Lasciar andare: un’amplificazione

“Di solito le persone si sottopongono alla conversazione psicoanalitica perché a un certo punto la storia che raccontano a se stesse si interrompe o diventa troppo dolorosa, o per entrambi i motivi.”
A.Phillips

Uno dei personaggi di Infinite Jest entra in una stanza da letto in una centro di recupero per tossicodipendenti e vede sul muro un poster con la scritta: “Tutto ciò che ho lasciato aveva i segni delle mie unghie” (Everything I’ve ever let go of has claw marks on it).

Visto il contesto viene da pensare (come hanno fatto i traduttori) che le unghie siano quelle del soggetto della dipendenza: quelle di chi sta tentando dolorosamente di smettere con un comportamento che lo lega a una o più “sostanze” e che lo vincola a un irrinunciabile oggetto del desiderio.

Ma è anche vero che è la dipendenza a non lasciare la persona e espressioni come: “era preda dell’eroina; non riusciva a liberarsi del vizio dell’alcol; era completamente succube di quella persona” sembrano avvalorare questa seconda descrizione.

Come se fosse l’oggetto ad invischiare il soggetto e come se gli artigli che non lasciano andare fossero quelli dell’abitudine che non può essere interrotta, dell’ossessione che non si lascia lasciare.

Sono modi diversi per parlare di un legame e capita in seduta di sentire sia la prima che la seconda versione. Ci sono pazienti che si lamentano della loro scarsa volontà e chiedono di trovare la forza per cambiare e per smetterla di essere dipendenti da qualcosa o da qualcuno e ce ne sono altri che mostrano i segni delle unghie e che raccontano di quanto non dipenda da loro, di quanto non possano fare diversamente.

Uno psicoterapeuta alle prime armi (tutti abbiamo dentro di noi uno psicoterapeuta alle prime armi) cerca di rispondere infondendo volontà ai primi e dando fiducia nei propri mezzi ai secondi. Cerca, insomma di “usare il buonsenso” e di aiutare la persona sofferente facendo quello che genitori, amici, preti e angeli custodi hanno già fatto: rendere le unghie più affilate.

Lo psicoterapeuta in erba non sa che, come disse Jung: “Ciò a cui resisti non solo persiste ma tende a diventare più grande” e che, come invece ebbe a dire Einstein: “Non si può risolvere un problema usando lo stesso stile di pensiero che lo ha creato”. Non sa nemmeno, così come non lo sa il paziente, che la cura autentica non consiste nel dare un pesce a qualcuno che ha fame ma nell’insegnargli a pescare (qui invece ho parafrasato Heidegger e me ne scuso ma le amplificazioni funzionano così: vengono in mente cose che stanno intorno all’argomento e che lo allargano).

Quando si tratta di smettere il determinismo e l’autostima funzionano solo come delle resistenze al cambiamento. La Volontà e la Fiducia in se stessi sono ottimi strumenti per non lasciare andare, per tener duro e persistere.

Prendete il senso di colpa: il pungolo su cui si cerca di far leva per convincersi che è il caso di cambiare. Se bastasse il senso di colpa per smettere di bere o di fumare l’alcolismo e il tabagismo non esisterebbero (non dopo i quarant’anni, perlomeno). Il senso di colpa è molto spesso alla base della dipendenza e la rinforza: “mi sento così in colpa per aver mangiato troppo e sto così male che mi tocca fare un’altra abbuffata per togliere almeno un po’ del dolore che mi attanaglia; mi considero una merda per quello che ho combinato sotto l’effetto dell’alcol e il modo più veloce che conosco per non sentirmi una merda è bere qualcosa; mi tratta male ma lo amo e ha bisogno di me, mi sentirei troppo in colpa se lo lasciassi.”

Occorrono altri strumenti per lasciar andare e non è un caso che il primo passo di ogni processo di riabilitazione parta dal riconoscimento della propria impotenza. Se accetto di non essere onnipotente, se la smetto di pensare che volere è potere e vedo che la strada che ho percorso fin qua è lastricata di desiderio di potenza, sono a buon punto. Ho capito che questa storia non sono più in grado di raccontarla o che la racconto sempre nello stesso modo: noioso e doloroso.

È dopo questa fase che si inizia ad uscire dalla spirale autoreferenziale che caratterizza ogni dipendenza ed è grazie a questo primo passo che si va verso un nuovo inizio.

Ogni rito di iniziazione simula una morte: sembra che la ragazza o il ragazzo debbano “morire” prima di accedere al mondo adulto. Pare che ad un certo punto del suo tragitto ogni eroe debba andare incontro ad una sconfitta che lo faccia riflettere sui suoi limiti e che gli insegni a… diventare un altro. La presa sulle cose deve cambiare perché il mondo possa essere descritto in modi diversi.

Non è una questione di volontà ma di attenzione (gli “eroi” sono fin troppo volitivi e afflitti da vari disturbi dell’attenzione).

Una delle cose che un paziente capisce (se il suo terapeuta non fa l’errore di lavorare  sulla volontà e sull’autostima) è che l’Io che cerca di uscire dal problema è lo stesso Io che l’ha costruito. Quell’Io non ha bisogno di stima ma di profondità.

Per raccontare la storia in un modo diverso, per riaprirla o per renderla almeno tollerabile occorre cambiare linguaggio. Come disse Cavell: “L’ignoranza di me stesso è qualcosa su cui debbo lavorare: è una cosa che va studiata come una lingua morta.”.

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