Evitamenti

“Porto con me le ferite di tutte le battaglie che non ho combattuto”
Fernando Pessoa

In psicologia clinica con il termine Evitamento si intende un modo di pensare e di comportarsi che non consente alla persona di affrontare una situazione di cui ha paura.

Di per sé il gesto di evitare qualcosa che ci spaventa non è patologico: è del tutto naturale allontanarsi da ciò che si ritiene possa essere doloroso, così come è naturale protendersi verso un oggetto che sembra piacevole. È grazie a questa sorta di saggezza (quasi) istintiva che non ci siamo estinti. Nei momenti di pericolo i nostri antenati si sono lasciati guidare da una parte arcaica del cervello: il tronco encefalico che contiene i nuclei addetti a tre risposte istintive fondamentali, le cosiddette tre F: fight (combatti), flee (scappa), freeze (congelati/fingiti morto).

In genere davanti a un pericolo un animale può scappare-nascondersi o, se vale la pena (se l’oggetto pericoloso può diventare una preda) o se valuta che non riuscirà a fuggire, può attaccare. Se le prime due opzioni falliscono lo stesso animale può  cadere in uno stato simile alla morte, una sorta di svenimento in cui le funzioni vitali sono ridotte al minimo, gli organi interni (il cervello in particolare) corrono meno rischi e… magari il predatore se ne va, magari il pericolo scompare.

Gli esseri umani possono usare le stesse reazioni istintive degli animali. Possono inoltre contare su altri meccanismi più evoluti e tipici di parti del cervello più recenti e complesse. Nella corteccia cerebrale (che si trova spazialmente qualche centimetro sopra al tronco encefalico ma moralmente in un altro universo) il fight può trasformarsi in lavoro e progettualità, in capacità di accettare la sfida è trovare strategie per superare l’ostacolo; il flee diventa un ripiegamento/ri-flessione, una capacità, cioè, di trattenersi e ritirarsi quel tanto che basta per pensare prima di agire; il freeze… beh il freeze sublimato credo sia difficile da descrivere ma penso abbia a che fare con una capacità di mantenere una posizione nello spazio nonostante tutto, come quella  che caratterizza i gesti paradossali e sovrumani messi in atto da Gandhi che digiuna per quaranta giorni o da quelli che riescono a porgere l’altra guancia, ecc.

L’evitamento è un meccanismo di difesa alla cui base, negli strati più profondi e antichi, giacciono sia il flee che il freeze e, più in superficie, sopra alle reazioni primordiali, un intero stile di pensiero che gira intorno all’idea di sicurezza.

La persona evitante crede di poter stare al sicuro: è convinta di essere in grado di schivare il pericolo e considera che non esponendosi non dovrà affrontare stimoli che le mettono ansia. Non sa che più evita uno stimolo ansiogeno più la sua percezione di pericolosità dello stimolo evitato aumenta. L’idea, per esempio, che evitando i luoghi aperti e affollati si possa non soffrire di agorafobia, fa sì che più si sta al chiuso e in un luogo protetto più si diventa sensibili a qualsiasi esposizione. Ci sono pazienti fobici che cominciano a non frequentare luoghi sconosciuti e finiscono con il non uscire di casa. Ne ho conosciuto uno che non esce mai da solo e “preferisce non andare sul balcone”.  

L’evitamento si fonda sul presupposto che esistano luoghi perfettamente sicuri (la tana-casa) e che quelli che non lo sono possano essere bonificati dal pericolo (sterminiamo tutti i lupi, cacciamo gli stranieri, ecc.). Ma è un ragionamento primitivo che non tiene conto della mente. Infatti, mentre per un animale la paura è qualcosa di essenzialmente esterno e il rifugio è “un luogo protetto e distante dal pericolo”, per l’uomo la paura è prima di tutto interna e si manifesta come ansia (previsione e preoccupazione per possibili pericoli). L’essere umano è fisiologicamente poco adatto a predare e a fuggire. Per lui rifugio è principalmente relazione: apertura, alleanza, partecipazione. Anche i gesti apparentemente più difensivi sono, per gli uomini, gesti che presuppongono una condivisione e un’intesa, un accordo e una collaborazione. Costruire una casa o un castello  per proteggersi implica prima di tutto un’alleanza con altri che ci aiutino a farlo.

Purtroppo chi decide di soccombere all’ansia evitando ciò che spaventa è invece certo della soluzione quasi animale che mette in pratica. Non mette mai in dubbio che il chiudersi e il  ritirarsi scongiureranno il pericolo.

Come dice Phillips: “Per il fobico l’oggetto o la situazione che ispirano terrore sono al di là di un atteggiamento scettico: costui agirà come se conoscesse queste cose alla perfezione, per quanto assurda la cosa possa apparire ai suoi occhi o a quelli della gente. Lo scetticismo si riversa invece sugli interpreti del suo comportamento.”

Insomma il fobico si protegge dall’ansia evitando anche chi cerca di convincerlo dell’inutilità della propria difesa. Così facendo contribuisce alla propria nevrosi e la consolida: si allontana da chi prova a portare il discorso su un livello meno primitivo e  ripete: insiste nella propria soluzione.

Eppure, come scrisse il poeta Robert Frost: “la via per uscirne è passarci attraverso” (the only way out is through). Il passaggio, il viaggio attraverso, la decisione di affrontare una terra incognita, sono l’inizio della cura delle fobie e della loro soluzione nevrotica. È una cura che inizia con un gesto che, paradossalmente, sembra un evitamento: il rifiuto di lasciarsi andare all’istinto e alla reazione, la scelta di pensare e di rispondere tenendo conto della complessità. Una cura che è un invito alla riflessione e allo scetticismo nei confronti della prima antica reazione.

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