Dentro, fuori… dove siamo?

“L’ansia è un sottile rivolo di paura che si insinua nella mente.
Se incoraggiata scava un canale nel quale tutti gli altri pensieri vengono attirati”
Robert Bloch

Nel 1980 J.Lakoff e M.Johnson, un Linguista e un Filosofo, scrissero un lavoro fondamentale  sull’uso delle metafore nella vita di tutti i giorni. In esso sostennero che la metafora influenza non solo il linguaggio ma anche il nostro funzionamento cognitivo. “L’essenza di una metafora è vivere un tipo di cosa in termini di un altro”. Quando ad esempio descriviamo la situazione collettiva che stiamo vivendo in termini di qualcosa da cui uscire/uno stato transitorio che ci lasceremo alle spalle non appena potremo… stiamo, secondo questi autori, usando una metafora di orientamento. Immaginiamo un dentro e un fuori e ci chiediamo quanto manca per “uscire dal tunnel; tornare a vedere la luce; venir fuori da questo brutto momento” ecc. 

Pensare in questo modo serve per orientarci, per darci un orizzonte e una direzione. Ma è una metafora: uno dei tanti modi di pensare e di far luce sulla realtà. Rischia di diventare come il lampione sotto cui l’ubriaco della storiella sta cercando le chiavi di casa che ha perduto. Un poliziotto si ferma ad aiutarlo e, dopo un po’ che cercano insieme, gli chiede “ma è sicuro di averle perse qui?” e lui risponde “ no, ma le cerco qua perché qua c’è la luce”. Una metafora mette in evidenza delle cose ma, facendolo, ne nasconde delle altre. Tornerò nei prossimi post su questo concetto. In questo vi propongo, invece, una riflessione su uno stato d’animo collettivo che prima di poter essere lasciato alle spalle va osservato con cura. 

Ho letto qualche giorno fa un articolo scritto da Scott Berinato sulla Harvard Business Review intitolato That Discomfort You’re Feeling is Grief. Al suo interno c’è un’intervista a David Kessler che è uno dei maggiori esperti mondiali sul tema del lutto. L’ho tradotta e ve la propongo. La parola inglese grief può essere resa in italiano sia con il termine lutto che con il termine afflizione. Nella traduzione uso l’uno o l’altro a seconda delle diverse sfumature del discorso. Chi vuole leggere l’articolo completo in inglese lo trova qui. Buona lettura!

Intervistatore: Le persone stanno provando molti stati d’animo diversi in questo momento. È corretto chiamare afflizione parte di ciò che provano?

Kessler: Sì, e stiamo sperimentando vari tipi di afflizione. Sentiamo che il mondo è cambiato, e lo è. Razionalmente sappiamo che è uno stato temporaneo, ma di pancia sentiamo che non è così e che le cose saranno diverse. Proprio come andare all’aeroporto non è più stata la stessa cosa dopo l’11 settembre, allo stesso modo le cose cambieranno e questo è il momento in cui sono cambiate. La perdita della normalità; la paura per il bilancio economico; la perdita dei legami. Tutto questo ci sta colpendo e ne siamo afflitti. Collettivamente. Non siamo abituati a questo senso di lutto collettivo nell’aria.

Quindi dice che stiamo provando più di un tipo di afflizione?

Sì, stiamo anche provando un senso di lutto anticipatorio. Il lutto anticipatorio è ciò che sentiamo per quello che ci riserva il futuro quando proviamo incertezza. Di solito questo stato d’animo accompagna l’idea di morte. Lo proviamo quando qualcuno a cui teniamo riceve una diagnosi infausta o quando ci viene in mente che un giorno perderemo un genitore. Più in generale il lutto anticipatorio è connesso ai possibili futuri immaginati: sta arrivando una tempesta, qualcosa di cattivo si aggira là fuori. Quando si ha a che fare con un virus questo tipo di afflizione crea ancora più confusione nelle persone. La nostra mente primitiva sa che qualcosa di brutto sta succedendo, ma è qualcosa che non si può vedere e questo fa a pezzi il nostro senso di sicurezza. Sentiamo questa perdita di sicurezza. Non penso sia mai accaduto di perdere il senso di sicurezza tutti insieme come ora; è successo a singoli individui o a gruppi più ristretti, ma la novità è che stavolta è successo a tutti quanti. Siamo in lutto a livello personale e generale.

Cosa possono fare le persone per gestire tutta questa afflizione?

Comprendere gli stadi del lutto è un buon inizio. Ogni volta che parlo degli stadi del lutto devo ricordare alle persone che questi stadi non sono lineari e possono non succedersi in quest’ordine. Non è una mappa quanto piuttosto un’impalcatura per comprendere questo mondo sconosciuto. C’è la negazione, in cui all’inizio diciamo un sacco di: Il virus non ci colpirà. C’è la rabbia: Mi stai costringendo a stare a casa, lontano dalle mie attività. C’è la fase della trattativa: Ok, se tengo la distanza sociale per un paio di settimane tutto andrà meglio, giusto? C’è la tristezza: Non so quando questo finirà. E infine c’è l’accettazione: Sta succedendo; devo capire come andare avanti.

Come avrete immaginato il potere e la forza risiedono nell’accettazione. È nell’accettazione che troviamo il controllo: Posso lavarmi le mani, Posso tenere la distanza di sicurezza, Posso imparare a lavorare on-line.

Quando siamo afflitti sentiamo anche una sorta di dolore fisico e la mente diventa frenetica. Ci sono delle tecniche per trattare questi sintomi e renderli meno intensi?

Torniamo al lutto anticipatorio. L’afflizione anticipatoria non sana corrisponde a uno stato d’ansia, questa è la sensazione di cui stai parlando. La nostra mente inizia a mostrarci immagini: i nostri genitori che si ammalano, gli scenari più cupi. Questo processo è un modo in cui la mente cerca di proteggerci. Dobbiamo porci lo scopo di non ignorare queste immagini, né di cercare di allontanarle. La mente non ce lo lascerebbe fare e lo sforzo per farlo potrebbe essere doloroso. L’obiettivo è quello di trovare un equilibrio nelle cose che stai pensando. Se senti che lo scenario peggiore prende forma, immagina quello migliore. Tutti possiamo ammalarci un po’ ma il mondo va avanti. Non tutti coloro che ami muoiono. E probabilmente la maggior parte si salverà perché stiamo facendo i passi giusti. Nessuno dei due scenari dovrebbe essere ignorato ma nessuno dovrebbe diventare dominante sull’altro.

Il lutto anticipatorio è il risultato della mente che si proietta nel futuro e che immagina il peggio. Per calmarti devi voler entrare nel presente. Questo consiglio è ben noto a chi ha meditato o praticato mindfulness, ma molti si stupiscono di quanto semplice possa essere. Puoi individuare cinque cose nella stanza. C’è un computer, una sedia, una foto del cane, un vecchio tappeto e una tazzina da caffè. È semplice. Mentre lo fai respira. Renditi conto che nel momento presente niente di ciò che hai anticipato è successo. In questo momento stai bene, hai del cibo, non sei malato. Usa i tuoi sensi e pensa a ciò che essi stanno sentendo. Il tavolo è duro, la coperta è morbida. Posso sentire il respiro che entra nel naso. Questo semplice esercizio aiuterà a mitigare un po’ del dolore.

Puoi anche pensare a come lasciar andare quello che non puoi controllare. Ciò che fa il tuo vicino è fuori dal tuo controllo, mentre stargli a un metro e mezzo di distanza e lavarti le mani sono sotto il tuo controllo. Concentrati su quello.

Infine, questo è il momento giusto per fare provvista di compassione. Ognuno avrà un diverso grado di paura e lo manifesterà a modo suo. Un collega è stato molto brusco con me l’altro giorno e ho pensato: Non è da lui, è più la conseguenza del modo in cui cerca di gestire tutto questo; quello che vedo sono la sua paura e la sua ansia. Quindi sii paziente. Pensa a come uno è di solito, non a come sembra in questo momento.

Un aspetto particolarmente preoccupante di questa pandemia è che non ne vediamo la fine.

Questa condizione è temporanea e dirlo aiuta. Ho lavorato per dieci anni nel sistema ospedaliero e sono stato addestrato per situazioni come questa. Ho studiato la pandemia influenzale del 1918. Le precauzioni che stiamo prendendo sono quelle giuste. La storia ce lo insegna. Si può sopravvivere e sopravviveremo. È il momento di essere iperprotettivi, ma non per reagire in maniera eccessiva.

E penso che troveremo un significato in tutto questo. Ho l’onore di avere avuto il permesso dalla famiglia di Elisabeth Kübler-Ross di aggiungere un sesto stadio del lutto: il Significato. Ho parlato per un bel po’ con Elisabeth su cosa venga dopo l’accettazione. Non ho voluto fermarmi all’accettazione quando ho sperimentato dei lutti personali. Volevo un significato per quei momenti bui. E credo fermamente che possiamo trovare luce anche in quei momenti. In questo momento le persone si rendono conto che possono stare in contatto grazie alla tecnologia e che non sono distanti quanto pensavano. Capiscono che i loro telefoni possono essere usati per lunghe conversazioni. Apprezzano la possibilità di fare una passeggiata e credo che continueremo ad aggiungere significato alle cose ora e anche quando tutto questo sarà finito.

Cosa direbbe a qualcuno che anche leggendo queste cose si sente comunque sopraffatto dal lutto?

Continua a provarci! E’ importante chiamare questa condizione con il suo nome: lutto. Ci aiuta a sentire cosa abbiamo dentro. La settimana scorsa ho sentito frasi come: “Sto dicendo ai miei colleghi quanto sia dura per me”, o “Ho pianto la notte scorsa”. Quando gli dai un nome lo senti e ti passa attraverso. Le emozioni hanno bisogno di movimento. E’ importante che riconosciamo ciò che stiamo attraversando. Uno sfortunato effetto collaterale del Movimento di Auto-Aiuto è che siamo diventati la prima generazione che ha dei sentimenti riguardo ai propri sentimenti. Ci diciamo cose tipo: Sono triste ma non dovrei sentirmi così; ci sono persone che stanno peggio di me. Possiamo e dovremmo fermarci al primo sentimento: Mi sento triste. Mi prendo cinque minuti per esserlo. Il compito è quello di sentire la propria tristezza o paura o collera sia che qualcun altro la provi o meno. Opporsi non aiuta perché è il tuo corpo che sta generando queste emozioni. Se lasciamo che i sentimenti succedano si presenteranno in modo ordinato e questo ci darà forza e non saremo vittime.

In modo ordinato?

Sì. A volte tentiamo di non sentire ciò che stiamo sentendo perché siamo preda di questa immagine di “un’orda di sentimenti”. Penso che se sono triste e non mi impedisco di esserlo, la tristezza non passerà mai e l’orda di sentimenti negativi mi schiaccerà. La verità è che un sentimento ci passa attraverso. Lo sentiamo e se ne va e possiamo passare a quello successivo. Non c’è un’orda là fuori che ci insegue. E’ assurdo pensare che in questo momento non dovremmo provare afflizione. Permettiamoci di sentirla e andiamo avanti.

Foto di Orna Wachman da Pixabay

 

2 thoughts on “Dentro, fuori… dove siamo?

  1. Irma Trotta Conti

    Grazie di cuore per come è scritto questo articolo. Fa breccia nel cuore e nella testa. È come una carezza o un abbraccio. Le parole giuste e il senso composto a tutto ciò che ci sta accadendo.
    Spiegato meravigliosamente.

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