Sul rimuginare

“Un tipico sogno ad occhi aperti
dura circa quattordici secondi e ne
facciamo circa duemila ogni giorno”
Science Magazine

La breakfast interview è uno strumento ideato dallo psichiatra Daniel Stern per aiutare un soggetto a individuare i momenti presenti: piccole porzioni di tempo mentale in cui si intrecciano pensieri e affetti, attività cognitive ed emozioni che prendono spunto da uno stimolo che può essere colto nell’ambiente o da un’idea o uno stato d’animo da cui parte una micro-catena di associazioni. Serve inoltre a far sì che si colga l’incredibile densità di ogni momento presente, una densità creata dalla grande quantità di informazioni che si accumulano nella mente in pochi secondi e che normalmente non vengono osservate.

Se si applica questo metodo all’osservazione di cosa accade nella psiche intanto che non si sta svolgendo un compito particolare ma mentre si sta semplicemente pensando ad un argomento come in un sogno ad occhi aperti, si può avere una sorta di istantanea del Default Mode Network: lo stato mentale di cui ho parlato nell’ultimo post e sulla cui natura ho ricevuto un bel po’ di domande.

E’ stato proprio mentre pensavo a come parlarne che mi è venuta in mente la breakfast interview e, a quel punto, è stato ovvio applicarla al mio di stato mentale per raccogliere i pezzi che ora vi racconto a mo’ di esempio.

Pensavo alle domande e all’argomento e, mentre lo facevo mi è venuta in mente l’immagine di un quadro di Van Gogh: “un paio di scarpe”. Insieme all’immagine, ho pensato ad un pezzo scritto da Heidegger a commento del quadro e come spunto per descrivere la funzione dell’opera d’arte in generale. Ho pensato a quanto fosse bella ma barocca e per certi versi pretenziosa la riflessione del filosofo sul quadro e mi è venuta in mente una critica di Derrida che disse forse in modo provocatorio che quello di Heidegger era uno sproloquio e che lui nel quadro vedeva “… delle scarpe, punto e basta”. A quel punto, in modo più emotivo, ho pensato a come fosse possibile che un pensatore acuto come Heidegger, uno in grado di fare riflessioni così complesse, potesse rispondere all’amico Jasper che gli chiese come potesse sostenere una persona ignorante quanto Hitler: “La cultura è del tutto indifferente… basta guardare le sue meravigliose mani.”

Ecco, pensavo queste cose e provavo un po’ di vergogna pensando ad Heidegger e considerando, nello stesso tempo, quanto questa dissonanza fosse una conferma di come il pensiero anche se profondo può lasciare intatte le emozioni e i sentimenti e di quanto certi affetti, se non analizzati, possono obnubilare anche una mente molto sofisticata. Riflettevo su come e se ne avrei parlato in un post mentre spalmavo la marmellata sulle fette di pane per la colazione. Questo primo sogno ad occhi aperti  sarà durato una decina di secondi. Poi sono arrivati altri sprazzi di emozione: un po’ di ansia grezza all’inizio; una sensazione su cui si è aggiunto un pensiero tipo: “perché dovrebbe interessare a chi ti legge la tua pippa mentale… non è che tiri fuori ‘sta roba per dare tu uno sfoggio di cultura?”( pensavo anche a quanto mia moglie mi avrebbe preso in giro su questo punto). L’ansia ha iniziato a trasformarsi in una sorta di vergogna simile a quella che provavo “per Heidegger”; l’ho lasciata andare perché mi sembrava che, comunque, stavo osservando per bene l’intreccio di pensiero ed emozione e perché due altri affetti mi spingevano ad andare avanti: il mio spontaneo insistere appena trovo un pensiero che per me è gratificante (una conseguenza, credo, di un sistema emotivo di ricerca in me sempre molto attivo) e il senso del dovere con una considerazione tipo: “un post su questa cosa lo devo scrivere e da qualche parte devo cominciare”. Questa seconda pensata è durata un’altra decina di secondi.

Per un paio di volte durante questo processo mentale sono stato in bilico sull’orlo del rimuginio. Funziona così, ad esempio: ad un certo punto un’emozione sgradevole fa capolino ed è come se chiedesse al pensiero il permesso di invadere lo spazio; il pensiero si appiccica all’emozione e uno sprazzo di ansia diventa il terreno per una coltivazione di vergogna o di vincoli e successivi rimuginii.

Nel mio caso, prima che imparassi a tenere a bada l’ansia e la paura, il giro del pensiero era: “ecco, tutto questo sforzo per farti vedere e poi sembri uno sbruffone, meglio se stai nel tuo che almeno non rischi di essere frainteso o di non essere proprio visto”. Si chiama evitamento e all’inizio sembra una buona idea ma lascia intatto il rimuginio che, nel mio caso, a quel punto prendeva la china del: “bravo, non fare niente che così non combinerai niente” ecc.

Sotto, sotto al flusso di pensiero scorrono vene profonde di emozioni. A volte sembrano dei semplici rigagnoli ma è come se l’attività del pensiero potesse alimentarli e, quando inizia la ruminazione, l’emozione influenza il considerare e il pensiero rende più densa l’emozione. Ne nasce un circolo vizioso in cui i sogni ad occhi aperti diventano incubi appiccicosi: centinaia di spezzoni da dieci secondi in cui pensare diventa una tortura inutile e senza sbocco.

Siccome la persona con cui più abbiamo a che fare  mentre rimuginiamo siamo “noi stessi”,  la caratteristica fondamentale delle ruminazioni mentali è l’autoreferenzialità.

Spesso il Default Mode Network è imbottito di “…credenze automatiche e ripetitive e ruminazioni sul Sé che costituiscono una parte inseparabile delle emozioni disregolate. Tali narrazioni su di sé possono acquisire una vita autonoma, intrusiva; possono riaffiorare in maniera involontaria e manifestarsi come pensieri familiari, fantasie o immagini, finendo per dominare la nostra esperienza intrapsichica e interpersonale. […] Tali narrazioni o ruminazioni assumono la forma di pensieri negativi ricorrenti su di sé, convinzioni irrazionali, valutazioni denigranti della propria efficacia o del proprio valore, oppure la forma di un’esagerata preoccupazione rispetto al fatto di ricevere un giudizio negativo da parte degli altri.” (Neuropsicologia dell’Inconscio, Efrat Ginot).

Ci sono tanti antidoti per mantenersi al di qua del rimuginare. Quasi tutti hanno a che fare con l’attenzione e con il modo in cui ce la raccontiamo. Le narrazioni sono un ottimo modo per contenere le emozioni: osservarle, esprimerle, condividerle (anche se a volte falliscono). La breakfast interview è un buon esercizio per cominciare a scrutare l’intreccio fra pensiero e affetto, tra riflettere e sentire.

Un paio di scarpe – Vincent van Gogh

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