Tag Archives: Psicoterapia

Attenzione: liberamente fluttuante

“… il cambiamento può essere un atto di volontà
o un flusso, ma l’atto di volontà è più complicato”
Mafe

Parlare di attenzione è parlare della più fondamentale delle attività psichiche: senza l’attenzione non ci sarebbe il linguaggio, non sarebbero possibili i pensieri, i sogni, la “percezione della realtà”.

E’ modulando la quantità di attenzione che rivolgiamo ad un qualsiasi oggetto, fisico o mentale, reale o immaginario, è indugiando su di esso, scrutandolo, osservandolo, assaggiandolo, studiandolo, che possiamo portarlo dentro, e illuminarlo, renderlo più o meno interessante, vivido, familiare, caro.

E l’attenzione, come tutte le funzioni fondamentali, tende a restarsene sullo sfondo, ignorata e usata quasi automaticamente come uno strumento così scontato che, come un braccio, una gamba o un occhio, non ha bisogno di niente a meno che si guasti, si deteriori o smetta di funzionare.

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Forme Vitali e… ciò in cui sono immerse

“La libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli
regni 
formato cranio, soli al centro del creato”
D.Foster Wallace

Questo post è a suo agio nella categoria pandemonio. È infatti un ibrido, anche nel senso etimologico del termine. Hybris, da cui ibrido deriva, sta per forza tracotante, atto di sfida e di arroganza, qualcosa che ha la pretesa di essere nuovo e che non dovrebbe stare al mondo ma, “creato dall’uomo” con un gesto di auto determinismo e di forza, esiste come esistono certi animali mitici frutto di incroci impossibili e forzati.

La sua tracotanza sta nella pretesa di mettere l’accento su cose che tutti sanno e di presentare il banale come qualcosa su cui riflettere profondamente…. e di pensare che la riflessione profonda possa cambiare qualcosa, renderci diversi, un po’ meno troppo umani.

Inizio, presuntuosamente, con una storiella che David Foster Wallace raccontò nel 2005, all’inizio del suo discorso ai laureandi del Kenyon College.
“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce più anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: ‘Salve, ragazzi, com’è l’acqua?’ I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: ‘Che cavolo è l’acqua?’ “.

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D.O.C: Speranza e “Forme vitali”

“Quello che avviene dentro è troppo veloce, immenso e interconnesso
e alle parole non rimane che limitarsi a tratteggiarne ogni istante
a grandi linee, al massimo una piccolissima parte.”

D. Foster Wallace.

Parlare di Speranza non è che parlare di una delle possibili prese che un essere umano può esercitare sulla realtà: uno dei modi di dare un senso o una direzione al nostro agire, uno sforzo per determinare il presente o il futuro, non tanto nei gesti quanto nell’ideazione: immaginarmi in un certo modo, credere che le cose possano svolgersi secondo un progetto che mi sono messo in testa o a cui ho deciso di aderire e crederci abbastanza per metterci la volontà, l’intenzione e l’attenzione.

Questo, dicevo nell’ultimo post, fatica a fare chi soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo: nel suo procedere sostituisce, prova a sostituire, la certezza alla speranza, tenta di essere sicuro di un evento o di un eventualità, invece di accontentarsi di sperare che così sia.

Con la speranza mi muovo come se, nel caos, potessi aumentare le probabilità di una certa quantità di ordine che mi dia la sensazione di sicurezza, quel tanto di comfort che mi serve per “starci dentro”, per mantenere coscienza e controllo sufficienti a sentirmi padrone della situazione.

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Disturbo ossessivo compulsivo: quattro chiacchiere mitologiche

” L’uomo è l’animale non ancora stabilizzato”
F. Nietzsche

Più di un paziente mi ha chiesto di parlare del Disturbo Ossessivo Compulsivo.
Alcuni di coloro che me lo hanno chiesto ne soffrivano in forma più o meno grave e lo hanno fatto, quindi, con una certa insistenza, con la dovuta cautela e con i giusti intervalli di tempo fra una richiesta e l’altra e pregandomi di non rispondere subito ma, qualora avessi scritto qualcosa, avvisandoli per tempo in modo che si potessero preparare prima di leggere.

Scherzo, naturalmente, e scherzerò in questo post! Scherzerò su un argomento serio e su cui la correttezza e la serietà sono d’obbligo per chi ne soffre, soprattutto, ma anche per quelli che assistono ai rituali che chi è affetto da DOC (la sigla del disturbo ossessivo compulsivo) mette in pratica.

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Mindfulness: i filtri e le cose

“Quando guarda la primula il poeta apprende qualcosa di sé creatore.
Il suo orgoglio è accresciuto vedendosi nell’atto di dare un contributo
ai vasti processi di cui la primula è un esempio”

G. Bateson

Praticando la mindfulness: decidendo di prendere quella posizione in cui il flusso delle cose e “del mondo” subisce meno le interferenze di ciò che già sappiamo, capita di rendersi conto di quanto “la realtà” sia continuamente filtrata da un processo che è sempre all’opera dentro di noi e che coglie certe cose per lasciarne perdere altre.

In un breve saggio del 1974 intitolato “La Creatura e le sue creazioni”, Gregory Bateson, prendendo come esempio uno dei possibili soggetti dell’esperienza dice : “Il poeta si vede separato dalle <<cose come sono>>. Infatti c’è un oggetto su cui l’organismo (in questo caso il poeta) non può dire nulla e, nel suo poemetto, questo oggetto è chiamato <<le cose come sono>>. Forse questa cosa, questo oggetto ineffabile, è solo una finzione.”.

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Pragmatica della comunicazione: ogni scolaretto dovrebbe sapere che…

“I più sono sviati dall’istruzione;
credono a questo e quello perché così li hanno educati.
Il prete continua ciò che iniziò la balia,
e in tal modo il bambino inganna l’uomo.”
John  Dryden

Si parla tanto in questi giorni di errori di comunicazione o di sbagliata strategia di comunicazione.
Lo si fa come sempre a fatti compiuti e a “bocce ferme”, quando è più facile criticare, risultati alla mano, il modo in cui i contendenti se la sono giocata, la partita, e il modo in cui le loro scelte tattiche hanno influenzato, si suppone, le risposte che gli elettori, in questo caso, hanno dato.

Si potrebbero fare ricostruzioni simili per valutare le variabili che hanno contribuito a produrre determinati risultati in una campagna pubblicitaria o in una di quelle manovre di condizionamento dell’opinione pubblica che mirano a spostare il consenso della popolazione su un argomento o su una situazione sulla quale occorra avere “tutti d’accordo”.
Già, perché questo è, molto spesso, l’obiettivo: avere il consenso, ottenere l’accordo, l’ammirazione, l’appoggio!
E, naturalmente, l’uso della comunicazione è uno degli strumenti principali che si possono usare per perseguire lo scopo.

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Sull’integrazione: tenere a mente la complessità

“Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente”
Wislawa Szymborska

Assisto ogni giorno allo “stiracchiamento della realtà” in mappe preesistenti e all’ostinata applicazione di vecchi modi di leggere che, applicati ad un mondo che se ne stesse fermo, funzionerebbero, ma in un sistema continuamente perturbato falliscono, come previsioni del futuro fatte leggendo i fondi del caffè o intuizioni sul mercato dei titoli fatte con la mente di un broker cocainomane.

Assisto a tutto questo senza esserne esente : faccio lo Psicoterapeuta e non guardo alla realtà partendo da uno sguardo superiore che, da una torre d’avorio, la osserva con fredda lucidità.
Sono immerso con i miei pazienti nelle loro visioni del mondo e l’unico “vantaggio” è quello di poter guardare con un po’ di distanza, sapendo che ciò che diremo sarà necessariamente soggettivo, di parte, autoreferente.

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Sull’integrazione: “Grokkare”

“C’era così tanto da grokkare,
e così poco da cui grokkarlo…”
R.A.Heinlein

Il termine inglese Grok è un neologismo usato per esprimere l’idea di comprendere completamente, assimilare, portare dentro in modo che, poi, il concetto sia completamente integrato nella conoscenza che è già lì e diventi parte della saggezza e del modo di agire di una persona.

“Il verbo (“grokkare”) fu inventato da Robert A.Heinlein nel suo romanzo Straniero in terra straniera dove era una parola marziana che significava letteralmente “bere” e, per senso traslato, figurativamente “comprendere”, “amare” o “essere uno con”.” (Wikipedia).

I neologismi hanno, a volte, il pregio di cogliere e di coagulare lo spirito del tempo e “to grok” ha attecchito bene nella cultura degli anni ’60.
Era un periodo in cui i concetti di integrazione e di comprensione profonda smisero di essere semplici idee e si trasformarono, per molti, in ideali: qualcosa per cui spendere, in certi casi, un’intera vita.

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Sul contenimento: immaginazione e fantasia. Un’amplificazione

… giacché è lo sguardo che
definisce la realtà…”
A.Romano

 

Ho ricevuto un po’ di domande, dopo l’ultimo post, a proposito della differenza fra fantasia e immaginazione e a riguardo del loro nesso con la funzione del contenimento.

Così come altri concetti che tentano di descrivere funzioni e “oggetti” psichici, anche quello di contenimento non può essere definito in modo rigoroso. Prima di tutto perché è una metafora, uno strumento che prende a prestito idee da un contesto diverso per approssimarne altre che assomigliano a cose e azioni che osserviamo in quello di cui stiamo parlando. E poi perché la psiche stessa preferisce le amplificazioni alle definizioni; sfugge alle categorizzazioni rigide e riempie le regole di eccezioni che le sovvertono.

Continuerò quindi, per forza di cose, ad essere un po’ sfuggente e ad offrirvi più un’amplificazione delle idee esposte nell’ultimo articolo che non una spiegazione più accurata.

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Coazione a ripetere: indulgere e colludere

Come un arciere con la sua freccia,
l’uomo saggio raddrizza la sua mente tremante,
arma fragile e instabile”
Dhammapada

Terminavo il primo dei due brevi saggi sulla Coazione a Ripetere che appaiono in questo blog con l’esortazione a fermarci a riflettere e contemplare ciò che stiamo rifiutando.

E’ un modo per aumentare la consapevolezza e per renderci conto di quanto la mente continui imperterrita nel tentativo di risolvere un problema senza, spesso, aver nemmeno ben capito cosa vuole risolvere. Diceva bene E. Dickinson quando, in una sua poesia affermava: “Il cuore non dimentica / finché non contempla / ciò che rifiuta”.

Di cosa vorremmo liberarci quando, compulsivamente, ripetiamo un comportamento o ci invischiamo in una serie di pensieri che “sono sempre gli stessi” e sembrano girare intorno ad un nucleo che non solo non si risolve ma lievita e si espande ogni volta che lo investiamo con il nostro interesse? Perché sembra che l’indulgere in azioni o pensieri che ci fanno male sia inevitabile o addirittura attraente?

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