Forme dell’attenzione: il Domandare

“The soul should always stand ajar”
(Dovrebbe sempre star socchiusa, l’anima)
Emily Dickinson

Ci sono molti modi di chiedere, molte sfumature che siamo in grado di usare quando, in una relazione, ci mettiamo dalla parte di chi si aspetta una risposta. 

In inglese, ad esempio, si distingue tra Ask (chiedere gentilmente per avere una risposta) e Demand (pretendere, chiedere insistentemente e con forza per ottenere ad ogni costo).

Quando cerchiamo di insegnare a un bambino ad aggiungere “per favore” alle proprie richieste gli stiamo chiedendo di modulare la propria forza tenendo presente la resistenza e la sensibilità di colui a cui si sta rivolgendo. Tutti (o quasi tutti) ci siamo fatti, crescendo, un’idea di cosa siano la confidenza, la soggezione, il rispetto, la complicità, l’ossequio, l’insolenza… Chiediamo più o meno timidamente a seconda dell’interlocutore, del contesto e della nostra tolleranza del rifiuto.  

E poi ci sono le richieste che facciamo a noi stessi: pretese più o meno gentili nei nostri confronti, aspettative interne, minimi sindacali irrinunciabili, residui di ciò che ci è stato sempre chiesto e che “abbiamo fatto nostro”, domande a cui non abbiamo ancora risposto o che rifiutano più o meno garbatamente i nostri tentativi di esaurirle. 

Se la domanda fosse una porta, nel neonato la vedremmo spalancata. I cuccioli di essere umano sono infatti altamente bisognosi e all’inizio della loro vita non fanno che chiedere limitandosi a piccole risposte istintive come il riflesso di suzione o, un po’ più avanti, il “sorriso a specchio” o le prime piccole imitazioni di gesti o suoni.

Anni dopo, in seduta, capita di vedere un quarantenne che parla di sé come di un neonato che ha sempre fame o che, senza accorgersene, si comporta come se i suoi bisogni fossero così particolari e impellenti da non poter essere capiti o contenuti. 

O capita, all’opposto, di osservare certi adulti che fanno di tutto per non chiedere o che trovano doloroso aprirsi per protendersi verso qualcosa che desiderano. 

Possiamo leggerle come forme diverse dell’attenzione: posture che abbiamo assunto e che più o meno consapevolmente indossiamo, modi che manteniamo e che determinano il nostro protenderci o ritirarci.

Il goloso, l’avaro, il lussurioso; lo spirito famelico, il narcisista geloso, l’insaziabile invidioso… sono stati di coscienza (o incoscienza) in cui tutti possiamo soggiornare più o meno a lungo.  Sono anche modi di relazionarci e ognuno di essi potrebbe essere collocato su un continuum che valuta quanto domandiamo: quanto, riguardo al chiedere, siamo aperti o chiusi, affamati/sazi, ansiosi/evitanti.

Immaginate a un estremo il neonato “innocente” che sa solo chiedere e, all’altro, il cinico incallito che crede di avere tutte le risposte. E immaginatevi in qualche  punto sulla linea immaginaria che li collega. 

Come si sta dalle parti del bambino bisognoso? E come ci si sente quando si crede di avere la verità in tasca? Come si sentono gli altri quando hanno a che fare con le nostre personali versioni del bambino o del vecchio? Esiste una posizione ottimale in cui si possa smettere di chiedere compulsivamente e, tuttavia, non smettere di indagare?

Sono solo alcune delle possibili domande sul Domandare. Credo che le riposte non possano che essere soggettive e credo che per dirla con Gadamer: “… colui che sa domandare, sa tener fermo tale domandare cioè sa tenere la direzione verso l’aperto indicato dalla domanda. L’arte del domandare è l’arte del domandare ancora, ossia l’arte stessa del pensare.”

Si tratta di non cadere nella tentazione della risposta e di chiedersi in che modo si sta chiedendo. È uno stare aperti senza essere spalancati, senza diventare solo dei consumatori inconsapevoli (la versione “adulta” del bambino affamato).

Credo che per tenere l’anima socchiusa occorra cimentarsi nel compito di affinare la domanda: non rispondere subito o, anche dopo aver trovato una prima risposta, adottare l’atteggiamento che suggeriva Feynman: “Quando lo scienziato non sa la risposta a una domanda, è ignorante. Quando ha una vaga idea del probabile risultato, è incerto. E quando è sicuro del risultato, maledizione, gli rimane ancora qualche dubbio.” 

In molti contesti conviene concentrarsi sulla propria “postura”.

State socchiusi! Tanto la risposta… vola nel vento. Auguri, drdedalo 

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