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Mindfulness: i filtri e le cose

“Quando guarda la primula il poeta apprende qualcosa di sé creatore.
Il suo orgoglio è accresciuto vedendosi nell’atto di dare un contributo
ai vasti processi di cui la primula è un esempio”

G. Bateson

Praticando la mindfulness: decidendo di prendere quella posizione in cui il flusso delle cose e “del mondo” subisce meno le interferenze di ciò che già sappiamo, capita di rendersi conto di quanto “la realtà” sia continuamente filtrata da un processo che è sempre all’opera dentro di noi e che coglie certe cose per lasciarne perdere altre.

In un breve saggio del 1974 intitolato “La Creatura e le sue creazioni”, Gregory Bateson, prendendo come esempio uno dei possibili soggetti dell’esperienza dice : “Il poeta si vede separato dalle <<cose come sono>>. Infatti c’è un oggetto su cui l’organismo (in questo caso il poeta) non può dire nulla e, nel suo poemetto, questo oggetto è chiamato <<le cose come sono>>. Forse questa cosa, questo oggetto ineffabile, è solo una finzione.”.

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Mindfulness

” Non attraverso le azioni, non attraverso le parole, ci rendiamo liberi dalle contaminazioni mentali, ma osservandole e riconoscendole in continuazione”
Anguttara Nikaya, 557-477 a.C.

Pensare è molto spesso agire e reagire: “questa cosa che hai fatto mi ha fatto pensare che…, ho fatto così perché ho pensato che tu pensassi…, per forza mi comporto così, lui non capisce che finché non capirà che io non sopporto che…”, questi e mille altri ragionamenti portano ad una serie di conclusioni e di azioni che innescano delle catene di gesti, di risposte emotive, di lunghe elaborazioni mentali e di conseguenti azioni, atteggiamenti, prese di posizione.

Siamo così abituati a considerare che all’interno di una relazione, di un rapporto o anche di un semplice scambio comunicativo fra esseri umani, occorra rispondere con delle azioni ai “cenni che l’altro dà” che, spesso, non ci passa nemmeno per la testa la possibilità di non fare niente: assaporare, invece, il gesto; cogliere l’azione per quello che è; sospendere il giudizio e l’azione di risposta e ascoltare con attenzione, lasciare che ciò che viene detto o fatto abbia il tempo di impressionarci.

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Sull’integrazione: apprendere dall’esperienza

“… quella capacità che un uomo possiede
se sa perseverare nelle incertezze, attraverso
i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare a una
agitata ricerca di fatti e ragioni”
John   Keats

Dicevo nell’ultimo post sull’integrazione che è la qualità dell’interesse e dell’apertura che una persona mette nell’interazione a determinare quanta energia e informazione scorreranno fra lui e l’oggetto con il quale sta avendo a che fare.
Come ebbe a dire Martin Heidegger, ogni essere umano non può che essere un’apertura sul mondo : siamo necessariamente e inevitabilmente in comunicazione e basta cercare di non pensare ad un elefante rosso per rendersi conto di quanto ogni tentativo di interrompere questa continua comunicazione fra noi e il mondo sia destinato a fallire.

Non possiamo interrompere il flusso: possiamo distrarci, concentrarci, stare svegli o addormentarci ma non possiamo smettere di esserci.
Il nostro stesso flusso di coscienza non è modificabile a volontà ed è sufficiente mettersi ad osservare per un po’ i propri pensieri per accorgersi di quanto il controllo non sia affatto assoluto: non possiamo avviare, cambiare e fermare a volontà i pensieri; possiamo, al massimo, dirigerli un po’, concentrare o disperdere l’attenzione, focalizzarci su una porzione di esperienza ed escluderne delle altre, modulare, in parte, l’energia che mettiamo nei gesti e nell’attenzione.

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Sull’integrazione: “Grokkare”

“C’era così tanto da grokkare,
e così poco da cui grokkarlo…”
R.A.Heinlein

Il termine inglese Grok è un neologismo usato per esprimere l’idea di comprendere completamente, assimilare, portare dentro in modo che, poi, il concetto sia completamente integrato nella conoscenza che è già lì e diventi parte della saggezza e del modo di agire di una persona.

“Il verbo (“grokkare”) fu inventato da Robert A.Heinlein nel suo romanzo Straniero in terra straniera dove era una parola marziana che significava letteralmente “bere” e, per senso traslato, figurativamente “comprendere”, “amare” o “essere uno con”.” (Wikipedia).

I neologismi hanno, a volte, il pregio di cogliere e di coagulare lo spirito del tempo e “to grok” ha attecchito bene nella cultura degli anni ’60.
Era un periodo in cui i concetti di integrazione e di comprensione profonda smisero di essere semplici idee e si trasformarono, per molti, in ideali: qualcosa per cui spendere, in certi casi, un’intera vita.

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Riduzionismo vs integrazione.

“Ci sono due modi di attraversare la vita in modo agevole:
credere a tutto e dubitare di tutto.
Entrambe i modi ci salvano dal pensare”
Alfred Korzybski.

Mi faceva notare un amico che le formiche della mente di cui ho parlato nell’ultimo saggio sono come degli algoritmi, delle piccole macchine di calcolo interne che svolgono un lavoro prezioso senza il quale la nostra percezione della realtà  non sarebbe che un caos privo di senso.

Semplificare il mondo riducendo l’enorme numero di stimoli e di possibili spiegazioni e interpretazioni degli stimoli ci permette di creare una sorta di ordine che lascia la confusione sullo sfondo e che ci consente una vita più tranquilla con meno dispendio di energie.
Una volta che so che un determinato oggetto è quella cosa, crea quegli effetti, mi dà  certe sensazioni, può essere usato per… posso mettere da parte ogni diffidenza e smettere ogni indagine sul suo conto: lo conosco, lo so usare, so che non mi farà  male ecc.

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Il flusso di energia e di informazione

“Mi piacerebbe avere capacità extrasensoriali?
Sinceramente mi sembra già difficile
gestire i cinque sensi”
C.Murphy

C’è un passaggio nella storia di Amore e Psiche in cui la giovane moglie di Eros è costretta da Afrodite ad affrontare l’impossibile compito di separare, in poco tempo, all’interno di un enorme mucchio confuso, un insieme di sementi che la suocera gelosa ha mischiato fra di loro.

Psiche rimane atterrita di fronte alla difficoltà dell’impresa e si dà per vinta ancora prima di iniziare. Solo l’intervento provvidenziale di un esercito di formiche le permetterà di completare l’opera in tempo e superare una delle sfide che rappresentano i passi obbligati della sua evoluzione.

E’ un lavoro che implica la capacità di riconoscere differenze e similitudini e di intervenire per mettere ordine in una confusione. Inoltre, su un piano più profondo che prende in considerazione non solo il risultato esterno (la consegna di chi vuole che il compito venga svolto) ma anche la trasformazione di chi il lavoro lo fa, questa prova rappresenta un esercizio fondamentale che la mente svolge per stare nel mondo.

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Sul contenimento: la continuità d’essere

La consapevolezza può crescere,
se riesce ad andare oltre le
tue abituali risposte alle cose”
M.Epstein

Chi ha visto il film di Salvatores, Nirvana, ricorderà lo struggimento di uno dei protagonisti (il Solo interpretato da Diego Abatantuono) che, dopo aver scoperto di non essere altro che un personaggio virtuale imprigionato in un videogame, chiede al proprio “creatore” di cancellarlo, liberandolo così da un’esistenza frammentaria in cui deve ripetere all’infinito azioni inconcludenti per poi morire e rinascere alla stessa vita.

Ciò che spezzetta la sua esistenza non è tanto l’essere inserito in una realtà artificiale o il dover seguire schemi prestabiliti, quanto il non poter decidere di fermarsi, di porre fine al ciclo delle sue brevi vite e di uscire dall’acquario in cui scopre di essere contenuto.

Senza questa libertà l’esistenza diventa troppo stretta, i vincoli troppo pesanti e la mente fa fatica a tenersi insieme.

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Stati di coscienza: “Senza memoria e senza desiderio”

Complicare è facile, semplificare è difficile.
Un esperto è un uomo che ha fatto tutti gli errori
che è possibile compiere in un campo molto ristretto”
Niels Bohr

Racconta lo psichiatra J.S.Grotstein che, quando in una delle prime sedute con il suo maestro W.R.Bion, gli chiese di ripetere un’interpretazione che questi aveva appena formulato, si sentì rispondere: “Non posso ripeterla, il tempo è passato, dovremo riafferrarla a valle nella sua trasformazione.”.

Tale era la visione di Bion riguardo allo scorrere del tempo in seduta e riguardo all’atteggiamento che un terapeuta dovrebbe avere e che anche un paziente dovrebbe apprendere riguardo al flusso di coscienza. Siamo così abituati ad una sorta di stato di coscienza usuale in cui siamo noi a: fermare il tempo, trattenere certe informazioni, determinare il ritmo della nostra coscienza… che crediamo che questo modo, questa qualità dell’intercalare gli eventi e i pensieri, sia quello da privilegiare sempre e comunque.

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R.A.I.N.: come ce la raccontiamo

“L’arte di vivere non consiste né nel lasciarsi portare dalla
corrente con disinteresse né nell’aggrapparsi alle cose,
pieni di paura. Consiste nell’essere sensibili a ogni istante
considerandolo del tutto nuovo e unico: consiste
nell’avere una mente aperta e pienamente ricettiva.”
Alan Watts

Ci sono delle incredibili affinità fra alcune, recenti, scoperte delle neuroscienze e conoscenze antiche che parlavano, secoli fa, della mente, del suo funzionamento e degli strumenti che ognuno di noi potrebbe usare per modificarla.

I quattro saggi sulla depressione che sono comparsi in questo blog sono un piccolo esempio di come si può guardare ad uno stato della mente che, per quanto “scomodo” e sgradevole, è comunque una delle tante condizioni in cui il nostro umore, il nostro modo di sentirci, può essere declinato.

La Depressione Clinica nelle sue varie manifestazioni (Episodio Depressivo Maggiore, Psicosi Maniaco-Depressiva, Distimia, ecc.) va considerata come una vera e propria malattia che deve essere curata con una serie di interventi, farmacologici e di psicoterapia di sostegno, che aiutino il paziente a svincolarsi da quello che è, a tutti gli effetti, un disturbo grave e complesso.

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