Disturbo ossessivo compulsivo: quattro chiacchiere mitologiche

” L’uomo è l’animale non ancora stabilizzato”
F. Nietzsche

Più di un paziente mi ha chiesto di parlare del Disturbo Ossessivo Compulsivo.
Alcuni di coloro che me lo hanno chiesto ne soffrivano in forma più o meno grave e lo hanno fatto, quindi, con una certa insistenza, con la dovuta cautela e con i giusti intervalli di tempo fra una richiesta e l’altra e pregandomi di non rispondere subito ma, qualora avessi scritto qualcosa, avvisandoli per tempo in modo che si potessero preparare prima di leggere.

Scherzo, naturalmente, e scherzerò in questo post! Scherzerò su un argomento serio e su cui la correttezza e la serietà sono d’obbligo per chi ne soffre, soprattutto, ma anche per quelli che assistono ai rituali che chi è affetto da DOC (la sigla del disturbo ossessivo compulsivo) mette in pratica.

Considero che scherzare su un disturbo così serio sia già un antidoto: qualcosa che, quando compare all’interno della terapia (quando per la prima volta vediamo un ossessivo che riesce a prendersi meno sul serio e a buttare sul ridere alcune delle sue manie), diventa un buon segno: una presa di distanza, finalmente, la capacità di dire “non è così importante… lo faccio… ma, chissà, potrei anche farne a meno senza che questo comporti particolari catastrofi”.
Ecco perché non parlerò in termini tecnici di questa malattia rimandandovi alla definizione, tutto sommato abbastanza esauriente, che ne dà Wikipedia.

Ci sono una quantità di studi neurologici, recenti, che fanno sperare in una soluzione farmacologica e medica (chirurgica o con stimolazioni elettriche di certe parti del cervello) dei casi più gravi e invalidanti del DOC.
Me ne guardo bene dal parlarvene in questa sede anche se ritengo che tenere a mente il cervello quando si parla di queste cose possa essere molto utile anche per gli Psicologi che di psiche, invece, si dovrebbero occupare.

E sono convinto che, nonostante le evidenze sempre più certe di una base fisiologica per questa malattia, la psiche c’entri con il DOC.
La psiche collettiva, in particolare: quella in cui siamo immersi, quella che media gran parte dei nostri comportamenti e che traspare nel linguaggio e influenza ed è influenzata dai tempi e dalle mode e dal mainstream; quella che determina il modus vivendi e, quindi, il nostro modo di percepire e di stare nel mondo.

I sintomi psichici/mentali/psichiatrici cambiano mentre il mondo cambia: l’isteria dell’epoca vittoriana è praticamente scomparsa, ne rimangono alcune timide vestigia negli attacchi di panico che, in passato, erano rarissimi; la depressione è molto più diffusa oggi, in quest’epoca in cui abbiamo a disposizione sempre nuovi farmaci antidepressivi, che cinquant’anni fa.

E’ come se nuove correnti perturbassero di volta in volta la “nostra mente”: nuovi dei si trasformano in sintomi, nuovi archetipi che in altre epoche sembravano non influenzarci cominciano ad informare il mondo e a dare forma alle nostre patologie.
Dire, con Jung, che gli dei diventano sintomi, significa sostenere che alcune di queste correnti, le idee che scorrono sempre più impetuose e incontrollate in un certo tipo di mondo, sono in grado di produrre, se non guardate e comprese, nuovi dolori, nuove malattie, disagi, sindromi.

Certi sfondi fanno risaltare certe figure! Certe configurazioni diventano possibili e più probabili quando cambiano i contesti che le contengono. Nel Medioevo era più facile credere nella possessione demoniaca e c’erano molti più “indemoniati”; è più facile cadere nel panico in un mondo liquido e frenetico; e si diventa ossessivi se bisogna controllare sempre più variabili che sfuggono.

Ananke: la dea che rappresenta necessità circonda con le sue spire tutto il creato. Nessuno degli dei sembra sfuggirle, nemmeno Eros che pure è in grado di influenzare tutti gli altri dei riesce a divincolarsi dalla sua stretta. Ananke è “ciò che deve essere”, ciò che bisogna: bisogna crescere, lavorare, ammalarsi, morire, se si è umani: nessun umano può scappare al fato, a ciò che necessariamente sarà così e nemmeno gli dei possono cambiare ciò che è stato, invertire lo scorrere del tempo, cambiare certe leggi che regolano necessariamente il mondo.

Gli ossessivi, invece, sì!
Chi è ossessivo vuole un perfetto controllo: essere sicuro di aver chiuso la porta, non essere stato contaminato dalle cose che ha toccato, tenere pulito, “sempre perfettamente pulito” l’ambiente in cui vive, vincere l’entropia: tutto rimarrà in ordine e “non si deteriorerà” intorno a lui, leggere nel pensiero e sapere che l’altro lo ama, non pensa male di lui, non l’ha tradito, non pensa di tradirlo, non lo ha pensato e non lo penserà….

Chi soffre di DOC, (e chi di noi non ne soffre un po’… chi non ne ha sofferto in modo acuto per qualche momento o in qualche frangente?) lotta contro Ananke: si rifiuta di accettare il giogo di necessità e, allo stesso tempo lo indossa continuamente.

Più vorremmo controllare più ci rendiamo conto che certe cose sfuggono al nostro controllo. Ci tocca non sapere certe cose riguardo al futuro, alla mente degli altri, al loro cuore. Dobbiamo sottostare alla fragilità della memoria: possiamo avere una ragionevole certezza di aver chiuso alcune delle porte che abbiamo aperto nel nostro passato prossimo o remoto; ma non possiamo averne la certezza assoluta. Un mio paziente sia alzava decine di volte, la notte, per controllare la manopola del gas… vedere se davvero, davvero l’aveva spento. Un collega gli suggerì di mettere un elastico rosso al polso dopo un po’ di controlli per avere una “prova” della performance, una certezza che l’aveva fatto. Non funzionò: il dubbio si spostò sull’elastico: “l’ho messo veramente dopo aver spento? non è che mi sono sbagliato?”.

Ci vuole ben altro che un trucchetto comportamentista per sconfiggere Ananke.
E basta togliere il macroscopico rubinetto del gas e andare su qualcosa di più sottile, cose tipo “la fedeltà del mio partner”, “la salute del mio corpo”, “la stabilità del mio posto di lavoro”, per vedere che la compulsione a controllare non è qualcosa che affligge solo pochi “maniaci”.

L’ansia sale ogni volta che pretendiamo un controllo, ogni volta che, costretti da necessità e messi nell’angolo dal bisogno di sapere e di essere sicuri di aver fatto, vorremmo trasformarci in dei ed essere onniscienti e ubiqui, sicuri e senza dubbi.
Ma solo Elpis, la speranza: l’unica corrente/ forza/ dea non uscita dal Vaso di Pandora ha la follia di opporsi a Necessità.

Elpis è l’unica dea che accompagna Ananke. E non lo fa a ragion veduta ma con una sorta di follia programmata: quella che ci rende animali non stabilizzati.

La Speranza è esattamente ciò che ci manca quando siamo prede del DOC: posso solo sperare di aver chiuso, sperare che capiscano, sperare che mi ami! Tentare di averne la certezza è aiutare Ananke a stringere le sue spire, invitarla a farci sentire ancora più pesante il suo giogo.

Nel Prometeo Incatenato di Eschilo si svolge, fra il coro e Prometeo, il seguente scambio:

PROMETEO: Ho impedito agli uomini di prevedere la loro sorte mortale.
CORO: Che tipo di farmaco hai scovato per questa malattia?
PROMETEO: Ho posto in loro cieche speranze…

Le cieche speranze rompono per un po’, soggettivamente, il giogo di Ananke: ci permettono di sopravvivere nel nostro non essere stabilizzati, di resistere nonostante la consapevolezza della morte e della sofferenza al peso dell’esser-ci.
Agli animali non servono, loro sono stabili e adattati, fermi e sereni : non controllano il gas, non si curano dei pensieri dell’altro. Per noi diversi e non ancora stabilizzati e stabilizzabili resta il farmaco della speranza con i suoi benefici e i suoi inevitabili effetti collaterali.

Ne parlerò ancora, ma in un altro post. Sì, sì… avviserò prima di scriverlo…

Statua Duomo MI

3 thoughts on “Disturbo ossessivo compulsivo: quattro chiacchiere mitologiche

  1. Santiago

    Ho delle considerazioni ambigue sulla speranza.
    Pandora apre il vaso ed escono fuori tutti i mali, che la speranza non sia un male rimasto?
    Dopotutto ci “illude”, ma come dici in questo articolo, è allo stesso tempo “necessaria”.
    Eppure mi sono sempre chiesto: per i greci, la speranza è un bene o un male?
    La mia risposta è tendente verso il male.
    Tanto per citare un esempio, pure per Monicelli essa è un male:

    Monicelli però, non a caso, si suicidò in modo a dir poco “stoico”.
    Ecco, forse ci sono diversi tipi di speranze? Si può distinguere tra una speranza malefica e una benefica?

    Bell’articolo come al solito 🙂

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    1. drdedalo

      Grazie Santiago!
      Parlerò della speranza nei prossimi post e ne parlerò in termini psicologici più che filosofici. Quello che ti posso anticipare, per ora, è che penso che nella cultura Greca non ci fosse una differenziazione così netta fra ciò che è bene e ciò che è male. La speranza in una visione non monoteistica e dicotomica come la nostra non era che una delle forze sottostanti ai movimenti, agli sforzi e ai tentativi dell’uomo.
      Ciò di cui parla Monicelli è quello che possiamo definire “un cattivo uso della speranza”. Ogni forza può, in fondo, essere usata per intrappolare e illudere o per rendere consapevoli e liberare. Il pharmakon era per i Greci sempre sia veleno che medicina. Da un punto di vista psicologico si tratta di avere la forza di continuare ad interrogarsi sugli effetti benefici o malefici delle cose che “ci propinano” e “ci propiniamo”.
      Come vedi è un lungo discorso… prossimamente su questi schermi. 🙂

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