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Scimmia claustrofobica

 “Coloro che dicono che la spiritualità
non ha niente a che fare con la politica
non sanno cosa significhi davvero ‘spiritualità’”
Mahatma Gandhi

“E’ una gioia restare nascosti
ma un disastro non essere trovati”
D.Winnicott

La storia di cui parlo in questo saggio è qualcosa di diverso da un semplice aneddoto o da una storiella. E’ piuttosto una di quelle grandi metafore che, per descrivere una condizione, uno stato delle cose, un quadro della situazione dell’Uomo, inventa un intero cosmo: un insieme di mondi, ognuno dei quali rappresenta un livello di evoluzione e un modo di essere, di percepire e di rispondere alla “realtà” che ci circonda.

Sia la storia dell’Occidente che quella dell’Oriente sono piene di queste cosmogonie che, descrivendo certi tipi di “aldilà”, descrivono anche e soprattutto certi stati mentali, certe condizioni e certe tendenze che, quando agite, determinano i nostri comportamenti e le nostre abitudini.

In un momento in cui sembra inevitabile chiederci dove stiamo andando e se usciremo dalla trappola in cui ci siamo o ci hanno ficcati, credo sia il caso di riflettere su cosa ci aspetta fuori dalla porta della gabbia, fuori dal “regno” in cui ci sentiamo imprigionati.

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Cronaca 3 – I luoghi della mente

Chi non danza non sa cosa succede.
Proverbio Gnostico

…il cucchiaio non esiste…
Dal film “Matrix”

Chi ha letto le due Cronache precedenti sa quanto, in base a questo approccio terapeutico, sia importante la domanda psicologica: “Dove sei?”.
Infatti abbiamo visto che, anche se è vero che il labirinto non ha confini e che “per quanto lontano tu possa andare mai raggiungerai i confini dell’anima”, è importante interrogarci sul punto di vista che stiamo adottando e su quanto, in base a come guardiamo, le cose nella nostra psiche cambiano e assumono diverse coloriture.

In questo senso l’impossibilità di raggiungerne i confini non va intesa tanto nel senso dell’estensione, come se il labirinto fosse troppo vasto, quanto nel senso dell’inafferrabilità: il labirinto non si lascia circoscrivere se non momentaneamente; è per sua natura mutevole perché risente dell’occhio di chi guarda e, siccome non appena credo di averlo afferrato, il mio sguardo cambia, ecco che, di nuovo, si sottrae.
Eppure questa continua mutevolezza non vanifica affatto l’efficacia della domanda “Dove sei?”, anzi, siccome è proprio grazie alla “instabilità” e all’estrema plasticità della psiche che noi possiamo di volta in volta cambiare e adattarci al mondo o adattare il mondo a noi, l’interrogarci sulla nostra posizione rispetto a qualcosa o a qualcuno, non è che un modo per osservare questo continuo lavoro che determina e costruisce momento per momento il nostro mondo soggettivo.

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Cronaca 2 – Confini

“Per quanto lontano tu possa andare
non raggiungerai i confini dell’anima”
Eraclito

“Perciò non ci sarà una definizione che limita e taglia,
ma piuttosto un’amplificazione che estende e connette”
J.Hillman

Sono convinto che ciò che rende curativa la domanda psicologica “Dove sono?” sia il fatto che, nel momento in cui comincio a fantasticare in termini spaziali, ho l’occasione di “guardare nella mente” e di interrogarmi sul mio mondo interiore come se questo fosse un luogo. In questa cronaca darò un’idea di perché credo sia utile farlo.
Quando chiedo ad una paziente che ha avuto un attacco di panico: “Tu dove eri in quel momento?” non mi accontento della prima risposta che in genere è qualcosa del tipo: “In automobile”, “In tangenziale”, “In automobile e in tangenziale”. Questa è una risposta ovvia e risponde alla domanda “Dove era il tuo corpo?”. Ora, è abbastanza ovvio che il paziente si trovi dove è il suo corpo: la mente infatti è innanzitutto un processo incarnato; tuttavia ognuno di noi sa che, molto spesso, la mente sta vagando in luoghi interiori che sono, in effetti, molto distanti dal luogo in cui ci troviamo, fisicamente, in questo momento.

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