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La soglia: ricordare e desiderare

“Dire che una cosa è buona non un giorno di più
di quando ci è apparsa buona,
e soprattutto non un giorno di meno:
è questo l’unico modo di mantenere pura
la propria gioia”
F.  Nietzsche

Diceva Freud che l’Io è un servo al servizio di due padroni: c’è l’Es da una parte, il serbatoio degli istinti, e il super-Io dall’altra, una sorta di giudice, per lo più inconscio, che continuamente misura la distanza fra l’Io e l’ideale e trova sempre l’Io inadatto, non all’altezza o colpevole e, quindi, meschino e inetto.

Entrambi, questi due padroni, “stanno addosso all’io”: l’Es con il desiderio perché incessantemente desidera e vuole qualcosa: vuole mangiare, conquistare, possedere, divertirsi, portare dentro e non lasciare andare, liberarsi quando è troppo pieno, riempirsi non appena sente il vuoto che lo terrorizza; il super-Io con la memoria: si ricorda tutto il super-Io… o, meglio, ricorda tutto all’Io; gli ricorda che deve comportarsi bene, che non deve fare brutta figura, che ci sono dei doveri da ottemperare, dei compiti da svolgere, dei peccati da scontare.

Costretto fra “memoria” e desiderio L’Io sente la sferza di tutti e due i padroni e si barcamena nel mezzo.

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La soglia: alcune “libere associazioni”

“I confini dell’anima sono incerti,
e il locus del lavoro psicologico non può
mai essere soltanto te o me: ma entrambi”
James Hillman

In un post sulla soglia di qualche tempo fa parlavo di quanto “la soglia” fosse più un evento psichico che un luogo fisico. Non intendevo, naturalmente, dire che non ci siano luoghi fisici di passaggio: porte, portoni, corridoi, scale, ingressi e uscite per abili e disabili, passaggi da un luogo all’altro, più o meno ben sorvegliati. Intendevo però sottolineare l’idea che ogni evento è vissuto da un osservatore ed è l’osservatore che ha o non ha consapevolezza del passaggio nel quale si trova.

In questo post andrò avanti a riflettere sul concetto di soglia e lo farò in termini psicologici e con un metodo più simile a quello che usano i miei pazienti in seduta che a quello che userebbe un sociologo o un filosofo… userò, insomma, più le libere associazioni e un modo circolare e ricorsivo che serve per procedere così come procede la psiche quando la si lascia andare.
Lo faccio perché ritengo sia utile, a volte, affrontare in termini meno pedagogici certi argomenti, specie quando non si sa bene dove si andrà a finire, quando non c’è una tesi specifica da dimostrare e si è consapevoli di essere a propria volta su una soglia proprio nel momento in cui di soglia si sente il bisogno di parlare.

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Storytelling 3: la soglia

Bachtin fa notare che Dostoevskij
ambienta i momenti decisivi
delle sue storie sulla soglia, in
luoghi esposti e inadeguati”
C.Brie

Questo post potrebbe andare avanti per un bel po’ a citare frammenti di storie che parlano più o meno esplicitamente della Soglia.

La soglia è, innanzitutto, un luogo psichico, un frangente in cui la mente è impegnata nel passaggio da uno stato all’altro: dall’interno verso l’esterno, da una condizione all’altra, da una considerazione (un modo di vedere o interpretare il mondo o le cose) all’altra.

La soglia è anche, naturalmente e inevitabilmente una metafora che pervade la vita di tutti i giorni, a partire dal linguaggio. Essere sull’orlo di una depressione… guardare dentro l’abisso… farcela per miracolo/cavarsela… superare un ostacolo… innamorarsi (fall in love)… , questi e mille altri modi di dire parlano del momento di passaggio: un’iniziazione, più o meno terrificante, più o meno dolorosa, dopo la quale saremo un po’ o molto diversi.

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