Storytelling: suffer vs endure

“Non  importa quello che hanno fatto di noi,
importa quello che  facciamo con quello che gli altri
hanno fatto di noi”
J.P. Sartre.

Gli accenni che, in questo post, farò alla psicoterapia sono solo pretesti: un espediente per parlare della vita quotidiana e della costruzione di realtà che, più o meno consapevolmente, sempre facciamo.

Sono convinto che, come diceva Hillman, la psiche è il giardino in cui ci troviamo, non solo “dentro la testa” ma dappertutto. Ci sono giardinieri? Le cose crescono spontaneamente? Quanto di ciò che “vediamo” è natura e quanto è cultura, lavoro dell’uomo? Che strumenti vengono usati per coltivare tutto questo?

J. S. Grotstein, uno psicoanalista, parlando di come, secondo Bion, bisognerebbe rapportarsi con una persona in cura, dice: “Il paziente deve essere contenuto analiticamente ed essere così in grado di patire (suffer) e non di sopportare con determinazione (endure), ma ciecamente, la sofferenza delle esperienze emozionali.”
E’, questo, un principio chiave non solo della psicoanalisi ma di ogni psicoterapia: è una delle chiavi di volta di ogni trattamento che miri a recuperare l’umanità e a diminuire il cieco ripetersi dei meccanismi di difesa, il mero rispondere colpo su colpo di cui, spesso, è fatta una nevrosi.

Endure

E’ anche uno dei motivi per cui fare della terapia è, spesso, “una faticaccia” e, fortunatamente, la ragione per cui vale la pena farla.

Ci sono ancora persone che credono che il Sé non sia un racconto, una narrazione che si trasforma momento dopo momento, e ci sono circostanze in cui anche il più convinto sostenitore del  fluire di tutte le cose dimentica che continuamente ci raccontiamo e trasformiamo o manteniamo simile a se stessa la nostra visione del mondo. Ancora capitano discussioni sulla sostanziale (sic) differenza fra reale e virtuale. Tutto questo accade perché ci si dimentica del mito: si ignorano i racconti che, nello sfondo, determinano la storia e creano le visioni del mondo.

Prendiamo, ad esempio, il mito dell’eroe: che si tratti  di Eracle, di Ulisse o del self made man  che ancora domina completamente la nostra cultura (considerate la figura/mito di Steve Jobs) l’eroe passa sempre attraverso una serie di sofferenze e di resistenze: un susseguirsi di volte in cui opponendosi ad un nemico salva la propria integrità e di altre in cui, accettando una sconfitta e lasciandosi trasformare dal proprio fallimento, evolve in… ciò che doveva diventare.
Ce le hanno raccontate da bambini queste storie e scorrono sotto ad ogni descrizione, compaiono ogni volta che narriamo un evento e compongono le trame dei sogni. “Diventiamo ciò che accettiamo di patire” (Bion) e, fortunatamente, riusciamo a non diventare ciò a cui opponiamo consapevole (non cieca) resistenza.

Quando la resistenza è cieca assistiamo a ciò che nelle storie degli eroi viene rappresentata come l’ostinazione del protagonista prima dell’evoluzione. Il nostro eroe, colui con cui ci viene naturale identificarci, sa fare “spontaneamente” certe cose: è naturalmente forte o astuto o veloce, ecc., gli vengono bene, trova naturale compierle fino in fondo e, facendolo… endure: va avanti in automatico sostenuto dai suoi talenti naturali. Finché non si accorge che quel modo, quella particolare descrizione del mondo, quel raccontarsi, non dà, in certi contesti, il risultato voluto.
Ma, siccome fin qua ha funzionato, ciecamente… continua!

Solo il patire: un lutto o una sconfitta nelle storie degli eroi; un attacco di panico, una disavventura, un incontro sconvolgente nella vita di noi non-semi-dei, porta il protagonista a riflettere e a guardare in un altro modo, scrivere un’altra storia.
Per trasformarci dobbiamo aprire gli occhi, risvegliarci e suffer: patire. Non masochisticamente o supinamente ma accettando le esperienze emozionali e decidendo che quella determinata emozione, quello stato d’animo, quel sentimento o quell’affetto vanno contenuti.

Hillman diceva che quelle esperienze, quegli inciampi, ostacoli, prove, “fatti” in cui ci imbattiamo vanno psicologizzati. Vanno, insomma, messi nel giardino: visti in un contesto più ampio, proiettati su uno sfondo che ci permetta di vedere quanto  sono condivisi e, a volte, universali.

Questo gesto dà spessore alla nostra riflessione e ci rende più umani, meno potenti ma più intelligenti e meno soli!

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