Senza memoria e senza desiderio

“Lo psicoanalista dovrebbe ripromettersi di raggiungere
uno stato  mentale tale da sentire, ad ogni seduta, di non aver mai visto
prima quel paziente. Se sente di averlo già visto,
sta trattando il paziente sbagliato”
W.R.Bion (Cogitations)

Pieter Bruegel il vecchio, Grande torre di Babele

Credo che a Bion piacesse esagerare. Per dimenticarsi di un paziente che viene in seduta, magari per anni, occorre farsi venire l’Alzheimer. Ma certe esagerazioni servono come antidoto e sono estreme perché cercano di curare malattie a lungo trascurate, abitudini intossicanti, credenze fuorvianti.

Tra queste la tendenza a credere che la personalità sia immutabile e che la persona con cui ho a che fare qui e ora debba essere la stessa che immaginavo fosse ieri o il giorno prima. Come se davvero l’avessi incontrata, come se non fosse vero che gli incontri non sono la norma ma l’eccezione e che tutta una serie di convenevoli e di rituali sociali sono difese: modi per evitare l’impatto con l’altro, l’esposizione e l’angoscia di entrare davvero in contatto con un proprio simile.

Bion era, come molti psicoanalisti vecchia maniera, brutalmente onesto. Sapeva che non basta fare lo psicoterapeuta per lasciare fuori dalla seduta difese che abbiamo scrupolosamente appreso. Cose tipo: non mettere gli altri in imbarazzo, non essere curioso, non far salire la tensione, non chiedergli di essere qualcosa di diverso da quello che ti vogliono far vedere; buone norme del convivere civile che mettono al riparo dall’intensità e dalla possibilità di aprirsi troppo. Buone norme che Bion vedeva come ostacoli ad un contatto profondo, come abitudini/vizi di cui essere consapevoli, come abiti da smettere.

Sia la memoria del paziente che quella del terapeuta, sia il desiderio di entrambe, diventano, all’interno di una disciplina che punta a favorire un contatto vero tra persone, una zavorra.

Ricordarmi di chi o cosa tu fossi ieri e desiderare che tu sia… qualcosa che, boh, magari entrambi (o forse solo io) desideriamo adesso (felice, carino, educato,  innocuo…) sono solo convenevoli.

Il “paziente sbagliato” è quello che ho in testa: non la persona presente davanti a me ma ciò che credo sia o che vorrei che fosse. Ricordi, spesso distorti, e proiezioni.

Ingombri che riguardano ciò che è già successo o ciò che immaginiamo stia per succedere invece di ciò che sta succedendo.

Se volete sentire il peso della memoria e del desiderio ricordate una volta in cui, all’interno di un’interazione, avete sentito che dovevate recitare una parte. Una di quelle situazioni da cui si esce con domande come: chissà se sono andato bene? Che impressione avrò fatto? Sarò stato come si aspettava?

Se non era un colloquio di lavoro o un qualche altro tipo di esame, beh, allora avete avuto a che fare con una serie di fantasmi vostri o del vostro interlocutore: le vostre o le sue memorie/istruzioni su come bisogna essere e i vostri o i suoi desideri su quale piacere dovesse essere soddisfatto, quale tensione si doveva alleviare. Non stupitevi se non siete “andati bene”. La verità è che siete stati misurati e giudicati ma non visti!

Né i giudizi né le misurazioni vi sono state comunicate perché, in genere, sono nascoste dietro a una cortina di convenevoli. Ma le smancerie non coprono l’inutilità (e la tossicità) di questo tipo di interazioni.

Lo stato mentale che Bion consiglia e che definisce senza memoria e senza desiderio è  un assoluto e, come tale, probabilmente irraggiungibile. Ma vale la pena fare dei passi verso di esso. Ci sono delle catene da perdere  e si apre la possibilità di fare alcuni incontri interessanti.

Immagini psicotrope

“Se non avessimo in noi un essere femminile come faremmo a riposare?”
G. Bachelard

Parlare di cervello-mente o di mente-cervello è uno stratagemma per ricordarsi di non cadere in una finta dicotomia che da lungo tempo affligge il pensiero occidentale: il cosiddetto errore di Cartesio, la fallacia secondo cui il corpo e lo spirito, la mente e il mondo, sono cose separate, entità diverse che rispondono a leggi diverse.

È evidente che non sia così e che ogni volta che parliamo della mente non possiamo trascurare il corpo e viceversa. Questo Bachelard lo sapeva bene e la frase dell’incipit  non va presa alla lettera ma piuttosto usata come un’immagine che ci aiuta a pensare, come un invito a cogliere certi aspetti della percezione, del sentire e del comportamento.

Non c’è “dentro” nessun essere femminile e non troveremo nemmeno un qualche tipo di maschio. Ci sono, invece, nel corpo e nella mente, certi modi di orientarsi e di dirigere l’attenzione che determinano degli stati d’animo, degli stili di pensiero e, infine (e quasi contemporaneamente) dei comportamenti.

Psicotropo significa, letteralmente: capace di alterare l’attività mentale, capace di muovere la psiche e di modificarne il funzionamento. Una sostanza psicotropa viene assunta (e per assumerla si usa il corpo) e muove qualcosa, accelera o rallenta dei processi, sposta resistenze, attiva o disattiva reazioni. Bastano un paio di bicchieri di una bevanda alcolica per sentirsi un po’ meno inibiti e qualche goccia di ansiolitico per darsi una calmata. Sembra, insomma, che basti aggiungere una sostanza dall’esterno per “cambiare dentro”. Quello che sfugge se non si guarda attentamente è che le sostanze psicotrope funzionano perché la psiche è già, di per sé, ‘tropica’: tende già a volgersi da qualche parte, a protendersi in una direzione, ad essere attenta, tesa-verso qualcosa.

“Fin dalle primissime fasi della vita, lo sviluppo sensomotorio e i movimenti vengono appresi e organizzati a livello cerebrale in pattern che permettono di interagire facilmente con l’ambiente. Lo stesso vale per dei complessi sistemi del Sé che internalizzano e integrano pattern affettivi, cognitivi e comportamentali.” (Efrat Ginot, Neuropsicologia dell’inconscio) Detto meno in psicologhese: impariamo una serie di movimenti e li organizziamo internamente come sequenze che possano essere ripetute con facilità e in modo quasi automatico e,  su un altro piano, costruiamo schemi complessi per rispondere emotivamente, con le azioni e con il comportamento, a ciò che ci viene proposto dall’ambiente. Tutto questo succede senza che lo decidiamo. Avviene e… basta.

In profondità, sotto ai pensieri e al comportamento, ci sono dei movimenti: così come abbiamo imparato a muoverci e a coordinarci, abbiamo anche  imparato ad avere a che fare con gli altri, ad imitarli un po’ per sentire ciò che sentono, ad accostarci senza invadere, a tenere una distanza che ci sembra… giusta.

Immaginate di essere dei mimi e di dover mettere in scena il modo in cui vi avvicinate a persone diverse; sentite la differenza fra l’incedere verso qualcuno che vi piace o verso un  possibile nemico; trovate un modo per esprimere a gesti la fretta di andarvene o l’urgenza di toccare. Questi gesti (postura, movimento, espressione, forza…) stanno sotto al pensiero e al comportamento, li influenzano e li colorano emotivamente. Nell’infante non sono mediati e sgorgano spontaneamente: via da ciò che spaventa, incontro a ciò che mi nutre/piace/contiene; nel bambino il pensiero riflessivo interviene per modulare, inibendo o favorendo certe azioni e la loro intensità; nell’adulto… l’adulto sa recitare, fingere, drammatizzare e, su un continuum che va da estremamente rigido a molto flessibile, è più o meno padrone di sé, più o meno automaticamente o liberamente  proteso o ritirato.

Gli automatismi non sono necessariamente un male. È importante saper camminare senza metterci l’attenzione, è comodo imparare a rispondere a certi stimoli senza doverci pensare e, nei comportamenti sociali complessi, avere a disposizione una vasta gamma di copioni predisposti è  molto utile. Il problema  con ciò che è automatico sorge quando si tratta di cambiare e si incontra una resistenza interna, quando, cioè, ci si accorge che uno schema che non funziona più continua a ripetersi nonostante la nostra volontà di cambiarlo.

È a quel punto che occorre ri-volgersi al mimo perché è in quel momento che ci rendiamo conto di quanto il corpo e la mente, l’azione e il pensiero, il gesto e la riflessione, non possano e non debbano essere separati.

Ed è lì che la rigidità diventa un difetto: il mimo continua a fare la stessa cosa e sembra non imparare niente di nuovo dall’esperienza. Si comporta come un automa.

Capita, in questi casi, che le sostanze psicotrope aiutino a rompere la fissità e a rendere meno rigido il sistema: gli ansiolitici calmano l’agitazione, gli antidepressivi tolgono un po’ di stagnazione, ecc.

Ma c’è un altro rimedio sia alla rigidità che al caos che deriva dal dare risposte a casaccio, dal reagire in base a un’abitudine invece che alla consapevolezza del contesto. Un rimedio che è più antico di ogni droga e che la psiche sa produrre da sempre: l’immagine.  Sentite cosa dice Bachelard: “Un abile psicologo potrebbe servirsi di immagini psicotrope, in grado di stimolare lo psichismo trascinandolo in un movimento continuo. L’immagine psicotropa introduce un po’ di ordine nel caos psichico, lo stato della psiche inattiva, del sognatore senza immagini.” Le immagini possono attivare la psiche e, quando serve, riattivarla. Il mimo di cui ho parlato poc’anzi e l’essere femminile dell’incipit sono esempi di immagini psicotrope. Conosco persone che non si danno tregua e che vivono in una sorta di perenne insonnia. Alcuni sono stati o sono tuttora miei pazienti e con ognuno di loro ho riscontrato, nei paraggi del sintomo, un’incapacità di sognare, un blocco della fantasia che impedisce quella che Bachelard definì una Revêrie positiva e produttiva, la cura naturale per le parti bloccate/automatiche della psiche. Lavorare su queste parti significa sia permettere un riposo calmando qualcosa che gira a vuoto, senza senso e senza risultato, sia svegliare da un torpore che non lascia pensare perché si limita a ripetere. Significa anche favorire il  lato femminile della psiche perché: “Le nostre migliori  Revêries derivano dal nostro lato femminile, portano il marchio di un’ innegabile femminilità. Se non avessimo in noi un essere femminile, come faremmo a riposare?”.

Vassily Kandinsky, 1919, In Grey

 

Archetipi: da dove vengono le storie?

“La storia è sempre la stessa: “C’era una volta, in un paese lontano lontano, un tesoro, una  perla, una fanciulla che aspettava di essere salvata’’.”
Bernardo Nante

Da dove vengono le storie? Sappiamo che da sempre vengono raccontate, sappiamo che in ogni cultura si ripetono trame che, pur differenziandosi nei particolari, sembrano ripetere un percorso che fa passare chi ascolta attraverso una serie di passaggi quasi obbligati: difficoltà che ci aspettiamo, nemici inevitabili, contrasti che, se mancano o se sono troppo diluiti, ci lasciano insoddisfatti.

Se avete visto Blade Runner 2049 e se avete guardato un po’ sotto alla superficie vi sarete accorti che, anche lì, dietro alle immagini di un mondo che ancora non c’è e di cui intuiamo solo l’inizio, ci sono un tesoro da scoprire e una fanciulla che deve essere trovata. E c’è un mago che costruisce corpi e che ci inserisce “anime” e c’è un giovane uomo che cerca la propria, di anima, e che, come Pinocchio, non sa se è un uomo o un burattino. Se non l’avete visto ve lo consiglio caldamente (anche se può sembrare lento e anche se, forse, andrebbe visto un pezzo alla volta, stanza per stanza).

Ma da dove nascono queste storie?

Jung riteneva che ci fossero, nello sfondo della Psiche e nel mondo che ci circonda, nel linguaggio, nelle opere e nelle relazioni, degli Archetipi: forze sottostanti come quelle che fan sì che un cristallo si formi in un certo modo, secondo certe geometrie e ritmi e non altri, come dei semi da cui le forme derivano. “Vi sono molte altre metafore per descriverli: potenziali immateriali della struttura, come i cristalli invisibili di una soluzione o la forma latente delle piante, che si rivelano all’improvviso in determinate condizioni; modelli di comportamento istintuale che, come quelli degli animali, dirigono le azioni lungo percorsi immutabili; i generi e i topoi della letteratura; le tipicità ricorrenti della storia; le sindromi fondamentali della psichiatria; i modelli di pensiero paradigmatico della scienza; le figure rituali e le relazioni che l’antropologia trova presenti in tutto il mondo.” (Hillman)

È come se ci fosse uno sfondo che ci accomuna tutti e che sta dietro alla psiche individuale, dietro alla somma delle nostre esperienze e a quello che consideriamo il nostro Io. Da lì, dalle profondità dell’inconscio collettivo, gli archetipi influenzano il comportamento, le percezioni e le descrizioni del mondo. Il motivo per cui piacciono sempre le stesse storie e il motivo per cui piacciono a tutti, anche a quelli che si considerano profondamente razionali o “realisti”, è che, nel profondo, la psiche non è così differenziata come in superficie. Gli archetipi: l’Eroe con la sua pulsione ad agire, Psiche con la predilezione per la vita, la Grande Madre che nutre e cura, il Puer Aeternus che continuamente dà inizio alle cose, il Vecchio che porta esperienza e saggezza… queste figure/forze non sono così diverse da un uomo all’altro e da una cultura all’altra. In tutti noi danno origine, spingono perché certe storie vengano vissute, raccontate e sofferte, perché certi cambiamenti abbiano luogo, perché delle relazioni si intreccino.

Forse una delle immagini ancestrali che più rappresenta questo stare sotto e venire in superficie, questo manifestarsi puntualmente  come spinta insopprimibile, è quella di Persefone: la giovane figlia di Demetra, la dea della terra e dei raccolti, rapita da Ade, il dio degli inferi, e in grado di regnare sia sotto che sopra, metà tempo nel Profondo indifferenziato e metà nell’Aperto fertile e fecondato. Anche in questo antico mito si rappresenta una storia, anche qui c’è una fanciulla, c’è un patto per salvarla, c’è un tesoro che sta sommerso per una parte del percorso e che viene ritrovato e poi perso di nuovo, come in natura con l’alternarsi delle stagioni e come nella psiche con la ciclotimia, l’andirivieni degli stati d’animo: depresso-profondo-elegiaco, felice-manifesto-danzante.

I miti sono eventi che non sono mai “realmente successi” e che si ripetono continuamente facendo capolino nella vita di tutti. Compaiono nei comportamenti, nelle attrazioni e nelle repulsioni, nelle preferenze,  nelle estasi e nei sintomi. Persefone, come noi, detesta ed è attratta da ciò che sta sotto (dargli inferi e dai  retroscena, dal “lato oscuro” e dal mistero) e, come noi, cerca la luce e a volte ne è abbagliata, gode della leggerezza e si perde in certe superficialità. La sua oscurità le dà spessore e, come ogni buona storia, vuole manifestarsi/essere pubblicata, non è mai del tutto chiara, viene raccontata in mille versioni, promette di ritornare. Ci dà l’idea di cosa sta dietro alle storie.

Vi lascio qua, per ora, e visto che Persefone rappresenta tra l’altro la primavera allego un’immagine che evoca il femminile e l’aprirsi, l’inizio e ciò che sta sotto. L’ho scattata qualche giorno fa in un posto in cui è già quasi primavera.

Fantocci

“La cultura è l’educazione dell’attenzione”
Simone  Weil

L’argomento fantoccio (dall’inglese Straw man argument) è un modo per confutare un argomento proponendone una rappresentazione errata o distorta. È un trucco, un modo veloce per avere ragione o per buttare in vacca il dialogo dirigendolo in una direzione diversa da quella che avrebbe se si discutesse sulla base di un onesto dibattere.

Ad esempio: se stiamo discutendo sulla stupidità o meno di distinguere fra “razza bianca” e “altre razze” e una delle due parti esordisce con un “Ma anche nella Costituzione si parla di razza… che facciamo… cancelliamo la Costituzione?” e se l’altra parte si lascia trascinare in una querelle su cosa c’è o non c’è scritto nella Costituzione, ecco che l’argomento fantoccio ha funzionato: ci si allontana dal soggetto principale e, con un paio di altre deviazioni pilotate da chi manovra il fantoccio, si finisce a parlare dell’ingiustizia che tutti stiamo subendo con la ridicola e infame tassa di due centesimi sui sacchetti di plastica biodegradabile (che poi non è davvero biodegradabile e che la produce un’amica del presidente del consiglio e che è tutto un magna-magna ecc.).

Visto in un’ottica psicologica lo Straw man è molto simile alla difesa psichica denominata Spostamento.  Lo Spostamento è un processo automatico e inconscio grazie al quale una minaccia interna viene diretta su un oggetto sostitutivo più facile da evitare o da attaccare. Nelle Fobie, ad esempio, la tensione psichica viene spostata da una paura interna angosciante, spesso “senza nome” e difficile da controllare, ad un oggetto esterno (un animale, un ambiente, una situazione) che può essere evitato e che diventa il fantoccio che contiene la paura, l’involucro che rappresenta ciò che devo tenere distante, la cosa che devo temere e che magari posso odiare e che è comunque più facile da gestire del vero nemico.

Nella psiche questi gesti capitano. Certi dolori vengono momentaneamente evitati e trasformati in qualcosa di apparentemente più accettabile. La nevrosi può essere definita come “una soluzione che ha sopravvissuto alla propria utilità”: ho cominciato ad evitare di frequentare i luoghi che mi mettevano ansia bollandoli come pericolosi, all’inizio questo comportamento mi ha dato sollievo e ho risolto uscendo molto meno… ora non esco più di casa e solo l’idea mi riempie d’angoscia.

Mentre un terapeuta si adopera per assistere la persona che soffre di queste “soluzioni” aiutandola a guardare cosa c’è dietro e ad individuare il vero nemico, ciò che davvero causa il sintomo che la persona cerca di evitare, chi usa gli argomenti fantoccio fa l’opposto: offre soluzioni semplici a problemi complessi, devia l’attenzione su qualcos’altro, favorisce lo scarico di tensione su… ciò che a lui fa più comodo. Dall’altra parte c’è qualcuno che non sta attento, uno che comincia a sparare contro il fantoccio perché non guarda davvero e perché non vede l’ora di trovare una soluzione, un nemico esterno, un bersaglio. A tutti noi è capitato di scaricare la tensione su qualcuno che non c’entrava affatto con il nostro nervosismo o di prendercela con il primo che passava. Ma bisogna vigilare per impedire ad una tendenza di diventare una malattia. A forza di prendersela con dei fantocci si perde la capacità di dirigere l’attenzione, si dimentica di riflettere prima di sparare e si diventa stupidi.

Chi usa troppi Straw man diventa a sua volta un fantoccio: uno con due o tre trucchi e pochi argomenti, che reagisce invece di pensare e che, invece di educare la propria attenzione, si fa manovrare, spesso da altri fantocci.

Oggetti interni

“Del resto, una delle poche cose che la letteratura
può ancora fare è creare
tra chi legge e chi scrive
una intimità non superficiale”
David Foster Wallace

La frase dell’incipit è contenuta in un’intervista pubblicata, in Italia, su Il manifesto il 1° Luglio 2006. Wallace parla del tentativo di rappresentare, nella sua prosa, più il modo in cui pensiamo che ciò che pensiamo. Dice: “… non mi interessa ricalcare il modo in cui le persone parlano, i loro dialoghi realistici, preferisco cercare di riprodurre il suono dei pensieri e il modo in cui procedono. Quindi affido i discorsi tra le persone a una scrittura rapida, molto densa, che procede per associazioni di idee, perché ognuno di noi quando parla al tempo stesso proietta i propri pensieri in direzioni diverse da ciò che sta dicendo…”.

Era, insomma, impegnato nella missione impossibile di far vedere il “pensare” per quello che è: qualcosa di indescrivibile che le parole non riescono a trasmettere nella sua pienezza, qualcosa che la comunicazione lascia per la maggior parte sullo sfondo, qualcosa che gli scrittori, di solito, alleggeriscono, facendo per noi (a volte magistralmente) il lavoro di estrarre una parte di ciò che è stato pensato e di renderlo come se fosse il succo, ciò che meritava di essere espresso.

In questa pulizia, in questa azione di alleggerimento che facilita la vita al lettore molte cose vanno perse. Secondo Wallace (e secondo me che ne parlo, qui, ad una platea  molto ristretta  e con intenti solo un po’  diversi dai suoi) per approfondire l’intimità occorre svincolarsi dal bisogno di alleggerire e sforzarsi di comunicare ciò che avviene dentro.

Perché intimo è questo oggetto interno che si forma in continuazione: un nucleo di pensiero, emozione, desiderio che si abbozza e si compone, che si aggruma attorno ad un argomento magari piccolo che, tuttavia, è, in quel momento, ciò che una persona sente e pensa di qualcosa, fosse anche la minuscola opinione sul sapore di ciò che sta mangiando. Se nella mente ci fossero oggetti simili agli oggetti fisici, cose con dei confini e una forma, che si stagliano su uno sfondo e che si riconoscono rispetto al resto, il pensiero non sarebbe poi così difficile da esprimere. Ma nella mente gli oggetti sono relazioni: ogni “cosa” nella psiche è correlata con il resto, è corredata da opinioni che la riguardano, è bella/brutta/neutra, esprimibile o meno… a seconda, a seconda di chi ho davanti, di cosa penso di lui e di cosa penso che potrebbe pensare di quello che sto pensando. Riguarda sempre anche l’interlocutore e viene detta o trattenuta, ammorbidita o resa aspra, asciugata o inumidita, condivisa solo in parte, accompagnata da scuse, giustificazioni e distinguo… ecc.

Insomma, tutte cose che sapete! Ciò che ho appena descritto è una piccolissima parte sia di ciò che facciamo con i pensieri sia di ciò che succede ai pensieri. Nella mente ogni oggetto è relazione ed è ingenuo pensare che esistano contorni netti e che ciò che viene espresso sia ciò che è stato pensato. Certi filtri li mettiamo consciamente, altri scattano da soli ed è come se certe cose nemmeno volessimo permetterci di pensarle. Le emozioni sono forze che intervengono e che aggiungono colore e densità. I pensieri hanno un tono, un peso e una portata.

Se date un’occhiata a ciò che avviene, se prestare ascolto al suono dei pensieri, state rendendo l’intimità meno superficiale, con voi stessi e con l’interlocutore con cui provate ad entrare in contatto.

Da un punto di vista clinico state anche facendo un lavoro sulle resistenze. State cioè facendo caso a tutto quel dramma emotivo che accompagna l’atto di esporsi agli occhi e al giudizio di qualcun altro, (non importa se reale o immaginario).

Questo è uno dei miei “post difficili” perché tratta di un argomento a cui è più facile avvicinarsi con il romanzo, con il racconto, che con il saggio. In seduta le cose sono diverse: c’è il contatto, l’esposizione, il setting.

Giorni fa leggevo, non ricordo dove, un articolo sulla Foca Monaca (Monachus monachus) un mammifero marino in via di estinzione presente nel bacino del mediterraneo. Tranne nel periodo riproduttivo e durante l’allattamento, che si svolgono sulla terraferma, sulle poche spiagge non frequentate che rimangono nel mediterraneo, vive principalmente in mare. E in mare ci dorme, sott’acqua, salendo periodicamente in superficie per respirare. Provate ad immaginare questo modo di abitare e di “riposare”: giù in profondità con tanto di sogni, poi verso la superficie non proprio svegliandosi, poi, dopo un respiro, ancora giù. Cosa sogna? Quanto si avvicina alla veglia per risalire e come si riaddormenta? Ci sono esemplari insonni? Come si sincronizzano, sono soli quando risalgono, dormono vicini? Le loro trance assomigliano alle nostre?

Ecco! Una cosa così: ascoltare una storia, provare a immedesimarsi, superficie, profondità, sonno, veglia e “ciò che sta in mezzo”. Mettersi nei panni di un’altra creatura, confrontare i suoi oggetti con i nostri. Quello che fa un bravo lettore. Relazione. Intimità.

Remedios Varo. Creation of The Birds (1957)

Creativo e Ricettivo

“Il cielo è la casa di ogni creatura”
Educazione Siberiana

Il Creativo e il Ricettivo sono il primo e il secondo esagramma dell’ I King, il Libro dei Mutamenti, antico  testo di divinazione cinese e abusatissimo strumento oracolare New Age, crogiolo di simboli archetipici e oroscopo esotico per la lettura dell’anno che verrà.

Il Creativo è un segno composto da sei linee intere e rappresenta il Cielo: la forza fecondante e attiva; il Ricettivo, composto da sei linee spezzate, è il segno complementare e rappresenta la Terra: la forza fertile e assorbente che è in grado di accogliere il cielo e di esserne fecondata. Cielo e terra, maschile e femminile se ne stanno,  sia per l’antica saggezza cinese che per per quella greca, all’origine di tutte le cose. È dalla loro unione che tutto il resto può aver luogo. Le mani modellano la creta e la creta è “informata” ricevendo e conservando ciò che attivamente viene impresso in essa. Come il cervello è Plastica: abbastanza resistente per non deformarsi ma non così resistente da non rispondere allo stimolo e non“tenerne conto”. Se fosse troppo dura non riceverebbe niente e se fosse troppo molle niente conserverebbe.

Una psiche (o una macchina) solo attiva non potrebbe apprendere e, se fosse solo ricettiva/programmabile, non restituirebbe niente.

Creatività e Ricettività sono onnipresenti nel comportamento e non c’è attimo in cui non stiamo o agendo sul mondo o essendo informati da esso. Anche nel sonno qualcosa in noi lavora sui residui del mondo e della veglia e siamo influenzati da ciò che abbiamo vissuto, dall’acqua in cui siamo stati immersi.  

L’etimologia della parola Contemplare (cum-templum) fa riferimento al templum: lo spazio del cielo.

Nell’antica Roma l’Augure circoscriveva una parte di cielo con il suo Lituo (un bastone non diverso da quello che, più tardi, usarono i vescovi cristiani), e, nel templum, in quella porzione circoscritta di cielo, osservava il volo degli uccelli per tentare di intravedere qualcosa del futuro e per scorgere dei segni.

È un gesto archetipico, qualcosa che facciamo in continuazione. Non smettiamo di chiederci cosa accadrà, di protenderci verso ciò che potrà essere e di progettare per… essere pronti a rispondere, saper agire di conseguenza.

È la fase ricettiva, quella in cui cerchiamo di pre-vedere e di comprendere. Il gesto dell’Augure rappresenta molto bene quanto processo, questo provare a contenere, cercare di dare una forma all’Aperto.

Come tutti i gesti compiuti continuamente (respirare, osservare, pensare…) anche la contemplazione tende a finire sullo sfondo. In genere dopo un po’ di osservazione sentiamo il bisogno di “fare qualcosa a riguardo”. Il creativo e il ricettivo si alternano  e si sovrappongono in modo quasi automatico.

Diventare consapevoli di questa alternanza è terapeutico. Ci aiuta a non essere preda di una frenesia del fare  e ci evita un’indigestione di stimoli non davvero colti, non realmente osservati.

Wild Geese
Mary Oliver

You do not have to be good.
You do not have to walk on your knees
for a hundred miles through the desert repenting.
You only have to let the soft animal of your body
love what it loves.
Tell me about despair, yours, and I will tell you mine.
Meanwhile the world goes on.
Meanwhile the sun and the clear pebbles of the rain
are moving across the landscapes,
over the prairies and the deep trees,
the mountains and the rivers.
Meanwhile the wild geese, high in the clean blue air,
are heading home again.
Whoever you are, no matter how lonely,
the world offers itself to your imagination,
calls to you like the wild geese, harsh and exciting –
over and over announcing your place
in the family of things.

Oche selvatiche

Non devi essere buono.
Non devi camminare sulle ginocchia
per cento miglia nel deserto, pentendoti.
Devi solo lasciare che il tenero animale del tuo corpo
ami ciò che ama.
Raccontami della disperazione, la tua, ed io ti racconterò la mia.
Nel frattempo il mondo va avanti.
Nel frattempo il sole e i limpidi sassolini di pioggia
si stanno muovendo attraverso il paesaggio,
sulle praterie e gli alberi alti,
le montagne e i fiumi.
Nel frattempo le oche selvatiche, in alto nell’aria limpida e blu,
stanno di nuovo facendo rotta verso casa.
Chiunque tu sia, non importa quanto solo,
il mondo si offre alla tua immaginazione,
ti chiama come le oche selvatiche, forte e appassionatamente –
più e più volte annunciando il tuo posto
nella famiglia delle cose.

(Traduzione di Federica Galetto)

Idioletti

“Stupido è chi lo stupido fa”
Forrest Gump

L’idioletto è il linguaggio caratteristico di una persona o di un piccolo gruppo, una sorta di lessico familiare che, oltre alla lingua parlata dai connazionali o dai compaesani della persona in questione, contiene vocaboli o modi di dire che caratterizzano proprio quell’individuo o quel gruppo ristretto di persone che si esprimono così. È la lingua che parliamo in casa, quella che abbiamo appreso e pian piano costruito e che riserviamo solo ai più intimi. Spesso contiene termini usati per rassicurare il legame: piccole parole che a volte sono semplici intonazioni di voce e che si usano per dire implicitamente cose tipo “d’accordo, stiamo discutendo ma, di base, ti voglio bene”.

L’idioletto ha le sue regole. Fra partner si può quasi sempre dire “noo, dai… ‘fanculo, amore” e fra amici ci sta un “oh, ma che cazzo dici?” senza che nessuno si offenda. Ma man mano che si esce dalla ristretta cerchia dei propri cari, l’idioletto viene messo da parte e si passa ad un linguaggio che diventa più formale seguendo un continuum che va dai versetti con cui si intrattiene un neonato fino ai “modi corretti” che andrebbero usati con le persone da prendere con le pinze: quelle con una divisa o con un qualche tipo di titolo, quelle che, in certi contesti, rappresentano l’autorità, quelle che riteniamo pericolose.

Eppure lo portiamo inconsciamente sempre con noi. Non smettiamo mai del tutto di intercalare in un certo modo, di rassicurare o minacciare usando certe espressioni, certi toni o certe pause; senza volerlo ripetiamo parole che ci caratterizzano, usiamo una particolare punteggiatura, interveniamo nel ritmo del discorso proponendo o imponendo il nostro passo; alziamo e abbassiamo il volume, poniamo più o meno enfasi.

L’idioletto è un’impronta, una fisionomia che traspare ed è stato analizzato tra l’altro per  passare al setaccio gli scritti o le registrazioni di discorsi di persone che volevano mantenere l’anonimato ma che le forze dell’ordine volevano individuare (è grazie ad un’analisi minuziosa dei suoi scritti che il criminale americano noto come Unabomber è stato catturato).

Chi ci conosce è in grado di vedere questa fisionomia anche sotto le maschere più accurate e, siccome, come ebbe a dire Winnicott,  “nascondersi è piacevole ma non essere trovati è una tragedia”, è un sollievo sapere di potersi mascherare ma è una fortuna poter essere visti comunque, da qualcuno.

A volte, in seduta, uso uno  strumento diagnostico che si chiama Intervista sull’Attaccamento Adulto. È un modo di ascoltare notando i momenti in cui la persona che risponde, interrogata sul suo rapporto con le figure significative della propria infanzia, incespica, i passaggi in cui il linguaggio diventa meno fluido, meno corretto e preciso. Quando succede, quando la persona si impappina e il suo discorso diventa più incerto, il terapeuta ha un indizio che dice che qualcosa nella relazione con la figura di attaccamento di cui si sta parlando è andato storto. Il linguaggio riflette il legame: l’ansia che lo pervade, la paura, le difese messe in atto, i tentativi di trovare un accordo emotivo, le delusioni, la frustrazione delle aspettative e i sistemi per andare avanti lo stesso anche se il legame faceva acqua. Mi è capitato, con certi pazienti di trovarmi di fronte ad un adulto fatto e finito, finché si parlava del rapporto con la madre, e di avere a che fare, poco dopo, con un bambino che si esprimeva a fatica non appena iniziava a raccontare come si trovasse nella relazione col padre.  

Forrest Gump parla sempre nello stesso modo e se la cava bene senza doversi chiedere troppo, senza essere costretto ad interrogarsi sul rapporto fra sé e il mondo. Fa una “passeggiata selvaggia” nell’ambiente che continua a cambiare, restando sempre uguale e uscendone incolume. È l’immagine dell’ingenuo senza maschera che va bene così com’è. Uno che può restare ingenuo e che da bravo Puer Aeternus può prendere la vita come una scatola di cioccolatini che “non sai mai quello che ti capita”.

Lui può permettersi di lasciare che il suo idioletto resti inconscio, può non esplorarlo. Noi, non trovandoci in una fiction, non possiamo giocarcela nello stesso modo.

Il nostro linguaggio crea un mondo con dei confini non molto chiari e con piccole aree protette in cui si può andare avanti a non pensarci troppo. Appena si comincia a far fatica, appena il nostro comunicare diventa difficile e sentiamo che potrebbero non capire o che per noi è complicato comprendere ciò che dicono… lì siamo su una soglia. Quello è il punto in cui diventa interessante chiederci come ci stiamo esprimendo. Farlo significa porsi un po’ fuori dal solito linguaggio e cominciare ad allenare l’attenzione ad un compito che, di solito, non svolge: l’analisi di che rapporti creiamo, l’osservazione del modo in cui la  nostra comunicazione lega o scioglie, comprende o allontana. Una soglia fra il familiare e il selvatico, tra il tranquillo conosciuto e il diverso esplorabile. Un buon posto in cui allenarsi.

Buon anno!

 

Memoria emotiva implicita

“Non vediamo le cose come sono, ma vediamo le cose come siamo”
Anaïs Nin

Questo post è in cantiere da un po’ e se ne è stato in quella che definisco la cartella “Ogni scolaretto sa che”: un’espressione che ho preso a prestito da Gregory Bateson e che uso per catalogare cose che credo andrebbero insegnate fin dalle elementari.

C’era, nel 1911, un tale dottor Edouard Claparede, medico francese, che seguiva una paziente affetta da un grave danno all’Ippocampo in entrambe gli emisferi cerebrali. In quell’area del cervello sono presenti le strutture necessarie a trasformare i ricordi a breve termine in ricordi duraturi. A causa del danno la paziente ricordava le cose per pochissimo tempo: la sua memoria di lavoro (detta anche memoria a breve termine) funzionava il tempo necessario a permetterle di svolgere una conversazione con il medico ma la volta dopo, quando la rivedeva, questi doveva presentarsi nuovamente perché la paziente non aveva memoria di averlo visto né di aver parlato con lui.

“Erano soliti stringersi le mani a ogni incontro e, poiché poteva conservare le abitudini procedurali, la paziente era in grado di prender parte a questo rituale sociale. Un giorno Claparede nascose una puntina nel suo palmo, pungendole il dito nel momento in cui si davano la mano. Il dolore la sorprese ma la ferita fu superficiale e guarì subito. Ovviamente dimenticò l’incidente. Tuttavia quando Claparede incontrò di nuovo la paziente lei si rifiutò di stringergli la mano. Non riusciva a spiegare il motivo per cui fosse così riluttante e fornì le scuse che gli amnesici comunemente danno per coprire la loro incapacità di ricordasse gli eventi (disse: “Una donna non ha il diritto di negare la propria mano ad un gentiluomo?”). La paziente di Cleparede non era in grado di ricordarsi che egli le aveva inflitto una ferita durante il loro ultimo incontro. Aveva un danno ippocampale in entrambi gli emisferi e per questo era incapace di generare un ricordo dichiarativo dell’evento” (Archeologia della mente, Panksepp, Biven pag. 257).

Aveva però “imparato qualcosa”, questa paziente. Aveva imparato, emotivamente, a… non dare la mano: aveva appreso una paura o, meglio, aveva appreso ad avere una risposta emotiva negativa nei confronti di uno stimolo che prima era neutro o forse addirittura piacevole (dare le mani al medico). E il ricordo era rimasto! Non nell’ippocampo danneggiato, ovviamente ma… da un’altra parte: un posto in cui gli apprendimenti emotivi diventano ricordi emotivi.

Questa della paziente di Cleparede è stata forse la prima dimostrazione del fenomeno della memoria emotiva implicita. Il Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) è l’esempio più noto degli effetti patologici di memorie registrate in modo implicito, non  facilmente richiamabili alla coscienza e in grado di attivarsi e di condizionare la percezione, il comportamento e l’affettività di una persona.

Ci sono vari motivi per cui penso che l’esistenza di questa capacità del cervello-mente andrebbe spiegata ai bambini delle elementari ma quello che mi sta più a cuore è che credo che saperlo aiuti a riflettere su quanto la nostra visione del mondo vada presa con le pinze. Anche senza essere affetti da PTSD, reagiamo a cose che possono averci colpito prima che certe aree del nostro cervello fossero sufficientemente sviluppate da generare un ricordo dichiarativo. Ci sono stati momenti della nostra vita in cui, magari solo per qualche istante, siamo stati vicini alla condizione della paziente del medico francese: incapaci di raccogliere un evento in modo da poterlo poi richiamare alla mente con facilità, con una parte del cervello momentaneamente “spenta” e con un’altra “dolorosamente sveglia” e in grado di registrare lo stesso.

Saperlo, tenere presente che una parte del nostro comportamento può nascere da un condizionamento di cui non siamo consapevoli, può aiutarci ad usare diversamente l’attenzione: ad osservare le nostre reazioni (e le nostre intemperanze) sapendo che ci sono cose che non sappiamo di sapere, che ci sono aspetti della nostra personalità che andrebbero studiati e su cui conviene meditare.

Il neuroscienziato Anil Seth ha definito la nostra realtà, il modo in cui percepiamo il mondo, come un’allucinazione controllata tenuta a freno dai nostri sensi. Intende dire che costruiamo continuamente la “nostra visione del mondo” e che, per fortuna,  (quasi sempre) ricordiamo di ri-controllare: di porre ciò che crediamo di aver visto al vaglio dei sensi quasi chiedendoci di guardare nuovamente e di cogliere ciò che c’è più che ciò  che crediamo ci sia.

Sapere che esistono memorie emotive implicite è un primo passo per riconoscere che , dal punto di vista soggettivo, la costruzione del mondo è non solo un processo continuo ma, spesso, un processo condizionato e condizionabile.

Cos’è all’opera dentro di noi quando “istintivamente” evitiamo uno stimolo? Quando consideriamo pericolose certe situazioni, ambienti,  persone? Siamo sicuri della nostra memoria e delle narrazioni che portiamo avanti, del modo in cui “ce la raccontiamo”?

Lo so, fa un po’ paura essere consapevoli di quanto la mente possa essere condizionata. Ma è meglio saperlo così come è importante sapere che le memorie sono ri-condizionabili: ogni volta che ricordiamo qualcosa stiamo anche modificando un po’ il ricordo e certe paure, certe angosce e certi momenti di panico possono essere rivisti e raccontati nuovamente fino a perdere buona parte della loro automaticità.

Non sto dicendo che tutto può essere reso conscio né che sia possibile escludere ogni condizionamento ma ogni scolaretto dovrebbe sapere che la memoria è un processo dinamico e multiforme, che, come diceva Freud, “ripetiamo ciò che non comprendiamo” e che conviene interrogarsi su come si guarda e su quanto si costruisce ciò che si vede.

Vi lascio, intanto con una quartina del Rubáiyát di Omar Khayyám un poeta e matematico persiano che già nell’undicesimo secolo rifletteva su tutto questo:

“Entrare in questo universo, e non sapere perché
da dove, come acqua che volere o no fluisce;
e uscirne, come vento nel deserto,
che volere o no soffia, non so dove.”

milesjohnstonart.com

Horror Vacui

“Ogni angelo è tremendo”
R.M. Rilke

Sono stato a una mostra di Xilografie Giapponesi: “Kuniyoshi, il visionario del mondo fluttuante”. Mondo fluttuante (Ukiyo) è il termine che identifica una corrente artistica di fine ‘800 che si sviluppò principalmente a Tokyo, Osaka e Kyoto. In giapponese c’è una parola che suona esattamente nello stesso modo e che indica il mondo della sofferenza, quello stato di esistenza da cui, secondo i Buddisti, occorre affrancarsi per smettere di “ girare in tondo”, nel ripetersi del ciclo di vita-morte.

Quasi ogni tavola di Kuniyoshi è completamente riempita con figure, decorazioni, particolari e dettagli come a non voler lasciare nemmeno uno spazio vuoto e come se il vuoto andasse esorcizzato e sconfitto con il colore, la forma, il contenuto.

Questo bisogno di riempire, nell’arte come nella vita, è spesso interpretato e definito come Horror Vacui: il terrore del vuoto, l’incapacità di tollerare spazi troppo aperti,  di sostenere prolungati momenti di silenzio o di inattività o di reggere la solitudine.

Di fronte al vuoto cerchiamo rifugio: qualcosa che ci contenga e ci intrattenga, qualcosa che riempia la mente o il cuore con cose interessanti, con dettagli da osservare o con un affetto (un’emozione/sentimento) che ci faccia sentire vivi.

Baluardi della psiche che teme la disintegrazione e che reagisce al vuoto producendo immagini, pensieri, idee, mondi immaginari, storie.

Davanti all’angoscia del vuoto e come reazione ad essa la mente mette in moto difese che provano a contrastare la paura di… caderci dentro. Nascono così molte delle immagini di mostri e di eroi, di guerrieri e di fate, di streghe e di maghi: uomini e donne muniti di mezzi idonei (armi, amuleti, talismani, feticci) che contrastano la disgregazione a cui si teme di andare incontro.

E’ come se fossimo programmati per spaventarci di fronte al vuoto e ad attivarci per evitarlo. Ma, allo stesso tempo, ne siamo attratti e sentiamo il bisogno di dare un’occhiata, di andare sul bordo.

Il confine con il vuoto è un luogo molto potente: un posto dove si rischia di disintegrarsi ma in cui le immagini diventano più intense, i colori più vividi e le storie avvincenti.

È lì che nascono gli Ibridi, le figure a metà: metà uomini e metà qualcos’altro, angeli, sirene, ermafroditi, centauri. Figure di confine rispettivamente fra cielo e terra, tra terra e mare, tra uomo e donna, tra animale ed uomo. Non sono che alcuni dei prodotti dell’immaginazione e rappresentano lo sforzo immane di integrare delle parti e di resistere alla disintegrazione. Appaiono nella pittura (pensate ai quadri di Bosch, all’Opera al Nero di Goya o ai tanti quadri di pazienti schizofrenici che rappresentano i loro demoni), nella mitologia, nelle favole e in ogni racconto che voglia esplorare “mondi lontani”.

In psicoterapia sono ben accetti perché quando un paziente si imbatte in un ibrido sta attraversando una zona in cui qualcosa va integrato: certe forze nella sua psiche cercano una “nuova forma in cui potersi unire” come quando occorre andare avanti e non si può più essere quelli di prima e, tuttavia, ci sono pezzi di sé che vanno comunque salvati. Avete presente quelle volte in cui vi siete dovuti rimettere insieme dopo un qualche disastro emotivo o relazionale o quando… “da lì non sono più stato lo stesso”? Erano esposizioni al vuoto, momenti in cui avete intravisto la disintegrazione, dai quali siete usciti cambiati e in cui avete incontrato un qualche tipo di Ibrido: una figura a cui ispirarsi per integrare delle parti, per mettere insieme una nuova identità. Il confine del vuoto è il posto in cui avvengono le amplificazioni migliori perché un po’ di disintegrazione ha fatto spazio e quello spazio ha richiamato nuove immagini, possibilità, descrizioni, connessioni.

Sono stati momenti difficili e intensi. Ogni angelo è tremendo.

 

Prescrivere un sintomo

“La psicoterapia è un po’ come sputare nella minestra di qualcuno,
può andare avanti a mangiarla ma non è più la stessa cosa”
Alfred Adler

Questa bacheca è una postilla al mio ultimo articolo sulla collera, giusto un accenno a come sia possibile impostare un cambiamento all’interno di una sofferenza psichica e di come descrivere diversamente un dolore lo renda diverso, spesso più sopportabile, a volte quasi piacevole.

Nel libro “Le parole per dirlo” la scrittrice Marie Cardinal parla della propria psicoterapia e della sua guarigione dal male oscuro che la affliggeva. Nelle prime pagine racconta di un sintomo che la porta dal terapeuta: un’emorragia vaginale cronica che si protrae da mesi. Come spesso accade in questi casi lo psicoterapeuta viene interpellato per valutare le eventuali “cause psicosomatiche” del disturbo. L’analista la ascolta e, a fine seduta, la congeda dicendole che, se decideranno di lavorare insieme, di sicuro non parleranno dei suoi sanguinamenti ma si rivolgeranno a tutt’altro,  qualcosa che sta dietro, un dolore vero, qualcosa di più profondo e sostanziale. La paziente va a casa e… smette di sanguinare.

Fra psicologi potremmo dire che visto che era alla prima seduta al collega gli è andata di culo, ma, anche, che la prescrizione del sintomo ha funzionato. Di questo si tratta, infatti: qualcosa di molto doloroso e angosciante per la paziente è stato messo sullo sfondo, la sua attenzione è stata deviata verso altro, verso qualcosa che il terapeuta ha intravisto e che nel corso della terapia emergerà come la causa di questo e di altri sintomi; le sue forze, fino a quel momento concentrate principalmente sul disordine ovvio e visibile, hanno potuto svincolarsi dal sintomo e il sintomo si è spostato, diluito, ri-collocato in un contesto più ampio.

Prescrivere un sintomo è come aggiungere qualcosa: lo sputo nella minestra è un’aggiunta che rende intollerabile mangiarla ed è anche un doppia ingiunzione: o smetti di mangiarla o, se vai avanti a farlo, lo farai in un modo diverso. Forse ti toccherà  cucinarne un’altra e, magari, lo faremo insieme e facendolo prenderemo bene in considerazione gli ingredienti, faremo una minestra più consapevole che… non è la solita minestra.

Potete farlo anche da soli. Non vi aspettiate che succeda con un’ulcera o che sostituisca un vaccino. Ma funziona bene con molte ansie, con la collera, con altre emozioni sgradevoli come la paura, con certe tristezze e con alcuni “sintomi psicosomatici”. Si può decidere di impugnare il sintomo, di studiarlo, di metterlo in atto come a teatro o di prescriversi un antidoto e tutti questi modi sono… sempre meglio che subire il sintomo e lamentarsi (anche lamentarsi è a volte un sintomo e a certi pazienti a cui ho prescritto di trasformare il loro lamento in un’elegia rendendolo acuto e sublime hanno riso molto dei loro tentativi).

Se siete arrabbiati siatelo alla grande! Ci sono ottime indignazioni in cui mettere la propria energia e modi molto eleganti di incazzarsi. E si può sempre aggiungere consapevolezza e come osservò Agostino d’Ippona: “Ero adirato con il mio amico, dissi la mia ira, la mia ira finì; ero adirato con il mio nemico, non dissi la mia ira, la mia ira crebbe.”