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Cronaca 21 – Persuasione I Parte: Sirene

La persuasione, specie nelle sue forme più alte,
non può essere raggiunta senza il senso della bellezza”
Sir A. Quiller-Couch

Peitho era, secondo gli antichi greci, la divinità della persuasione. I Romani la chiamavano Suada (da cui persuadere, appunto) ed era spesso rappresentata insieme ad altre divinità, al seguito di Venere/Afrodite, la dea della bellezza e dell’amore.

Sia nella seduzione che nella retorica la capacità di persuadere è una risorsa irrinunciabile: solo se si riesce ad essere persuasivi si può, infatti, compiere quel gesto che ci permette di convincere l’altro e di portarlo dalla nostra parte , di renderlo partecipe di ciò che vogliamo comunicare o, a volte, di affascinarlo e… condurlo là dove vorremmo che fosse o dove ci piacerebbe essere insieme a lui.

Purtroppo, a forza di sentir parlare di “tecniche di persuasione-persuasori occulti-controllo della mente-plagio…”, capita che, appena si accenna a questo gesto, appena si considera la possibilità di far passare un messaggio e raccontare una storia che convinca, certe difese si alzino e certe resistenze si attivino come per delimitare bene i confini ed “evitare il contagio”.

Il muro di cui cantavano i Pink Floyd nel loro celeberrimo album (The Wall) con il coro di bambini che intona il ritornello che afferma quanto un bambino non abbia “bisogno di educazione e di controllo del cervello”, è come un manifesto di questa diffidenza nei confronti di una forza che, se non controllata o se usata disonestamente, potrebbe ridurci a marionette manovrate da chi è bravo nell’arte di persuadere.

Ma accade che la semplice diffidenza non funzioni. Continua a leggere

La Rêverie II Parte: Soglie e Figure

La poesia è un’anima che inaugura una forma”
P.J. Jouve

Non mi sono messo a fare il critico letterario né, parlando di anima, decido di uscire dall’ambito del mio seminato e di invadere quello della religione. Rimango uno psicoterapeuta e sto usando, in questi post sulla Rêverie, il termine “poesia” per distinguere un linguaggio e per accantonare un po’ il prosaico: quello stile, spesso usato dalla psicologia, per restare materialista, per togliere tracce di poesia e di sentimento e per ammantarsi di scientificità; per tentare di essere chiara, ripetibile, generalizzabile e… insegnabile.

Ha un senso, nella materia che professo, questa riduzione: serve a stabilire una diagnosi, a stabilire un percorso di cura, ad intendersi fra colleghi. Perde senso, però, ogni volta che le nostre categorie diagnostiche diventano troppo strette per contenere i sintomi dei pazienti o troppo rigide per aiutarli a far fronte ad un dolore che se ne frega dell’etichetta diagnostica sotto la quale è stato catalogato. Continua a leggere

La Rêverie I Parte

Le parole sono camaleonti
la musica ha il diritto di essere astratta
l’esperienza dell’inspiegabilità delle cose conduce al sogno
non spiegate la musica
non spiegate i sogni.
L’inafferrabile pervade tutto
bisogna sapere che ogni cosa fa rima.”
Wols

Tanti di voi ricorderanno una sequenza del film “L’attimo fuggente” in cui Robin Williams, nei panni del professore di lettere, invita i suoi studenti a strappare la prima pagina di un’antologia che ha la pretesa di insegnare un metodo efficace per interpretare un opera poetica.

Usare un metodo, applicare una tecnica, scegliere un algoritmo che, sovrapposto ad un evento, permetta di ridurlo ad un oggetto conosciuto, sono modi utili per capire e per rendere il mondo più “maneggevole”. Molto spesso funzionano, ci permettono di risparmiare tempo, di sentirci padroni del momento che stiamo vivendo e ci forniscono le risorse necessarie per liquidare la pratica e passare a quella successiva. Ma ci sono volte in cui il metodo può distruggere l’oggetto su cui viene applicato e la tecnica può, con la sua luce, diventare un abbaglio: qualcosa che svelando certi aspetti ne nasconde altri e facendo chiarezza su certi ambiti mette in ombra dettagli che, invece, non andavano ignorati.

E’ anche per questo motivo che il filosofo Gaston Bachelard, uno che di metodo se ne intendeva, mise, nell’incipit del suo libro su “La poetica della Rêverie” una frase del poeta Laforgue: “ Metodo, Metodo, cosa vuoi da me? Sai bene che ho mangiato il frutto dell’incoscienza.” Continua a leggere

Su “La banalità del male”: una riflessione psicologica

 

Ho visto recentemente un film di Margarethe Von Trotta intitolato Hannah Arendt. E’ un’opera incentrata sulla figura della filosofa tedesca e sulla sua presa di posizione nei confronti della condanna che lo stato di Israele comminò ad Adolf Eichmann. La Arendt non contestò la condanna in sé quanto le motivazioni che, dal suo punto di vista, non rendevano conto del vero motivo della malvagità della figura che veniva giudicata. Secondo l’autrice, che per la sua tesi si inimicò parecchi amici ebrei e mise a repentaglio la sua stessa carriera giornalistica, ritenere Eichmann colpevole senza capirne la profonda mediocrità e la sconcertante inconsapevolezza, condannarlo osservando l’ovvia manifestazione del male che egli incarnava senza riflettere sulla genesi di tale male era un errore: un fallimento del pensiero e, paradossalmente, un rinforzo dell’inconsapevolezza in cui il gerarca e con lui tantissimi rappresentanti del potere e della cultura tedesca del periodo nazista, erano immersi.

Mi è tornato in mente, questo film, vedendo le immagini tremende dell’esecuzione del giornalista americano James Foley e ascoltando, da spettatore impotente come tutti gli altri, gli ultimi episodi di cronaca nostrana: delitti che tutti definiscono inspiegabili e su cui spesso colleghi, psicologi e psichiatri, vengono interrogati da giornalisti in cerca di diagnosi che rassicurino. Continua a leggere

Storytelling: suffer vs endure

“Non  importa quello che hanno fatto di noi,
importa quello che  facciamo con quello che gli altri
hanno fatto di noi”
J.P. Sartre.

Gli accenni che, in questo post, farò alla psicoterapia sono solo pretesti: un espediente per parlare della vita quotidiana e della costruzione di realtà che, più o meno consapevolmente, sempre facciamo.

Sono convinto che, come diceva Hillman, la psiche è il giardino in cui ci troviamo, non solo “dentro la testa” ma dappertutto. Ci sono giardinieri? Le cose crescono spontaneamente? Quanto di ciò che “vediamo” è natura e quanto è cultura, lavoro dell’uomo? Che strumenti vengono usati per coltivare tutto questo?

J. S. Grotstein, uno psicoanalista, parlando di come, secondo Bion, bisognerebbe rapportarsi con una persona in cura, dice: “Il paziente deve essere contenuto analiticamente ed essere così in grado di patire (suffer) e non di sopportare con determinazione (endure), ma ciecamente, la sofferenza delle esperienze emozionali.”
E’, questo, un principio chiave non solo della psicoanalisi ma di ogni psicoterapia: è una delle chiavi di volta di ogni trattamento che miri a recuperare l’umanità e a diminuire il cieco ripetersi dei meccanismi di difesa, il mero rispondere colpo su colpo di cui, spesso, è fatta una nevrosi.

Endure

E’ anche uno dei motivi per cui fare della terapia è, spesso, “una faticaccia” e, fortunatamente, la ragione per cui vale la pena farla. Continua a leggere

Cornici

"Ascoltava con attenzione cosa dicevo. Ma nel suo bagaglio intellettuale ed emotivo non c'era niente a cui potesse collegare le mie parole."

Cornice tratta da corniciantiche.it

In una riflessione sullo scopo dell’educazione il filosofo e linguista Noam Chomsky parlando del bisogno di diventare consapevoli del punto di vista che stiamo adottando quando studiamo un argomento o ricerchiamo informazioni, dice:

“Non si può intraprendere alcun tipo di ricerca senza una cornice di riferimento relativamente chiara, che ci orienti e aiuti nella selezione delle informazioni, che ci permetta di distinguere tra ciò che è rilevante e ciò che non lo è, cosa merita di essere indagato e approfondito, e cosa, invece, è meglio scartare.

Non ci si può aspettare che qualcuno arrivi ad essere biologo, solo aprendogli l’accesso alla biblioteca di biologia dell’Università di Harvard, dicendogli “ecco, leggi”; si tratterebbe di qualcosa di assolutamente insensato. E lo stesso vale per l’accesso a internet: se non abbiamo chiaro quello che stiamo cercando, cosa è rilevante e cosa no, se non siamo disposti a mettere in discussione le nostre opinioni, allora navigare in internet diventa solo la scelta casuale di fatti inutili che non possono essere oggetto di verifica.

Quindi l’uso della tecnologia contemporanea, come internet, i sistemi di comunicazione, di grafica o qualsiasi altra cosa, se non ha alle spalle un percorso concettuale ben definito e solido, è poco probabile che risulti utile, e, anzi, potrebbe perfino rivelarsi dannoso. Se si raccolgono fatti incerti, un po’ qua, un po’ là, e li si rafforza, finiamo con uno scenario che presenta sì alcune basi oggettive, ma che di fatto non rispecchia la realtà. Bisogna saper valutare e interpretare, per capire.

Tornando all’esempio della biologia, il premio Nobel non lo vince chi legge più articoli o prende più appunti, ma la persona che sa cosa sta cercando. Coltivare questa capacità di indagare, di chiedersi cos’è rilevante senza smettere di mettersi in discussione, questa è l’istruzione. Che sia usando computer e internet o matite, fogli e libri, questo è irrilevante.”

Non conoscere la cornice nella quale circoscriviamo le nostre domande e non interrogarci su quali sistemi di riferimento ci abbiano portato a dare certe risposte (spesso stereotipate) dettate proprio dall’ottica in cui siamo cresciuti, ci rende rigidi. Il rischio è quello di guardare sempre dalla stessa parte e di descrivere il mondo sempre nello stesso modo.

A volte l’attenzione ha bisogno di essere scompaginata, certe cornici vanno rotte e cambiate e “Solo se siamo disposti a sentirci confusi possiamo imparare. Quando non lo siamo e ci limitiamo a ricalcare ciò che ci è stato detto, diventiamo la replica della mente di qualcun’ altro.”

 

Selfie: qualche libera associazione e… un po’ di metodo

…una foglia che cade, un amico che saluta
o una ‘primula sullo sfondo di un fiume’,
non sono mai ‘questo e nulla più’.”
G. Bateson

Un Selfie è, secondo Wikipedia: “…Un autoritratto fotografico, tipicamente eseguito con un palmare, una fotocamera digitale o un telefono.” Essendo una foto, un’immagine, è naturalmente anche molto di più: è, innanzitutto, un contenuto che comunica qualcosa, ha uno sfondo, un espressione, un contesto… E’ anche diventata, Selfie, una delle parole dell’anno, un termine su cui si sono accese discussioni, dibattiti, articoli e studi sociologici, ecc.

Ne parlo, qui, perché ho letto un po’ di questi articoli di colleghi, zii (filosofi) e cugini (sociologi) che tutti indistintamente hanno la loro da dire e spesso, secondo me, perdono di vista il contesto del quale stanno parlando e in cui il selfie avviene.

L.Russolo-Autoritratto con teschi.

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