Tag Archives: Coazione a Ripetere

Ripetere, ricordare, dimenticare

Gli analfabeti del futuro sono quelli che non sapranno
dimenticare quello che hanno imparato per reimparare”
M. Zamperini

Nel suo “The pleasure of finding things out” il fisico Richard Feyman, parlando del senso della vita, scrive: “Nel corso dei tempi gli uomini hanno tentato di afferrare il significato della vita. Si è capito, infatti, che se una qualche direzione o un qualche significato può essere attribuito alle nostre azioni, questa attribuzione è in grado di liberare grandi potenziali umani. Penso che saranno quindi state date molte risposte alla domanda che chiedeva il senso di tutto questo. Ma ne sono state dette di tutti i colori e chi proponeva una certa risposta ha guardato con orrore alle azioni di altri che ne proponevano un’altra. Un orrore dettato dal fatto che, guardando da un punto di vista diverso, sembrava che tutte le potenzialità della razza umana venissero, con quella visione, incanalate in un falso e fuorviante vicolo cieco. Infatti, è dalla storia delle enormi mostruosità create dai falsi credo che i filosofi si sono resi conto delle apparentemente infinite e stupefacenti capacità degli esseri umani. Il sogno rimane quello di trovare un canale aperto (NdT: libero da queste contraddizioni).
Quindi, qual è il significato di tutto questo? Cosa possiamo dire per svelare il mistero dell’esistenza? Se prendiamo in considerazione tutto, non solo ciò che gli antichi conoscevano, ma tutto ciò che conosciamo noi oggi, penso che dobbiamo francamente ammettere che non lo sappiamo. Ma ammettendolo abbiamo probabilmente trovato il canale aperto.”

In psicologia e nella clinica in particolare questo canale aperto è quella posizione che ci permette di lasciare in sospeso la risposta: quello stato relazionale nel quale possiamo prenderci il lusso di dimenticare ciò che sappiamo, di prescindere per un po’ dalle nostre risposte per ascoltare l’altro.

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D.O.C: Speranza e “Forme vitali”

“Quello che avviene dentro è troppo veloce, immenso e interconnesso
e alle parole non rimane che limitarsi a tratteggiarne ogni istante
a grandi linee, al massimo una piccolissima parte.”

D. Foster Wallace.

Parlare di Speranza non è che parlare di una delle possibili prese che un essere umano può esercitare sulla realtà: uno dei modi di dare un senso o una direzione al nostro agire, uno sforzo per determinare il presente o il futuro, non tanto nei gesti quanto nell’ideazione: immaginarmi in un certo modo, credere che le cose possano svolgersi secondo un progetto che mi sono messo in testa o a cui ho deciso di aderire e crederci abbastanza per metterci la volontà, l’intenzione e l’attenzione.

Questo, dicevo nell’ultimo post, fatica a fare chi soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo: nel suo procedere sostituisce, prova a sostituire, la certezza alla speranza, tenta di essere sicuro di un evento o di un eventualità, invece di accontentarsi di sperare che così sia.

Con la speranza mi muovo come se, nel caos, potessi aumentare le probabilità di una certa quantità di ordine che mi dia la sensazione di sicurezza, quel tanto di comfort che mi serve per “starci dentro”, per mantenere coscienza e controllo sufficienti a sentirmi padrone della situazione.

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Disturbo ossessivo compulsivo: quattro chiacchiere mitologiche

” L’uomo è l’animale non ancora stabilizzato”
F. Nietzsche

Più di un paziente mi ha chiesto di parlare del Disturbo Ossessivo Compulsivo.
Alcuni di coloro che me lo hanno chiesto ne soffrivano in forma più o meno grave e lo hanno fatto, quindi, con una certa insistenza, con la dovuta cautela e con i giusti intervalli di tempo fra una richiesta e l’altra e pregandomi di non rispondere subito ma, qualora avessi scritto qualcosa, avvisandoli per tempo in modo che si potessero preparare prima di leggere.

Scherzo, naturalmente, e scherzerò in questo post! Scherzerò su un argomento serio e su cui la correttezza e la serietà sono d’obbligo per chi ne soffre, soprattutto, ma anche per quelli che assistono ai rituali che chi è affetto da DOC (la sigla del disturbo ossessivo compulsivo) mette in pratica.

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Coazione a ripetere: indulgere e colludere

Come un arciere con la sua freccia,
l’uomo saggio raddrizza la sua mente tremante,
arma fragile e instabile”
Dhammapada

Terminavo il primo dei due brevi saggi sulla Coazione a Ripetere che appaiono in questo blog con l’esortazione a fermarci a riflettere e contemplare ciò che stiamo rifiutando.

E’ un modo per aumentare la consapevolezza e per renderci conto di quanto la mente continui imperterrita nel tentativo di risolvere un problema senza, spesso, aver nemmeno ben capito cosa vuole risolvere. Diceva bene E. Dickinson quando, in una sua poesia affermava: “Il cuore non dimentica / finché non contempla / ciò che rifiuta”.

Di cosa vorremmo liberarci quando, compulsivamente, ripetiamo un comportamento o ci invischiamo in una serie di pensieri che “sono sempre gli stessi” e sembrano girare intorno ad un nucleo che non solo non si risolve ma lievita e si espande ogni volta che lo investiamo con il nostro interesse? Perché sembra che l’indulgere in azioni o pensieri che ci fanno male sia inevitabile o addirittura attraente?

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Coazione a ripetere: pensieri senza un pensatore

Ormai conosciamo tanto da essere
praticamente incapaci di essere saggi”
W.R.Bion

Questo saggio è un abbozzo: una serie di frammenti e di riflessioni su un argomento su cui menti molto preparate hanno speso tanta energia e tantissimo pensiero.

Il concetto di Coazione a Ripetere (vedi il saggio “La coazione a ripetere e il metodo pericoloso”) è stato affrontato da Freud all’inizio del secolo scorso. Da allora un’intera schiera di grandi psicoanalisti (Bion, Winnicott, Melanie Klein, Lacan, ecc.) hanno analizzato questa apparentemente inspiegabile tendenza dell’essere umano a ripetere comportamenti dolorosi senza ricavare dalla ripetizione nient’altro che sofferenza mista ad una sorta di godimento del ripetere che, per quanto paradossale, si può riscontrare in ogni paziente che, anche se pienamente convinto della distruttività dell’azione che compie, non riesce a trattenersi dal metterla in atto.

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La coazione a ripetere e il metodo pericoloso

“Ciò che è rimasto capito
male ritorna sempre;
come un’anima in pena,
non ha pace finchè non
ottiene soluzione e liberazione”
S.Freud

Nel “secondo libro” de “I fratelli Karamàzov” Dostoevskij parla di “Un dolore che cola in lamentazioni” e “Le lamentazioni non gli danno alcun ristoro fuorchè quello di esulcerare e di lacerare il cuore. E’ un dolore che non desidera neppure trovare consolazione: si nutre del suo senso di essere inconsolabile. Le lamentazioni sgorgano da un bisogno di rinfiammare costantemente la piaga”.

Tante volte in seduta ho visto questo tipo di dolore. In certe persone che soffrono di depressione, in particolare, capita di vedere una sorta di continuo ruminare su un’idea che provoca dolore, senza riuscire, tuttavia, a cavar niente da quell’idea se non altri lamenti. Eppure proprio come dice Freud nella frase dell’incipit, mentre sto ad ascoltare ho l’impressione che qualcosa, sotto al lamento, cerchi una liberazione e una soluzione.

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