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Storie nelle storie

 

Un autore scrive delle parole, che però sono inerti.
Per essere portate in vita hanno bisogno di un catalizzatore,
e il catalizzatore è l’immaginazione del lettore”
J.Gottschall

 

Quando alla fine del 1800 Nietzsche scriveva: “Che cosa può soltanto essere la conoscenza? – ‘Interpretazione’ non ‘ spiegazione’.”, intendeva porre le basi per una vera e propria rivoluzione nel campo del sapere: si intravedeva già, nella scienza, la possibilità di arrivare a conclusioni diverse a seconda dell’ottica da cui si guardava, diventavano sempre più evidenti, nelle dottrine umanistiche, la “relatività della verità” e l’impossibilità di affermare un’unica, inalterabile visione del mondo.

Nasceva in quegli anni la Psicoanalisi e, con essa, l’idea che le parole potessero, in qualche modo, guarire. Un’utopia in cui ancora in tanti non credono, una credenza che postula la possibilità di curare i sintomi del disagio psichico e a volte, addirittura, della malattia mentale, ascoltando e interpretando, ri-osservando e descrivendo in modo diverso la realtà che il paziente vive e le relazioni in cui è immerso.

C’è alla base di questo credo che, come tutte le dottrine ha i suoi seguaci, i suoi sacerdoti e i suoi dogmi, l’idea che il cervello produce e influenza la mente e che la mente influenza e può cambiare il cervello.

Prigione Michelangelo

Se così fosse, se fosse vero che parlando, osservando e rileggendo i pensieri, le convinzioni e gli “stati d’animo”, si può modificare la macchina che determina, in modi oscuri e sotterranei, il “come ci sentiamo”… se fosse vero, basterebbe lavorare sulla mente: agire su quella sostanza impalpabile che scaturisce dall’attività del cervello.

Anche questa, naturalmente, è un’interpretazione. Nient’altro che un modo di considerare l’uomo, una descrizione possibile di come le cose funzionano. Crederci significa aprire la strada a un metodo: una serie di azioni, più o meno codificate, che, a partire da una teoria, puntano a produrre certi risultati. Continua a leggere

Storytelling: suffer vs endure

“Non  importa quello che hanno fatto di noi,
importa quello che  facciamo con quello che gli altri
hanno fatto di noi”
J.P. Sartre.

Gli accenni che, in questo post, farò alla psicoterapia sono solo pretesti: un espediente per parlare della vita quotidiana e della costruzione di realtà che, più o meno consapevolmente, sempre facciamo.

Sono convinto che, come diceva Hillman, la psiche è il giardino in cui ci troviamo, non solo “dentro la testa” ma dappertutto. Ci sono giardinieri? Le cose crescono spontaneamente? Quanto di ciò che “vediamo” è natura e quanto è cultura, lavoro dell’uomo? Che strumenti vengono usati per coltivare tutto questo?

J. S. Grotstein, uno psicoanalista, parlando di come, secondo Bion, bisognerebbe rapportarsi con una persona in cura, dice: “Il paziente deve essere contenuto analiticamente ed essere così in grado di patire (suffer) e non di sopportare con determinazione (endure), ma ciecamente, la sofferenza delle esperienze emozionali.”
E’, questo, un principio chiave non solo della psicoanalisi ma di ogni psicoterapia: è una delle chiavi di volta di ogni trattamento che miri a recuperare l’umanità e a diminuire il cieco ripetersi dei meccanismi di difesa, il mero rispondere colpo su colpo di cui, spesso, è fatta una nevrosi.

Endure

E’ anche uno dei motivi per cui fare della terapia è, spesso, “una faticaccia” e, fortunatamente, la ragione per cui vale la pena farla. Continua a leggere

Sogni

L’analista in seduta deve,
prima di ogni cosa, fare il lutto della realtà”
A.Costa

Ci sono, nella psiche, oggetti che, per trasformarsi, devono passare attraverso una serie di sogni: sogniamo l’esame di maturità, un viaggio in una casa, familiare ma, contemporaneamente, strana e perturbante, un amplesso con… non si sa bene, una ninfa, forse; e, poi, al risveglio ci chiediamo cos’è quella sensazione di estraneità, come se il mondo del mattino fosse meno reale.

Dovremmo/vorremmo tornare nel sogno perché c’è in noi una parte che sa bene che “l’io” che ha sognato, quello strano oggetto che è l’io sognante, avrebbe bisogno di riimmergersi nel sonno per trasformarsi ancora, portare avanti quel processo che, come nella vita, aggiunge certi attributi: permette al protagonista di costruirsi e costruire il mondo.

Gustav_Klimt_Morte e vita (particolare)

Gustav Klimt, Morte e vita (particolare)

Occorre uscire dalla concezione naif che “il mondo di quando avevo quattro anni sia lo stesso mondo di quando ne avevo quindici o trenta”, è cambiato perché tutto cambia ma, soprattutto è cambiato perché il costruttore: “colui” che sogna e costruisce il mondo non è più lo stesso.

Nella realtà così come nei sogni : “Ciò che percepisco non sono gli indizi grezzi e ambigui che dal mondo esterno arrivano ai miei occhi, alle mie orecchie e alle mie dita. Percepisco qualcosa di assai più ricco, un’immagine che combina tutti questi segnali grezzi con un’enorme quantità di esperienze passate… La nostra percezione del mondo è una fantasia che coincide con la realtà.” (C.Frith)

Ed è fondamentale, per la salute psichica e per la sopravvivenza nel mondo liquido smettere di separare nettamente, farla finita con l’idea che una linea retta e rassicurante divida me dal mondo, il sonno dalla veglia, l’io dagli altri!

Storytelling: essere soli

 “Qualcosa che è tuo per sempre,
non è mai prezioso”
Chaim Potok

“Sembra che, attraverso le fasi che ogni uomo (e in particolare ogni psichiatra e ogni paziente) deve percorrere, vi sia una sorta di progresso della consapevolezza e percorrendo queste fasi certe persone vanno più in là di altre. Si comincia dando al paziente identificato la colpa delle sue idiosincrasie e dei suoi sintomi. Poi si scopre che questi sintomi sono una risposta a, o un effetto di, ciò che gli altri gli hanno fatto; e la colpa passa dal paziente identificato alla figura eziologica (colei o colui che ha contribuito a causare il sintomo). Poi magari si scopre che queste figure provano rimorso per il dolore che hanno causato e ci si rende conto che quando esprimono questo rimorso si identificano con Dio: infatti prima non sapevano quello che facevano e, a posteriori, esprimere rimorso per i propri atti equivale a rivendicare l’onniscienza. A questo punto si prova una collera più generale: ciò che capita alle persone non dovrebbe capitare nemmeno a un cane e ciò che si fanno le persone gli animali inferiori non saprebbero neppure immaginarlo. Dopo questo c’è, credo, una fase che posso solo immaginare confusamente, in cui pessimismo e collera sono sostituiti da qualcos’altro, forse l’umiltà. E da questa fase in poi, in tutte le altre fasi che ci possono essere, c’è la solitudine.” G.Bateson (corsivi miei)

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Il linguaggio della psiche: una visione alchemica

“Per la psiche l’oscurità di espressione è naturale.
Prova ne siano i nostri sogni: meri bagliori”

J. Hillman.

Nel primo articolo di una raccolta di suoi scritti uscita recentemente in Italia e intitolata “Psicologia Alchemica” Hillman parla di quanto il linguaggio alchemico possa essere terapeutico e curativo per la psiche moderna.

Per chi non è abituato agli scritti di questo autore e al suo modo di affrontare la Psicologia, la Psicopatologia e i Disturbi Psichici, un’affermazione di questo tipo può sembrare strana: ci viene difficile pensare che una vecchia dottrina/disciplina, superata da centinaia di anni e resa obsoleta dagli sviluppi scientifici e dalle scoperte della chimica e della fisica, possa essere utile per affrontare il malessere di persone come noi.

Sembriamo così distanti dai metodi, dagli strumenti e dai fini dell’alchimia che un linguaggio che parla di fucine, fuochi, alambicchi, vasi; cuocere, fermentare, decantare, marcire; rapprendere, diluire, coagulare, sublimare; ci suona estraneo, poco familiare, astruso.

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Sulla comunicazione: il silenzio

“La mente si muove sul silenzio
come sul fiume un insetto dalle lunghe zampe”
W.B.Yeats

Nel suo romanzo “Tutto il ferro della Tour Eiffel ” Michele Mari, parlando del filosofo Walter Benjamin, che è uno dei protagonisti della storia che si dipana nella Parigi della prima metà del secolo scorso, usa, come sfondo per delineare un tratto del carattere del personaggio, un’ immagine dell’angelologia ebraica:

“Secondo l’angelologia talmudica e kabbalistica, Dio gode di un’ininterrotta creazione di angeli che si dissolvono davanti a Lui nel momento stesso in cui Egli li nomina, cioè li crea. Questo potere è dato anche all’uomo, ma una volta sola e a una condizione: quando egli pronunci ad alta voce il nome segreto impostogli alla nascita dai genitori e rivelatogli all’ingresso nell’età puberale, nome che corrisponde alla sua identità più profonda e al suo angelo protettore: allora l’angelo-nome esce da lui, e perdendo la propria forma si insedia nelle cose che quell’uomo ha amato e tenuto a lungo con sé, rendendole, ai solo suoi occhi, trasparenti. In questo modo, quando l’uomo muore, la sua parte migliore non si disperde, perché trasfusa e protetta nelle cose. Senonché, alla nascita del piccolo Benjamin, i suoi genitori non pensarono affatto a scegliere per lui un nome segreto, un nome che ineffato lo proteggesse, ed effato lo trasfondesse nelle cose: dimenticanza che per tutta la vita gli avrebbe dato quel senso di insicurezza così radicato e tipico in lui da dargli, sempre, l’aria di un animale braccato.”

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Sulla comunicazione: il buon uso dell’energia

“Dialogo = vedersi attraverso gli occhi di un altro”
Heinz von Foerster

In un post di qualche tempo fa, parlando di rapporto e di relazione sostenevo che: “Prima dell’amore per la chiarezza e prima del desiderio di esprimere la propria opinione o di contrastare quella di altri, viene questo istinto di relazione che ci spinge a prenderci cura del rapporto che grazie alla comunicazione siamo in grado di creare.”

La creazione di un rapport: una relazione significativa basata sull’empatia, sulla comprensione e sulla cura della comunicazione, si basa in parte sui concetti che possiamo esprimere e che, grazie al linguaggio, siamo in grado di fare arrivare all’altro ma, anche e soprattutto, sulla qualità della “punteggiatura” che nell’esprimerci adottiamo.

Punteggiare un discorso è dare una tonalità emotiva a ciò che stiamo dicendo.

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Storytelling: fare come se

“ESTRAGONE: Troviamo sempre qualcosa,
eh, Didi, che ci dà l’impressione di esistere?
VLADIMIRO (con impazienza): sì, sì,
siamo dei maghi, ma pensiamo a quello che
dobbiamo fare, prima di scordarcene”
S.Beckett   “Aspettando Godot”

Discutevo alcuni giorni fa con una collega sull’opportunità di lasciare che un paziente si consideri speciale.

E’ un antico dibattito che va avanti da anni nel mondo della Psicologia e che vede ad un estremo i rappresentanti di una Psicoanalisi ortodossa che insistono sulla necessità di smontare le idealizzazioni del paziente per portarlo alla consapevolezza dei propri limiti e del suo ruolo nella Realtà e, all’altro estremo, quelle tendenze semplicistiche e un po’ New Age che mettono l’accento sull’autostima, sull’importanza della motivazione e sull’idea che c’è un vero sé che se ne sta nascosto come un gioiello in un forziere.

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Storie che curano II Parte: modelli narrativi

L’attenzione è la virtù psicologica cardinale
da cui dipendono forse tutte le altre, perché
non possono esservi né fede, né speranza,
né carità per alcuna cosa se questa non
riceve prima attenzione.”
J.Hillman

La psiche non è inconscia. Noi lo siamo: noi pazienti, noi analisti. La psiche produce di continuo dichiarazioni intelligibili: produce sogni e sintomi, fantasie e umori; ha intenzionalità e progettualità. Ma il sistema della terapia ha proiettato “l’inconscio” sulla psiche del paziente, il che comporta, per la teoria degli opposti, che l’analista debba essere conscio. E sia il paziente sia l’analista tendono a credere a questo sistema. Ma la cosa che conta è che la coscienza fluttua; è un fluido psichico, come avrebbe detto Mesmer, che avvolge e compenetra tutta la seduta… a volte il paziente ha un’intuizione, altre volte invece è l’analista a essere conscio….” (J.Hillman, Inter Views).

Questa alternanza di conscio/inconscio, che in terapia sembra divisa fra due persone, è la doppia descrizione che avviene continuamente nella vita di ognuno di noi.

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Storie che curano

Noi tracciamo i confini,
noi mescoliamo le carte,
noi facciamo le distinzioni”
James Keys

Ogni psicoterapia è una doppia descrizione: c’è la storia che il paziente porta in seduta e c’è quella che il terapeuta, di conseguenza, racconta al paziente.

In un libro del 1983 intitolato “Storie che curano” J.Hillman parlava di quanto sia importante curare non tanto il paziente quanto la storia che questi racconta su se stesso.

E’ vero infatti che una persona inizia un percorso terapeutico portando con sé un problema o un sintomo, ma è altrettanto vero che ciò che il terapeuta ascolta non è il dolore psichico ma la sua narrazione.

Questa narrazione, il suo stile, il modo che il paziente ha di raccontarsi, sono importanti quanto i sintomi.

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