggendo o scrivendo, studiando, giocando… e ci ritroviamo ad essere immersi in uno stato che è, contemporaneamente, leggero e intenso, coinvolgente e poco impegnativo.

“Il flusso avviene quando la mente esce dai propri confini e libera l’immaginazione. Il flusso non si cura delle barriere, le supera. Il flusso è essere assorbiti, senza sforzo, nel compito, nel momento, nel potenziale. Il flusso è forza emozionale fluida che dà energia e rende sinergici fra di loro gli interessi, le attitudini e i talenti che si allineano perfettamente con il compito e sono completamente assorbiti in esso. Quando gli studenti, ad esempio, sono completamente presi dal processo di apprendimento e lavorano per trovare una soluzione o finire un progetto, lì accade il flusso di apprendimento. Quando il suo cuore, la sua mente e i suoi muscoli e la sua anima si sincronizzano sull’apprendimento, si può dire che lo studente sta fluendo al meglio delle sue potenzialità.”

P. O’Grady “The Positive Psychology of Flow” citato in Writing and the Creative Life: Flow

Vedi anche il mio post “Il flusso di energia e di informazione”.

 

Emozioni nel corpo

Solo il vero sapere ha potenza sul dolore”
Eschilo

In uno studio di “mappatura delle emozioni nel corpo” un gruppo di scienziati Finlandesi ha chiesto a 700 volontari di indicare dove sentivano nel loro corpo certe specifiche emozioni. Hanno quindi messo a disposizione di ogni persona due silhouettes bianche chiedendo di disegnare su una di esse le parti del corpo che sentivano stimolate e sull’altra quelle che sentivano disattivate quando pensavano e cercavano di sentire ciascuna delle 14 emozioni che venivano loro presentate.

Non tutti hanno rappresentato la stessa emozione nello stesso modo. Ma quando i ricercatori hanno messo a confronto le mappe e costruito una media ne sono usciti dei modelli di rappresentazione che fanno vedere come mediamente le persone percepiscono nel corpo certe emozioni più o meno complesse.

Emozioni nel corpo2

Le persone hanno disegnato mappe dei punti del corpo nei quali percepivano emozioni di base (riga superiore) e emozioni più complesse (riga inferiore). I colori caldi indicano regioni che le persone considerano stimolate durante l’emozione. I colori freddi indicano aree considerate non attivate.

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Meditazione istantanea

La “meditazione istantanea” (uno dei titoli che apparirà spesso in bacheca) è un selfie interiore: un autoscatto di te stesso immerso in… ciò in cui sei immerso in questo momento. Sei tu che metti a fuoco, che decidi il tempo di esposizione e l’ampiezza del diaframma. Nel Buddismo Zen viene spesso chiamata Koan e consiste in un’affermazione paradossale o in un racconto usato per aiutare la meditazione e per risvegliare una consapevolezza profonda.

Questa è facile e ripetibile, più volte al giorno. Parte dalla famosa proposizione dello scienziato e filosofo, Wittgenstein, e se fosse un Koan sarebbe uno di quelli atti a realizzare l’unità di tutto il reale.

SpiaggiaBacheca3

E, in tutto ciò che accade, la nostra, puntiforme, esperienza; il piccolissimo morso che selezioniamo e tutto quello che succede e a cui rispondiamo e verso cui l’inconscio e il corpo e l’abitudine rispondono… frammenti dell’esistente, percezioni e vaghi sprazzi di “quello che, in questo momento, colgo”. Cosa sente quella piccola parte della pianta del mio piede mentre tocco, calpesto, calco…? Cosa posso sentire e quanto sto attento nell’istante; cosa mi perdo e quanto, poco o tanto, conta?
Stare presente a questo, a come posso ignorarlo, a quanto stringo o allargo il puntino minuscolo dell’attenzione, verso fuori, verso dentro… sulla soglia che sono, qui, ora!