La “persona adulta”

“Il modo in cui gli altri trattano te è il loro karma;
il modo in cui tu reagisci è il tuo karma”
Wayne Dyer

Leggevo in questi giorni su un libro di Yalom un aneddoto che racconta dello scrittore francese André Malraux che intervistando un prete di parrocchia che aveva raccolto confessioni per cinquant’anni gli chiese che cosa avesse imparato del genere umano. Il prete rispose: “Innanzitutto, che la gente è molto più infelice di quanto si pensi […] e poi il fatto fondamentale è che non esiste quella che si definisce una persona adulta”.

È una frase che mi ha colpito ed è stata il pretesto per questo post che, come spesso mi capita, è anche un misto di cose di cui ho parlato recentemente con alcuni miei pazienti.

Dunque “l’adulto non esiste”: ci sono così tanti residui di infanzia in ognuno di noi ed è così facile regredire a livelli antecedenti alla nostra età cronologica che diventa difficile immaginare una persona completamente cresciuta, una sorta di essere “arrivato” e pienamente responsabile. Perché, in genere, questo si intende con la parola adulto: una persona che ha raggiunto il pieno sviluppo fisico e psichico, secondo la Treccani. Ed è su “psichico” che casca l’asino ché a diventare maturi fisicamente sono capaci tutti, basta aspettare e vivere in una condizione in cui il cibo sia sufficiente e il welfare discreto.

Ma nella “crescita psichica” ci sono passi che non sono così automatici, gradini ripidi che andrebbero scalati e che, invece, sono facili da evitare, consapevolezze o forse saggezze che dovrebbero essere attributi necessari dell’adulto ma che sono difficili da raggiungere e da acquisire. Pezzi di conoscenza su cui bisognerebbe insistere se non fosse che spesso c’è una grande resistenza a parlarne perché sono “passaggi difficili” punti su cui soffermarsi è… quasi doloroso. Tra questi la frase dell’incipit che letta da un bambino diventa la solita banalità sul fatto che quello che fai ti torna indietro, mentre ad un’analisi più adulta risulta essere un corollario della tautologia: non esiste un non-comportamento.  

“… non esiste qualcosa che sia un non-comportamento o, per dirla anche più semplicemente, non è possibile non avere un comportamento. Se si accetta che l’intero comportamento in una situazione di interazione ha valore di messaggio, vale a dire è comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare. L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro.” (P.Watzlawick). Sembra molto chiaro, no? Eppure i bambini fino a una certa età credono  che se nascondono il viso e non guardano nemmeno gli altri li vedranno. E molti adulti  direbbero che, sì, certo che lo sanno che se chiudi gli occhi gli altri comunque ti vedono, ma vanno avanti a credere che si possa non rispondere alle domande, fingere di non aver sentito, dare messaggi “neutri”.

Se non rispondi, se ti scansi o se ignori le comunicazioni gli altri se ne accorgono e reagiscono. Non sai se si offenderanno o se diventeranno  insistenti o se fingeranno a loro volta di ignorarti, ma qualcosa faranno e tu non potrai non reagire.

Tutti noi siamo dotati di una sorta di pelle psichica che risponde continuamente al mondo. Ci serve per mantenere una sorta di integrità e per stabilire dei confini. È utile per definire l’Io: il soggetto che siamo convinti di essere e che ci serve per distinguerci e per avere a che fare con gli altri. È fondamentale che, per un corretto sviluppo psichico, il bambino crei questo confine che lo differenzia dal mondo e che gli permette di rispondere nel suo modo originale e, tuttavia, comprensibile.

La differenza fra il bambino e l’adulto è che il primo crede che questo confine sia concreto e che questo guscio divida chiaramente l’Io dagli Altri. Il secondo dovrebbe sapere che il confine cambia in continuazione e noi possiamo decidere molto poco sulla sua permeabilità. Entra quasi tutto! Un adulto dovrebbe sapere che l’Io non è altro che “la struttura delle difese” (Freud) e che più le difese sono rigide più funzionano male. Più ci difendiamo più vediamo nemici; più diventiamo evitanti più ci crediamo subissati dagli impegni; più ci nascondiamo più ci sentiamo osservati, ecc.

Un adulto queste cose le dovrebbe sapere ma “non esiste quella che si definisce una persona adulta”. Dovremmo tenerlo presente e lavorarci promuovendo quella che in psicoanalisi si chiama responsabilità soggettiva: quel gesto che favorisce l’evoluzione e che riporta sempre il soggetto ad interrogarsi su ciò che lei/lui fa.

È una forma di etica che si fonda sull’idea che non si può sfuggire a niente.

In una vecchia leggenda araba si racconta di quel servo che si recò trafelato dal padrone per dirgli che aveva incontrato la Morte al mercato e che voleva un cavallo veloce perché doveva scappare e correre a Samarcanda dove sarebbe stato in salvo. Il padrone glielo diede e poco dopo, recatosi anche lui al mercato incontrò la Morte. Le chiese come mai avesse spaventato così tanto il suo povero servitore. La morte rispose che non voleva spaventarlo ma che si era solo stupita di vederlo lì perché il loro appuntamento sarebbe stato, invece, la sera stessa a Samarcanda.

Queste cose un adulto dovrebbe saperle.

3 thoughts on “La “persona adulta”

  1. valerio fiandra

    Caro MP/Dredalo, questa è l’occasione per dirle il mio apprezzamento per il tono e la sostanza dei suoi ragionamenti in pubblico. Sul tema di questo, riflettevo su FB – da dilettante appassionato – con le seguenti parole:

    RIFORMA

    « Dovremmo dare un premio ( un riconoscimento, insomma, nel pieno senso del termine ) a chi e a cosa, nel corso degli anni ci ha respinto: nessuno e niente ci ha mai insegnato meglio a vivere, e talvolta perfino ad esistere.

    Onoriamoli, dunque, riconoscendo la loro lezione e praticando ciò che ci hanno insegnato. Ricordiamo il loro multiplo volto individuale e l’aspetto, le ragioni e le costanti – nella variabilità – delle nostre reazioni a quei rifiuti. Ricordiamo anche la nostra frustrazione, il nostro dolore e la nostra stizza ogniqualvolta li abbiamo provati. Soprattutto registriamo, valutiamo e onoriamo il beneficio che ne abbiamo tratto SE – lavorando su di noi per loro tramite – abbiamo potuto ri-conoscere noi stessi, e – di conseguenza – abbiamo saputo ri-formarci.

    Così, in diuturna e – per quanto ne siamo capaci – volontaria riforma di noi stessi, saremo anche liberi, dunque, di respingere e rifiutare a nostra volta; senza complessi di colpa, responsabilmente liberi – finalmente ! – sia di continuare a divenire chi siamo e saremo, sia ad essere agenti delle potenziali riforme altrui. ”

    Ieri annotavo inoltre ( non ancora pubblicamente ) come ” Talvolta la gentilezza vien presa per debolezza, anche se non lo è.

    Quando una persona è nervosa – che ne abbia o no motivo ( e se dice di non esserlo lo conferma, perché spesso è la denegazione il segnale più determinante ) – chi è con lei in una relazione amichevole o sentimentale può astenersi da ogni comunicazione ( anche se non comunicare è comunicare ) o usare parole e toni arrendevoli per non esacerbare la situazione, e per dar tempo e spazio: a chi è nervoso di calmarsi, o insomma di risolvere in qualche modo il proprio stato, e a se stesso per evitare reazioni altrettanto nervose.

    Se la relazione è abbastanza consolidata, e se il desiderio/bisogno dell’altro è reciproco, questi momenti passano, e insegnano a volersi bene aiutandosi reciprocamente – e il comportamento gentile/arrendevole di cui sopra sarà poi valutato con apprezzamento e gratitudine.

    Se però quei momenti si ripetono -soprattutto se è uno solo dei partner-amici a essere sempre più spesso gentile/arrendevole – allora è il caso di chiedersi se in effetti la gentilezza non sia diventata una debolezza, della quale l’altro si approfitta, in una specie di ciclo vizioso che – come ci ha insegnato Renee Girard – ha il perverso potere di trasformare la mancata capacità di gratitudine in risentimento.

    Come annotavo solo pochi giorni fa, da adulti dovremmo esser sia responsabili della nostra costante riforma comportamentale, sia agenti di quella altrui: insistere, dunque, con la gentilezza e l’arrendevolezza con chi le prendesse per debolezze, o per sudditanza, non solo fa male a noi, fa peggio all’altro. Non sarà facile trovare una via d’uscita a questa impasse; forse solo un garbato ma netto rifiuto creerà lo iato necessario per riconsiderare la relazione, e decidere se mantenerla o no. L’effetto immediato di una comunque dolorosa rottura sarà pesante, ma quello futuro, forse, metterà entrambi nelle condizioni di riformare, ancora una volta, se stessi.”

    Condivido questi miei ragionamenti a titolo di riconoscenza, ma soprattutto per metterli alla prova del suo commento. Se trova il tempo – sulla voglia so di poter contare – mi scriva cosa ne pensa, qui o in privato.

    Grazie, stia bene,

    Valerio Fiandra

    Reply
    1. drdedalo Post author

      Caro Valerio,
      grazie innanzitutto per il suo di apprezzamento. Essere visti (letti) e riconosciuti è una soddisfazione e uno stimolo a pubblicare ancora.
      Concordo con lei sia sulla validità dello sforzo di vedere le resistenze, i rifiuti e chi ce li ha somministrati come un’occasione di crescita.
      Quella della gentilezza è una via difficile ma alla lunga remunerativa: serve per resistere alla tentazione di “ribattere colpo su colpo” cadendo in quelle che Watzlawick chiama escalation simmetriche (l’equivalente relazionale della corsa agli armamenti in cui l’ego diventa sempre più difeso e minaccioso ma non certo più felice). Con la gentilezza si può provare a con-vincere invece di cercare di vincere sempre e comunque. Certo, ogni tanto è il caso di opporsi perché ci sono volte in cui la simmetria e il confronto aggiungono un’energia che, nella complementarietà di chi sa “cedere”, viene a mancare. Le consiglio a questo proposito la lettura di “Pragmatica della comunicazione umana” di Watzlawick et al. che ritengo un vecchio libro prezioso per chi voglia capire in profondità il modo in cui la comunicazione modella le relazioni e le vite di tutti noi.
      Se l’ha già letto credo che rivedendo in particolare l’analisi che gli autori fanno degli scambi comunicativi all’interno della piéce teatrale “Chi ha paura di Virginia Woolf” troverà risposte e spunti per le sue riflessioni su questo argomento.
      Sono sicuro che avremo occasione di sentirci ancora.
      Grazie e a presto,
      Mauro

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