Perché la notte

William-Adolphe Bouguereau-La Notte-1883

“E il mio maestro mi insegnò com’è
difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”
Franco Battiato

Prima che il Cristianesimo si diffondesse e che il Natale diventasse la “festa comandata” in questo periodo dell’anno, in molte antiche civiltà  si compivano riti che celebravano la vittoria della luce sulle tenebre.
La ricorrenza del Sol invictus nel tardo Impero Romano, la Chanukkah, festa delle luci, nell’Ebraismo, vari riti mediorientali sulla nascita del sole, tutte queste celebrazioni manifestano la speranza dell’uomo in una ripresa della luce dopo un periodo di buio e la fede in un ritmo naturale in cui l’alternanza di giorno e notte garantisca un eterno ritorno del bene, identificato con il chiaro giorno, contro il male rappresentato dall’oscura notte.

Chiedersi a che punto è la notte, è chiedersi quanto ancora si dovrà sostare in un passaggio difficile, in un momento di sconforto o in qualche tipo di tunnel di cui non si veda la fine. E gli auguri di buon anno sono (o vorrebbero essere), in fondo, una sorta di antidoto contro la stagnazione: un memento per ricordarci che le cose possono rinnovarsi e che dal vecchio qualcosa di nuovo e vitale può avere inizio.

Da poco le giornate hanno iniziato ad allungarsi, lo faranno fino a metà giugno e, poi, si accorceranno fino a metà dicembre: il ciclo notte-giorno astronomico va avanti come niente fosse e, in questa accezione, la notte è esattamente al punto in cui dovrebbe essere.

Dal punto di vista soggettivo, invece, ognuno di noi fa i conti con la propria percezione di… come sta: “quanto bene o male mi sento, cosa  mi manca per dire è pieno giorno, e quanto posso contare sulla durata del mio benessere, quanta paura ho della notte?”.

Sono domande che ci poniamo spesso e capita che, nelle ricorrenze, diventino più insistenti, come se ci si sentisse obbligati a tirare un  bilancio o a misurarsi con uno standard che più che con la luce e con il buio ha a che fare con il giudizio che, a volte inconsciamente, esprimiamo dimenticando che, tanto,  la notte è comunque sullo sfondo!

Nyx: la notte, madre di eros e di thanatos, figlia del caos o, in altre tradizioni, della luce (!), appare come archetipo all’inizio dei tempi. Perché le cose si svolgano, essa va contrastata.
Ma per quanto combattuta  non può che rimanere, non può che tornare e alimentare il conflitto, polemos, padre, secondo Eraclito, di tutte le cose.

Verso ciò che ci spaventa mobilitiamo le nostre difese e contro la notte si accendono i fuochi del pensiero cosciente, le luci della ragione e, in certi casi, quel particolare tipo di follia di chi crede che ogni cosa possa essere resa chiara e che ci sia un qualche sol dell’avvenire che non si spegnerà mai.

Su costoro la notte si vendica rendendo il loro “chiaro sguardo” del tutto miope e ingannandoli con… la certezza: l’illusione di aver trovato qualcosa di perenne, incontaminato, senza ombre.

Trovate una certezza e avrete trovato una stagnazione: un punto in cui la ricerca si interrompe e su cui si sa già tutto, un non-luogo in cui ci si crede arrivati e al sicuro. E’ dove smettiamo di pensare, di chiedere e di appassionarci. Un punto in cui perdiamo quello che è invece il vero dono della notte: il Dubbio che, con il suo pungolo, favorisce il movimento e permette la scoperta.

Il dubbio, il vestito della notte, è, probabilmente, il miglior esempio di quanto sia difficile scorgere l’alba dentro l’imbrunire e di quanto, nello stesso tempo, questa difficoltà sia… piena di forza.

La civetta che sosta sulla spalla di Athena vede nel buio: scorge nell’oscurità e, come il dubbio, non nega la notte ma la abita!

Perché la notte è un invito a riflettere mentre si agisce, ad accettare mentre si combatte, a non escludere senza aver prima indagato.

Perché la notte…

Auguri! drdedalo

No enemies within

Se non hai nemici interiori quelli esteriori non potranno ferirti”
Proverbio Africano

C’è un aforisma di Flaubert che dice: “Occorrono tre cose per essere felici: essere imbecilli, essere egoisti e godere di buona salute; ma se vi manca la prima tutto è finito”.

Mi è tornato in mente dopo che nei giorni scorsi ho letto un tatuaggio con la prima parte del proverbio africano dell’incipit… non avere nemici interiori. Ho collegato le due frasi perché mi sembra chiaro che la debolezza dell’imbecille -etimologicamente l’imbecille è colui che si deve sostenere con un bacillum (un bastoncino)- sia una chiara incapacità di guardare dentro, una mancanza di introspezione che non elimina i nemici ma che, semplicemente, si limita a negarli, a non accorgersi della loro presenza. Il contrario, insomma, della forza di chi ci ha fatto i conti con questi nemici e, dopo un duro lavoro, ha raggiunto uno stato in cui può combattere senza zavorre, può confrontarsi con il mondo da solo!

Credo che nessuno sia completamente così: abbiamo tutti una parte di imbecillità che ci indebolisce e che ottunde la capacità di distinguere cosa sia interno e cosa, invece, sia reale, concreto, esterno.

Il viaggio dell’eroe è uno dei miti fondanti della nostra cultura: il percorso che ogni protagonista di storia compie per trasformarsi e per diventare ciò che è. Nel suo procedere verso la meta il futuro eroe deve affrontare varie peripezie, deve superare prove, confrontarsi con ostacoli che mobilitano tutte le sue risorse e, soprattutto, vincere contro i propri demoni, diventare meno stupido, perdere quell’innocenza che andava bene all’inizio della storia ma che, strada facendo, diventa debolezza.

Ulisse, uno degli archetipi dell’Eroe, deve, sì, affrontare Polifemo, superare le tempeste che l’ira di Poseidone scatena contro la sua nave, passare nello stretto pauroso tra Scilla e Cariddi, ma deve, innanzitutto, lottare contro le forze che gli impedirebbero di compiere il proprio destino: l’inerzia che lo lascerebbe tra le braccia di Circe, l’Hybris che gli farebbe accettare il dono dell’immortalità offertogli dalla Ninfa Calipso, le debolezze che lo accompagnano nel suo lungo viaggio.

Tutti nemici interiori. Una serie di: “Chi me lo fa fare, mi fermo qua che non è così male, sono stanco e potrei riposare… carina Nausicaa…”.

Ma non è un imbecille e qualcosa in lui sa che l’indole va superata: certe facili tentazioni rendono felici e imbecilli, sereni e immobili.

Alla fine, quando fa ritorno, è una persona diversa, uno che può affrontare i nemici esterni perché ha vinto contro ciò che, dentro, andava superato!

Ogni storia che parla dell’eroe, anche quella di Pollicino, ci racconta di un viaggio che è prima di tutto interiore, ci mostra una trasformazione e quando il cerchio si chiude la stessa persona che aveva intrapreso il cammino è… più sola e più saggia.

E i nemici esterni? So che ve lo state chiedendo!

Non è vero che non possono ferirci: ci sono persone che si specializzano nella “caccia agli eroi” e non vedono l’ora di buttare qualcuno giù dal piedistallo. Spesso sono ex amici o nuovi adepti, organizzatori di fan club o segretari particolari.

Ma il proverbio è giusto lo stesso! E’ un incitamento non una promessa. È l’invito ad una jihad (nel senso giusto del termine): una lotta contro l’angelo, un percorso terapeutico che serve da cura contro l’imbecille interiore.

Non finisce alla prima acquisizione di consapevolezza perché è più come un antidoto quotidiano che ci ricorda la nostra debolezza intrinseca e ci aiuta a combatterla indicando la sua origine, la vera madre degli imbecilli: l’idea di un io distinto senza nemici interni, una specie di monolite che rimane uguale a se stesso e che non ha bisogno di intraprendere nessuna avventura, nessuna strada verso il cambiamento.

Nessun nemico dentro è un obiettivo, un motto per continuare il lavoro.

Non rende più facile la vita ma incute coraggio.

Il coraggio è uno degli obiettivi che mi pongo quando inizio una terapia e so che quando i pazienti diventano più coraggiosi è perché si sono lasciati alle spalle un po’ di stupidità

Quanto all’esterno… cito spesso una frase dell’Avvelenata in cui Guccini ammonisce: “Andate e fate tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete, a sparare cazzate”.

Arnold Böcklin – Odisseo e Calipso

Coazione a ripetere: la speranza e gli oggetti

“Forse tutti i nostri pezzi mancanti e le nostre sfortune sono in realtà delle
benedizioni che fanno di noi quelle persone particolari che siamo”
James Hillman

Anni fa un paziente che seguivo e che aveva alle spalle una lunga storia di tossicodipendenza mi disse che il motivo per cui per tanto tempo era andato avanti ad usare droghe e a rovinarsi la vita era che aveva sempre cercato “l’incredibile piacere che ho provato una delle prime volte che mi sono fatto”.

La sua ricerca di quel singolo momento di estasi gli era costata un’incredibile serie di sofferenze e di stenti finché, al fondo della spirale, si era accorto che la speranza era vana: non avrebbe mai più trovato il soggetto che aveva vissuto il momento e non sarebbe più stato (parole sue) l’oggetto di tanta grazia!

Ho incontrato la stessa brama e la stessa cocciutaggine in tanti pazienti e con loro mi sono ritrovato a fare il lavoro opposto di quello che si fa con chi soffre di depressione. Mentre con questi si cerca di riaccendere la speranza e di trovare qualcosa che possa attivare il desiderio, con gli altri il compito diventa quello di spegnere la speranza e togliere dall’orizzonte l’oggetto: ciò che disperatamente (nel senso di “con fin troppa speranza”) il soggetto va cercando.

E’ una sorta di lavoro contro natura perché la speranza è figlia dell’amor proprio e non è facile convincere la pancia di chi ha fame e la mente di chi cerca qualcosa che sa/crede che possa davvero cambiare la sua vita e riempire il buco una volta per tutte.

Ed è un lavoro sul confine tra Eros e Thanatos perché è difficile in questi casi distinguere la spinta verso la vita dal desiderio di estinzione: non è facile convincere chi in un gesto, in una sostanza o in una relazione cerca il piacere e la soddisfazione di un bisogno profondo, che lì, in quell’oggetto, c’è… un vuoto che ribadisce l’insoddisfazione e l’impossibilità della pienezza.

Ed è un confine così interessante: un posto in cui l’intensità rende piacevoli cose dolorose e attraenti certi stati da cui bisognerebbe scappare e che, invece, vengono ripetuti con un godimento che è… così vicino alla sofferenza. Continua a leggere

Enorme è brutto

Gustave Doré

Gustave Doré

“Non possiamo accorgerci dell’incanto del mondo, della bellezza delle piccole cose che ci circondano, se i nostri sensi sono resi ottusi dall’azione esaltante dell’enormità.”
James Hillman

Il titolo di questo post prende spunto da un saggio di Hillman del 1989: ‘And huge is ugly’.

Mi è venuto in mente stamane ascoltando il ripetitivo “great” che ha pervaso il discorso di Trump e il coro di commenti entusiastici dei suoi sostenitori: l’America di nuovo grande, il “raddoppieremo la nostra crescita”, il grande paese, il grande popolo.

L’ho riletto e ve ne riporto dei pezzi con l’aggiunta di qualche commento perché credo che possa fare da contraltare, nella psiche di tutti noi, a questa esplosione di “grandezza”.

Hillman diceva: “Il mio compito come psicoanalista è quello di eliminare la repressione; cioè la repressione dovuta a quell’ottundimento psichico che è il nostro attuale malessere, all’anestesia della nostra sensibilità” e, siccome vedeva nel continuo guardare all’esterno e nella compulsione all’estroversione il contrario del lavoro che andrebbe fatto, non era un grande sostenitore dell’espansione, del progresso sfrenato e della crescita a tutti i costi.

Oggi sentendo i commentatori del giorno dopo che ci spiegano quanto sia stato importante parlare alla pancia delle persone e far leva sulla loro voglia di riscatto e sulla speranza di un ritorno ad  un passato glorioso, ottundimento è la parola da cui non riesco a liberarmi.

Enorme (huge) è una sorta di patologia di grande (great) e le “pance” non sono famose per il senso della misura: per fermarsi e riflettere, per pensare e per orientarsi occorre distogliere l’attenzione dalla pancia, occorre mettere da parte il bisogno/la fame e concentrarsi sul contesto; occorre guardare con interesse e dubitare. “Il mondo non chiede che si creda in esso; chiede che ci si accorga di esso, che lo si apprezzi e che si abbia per esso attenzione e cura.” (Hillman).

Puntare alla grandezza senza ricorrere all’antidoto della sensibilità è un rischio. Nella mitologia c’è un evento che richiama l’attenzione su questo bisogno di cura e di attivazione della sensibilità: Zeus insieme agli altri dei deve, prima che le cose abbiano inizio, sconfiggere i Titani. Deve, insomma, mettere a tacere il gigantismo e il bisogno di continua espansione, deve circoscrivere il mondo e dargli dei confini e, per farlo deve “sposare Metis” (saggezza o misura) e accoppiarsi con Mnemosyne, madre delle Muse, patrone delle arti e delle varie sensibilità.

Queste immagini sono dei moniti, delle avvertenze che ci ricordano che c’è in ognuno di noi una tendenza al gigantismo che pensa alla pancia e non vede che la soddisfazione dei bisogni, e che questa tendenza va controbilanciata perché “l’immaginazione civilizzata, l’immaginazione dell’ordine civico, ha inizio solo quando l’eccesso è circoscritto”.

In altre parole il compito di cui parla Hillman è il contrario dello spingere verso la grandezza. Non perché la grandezza non sia un valore ma perché va accompagnata da una forza che la possa imbrigliare prima che diventi patologica e soverchiante.

Purtroppo sembra che dall’altra parte, dalla parte di chi dovrebbe indossare il vestito del paladino della sensibilità e della ragione (quelli che dovrebbero opporsi ai Titani, insomma) non ci siano che delle versioni più sofisticate delle stesse pance.

Tutto questo “nessuno si è accorto, i sondaggi non hanno visto, nessuno ha creduto che la gente potesse…”, tutte queste palle (!), non sono che l’ammissione di una mancanza di sensibilità, di una cecità su cui non possiamo che chiederci: “cosa mi ha impedito di vedere, cosa ha represso il mio sentire profondo?

Credo che se gli sconfitti di oggi fossero sul lettino un buon inizio di seduta  sarebbe quello di leggere loro una frase di Yeats: “La mente che generalizza sempre si preclude quelle esperienze che le consentirebbero di vedere e sentire in profondità”. Partendo da questa riflessione si può fare un bel po’ di lavoro. Ci si può chiedere: “ Dove non ho dubitato? Cosa ho dato per scontato? Quale mio pregiudizio mi ha impedito di combattere il nemico giusto? Dove io stesso non sono stato altro che un Titano affamato, uno che ha ascoltato la propria fame invece di ragionare su quella dell’altro?”

Ce n’è abbastanza per più di una seduta ed è un inizio. Così tanto per differenziarsi e non rivolgersi alle pance!

… tutto quel vivere

vaso-di-pandora

Le loro vite interiori erano
schiacciate da tutto quel vivere”
J.Safran Foer

Quando Pandora, vittima di una curiosità morbosa, aprì il vaso, tutti i mali in esso contenuti: la vecchiaia, la malattia, la pazzia e la gelosia, si riversarono nel mondo. Solo la speranza rimase all’interno.

Allo stesso modo nel mito biblico della genesi, Adamo ed Eva mangiando il frutto proibito persero, per se stessi e per tutti gli uomini, lo status di esseri immortali esenti da lavoro, fatica e parto doloroso. In entrambe le storie la catastrofe nasce da una violazione, da un atto di disobbedienza che… scatena l’inferno.

Da quel momento vivere diventa uno sforzo. Il mondo si riempie di resistenze: una serie di lunedì mattina in cui per procurarsi il necessario occorre spostare ciò che si frappone fra noi e la soddisfazione del bisogno, un susseguirsi di sfide in cui per realizzare un desiderio bisogna, prima…

Da allora le storie che parlano di uomini raccontano le difficoltà del percorso, il dramma della lotta, l’eroismo del protagonista, le vicissitudini incontrate.

L’immergersi, il buttarsi nell’arena e fare ciò che serve è un gesto quasi automatico: una sorta di ovvia conseguenza del principio di realtà che ci spinge a prendere atto dei vincoli e ad accettare il giogo per adeguarci e fare la nostra parte!

Succede che, in questa corsa verso il risultato, ci si dimentichi della riflessione. Capita, cioè, che non si bilanci l’estroversione con quel gesto contrario che ci permette di flettere nuovamente: ripiegare un po’ l’attenzione per porla all’interno, ascoltare-dentro e riverberare il pensiero restando distanti dall’azione per… sentirci.

Nei miti che precedono la catastrofe (genesi, diluvio, vaso di Pandora, Edipo, ecc.) questa parte, quella in cui i protagonisti si accorgono troppo tardi dell’errore, è contrassegnata da un gesto che tenta di porre rimedio.

Eva copre la propria nudità, Noè costruisce un’arca/rifugio, Pandora richiude nel vaso quel poco che rimane. E Edipo, come per invertire la tendenza, si acceca passando in modo drammatico dal fuori al dentro, dall’azione eroica che vede solo il nemico e il superamento dell’ostacolo nel mondo, all’oscurità forzata che costringe all’interno.

I miti raccontano di “cose mai successe e che accadono continuamente”. Si riferiscono, insomma, a tutti noi e descrivono scenari psichici.

La colpa dei personaggi che ho appena citato è, innanzitutto, quella di aver lasciato che “tutto quel vivere” schiacciasse le loro vite interiori.

Hanno, in altre parole, esplorato in un’unica direzione perdendo di vista/mettendo in ombra un altro aspetto della vita: quello intimo, personale, profondo.

Hanno privilegiato l’espansione e la conquista a scapito dell’introspezione e della consapevolezza e, nel gesto che viene dopo, provano (o sono costretti) a ristabilire l’equilibrio.

Assomigliano, in questo, a quei pazienti che dopo un attacco di panico si trovano “costretti” ad iniziare una terapia: è come se qualcosa li obbligasse ad invertire l’attenzione e a prendersi cura di sé. Spesso, in seduta, scoprono che il vivere li ha così assorbiti e che sono stati così impegnati ad occuparsi dei fatti, delle cose e delle persone che non hanno più attenzione per l’abitante interno: quel tipo che è quasi morto dallo dallo spavento… non sa perché… così, all’improvviso…

Elpis, la speranza, che nel mito di Pandora rimane sul fondo del vaso, rappresenta il baluardo dell’interiorità, la capacità di sentirsi nonostante le resistenze e la risorsa necessaria per non perdersi in un mondo difficile e ostile.

E’ un memento che, per citare ancora Safran Foer, ci ricorda che: “Una conchiglia portata all’orecchio diventa una camera dell’eco del proprio sistema circolatorio. L’oceano che senti è il tuo stesso sangue”.

Restare (o rientrare) in contatto con la vita interiore significa prendersi cura di questo flusso interno ed è il gesto che serve per recuperare l’equilibrio che l’immersione sconsiderata nel mondo ha rotto.

Naturalmente esiste anche lo squilibrio opposto: quello di chi sembra dimenticarsi del mondo per occuparsi solo di sé. Ma di questo parlerò in un altro post. Questo era a favore dell’introspezione e si chiude qui, con quest’ultima citazione.

Una piccola poesia di Pablo Neruda che sembra un inno all’interiorità:

Amo ciò che di tenace
ancora sopravvive nei miei occhi,
nelle mie camere abbandonate
dove abita la luna,
e ragni di mia proprietà,
e distruzioni che mi sono care,
adoro il mio essere perduto,
la mia sostanza imperfetta.

Fantasmi

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”
David Foster Wallace

La frase dell’incipit si trova nell’ultimo libro di Wallace, Il Re pallido: un libro che l’autore chiamava “la cosa lunga” e che gli sopravvisse, incompiuto e messo insieme, spulciando fra un’enormità di appunti, dal curatore di altri suoi libri.

DFW la inserisce, di punto in bianco, a pagina 404 (edizione italiana) nel bel mezzo di un elenco in cui descrive un gruppo di dipendenti dell’agenzia delle entrate che sfoglia cartelle dei redditi: una descrizione che si limita a dire chi gira una pagina, chi due, quanto rumore fanno i fogli, chi torna indietro per ricontrollare qualcosa.

Non viene spiegata e rimane lì ad evocare una serie di associazioni e, naturalmente, di domande.

Quella che segue è un’amplificazione. E’ ciò che faccio in seduta quando mi trovo di fronte a qualcosa che compare e che né io né il paziente riusciamo davvero a spiegare o ad interpretare: una sorta di segno che rimane chiuso come un’ostrica e che proprio per questo stimola le associazioni e l’immaginazione.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Giulietta e Romeo, Amore e Psiche, Orfeo e Euridice, Narciso ed Eco: in ognuna di queste coppie (e in molte altre) uno dei due protagonisti insegue l’altro, irraggiungibile, andato, scomparso… proprio come un fantasma.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. I fantasmi trascinano catene che, simboli del loro attaccamento, li trattengono in uno stato di sospensione. Forse aspettano di essere riconosciuti o forse la costrizione non è che un desiderio non esaudito, qualcosa a cui continuano ad anelare ma che non si lascia raggiungere. E forse nemmeno loro sanno bene quale sia il desiderio ed è per questo che sono, allo stesso tempo, timidi e spaventosi: incapaci di farsi vedere fino in fondo, persecutori nel loro compulsivo volersi mostrare, far sentire, essere corrisposti. Continua a leggere

Focus: la natura raccolta della mente

Il vecchio stagno
una rana si tuffa
un suono d’acqua”
Matsuo Basho

La minuscola poesia dell’incipit è un Haiku: un componimento di poche sillabe che coglie una porzione ristretta di realtà focalizzandosi su quel poco che conta per l’autore.

Diceva Hillman in un suo libro del 1967 che: “L’attenzione è la virtù psicologica cardinale, da cui dipendono forse tutte le altre, perché non possono esservi né fede, né speranza, né carità per alcuna cosa se questa non riceve prima attenzione.”

E il focus è il gesto dell’attenzione: il modo in cui ignoriamo il resto e incorniciamo un aspetto, una cosa, un oggetto che diventa specifico perché su di esso abbiamo diretto (o forse perché ha attirato) qualcuno dei nostri sensi. Mettere a fuoco, concentrarsi, stare attenti e protesi verso l’oggetto del nostro interesse modella il mondo escludendo intere parti della realtà che finiscono sullo sfondo rispetto a ciò su cui stiamo.

Spesso l’attenzione vaga e, con la sua danza, ritaglia i soliti spazi, ripete percezioni che diventano abitudine e passano inosservate. Percorriamo interi pezzi di ambiente senza notare la rana che si tuffa nello stagno che è “vecchio” proprio perché quasi non viene visto. A volte un evento è più forte del solito e siamo costretti ad osservare attentamente ma se tutto procede all’interno del conosciuto, se non ci sono sbalzi nel mondo, può capitare che il focus non cambi e che intere parti di realtà quasi si dissolvano: scontate, opache, poco visibili.

Se questa disattenzione è verso l’interno, se è la psiche a non essere guardata, succede che: “la vita interiore diventi scolorita e inconsistente (come lo è il mondo esterno negli stati depressivi)” (Hillman). Continua a leggere

Identità e violenza

Elisa Di Francisca

Elisa Di Francisca

Non essere inospitale con gli stranieri
potrebbero essere angeli mascherati”
William Shakespeare

A volte partendo dalla labile traccia di un tweet scopro intere matasse di stupidità che, forse con un po’ di masochismo, dipano per vedere fino a dove ci si possa spingere.

Fra i vari bandoli che mi sono capitati negli ultimi giorni, fra cicciottelle e direttori licenziati o discussioni sulla pericolosità dei vaccini, uno che ho seguito è quello sulle critiche a Elisa Di Francisca: la fiorettista Italiana che, sul podio per ritirare per la medaglia d’argento, ha deciso di sventolare la bandiera dell’Unione Europea per “dare il messaggio che l’Europa esiste ed è unita contro il terrorismo”.

Ho scoperto così che quello che a molti era sembrato un gesto significativo e un’espressione coraggiosa contro la violenza e a favore del buon senso è, per altri, un atto di tradimento, una dimostrazione di ipocrisia, un voltafaccia nei confronti della patria…

Nel seguire la lista dei commenti sono finito in strani labirinti in cui c’è gente che crede di appartenere ad una cerchia molto ristretta di eletti: un gruppo di pochi rappresentanti della vera umanità , un noi-contro-loro in cui il noi è definito dal gesto di esclusione di… tutti gli altri.

Questa cerchia in verità non crea un confine preciso. Nel caso specifico l’attacco era contro l’idea di Europa o, meglio, il contrattacco era verso il gesto della Di Francisca che, mettendo in primo piano l’Europa, “escludeva/offendeva” l’Italia. Ma su argomenti diversi le stesse persone stringono il territorio e difendono il nord dal sud, la famiglia dall’anarchia gender, i nostri bambini dai loro, ecc.

La definizione diventa sempre più stretta e più violenta, sempre più escludente, come se il bisogno sottostante fosse quello di continuare a chiudere per salvare qualcosa di sempre più piccolo e facendolo con sempre più veemenza perché lo spazio percepito è sempre minore.

Ma è proprio la violenza che stringe lo spazio.

Diceva J.Krishnamurti: “Quando ti definisci Indiano, Musulmano, Cristiano o Europeo, o qualsiasi altra cosa, Tu diventi violento. Ci arrivi da solo al perché? Perché tu ti stai separando dal resto dell’umanità. Quando ti definisci in base a un credo, cultura, nazionalità, tradizione, questa azione traspira violenza. Così un uomo che cerca di capire la violenza, non dovrebbe appartenere a nessuna nazione, religione, schieramento politico o parte di un sistema; egli dovrebbe comprendere che è parte del totale dell’umanità.”

Definirsi è separarsi e, di per sé, non c’è niente di male nel farlo: è il modo per sfuggire all’indistinto, è la naturale conseguenza di ogni svezzamento ed è una necessità per chiunque voglia possedere un’identità che lo allontani dal caos. Ma se non è contro bilanciata questa definizione/separazione porta ad un rigidità estrema che minaccia la coesione dell’io tanto quanto il caos.

Comprendere la violenza significa riflettere sui limiti: quanto definirmi mi separa da tutto il resto? Quanto uccide la relazione e, soprattutto, quanto mi costa? Quanto lo stringere il cerchio mi rende più pauroso, più chiuso dentro e più violento?

Fin da piccoli ci hanno insegnato ad essere in base all’appartenenza, ad identificarci con la famiglia, il gruppo, il paese ed è per questo che il punto di vista proposto da Krishnamurti è quasi impossibile da sostenere, una medicina troppo amara.

Da sempre apparteniamo e l’idea è che, appartenendo, abbiamo più chance di essere liberi.

Ma se il rischio è quello di avere “la libertà di essere tutti sovrani dentro ai nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato” (DFW) forse vale la pena di provarla, la cura.

Contro la generalizzazione

Viviamo in un’epoca in cui i modelli
tendono ad essere mediocri in modo che
la loro raggiungibilità sia comoda”
Tony Servillo

Negli ultimi giorni avrò sentito almeno dieci volte appioppare la diagnosi di depressione all’attentatore di Monaco. E’ probabile che un giornalista abbia cominciato a riferire di una qualche cura che, in passato, il diciottenne-omicida-suicida, aveva ricevuto; può essere che frugando superficialmente nella sua vita si sia venuti a sapere che stava prendendo psicofarmaci ed ecco la deduzione più semplice, la prima etichetta preconfezionata: provava un disagio, era oggetto di bullismo da parte dei coetanei, si è depresso e ne ha ammazzati una decina.

Sembra la seconda spiegazione più facile dopo radicalizzato che sta per “reso più o meno velocemente un potenziale/effettivo assassino”.

Ma tutt’al più un depresso si suicida. Molto spesso si lamenta molto e fatica a portare avanti un’esistenza resa difficile dal rallentamento motorio, dalla perdita di senso, dall’umore nero, dall’insonnia o dall’ipersonnia, ecc.

Lo so che la questione sembra irrilevante e che, comunque, nove persone sono state uccise e che il killer fosse depresso o psicopatico sembra non aggiungere o togliere nulla alla tragedia.

Ma invece è una questione di principio: visto che sono (e forse mi sono) relegato nella posizione dell’osservatore credo di dover almeno rifiutare la lente che mi viene proposta se la trovo sfocata, distorcente, fuorviante. Continua a leggere

Sull’autostima: una critica

Peanuts

Peanuts

La felicità della tua vita
dipende dalla qualità dei tuoi pensieri”
Marco Aurelio

“Era la pubblicità ambulante dell’educazione ultimo modello che aveva ricevuto: hai il permesso di chiedere quello che vuoi! Non importa se non sei bella, puoi chiedere lo stesso! Il mondo accetterà con gioia quello che hai da offrire, se sarai abbastanza sfrontata da offrirlo! A suo modo, era faticosa […] si chiese se anche lui, a diciott’anni, fosse stato così faticoso, oppure se, come gli sembrava adesso, la sua rabbia contro il mondo – la sua percezione del mondo come un avversario ostile, degno della sua rabbia – non lo avesse reso più interessante di quei giovani paradigmi di autostima.” (Franzen, Libertà 2010).

Un paradigma è, secondo l’etimologia, qualcosa che mostra chiaramente, una sorta di segnavia che determina comportamenti, modelli interpretativi, mode. Attenendoci ad un paradigma leggiamo in un certo modo il mondo e le relazioni. Nella frase di cui sopra Franzen evidenzia due modi di vedere: quello “nuovo” di una diciottenne e quello più datato di un uomo che si interroga sulla differenza fra il bilancino dell’autostima e la spada dello schierarsi.

Visto il titolo della bacheca avrete capito la mia posizione!

Il vero problema con l’autostima è che il termine stesso è in sé un ossimoro visto che, per stimarsi, per esprimere un giudizio su se stessi e stabilire quanto si vale occorre prendere a prestito un modello, avere un termine di confronto, mettere qualcosa su uno dei piatti della bilancia e, poi, mettersi sull’altro. Occorre compiere una manovra che ci faccia uscire vincitori. Una cosa tipo: “d’accordo valgo quanto e probabilmente di più di x e posso sentirmi bene, non ho motivo di dubitare di me e della mia capacità di farcela” o, nella versione più moderna: “non ho bisogno di pesarmi, vado bene (mi hanno assicurato che vado bene) e devo solo chiedere o trovare il modo giusto di chiedere”.

Insomma, il suffisso “auto” del termine autostima è una bugia, un’invenzione che moltiplica all’infinito il numero delle pesate o le riduce a zero garantendo un peso iniziale del soggetto stimato che lo rende comunque idoneo.

L’autostima suggerisce una soluzione: tu-vali-e-quindi-hai-diritto.

Lo schierarsi propone un problema: sei-davanti-a-questa-matassa-e-ti tocca-sbrogliarla.

Non ho mai visto un paziente estrarre energia dalla prima affermazione mentre ne ho visti parecchi che, trovando un degno avversario, hanno cominciato ad appassionarsi al problema e a raccogliere le forze. La “capacità di lavorare” che Freud citava come la prima caratteristica di una persona sana non nasce dalla convinzione di avere in mano la chiave: l’eureka di chi è arrivato alla soluzione viene alla fine di un processo e solo dopo un lavoro, dopo una lotta contro l’avversario e un’applicazione al problema (e, spesso, quando si arriva alla soluzione, ci si accorge di tutto il lavoro che la nuova visione implica).

Un avversario degno della rabbia, dell’impegno e della passione è ciò che, quindi, va cercato.

So bene che c’è un rischio in questa visione. Sembra che una quantità di fanatici non faccia altro che cercare un nemico contro cui combattere e forse il suffisso, il solipsistico “auto”, deriva proprio dalla constatazione che tante “lotte” non siano che un pretesto per dimenticarsi di sé e scagliarsi contro… qualcosa là fuori.

Ma basta osservare attentamente per accorgersi di quanto, nel fanatismo, “l’autostima” sia sempre all’opera: il fanatico non è mai appassionato ad un problema, è sempre pronto ad applicare LA soluzione e, soprattutto, non riflette mai sul termine degno avversario!

Non compie, insomma, quel gesto che permette di guardare prima di agire. Verso chi sto dirigendo il mio sforzo? A cosa applico la mia psiche? Cosa merita lavoro e passione?