Tag Archives: Relazione

Ansia: un primo antidoto

“L’ansia è quel che più uccide l’amore. Crea i fallimenti.
Fa in modo che gli altri si sentano come tu ti sentiresti
se una persona che sta affogando si aggrappasse a te.
Vorresti salvarlo ma sai che, con il suo panico,
potrebbe strangolarti ”
Anaïs Nin

Tutti portiamo un cronico fardello di ansia: una sorta di secondo corpo non visibile ma percepibile internamente.
E’ lì che possiamo andare ogni volta che ci chiedono o ci chiediamo “come ti senti?”: diamo un’occhiata e sappiamo quanto in pace o in conflitto, in armonia o in dissonanza, attivati o disattivati siamo.

E’ un giudizio soggettivo che non ha niente a che fare con le misurazioni esterne: una persona può sembrare calma e sentirsi terribilmente ansiosa, può dissimulare e nascondere ma, proprio per questo, a volte, essere ancora più agitata.

Solo coloro che ci conoscono bene sono in grado di cogliere quei piccoli segnali che fanno la differenza e ci sono frangenti in cui se ne accorgono prima gli altri, della nostra ansia, perché noi siamo impegnati a difenderci dalla sua presa e nel tentativo di non sentirla attiviamo quelle difese che ci sembra che possano allontanarla.

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Compiacere: effetti collaterali

Non è una questione di virtù quanto
della scelta di impegnarmi a modificare
o a tenere a freno la mia particolare modalità predefinita,
che è per forza di cose profondamente e letteralmente
egocentrica e vede e interpreta tutto attraverso la lente dell’io”
D.F.Wallace

Diceva lo scrittore John Updike, parlando dello scrivere e di ciò che aiuta o non aiuta uno scrittore nel suo lavoro: “La celebrità, anche quella di tipo più modesto che arriva a noi scrittori, accresce inutilmente la nostra auto-coscienza. La celebrità è una maschera che divora il viso. Non appena qualcuno diventa conscio di essere “un qualcuno”, di essere guardato e ascoltato con un interesse particolare, il flusso delle idee si ferma, ed egli, nella sua sovraeccitazione, diventa cieco e sordo. Si può o vedere o essere visti.”

Si può vedere o essere visti: succede, nel corpo (e, contemporaneamente, nella mente) che tutta una quantità di stimoli vengano mancati, non visti e non percepiti; succede che possibili intuizioni, sfuggano, sottotraccia, sotto al livello in cui stiamo quando siamo sovraccaricati da un intasamento che Updike, ad esempio, attribuisce alla fama e che D.F. Wallace attribuiva al bisogno di piacere a tutti o a “quasi tutti”.

L’eccesso di autocoscienza è, spesso, nient’altro che questa scarica di contenuti acquisiti che occupa così tanto la psiche da impedirle di ascoltare e ascoltarsi.

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L’Io e il Mondo: una discutibile dicotomia

Il leone ruggisce al deserto esasperante”
Wallace Stevens

Con questa frase che cito nell’incipit James Hillman, in un suo breve saggio del 1989 “And Huge is Ugly”, invita il lettore ad osservare e sentire il mondo: rendersi conto di quanto le emozioni non siano tanto qualcosa di “chiuso dentro la nostra testa”, quanto una reazione al contesto in cui siamo immersi.

Tutto il saggio, breve in verità (sei intensissime pagine), è un’esortazione a smetterla di dividere: un invito a non cadere nella trappola di vedere il Sé e il Mondo come entità staccate e a non rispondere automaticamente a ciò che ci circonda ma, piuttosto, a riflettere e psicologizzare, tenere a mente Psiche e tralasciare L’Io e l’enfasi sull’individualità. Dice Hillman: “Da lungo tempo mi trovo in posizione critica nei confronti del disastroso polarizzarsi della terapia sul sé: quella malattia che è il narcisismo psicoanalitico, il narcisismo insito, cioè, nella nostra ossessione della soggettività. Il fascino per il sé, tuttavia, non potrà scomparire finché non riconosceremo che ciò di cui si occupa la psicoterapia non è il sé ma la psiche”. E siccome “Fin da Platone ‘psiche’ è stata riferita a un’anima avvolgente, esterna e al di là della nostra testa e della nostra pelle umani, al di là dei confini di ‘me’, al di là delle mie relazioni intra e interpersonali, perfino al di là del mondo in quanto mio ambiente ecologico e mio campo proiettivo”, mettere l’attenzione su psiche significa, necessariamente, smettere di dividere.

Significa smettere di credere che isolandoci dal mondo e combattendolo o reprimendolo si possa allentare la sua presa, si possa sfuggire al dolore che ci causa l’immersione nel deserto esasperante da cui, a volte, ci sentiamo circondati.

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Attenzione: liberamente fluttuante

“… il cambiamento può essere un atto di volontà
o un flusso, ma l’atto di volontà è più complicato”
Mafe

Parlare di attenzione è parlare della più fondamentale delle attività psichiche: senza l’attenzione non ci sarebbe il linguaggio, non sarebbero possibili i pensieri, i sogni, la “percezione della realtà”.

E’ modulando la quantità di attenzione che rivolgiamo ad un qualsiasi oggetto, fisico o mentale, reale o immaginario, è indugiando su di esso, scrutandolo, osservandolo, assaggiandolo, studiandolo, che possiamo portarlo dentro, e illuminarlo, renderlo più o meno interessante, vivido, familiare, caro.

E l’attenzione, come tutte le funzioni fondamentali, tende a restarsene sullo sfondo, ignorata e usata quasi automaticamente come uno strumento così scontato che, come un braccio, una gamba o un occhio, non ha bisogno di niente a meno che si guasti, si deteriori o smetta di funzionare.

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Sulla comunicazione: rituali

“Il bello e il brutto, il letterale e il metaforico,
il sano e il folle, il comico e il serio…
perfino l’amore e l’odio, sono tutti temi
che oggi la scienza evita”
G.Bateson

Nel suo saggio “Tesi di filosofia della storia” Walter Benjamin per parlare del progresso e del modo in cui un certo modo di mettersi, una certa postura e una particolare propensione a protendersi o ritrarsi determinano certe visioni del mondo, usa un’immagine divenuta celeberrima : “C’è un quadro di Klee che s’intitola ‘Angelus Novus’. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.”

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La soglia: ricordare e desiderare

“Dire che una cosa è buona non un giorno di più
di quando ci è apparsa buona,
e soprattutto non un giorno di meno:
è questo l’unico modo di mantenere pura
la propria gioia”
F.  Nietzsche

Diceva Freud che l’Io è un servo al servizio di due padroni: c’è l’Es da una parte, il serbatoio degli istinti, e il super-Io dall’altra, una sorta di giudice, per lo più inconscio, che continuamente misura la distanza fra l’Io e l’ideale e trova sempre l’Io inadatto, non all’altezza o colpevole e, quindi, meschino e inetto.

Entrambi, questi due padroni, “stanno addosso all’io”: l’Es con il desiderio perché incessantemente desidera e vuole qualcosa: vuole mangiare, conquistare, possedere, divertirsi, portare dentro e non lasciare andare, liberarsi quando è troppo pieno, riempirsi non appena sente il vuoto che lo terrorizza; il super-Io con la memoria: si ricorda tutto il super-Io… o, meglio, ricorda tutto all’Io; gli ricorda che deve comportarsi bene, che non deve fare brutta figura, che ci sono dei doveri da ottemperare, dei compiti da svolgere, dei peccati da scontare.

Costretto fra “memoria” e desiderio L’Io sente la sferza di tutti e due i padroni e si barcamena nel mezzo.

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La soglia: alcune “libere associazioni”

“I confini dell’anima sono incerti,
e il locus del lavoro psicologico non può
mai essere soltanto te o me: ma entrambi”
James Hillman

In un post sulla soglia di qualche tempo fa parlavo di quanto “la soglia” fosse più un evento psichico che un luogo fisico. Non intendevo, naturalmente, dire che non ci siano luoghi fisici di passaggio: porte, portoni, corridoi, scale, ingressi e uscite per abili e disabili, passaggi da un luogo all’altro, più o meno ben sorvegliati. Intendevo però sottolineare l’idea che ogni evento è vissuto da un osservatore ed è l’osservatore che ha o non ha consapevolezza del passaggio nel quale si trova.

In questo post andrò avanti a riflettere sul concetto di soglia e lo farò in termini psicologici e con un metodo più simile a quello che usano i miei pazienti in seduta che a quello che userebbe un sociologo o un filosofo… userò, insomma, più le libere associazioni e un modo circolare e ricorsivo che serve per procedere così come procede la psiche quando la si lascia andare.
Lo faccio perché ritengo sia utile, a volte, affrontare in termini meno pedagogici certi argomenti, specie quando non si sa bene dove si andrà a finire, quando non c’è una tesi specifica da dimostrare e si è consapevoli di essere a propria volta su una soglia proprio nel momento in cui di soglia si sente il bisogno di parlare.

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Sulla comunicazione: il silenzio

“La mente si muove sul silenzio
come sul fiume un insetto dalle lunghe zampe”
W.B.Yeats

Nel suo romanzo “Tutto il ferro della Tour Eiffel ” Michele Mari, parlando del filosofo Walter Benjamin, che è uno dei protagonisti della storia che si dipana nella Parigi della prima metà del secolo scorso, usa, come sfondo per delineare un tratto del carattere del personaggio, un’ immagine dell’angelologia ebraica:

“Secondo l’angelologia talmudica e kabbalistica, Dio gode di un’ininterrotta creazione di angeli che si dissolvono davanti a Lui nel momento stesso in cui Egli li nomina, cioè li crea. Questo potere è dato anche all’uomo, ma una volta sola e a una condizione: quando egli pronunci ad alta voce il nome segreto impostogli alla nascita dai genitori e rivelatogli all’ingresso nell’età puberale, nome che corrisponde alla sua identità più profonda e al suo angelo protettore: allora l’angelo-nome esce da lui, e perdendo la propria forma si insedia nelle cose che quell’uomo ha amato e tenuto a lungo con sé, rendendole, ai solo suoi occhi, trasparenti. In questo modo, quando l’uomo muore, la sua parte migliore non si disperde, perché trasfusa e protetta nelle cose. Senonché, alla nascita del piccolo Benjamin, i suoi genitori non pensarono affatto a scegliere per lui un nome segreto, un nome che ineffato lo proteggesse, ed effato lo trasfondesse nelle cose: dimenticanza che per tutta la vita gli avrebbe dato quel senso di insicurezza così radicato e tipico in lui da dargli, sempre, l’aria di un animale braccato.”

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Sulla comunicazione: il buon uso dell’energia

“Dialogo = vedersi attraverso gli occhi di un altro”
Heinz von Foerster

In un post di qualche tempo fa, parlando di rapporto e di relazione sostenevo che: “Prima dell’amore per la chiarezza e prima del desiderio di esprimere la propria opinione o di contrastare quella di altri, viene questo istinto di relazione che ci spinge a prenderci cura del rapporto che grazie alla comunicazione siamo in grado di creare.”

La creazione di un rapport: una relazione significativa basata sull’empatia, sulla comprensione e sulla cura della comunicazione, si basa in parte sui concetti che possiamo esprimere e che, grazie al linguaggio, siamo in grado di fare arrivare all’altro ma, anche e soprattutto, sulla qualità della “punteggiatura” che nell’esprimerci adottiamo.

Punteggiare un discorso è dare una tonalità emotiva a ciò che stiamo dicendo.

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Sull’integrazione: “Grokkare”

“C’era così tanto da grokkare,
e così poco da cui grokkarlo…”
R.A.Heinlein

Il termine inglese Grok è un neologismo usato per esprimere l’idea di comprendere completamente, assimilare, portare dentro in modo che, poi, il concetto sia completamente integrato nella conoscenza che è già lì e diventi parte della saggezza e del modo di agire di una persona.

“Il verbo (“grokkare”) fu inventato da Robert A.Heinlein nel suo romanzo Straniero in terra straniera dove era una parola marziana che significava letteralmente “bere” e, per senso traslato, figurativamente “comprendere”, “amare” o “essere uno con”.” (Wikipedia).

I neologismi hanno, a volte, il pregio di cogliere e di coagulare lo spirito del tempo e “to grok” ha attecchito bene nella cultura degli anni ’60.
Era un periodo in cui i concetti di integrazione e di comprensione profonda smisero di essere semplici idee e si trasformarono, per molti, in ideali: qualcosa per cui spendere, in certi casi, un’intera vita.

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