Oggetti interni

“Del resto, una delle poche cose che la letteratura
può ancora fare è creare
tra chi legge e chi scrive
una intimità non superficiale”
David Foster Wallace

La frase dell’incipit è contenuta in un’intervista pubblicata, in Italia, su Il manifesto il 1° Luglio 2006. Wallace parla del tentativo di rappresentare, nella sua prosa, più il modo in cui pensiamo che ciò che pensiamo. Dice: “… non mi interessa ricalcare il modo in cui le persone parlano, i loro dialoghi realistici, preferisco cercare di riprodurre il suono dei pensieri e il modo in cui procedono. Quindi affido i discorsi tra le persone a una scrittura rapida, molto densa, che procede per associazioni di idee, perché ognuno di noi quando parla al tempo stesso proietta i propri pensieri in direzioni diverse da ciò che sta dicendo…”.

Era, insomma, impegnato nella missione impossibile di far vedere il “pensare” per quello che è: qualcosa di indescrivibile che le parole non riescono a trasmettere nella sua pienezza, qualcosa che la comunicazione lascia per la maggior parte sullo sfondo, qualcosa che gli scrittori, di solito, alleggeriscono, facendo per noi (a volte magistralmente) il lavoro di estrarre una parte di ciò che è stato pensato e di renderlo come se fosse il succo, ciò che meritava di essere espresso.

In questa pulizia, in questa azione di alleggerimento che facilita la vita al lettore molte cose vanno perse. Secondo Wallace (e secondo me che ne parlo, qui, ad una platea  molto ristretta  e con intenti solo un po’  diversi dai suoi) per approfondire l’intimità occorre svincolarsi dal bisogno di alleggerire e sforzarsi di comunicare ciò che avviene dentro.

Perché intimo è questo oggetto interno che si forma in continuazione: un nucleo di pensiero, emozione, desiderio che si abbozza e si compone, che si aggruma attorno ad un argomento magari piccolo che, tuttavia, è, in quel momento, ciò che una persona sente e pensa di qualcosa, fosse anche la minuscola opinione sul sapore di ciò che sta mangiando. Se nella mente ci fossero oggetti simili agli oggetti fisici, cose con dei confini e una forma, che si stagliano su uno sfondo e che si riconoscono rispetto al resto, il pensiero non sarebbe poi così difficile da esprimere. Ma nella mente gli oggetti sono relazioni: ogni “cosa” nella psiche è correlata con il resto, è corredata da opinioni che la riguardano, è bella/brutta/neutra, esprimibile o meno… a seconda, a seconda di chi ho davanti, di cosa penso di lui e di cosa penso che potrebbe pensare di quello che sto pensando. Riguarda sempre anche l’interlocutore e viene detta o trattenuta, ammorbidita o resa aspra, asciugata o inumidita, condivisa solo in parte, accompagnata da scuse, giustificazioni e distinguo… ecc.

Insomma, tutte cose che sapete! Ciò che ho appena descritto è una piccolissima parte sia di ciò che facciamo con i pensieri sia di ciò che succede ai pensieri. Nella mente ogni oggetto è relazione ed è ingenuo pensare che esistano contorni netti e che ciò che viene espresso sia ciò che è stato pensato. Certi filtri li mettiamo consciamente, altri scattano da soli ed è come se certe cose nemmeno volessimo permetterci di pensarle. Le emozioni sono forze che intervengono e che aggiungono colore e densità. I pensieri hanno un tono, un peso e una portata.

Se date un’occhiata a ciò che avviene, se prestare ascolto al suono dei pensieri, state rendendo l’intimità meno superficiale, con voi stessi e con l’interlocutore con cui provate ad entrare in contatto.

Da un punto di vista clinico state anche facendo un lavoro sulle resistenze. State cioè facendo caso a tutto quel dramma emotivo che accompagna l’atto di esporsi agli occhi e al giudizio di qualcun altro, (non importa se reale o immaginario).

Questo è uno dei miei “post difficili” perché tratta di un argomento a cui è più facile avvicinarsi con il romanzo, con il racconto, che con il saggio. In seduta le cose sono diverse: c’è il contatto, l’esposizione, il setting.

Giorni fa leggevo, non ricordo dove, un articolo sulla Foca Monaca (Monachus monachus) un mammifero marino in via di estinzione presente nel bacino del mediterraneo. Tranne nel periodo riproduttivo e durante l’allattamento, che si svolgono sulla terraferma, sulle poche spiagge non frequentate che rimangono nel mediterraneo, vive principalmente in mare. E in mare ci dorme, sott’acqua, salendo periodicamente in superficie per respirare. Provate ad immaginare questo modo di abitare e di “riposare”: giù in profondità con tanto di sogni, poi verso la superficie non proprio svegliandosi, poi, dopo un respiro, ancora giù. Cosa sogna? Quanto si avvicina alla veglia per risalire e come si riaddormenta? Ci sono esemplari insonni? Come si sincronizzano, sono soli quando risalgono, dormono vicini? Le loro trance assomigliano alle nostre?

Ecco! Una cosa così: ascoltare una storia, provare a immedesimarsi, superficie, profondità, sonno, veglia e “ciò che sta in mezzo”. Mettersi nei panni di un’altra creatura, confrontare i suoi oggetti con i nostri. Quello che fa un bravo lettore. Relazione. Intimità.

Remedios Varo. Creation of The Birds (1957)

One thought on “Oggetti interni

  1. Samuele

    Ho letto anzi ascoltato di recente “Una cosa divertente che non farò mai più” di Wallace grazie al podcast Ad Alta Voce della Rai. Ne sono stato catturato e ho intuito che tentava di esprimere come ragioniamo. Con certi pensieri mi sono riconosciuto: per esempio il disprezzo per gli altri turisti. Altri invece li ho respinti abbastanza: il disprezzo e le frecciatine a Mona, la ragazza che gli stava antipatica e la sua fissazione per le donne delle pulizie. Eppure io non sono estraneo a questo tipo di ragionamenti o pensieri o associazioni, se ci penso bene capitano anche a me. Eppure a leggerli mi sembravano quasi poco realistici, come se un uomo non potesse veramente pensare così e mi provocavano un sentimento di distanza.

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