Tag Archives: Psicoterapia

Un po’ di pazienza…

“… le emozioni, anche le più anomale, vanno prese
terribilmente sul serio prima di
diagnosticarle come aberranti o immature”
James Hillman

Sono convinto che gran parte dell’ansia che si incontra in terapia, quella di cui i pazienti si lamentano, quella che perturba le loro vite e di cui non vedono l’ora di liberarsi, non sia che sforzo per liberarsi dall’ansia.

Il bisogno di sollievo immediato è tale che non appena un’emozione indesiderata si presenta si mettono in moto una serie di difese che mirano ad abbassare lo stato di attivazione e a ritrovare velocemente la quiete. Spesso queste stesse difese sono così piene di impazienza, così solerti nell’intraprendere la “lotta contro lo squilibrio” che il loro stesso attivarsi non fa che alzare il livello dell’ansia.

Come ebbe a dire Hillman: “Oggi ci si aspetterebbe quasi che gli amici di Giobbe o i compagni di Gesù nel Getsemani avessero pronta la loro brava confezione di tranquillanti”. Tranquillizzare, acquietare, spegnere l’ansia e, subito dopo, trovare un nuovo stimolo perché anche troppa quiete mette agitazione. La noia diventa la spia di nuove ansie all’orizzonte: quelle connesse al vuoto e all’assenza di qualcosa che lo riempia. Lo spazio fra troppo-agitato e troppo-quieto si stringe fino a diventare una sottile intercapedine e mi è capitato di lavorare con pazienti che stanno sempre tra Scilla e Cariddi, con l’ansia per il vuoto o con l’ansia per il pieno e che non si rendono conto di quanto l’agitazione che provano è data proprio dall’incapacità di tollerare: starsene lì per un po’ con la noia o con la fretta. Pazientare, insomma, visto che sono pazienti!

Ciò che sfugge in questa lotta per lo stato mentale perfetto è che è ciò che facciamo con le emozioni a renderle più o meno persistenti, più o meno intense, tollerabili, dolorose.

Prendiamo la collera, per esempio. La collera è di per sé una difesa: un’emozione primaria al servizio del nostro amor proprio. L’abbiamo usata per cacciare e per difenderci, per proteggere noi e i nostri cari da una minaccia, per reagire velocemente contro un pericolo attaccando o per sostenere la nostra parte in una causa che abbiamo ritenuto degna di essere impugnata. Serve per combattere e se ne sta, insieme alla paura, racchiusa nei nostri riflessi. Nel mondo in cui viviamo non c’è molto spazio per la sua espressione più manifesta: raramente si viene alle mani, non si può picchiare impunemente un proprio simile e non ci si sfida più a duello; rimane lo scarico verbale, un po’ di lotta dialettica o alcune lecite sublimazioni (lo sport, il tifo, la competizione “civile”). In questa parte del mondo la collera non ha quasi mai occasione di esplodere con tutta la sua violenza e così abbiamo imparato a trattenerla.

Cosa usiamo per trattenerla? Cosa facciamo con la rabbia e cosa diventa quando invece di scaricarsi sul suo oggetto (preda, nemico, bersaglio) viene posticipata, repressa, rimossa? Dove va a finire, come si trasforma?

Dipende! Dipende dalla presa che si esercita su di essa: dentro a quale contenitore la mettiamo? Pensate alla differenza fra una rabbia desiderata o una rabbia inibita. La prima è come una risorsa: la grinta che mi serve per vincere una sfida, qualcosa che cerco e che diventa uno strumento da usare verso un fine; la seconda è qualcosa che non posso esprimere che devo “mandare giù” e che potrebbe intossicarmi. In origine sono la stessa energia, lo stesso livello di attivazione, lo stessa forza grezza che si presenta nel corpo come disponibilità all’azione e al movimento. Ma diventano diverse a seconda di come le tratto ed è probabile che la prima si trasformi in spinta agonistica e che la seconda diventi irritazione. Cosa faccio con l’emozione?

Pensate ad una collera completamente rifiutata. Come si sente un bambino furente che non viene accolto nella sua manifestazione di lotta contro ciò che lo sta facendo arrabbiare? Cosa succede se la madre invece di comprendere tutta quella rabbia rimane indifferente o reprime l’espressione dell’emozione? Cosa succederebbe se, invece di censurarla, fosse curiosa e se il bambino capisse che la mamma vuole combattere con lui? Cosa viene fatto sull’emozione? Quale gesto viene compiuto e cosa diventa la rabbia dopo il gesto?

Succede in questo modo: facciamo inconsciamente (automaticamente e implicitamente) un sacco di cose sulle emozioni e  andiamo avanti a credere che le emozioni siano grezze  e che occorra dare sollievo non appena disturbano. E va a finire che, nella smania di fare qualcosa, si fanno, con le emozioni, molte cose a casaccio senza accorgersene.

L’ansia, quella patologica, è il ronzio di tutto questo lavoro inconsapevole e spesso inutile: una reazione emotiva al presentarsi di un’emozione, un’azione inconsulta che assomiglia più a un dimenarsi che ad un prendere provvedimenti.

Le emozioni andrebbero, invece, prese terribilmente sul serio.

Vanno ascoltate con calma e non vanno razionalizzate. La razionalità sta alle emozioni come l’acqua all’olio, al più le fa galleggiare. Ciò che serve con le emozioni è un contenitore diverso, più vicino  alla loro forma vitale. Come hanno dimostrato secoli di poesia, di pittura e di musica il miglior contenitore per un’emozione è un’immagine.

Fate una prova: se state un po’ di tempo con un’emozione compare un’immagine che l’accompagna, qualcosa che la rappresenta e che in genere dà origine ad una storia. Stanno insieme come in un film o in un mito perché si evocano a vicenda. E se, come si fa in terapia, avete la pazienza di aspettare (se siete pazienti), quando esce l’immagine e quando inizia la storia, l’ansia se ne va, il sollievo arriva da solo, lo spazio si allarga.

Vi lascio con un’immagine proposta da Hillman che proprio di questo stare con le emozioni parla: “Dei centauri si diceva che fossero capaci di catturare tori selvaggi, esprimendo con ciò l’idea che un’emozione allo stato selvatico può essere addomesticata da un’emozione cosciente, ovvero ‘le emozioni possono essere curate solo attraverso le emozioni’. E fu un centauro, ci racconta la mitologia, a insegnare al genere umano i rudimenti delle arti, della musica e della medicina, come a dire che le origini della possibilità di guarire il nostro malessere emotivo si trovano nell’unione della mente con la carne, della saggezza con la passione.”

L’ego e l’arte del Monopoly

“Se si insegnasse la bellezza alla gente,
la si fornirebbe di un’arma
contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”
Peppino Impastato

E invece della bellezza una delle cose che viene più insegnata è l’arte di giocare a Monopoly: quel misto di aggressività, avidità e furbizia che serve a prevalere, ad accumulare e a confrontarsi con gli altri su un piano che contempla solo la logica del più forte, del più bravo ad approfittare della situazione e a ricavarne di più.

Non mi riferisco al gioco da tavolo. In quello almeno si parte tutti con le stesse risorse, il lancio dei dadi garantisce una certa dose di incertezza e, quando si inizia a giocare, si sa che… “questo è un gioco”.

Ciò di cui parlo è una modalità di relazione che accentua la distanza e che appiattisce il rapporto con l’altro, favorendo solo tre posizioni: sopra, contro, sotto.

Sono gli unici tre modi di relazionarsi che l’ego conosca: “sto sopra e domino; combatto per vincere o per non soccombere; sono sotto e provo invidia/gelosia”. Nessuno spazio per la collaborazione a meno che non implichi un’alleanza in una delle tre posizioni: stiamo insieme per dominare, per combattere, per rivendicare.

Questo fa l’ego perché questo viene insegnato, principalmente. Freud parlando dell’Io lo definiva un servo al servizio di due padroni: c’è l’Es la parte istintuale che ordina fai ciò che ti piace, e il Super-Io che insiste su fai la cosa giusta, e c’è questa sorta di arlecchino che si barcamena, che fa aspettare un po’ l’uno e un po’ l’altro e che, se chiede consiglio su come cavarsela fra Scilla e Cariddi, viene istruito prima di tutto sulla legge della giungla così che, come disse Dryden: “Il prete continua ciò che iniziò la balia, e in tal modo il bambino inganna l’uomo”.

Ci vengono, insomma, insegnate queste tre posizioni fondamentali e siccome queste conosciamo, andiamo avanti in automatico in un gioco che, essendo il gioco più giocato, lascia poco spazio a tutto il resto.

E’ così che l’Io si riduce ad una sorta di ingranaggio talmente preso dal compito da dimenticare la bellezza!

La maggioranza dei sintomi con cui chi svolge il mio lavoro si trova ad avere a che fare in fondo ripetono: “sono brutto, non mi sto piacendo, non trovo più il bello nella mia vita”. La depressione, il panico, l’ansia e l’ossessione sono, in questo senso, ricerche: tentativi storti, convulsi, insistenti, maldestri e a volte disperati di ritrovare un’armonia, uno spazio  libero dal sopra-contro-sotto.

Mi capita di incontrare pazienti che si descrivono come una macchina. Parlano di quanto bene stanno svolgendo il loro lavoro, degli impegni a cui fanno fronte e dei meriti che sentono più o meno riconosciuti e, poi, descrivono un sintomo: qualcosa che inspiegabilmente non va, una sorta di: “vedi, ho fatto per bene questo e quest’altro, lancio i dadi, passo dal via, ho comprato cose che dovevano garantire l’arrivo di altre cose, ho fatto del mio meglio per non stare sotto o per innalzarmi al di sopra e… non sto bene.” Spesso con loro cito una frase di Jung che dice che gli Dei sono diventati sintomi. Serve ad invitarli a riflettere sulla macchina e a cercare dentro al sintomo, per trovare una Forma Vitale, qualcosa che spinge per manifestarsi e che NON È uno sforzo per prevalere. Infatti il sintomo è un invito al pensiero e all’amplificazione: un’esortazione a smettere di ripetere e a fermarsi per scovare nella sofferenza una risposta. Il “dio” di cui parla Jung è qualcosa che va oltre al contingente, qualcosa che riguarda la profondità dell’individuo e che rimanda ad altro offrendo una via di uscita che passa per uno stile di pensiero, un’estetica diversa.    

Sotto agli ingranaggi e, a volte, direttamente dentro al sintomo, ci si imbatte in una pulsione che non lavora per il dominio ma per la risonanza: qualcosa che punta alla condivisione, all’affinità, alla sintonia.

Il problema non è la supremazia. Siamo animali sociali e sempre sentiremo una spinta per la visibilità, per il posto migliore, per la razione più succulenta. Il problema è l’ipertrofia dell’ego che oscura la consapevolezza del gioco. Prendiamo così sul serio le istruzioni che ci dimentichiamo della libertà di smettere di giocare.

E’ a questo che serve la bellezza: distrae dal compito, impedisce la rassegnazione e rompe con l’omertà. Spesso crea dei sintomi. Le macchine non soffrono e giocano sempre lo stesso gioco!

Pablo Picasso, Paulo vestito da Arlecchino

Forme Vitali: un’amplificazione

“Saremmo veramente poveri se fossimo solamente sani”
D.Winnicott

“Forme Vitali e… ciò in cui sono immerse” è un mio post di tre anni fa. Rileggendolo mi sono accorto di quanto per me l’idea di Forma Vitale sia un concetto in continua evoluzione.

Allora scrivevo: “Le forme vitali sono modi in cui possiamo modulare la nostra vitalità, stati di attivazione del corpo-mente, stili di nuoto, di cammino, di eloquio, di sintonizzazione con l’altro… modi in cui determino il mio avvicinarmi o tenermi a debita distanza, andarmene, fingere di essere lì, stare e non stare… centinaia di possibili combinazioni del mio sentire, agire, interagire… Il senso di vitalità permea tutta la nostra esperienza: possiamo svolgere un’azione o una serie di azioni in molti “modi soggettivi” diversi: possiamo sentirci fiacchi, pieni di forza, forzati, reticenti, distaccati… mentre compiamo ‘lo stesso gesto’ ”.

Questi modi di essere riverberano nell’ambiente e lo influenzano determinando, in parte, l’habitat che, a sua volta, ci influenza.

C’è, insomma, una ricorsività: un giro di feed-back fra l’individuo e il mondo in cui non si sa chi viene prima, chi compie il primo passo nella direzione del cambiamento, chi “scaglia la prima pietra”.

Quando Daniel Stern parlava di forme vitali si riferiva ad uno specifico modo di porsi con il corpo e nel corpo, raccontava di intensità dei gesti e di percezione soggettiva: quanta forza sento che sto mettendo in questa azione, in questo scambio con il mondo. Diceva, nel suo libro, che l’uso di questo modo di osservare l’uomo poteva aiutare il terapeuta a cogliere l’aspetto energetico, la valenza soggettiva dell’azione che, altrimenti, per chi guarda dal di fuori, può andare perduta.

Con me (e immagino con molti altri terapeuti) sfondava una porta aperta: spesso io ascolto più l’intensità con cui una cosa viene detta che il contenuto del messaggio; sono interessato all’emozione e all’affetto, al tono e al volume, alla densità con cui la comunicazione permea la relazione. Poi viene il significato semantico, ciò che le parole vorrebbero dire e che i gesti, la postura, il timbro, il ritmo, l’enfasi hanno veicolato e ampiamente/sinteticamente espresso. Continua a leggere

Al di qua del giudizio

Verità: l’invenzione di un bugiardo”
Heinz von Foerster

La frase di cui sopra è di uno dei padri della Cibernetica di Secondo Livello quella che invece di studiare i sistemi osservati si occupa dei sistemi che osservano e, se volessi perdere nelle prime righe la maggior parte dei lettori, ci proverei ad avventurarmi in uno “spiegone” su quanto i suoi studi abbiano influito su alcuni degli sviluppi più recenti della psicoterapia.

Ma questo post parte da domande che due diversi sistemi che osservano (due lettori di Forme Vitali) mi hanno rivolto dopo aver riflettuto su una bacheca di qualche tempo fa: Al di là del giudizio.

Entrambi chiedono come si possa non giudicare ed entrambi mettono in dubbio che si riesca a stare in una sorta di astensione in cui le cose e le persone smettono di essere viste come belle o brutte, buone o cattive, ecc. Uno di loro che è anche un mio paziente riferisce di un sintomo che, quando prova a non giudicare, lo affligge: “smetto di interessarmi, divento apatico, un po’ morto”. E’ a partire da questa sua osservazione che mi è venuta in mente la frase di von Foerster e l’amplificazione che segue.

Raccontava Platone di quanto, per Socrate, il luogo comune secondo cui Eros fosse il bellissimo dio dell’amore, il potente demone temuto da uomini e déi per la capacità di far impazzire chiunque colpisse con i suoi dardi, non fosse che una storia: un modo di descrivere qualcosa che, in realtà, sfugge. Diceva che, più probabilmente, è vera un’altra descrizione che lo vede come un poveretto sempre in giro a cercare ciò che gli manca: Eros, figlio di Poros (l’Ingegno) e di Penia (la Miseria); uno che ha ereditato dalla madre la continua fame per ciò di cui ha bisogno e, dal padre, l’arte di ingegnarsi, di inventare di tutto pur di conquistare ciò che ardentemente desidera. Eros che quasi non vede altro che l’obiettivo del suo cercare e che è preda di un giudizio che gli fa vedere bello e giusto e desiderabile ciò che insegue e insulso, pallido e banale ciò che non è nelle sue mire. Continua a leggere

Mezzi idonei

Sembra che i grandi insegnanti e terapeuti
evitino ogni tentativo diretto di influire sulle
azioni degli altri e cerchino invece di instaurare
le situazioni e i contesti in cui certi cambiamenti
(di solito specificati in modo imperfetto) possano avvenire”
G.Bateson

Giorni fa ho trovato, su un blog che frequento, un passo tratto dalle conferenze alla Tavistock Clinic in cui Jung, descrivendo la posizione che un analista dovrebbe tenere nella terapia con un paziente, dice: “Quando ho in analisi un individuo devo stare estremamente attento a non travolgerlo con le mie convinzioni o con la mia personalità, poiché egli deve combattere la sua battaglia solitaria nella vita e deve poter avere fiducia nelle proprie armi, siano anche rozze e incomplete e nella sua meta, anche se fosse molto lontana dalla perfezione. Se gli dico ‘questo non va bene e bisognerebbe migliorare’, lo privo del suo coraggio. Deve arare il suo campo con un aratro che forse non è del tutto adeguato; il mio potrebbe essere migliore del suo, ma a che gli servirebbe? Lui non ha il mio aratro, ce l’ho io, e non può chiedermelo in prestito. Deve usare i propri utensili per quanto incompleti, e deve lavorare con le capacità che ha ereditato, per quanto carenti.”

Mi sembra una buona metafora: mette l’accento su quella che, ai tempi (era il 1935), si chiamava neutralità del terapeuta e parla di lavoro che deve essere svolto e di mezzi con cui compierlo e non a caso fa riferimento all’aratro che, a sua volta, evoca la terra/coscienza che ha bisogno di essere smossa per dare dei frutti.

E’ improbabile che uno come Jung usasse metafore a caso. Il suo metodo di interpretazione faceva largo uso dell’amplificazione: un modo di procedere in cui, partendo da un’immagine o da una suggestione fornita dall’analizzato, l’analista risale a concetti universali validi in varie culture e in diversi momenti storici. Insomma quando Jung diceva “aratro”intendeva qualcosa di molto preciso e, al contempo, si riferiva ad un concetto che rimandava ad una quantità di altri e che era profondamente significativo per la psiche di… tutti. Continua a leggere

La soglia: contro le spiegazioni

… è difficile spiegare
è difficile capire se non hai capito già”
F. Guccini

Non si può spiegare una barzelletta. Se lo spirito di una battuta non è colto da chi ascolta, ogni chiarimento, ogni tentativo di portarlo con il ragionamento al succo della faccenda non otterrà il risultato. Può darsi che capisca ma la risata sarà una sorta di forzatura un “ah… ecco, era questo che intendevi”, un aborto, insomma.

Il motto di spirito è “di spirito” proprio perché dovrebbe muovere una funzione laterale: qualcosa che assomiglia a ciò che ci permette di godere di una poesia o di un’opera d’arte, più intuizione che raziocinio, più contemplazione e ricettività che analisi e deduzione.

Chi racconta deve essere bravo a portare chi ascolta su una soglia: una posizione nella quale la tensione della storia possa sciogliersi in una comprensione immediata che permetta il riconoscimento di un nesso imprevisto, nel caso della battuta, o di una diversa configurazione, una gestalt che ci lasci ammirati, nel caso dell’arte.

Si scoppia a ridere o si esclama “che bello” quando si ri-conosce qualcosa, come se si ritrovasse dentro di sé un oggetto che era già lì e che, quando viene visto, genera un moto. Qualcosa si muove nella psiche e questo movimento è fonte di piacere o di consapevolezza o di stupore.

Non è stato spiegato ma messo lì! Qualcuno lo vede altri no e credo che il tentativo di spiegare ai secondi ciò che per i primi è auto-evidente sia ciò che ha portato Guccini a scrivere le strofe che cito nell’incipit. Continua a leggere

La forza e la grazia

Se gli uomini tenessero in conto
più la casa che l’oro,
il mondo sarebbe un posto migliore”
Thorin Scudodiquercia

L’autore della frase dell’incipit è un personaggio di fantasia, uno dei protagonisti del libro di J.R.R.Tolkien “Lo Hobbit”. L’ho scelta perché questo post parla di immaginazione e di metafore e perché ha la pretesa di commentare dei duri fatti usando una modalità che con i fatti e con la realtà ha apparentemente poco a che fare. Sono uno psicoterapeuta e tanti dei problemi che i miei pazienti portano in seduta sono, a confronto di eventi sconvolgenti come quelli accaduti in Francia in questi giorni, cosette, dolori effimeri che, nella battaglia, nel momento in cui la vita è davvero a repentaglio, spariscono, evaporano nello sfondo drammatico del pericolo e della fine incombente.

Ho, insomma, a che fare con pene che sembrano immaginate e con sintomi sfuggenti che possiamo permetterci: sofferenze che nel Triangolo di Maslow (quello che mette i bisogni primari alla base e quelli più “sottili” nel vertice alto) stanno tutte in cima… qualche abbandono, sì, alcuni disturbi gravi, sintomi come il panico o la depressione che non sono fardelli facili da portare ma niente fame né indigenza né, tanto meno, proiettili, torture, schiavitù.

Cose da occidentali! Come può esserlo una vignetta che dovrebbe causare il dolore che causa una presa per il culo: una piccola ferita all’ego… “come ti permetti, stronzo… lascia stare i miei parenti, la mia squadra di calcio, il partito, il mio credo, dio…”. O più dolorosi, forse, perché una sindrome, una nevrosi, un’ossessione, è qualcosa di complesso che intrappola calamitando l’attenzione e costringendola come possono farlo un mal di denti o un’emicrania. Continua a leggere

Cronaca 22 – Persuasione II Parte: Alberi

Non smetteremo di esplorare.
E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo
al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta”
T.S.Eliot

Riferendosi alla Cronaca precedente, la I parte sulla Persuasione, in cui usavo l’immagine di Ulisse e delle Sirene, un’amica mi ha scritto chiedendomi se l’albero della barca a cui Ulisse si fa legare non sia una metafora della “Realtà”, un punto àncora a cui restare saldamente attaccati per non lasciarsi trascinare dai canti suadenti che ci porterebbero lontano, troppo distanti dal terreno su cui poggia il nostro io.
Scrive Elena: “… E’ quell’albero che accompagna e, insieme, sostiene Ulisse dalle sue stesse paure, spingendolo sempre più dentro di sé ad “aderire a sé stesso”. Solo allora potrà arrivare ad Itaca. Riflettendo mi chiedo e ti chiedo se esista una differenza psicologica tra quell’albero e Itaca e se tra loro ci fosse un nesso, come tra i soggetti e i luoghi…”.

E’ una buona domanda, mi dà l’occasione di portare avanti un discorso che mi sta a cuore e che fa da cornice a tutta una parte del mio lavoro: quella in cui, ascoltando e persuadendo, osservando e fornendo chiavi di lettura, co-costruisco insieme al paziente un pezzo di realtà, un contesto in cui esprimerci. Mi dà, inoltre, lo spunto per riflettere sulle metafore: potenti immagini che, più che descriverla, costruiscono la realtà.

Il termine stesso “albero della barca/nave” è già una metafora (come gamba-del-tavolo o piedi-della-montagna). Sarebbe un palo, quello della barca, ma dicendo albero diciamo molto di più. È stato un albero e “lo è ancora” nella misura in cui, metaforicamente, ha radici, si erge, punta verso il cielo, evoca e conduce a terra. E’ da quell’albero che si può scorgere la terra, è su di esso, l’albero maestro, che si fa conto per la tenuta della nave e la capacità di prendere il vento, sull’albero si issa la bandiera, ecc. Dicendo albero significhiamo qualcosa di diverso e di “di più” rispetto a ciò che un più prosaico “palo centrale e più alto della nave” comunicherebbe. Continua a leggere

Sull’adattamento: cose che non sappiamo di sapere

Non è un segno di buona salute mentale
essere ben adattati ad una società malata”
Jiddu Krishnamurti

Nel suo ultimo libro “Evento” il filosofo Slavoj Žižek, parlando di rapporti fra il noto e l’ignoto, elenca quattro possibili combinazioni di “conoscenza e ignoranza”: “Ci sono conoscenze note [known knowns]: ossia, ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono ignoranze note [known unknowns], vale a dire: cose che adesso sappiamo di non sapere. Ma ci sono anche ignoranze ignote [unknown unknows]: ci sono cose che non sappiamo di non sapere […] E, poi, c’è la quarta possibilità della casistica, una possibilità fondamentale: le conoscenze ignote [unknown knows], ovvero le cose che non sappiamo di sapere.”

Queste cose che non sappiamo di sapere sono l’argomento di questo post, il postulato sotteso alla frase di Krishnamurti che ho messo nell’incipit e il compito principale del mio lavoro: il terreno sul quale uno psicoterapeuta deve muoversi se vuole che il proprio intervento abbia una qualche speranza di produrre dei cambiamenti nelle persone che… li chiedono. Le conoscenze ignote sono infatti, per citare ancora Žižek, “le credenze rimosse e le presupposizioni a cui aderiamo senza neanche esserne consapevoli”.

Sono cioè una sorta di sfondo: una cornice inconsapevole che contenendo le nostre azioni e i nostri comportamenti, continua a dare significato e a determinare la nostra relazione con la realtà. Per fare un esempio, mettiamo che “senza saperlo” io accetti l’idea che quello che la società mi chiede è giusto e che è naturale (cito credenze che ho visto condividere da più di un paziente): “lottare per un posto di lavoro, fare un po’ di straordinari anche se non servono perché ‘è ben visto dall’azienda chi si ferma dopo l’orario canonico’, non esagerare nello zelo perché ‘se fai di più e non ti tieni un po’ di lavoro poi sembra che tutti non abbiamo niente da fare’, ecc…”. Continua a leggere

Persistere e protendersi

                                                                                                    “La follia è l’assenza di opera”                                                                                                          M. Blanchot

Anni fa ho lavorato in un Centro Diurno che ospitava pazienti con gravi disturbi psichici: schizofrenie, psicosi maniaco depressive e altri stati spesso non ben diagnosticati che, tuttavia, rendevano le persone che ne erano affette non in grado di portare avanti un lavoro, di avere una vita autonoma o di coltivare relazioni stabili al di fuori dell’ambiente protetto della loro famiglia d’origine o del centro in cui venivano ospitati e in cui lo staff di medici, psicologi ed educatori si prendeva cura di loro.

Ricordo che si cercava, all’interno di un programma riabilitativo, di assegnare ad ogni paziente un qualche tipo di lavoro che “lo tenesse impegnato” e che gli permettesse di sentire che stava dando un contributo e che il suo tempo e le sue energie erano tese a svolgere un qualcosa che aveva un senso: le azioni che faceva davano un prodotto che poteva essere esposto, commercializzato, venduto. Un’opera, insomma: un manufatto tangibile, frutto di applicazione e di ingegno, con una sua bellezza e una sua utilità. Carta da lettera ottenuta dal riciclo di altra carta, cornici di cartone, sacchetti di spezie, saponi artigianali, torte…

Ricordo anche che la maggior parte dei pazienti disdegnava qualsiasi tipo di impegno e vedeva le ore di lavoro come un’inutile costrizione, una fatica senza senso che andava fatta per soddisfare le richieste dell’ambiente e le regole della comunità.

Non intravedevano una meta e più di una volta nel tentativo di spiegare a qualcuno di loro perché fosse utile continuare ad impegnarsi, mi sono sentito stupido: adducevo spiegazioni monche, perché io per primo non credevo che si potesse andare da qualche parte senza protendersi. Era inutile che cercassi di convincerli quando io stesso mi rendevo conto di quanto fosse difficile per loro dare un senso al lavoro. Continua a leggere