Sull’attenzione: monkey-mind

“Senza motivazione la disciplina non è di grande aiuto”
John Yates

Il termine monkey-mind definisce una condizione in cui l’attenzione consapevole è incapace di rimanere ferma su un unico oggetto per più di qualche secondo e in cui la mente si comporta come una scimmia agitata che salta da un ramo all’altro in preda all’impazienza, alla frenesia, all’urgenza di “risolvere”.

Le prime esaurienti descrizioni di questo stato di coscienza che oggi chiameremmo sindrome sono state fornite centinaia di anni fa da monaci buddisti che durante la meditazione si accorsero di quanto fosse difficile domare la scimmia.

Nella clinica moderna si parla di Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività (ADHD): una patologia dell’attenzione che nei bambini, nei casi più gravi, ostacola l’apprendimento, rende molto difficile l’attività scolastica e determina un comportamento agitato e poco controllabile.

Negli adulti i sintomi diventano meno evidenti. La scimmia si nasconde e, al posto dell’agitazione esterna, i pazienti lamentano irrequietezza, difficoltà di concentrazione, scarsa soddisfazione nelle attività che richiedono attenzione: leggere, seguire la trama di un film o il filo di un discorso, tenere a mente cose più o meno importanti. Tutti sporadicamente ne abbiamo sofferto e, come spesso capita con i disturbi mentali, molti di noi hanno trovato dei modi per porre rimedio al sintomo e per cavarsela comunque. Riusciamo, chi più chi meno, a calmare la mente e a riprendere l’attenzione, a focalizzarci su certi oggetti invece di essere catturati dall’agitazione e dall’ansia di stare dietro a tutto e non poter lasciar andare.

Come facciamo? Come si riesce a tenere a bada la scimmia? Quale antidoto riusciamo, a volte, a somministrarci? Quale è la variabile che fa sì che l’attenzione rimanga libera ma non si disperda in mille rivoli?

Per rispondere in termini psicologici a questa domanda conviene, come suggeriva Hillman, porre la questione in termini spaziali; conviene, cioè, porsi la domanda preferita dalla psiche: DOVE?
Dov’è l’attenzione? Dov’è l’attenzione quando si agita come una scimmia e dov’è quando invece si comporta come un cavallo perfettamente addestrato?

La frase di Eraclito Ethos Antropoi Daimon, spesso tradotta con “il carattere è destino” ha un’altra traduzione, più antica e più utile per la nostra amplificazione: Ethos era, originariamente, il posto in cui si vive, il luogo che si abita, in cui si sta. Tradurre il frammento di Eraclito con “l’uomo abita presso il dio” è un modo per dire che per noi umani c’è una condizione psichica che sentiamo come casa: un posto che è innanzitutto un modo di sentirci, uno stato di coscienza in cui le cose girano meglio. Siamo “a casa” quando riusciamo a collocarci vicino al nostro Nume, al Daimon, a quel modo di sentire che corrisponde a… ciò per cui siamo portati!

Il Daimon come una tendenza: un tendere verso, un intendere e un voler stare presso. In termini meno poetici e più “moderni”: funzioniamo meglio quando assecondiamo il modo che, fin da piccoli, abbiamo usato per apprendere e per conoscere. Abbiamo imparato a camminare, a parlare e a comprendere ciò che gli altri dicevano, abbiano sviluppato capacità relazionali e fatto nostro un complesso codice comportamentale che ci ha permesso di vivere insieme agli altri. Non ce l’avremmo fatta se fossimo stati preda della scimmia. Ci siamo riusciti perché siamo stati capaci di essere interessati e curiosi, attenti e versatili.

E questo tipo di attenzione è una Forma Vitale, uno specifico modo di sentirci e di porci.

Non è un caso che il consiglio per il meditatore che soffre di monkey-mind sia quello di mettersi ad ascoltare il corpo spostando l’attenzione sulla fisicità e sulle sensazioni corporee senza giudicare ma semplicemente ascoltando e prendendo atto di ciò che c’è. Mettendoci in sintonia con il corpo possiamo attingere a quella vitalità che per il bambino era naturale, possiamo spostarci lungo un continuum energetico che ha ad un estremo la sensazione di essere vivo e disposto ad “essere felice in un mondo che non comprendo ancora” e, dall’altro, quella di “voler conoscere tutto prima di muovere qualsiasi passo”. Da una parte un giovane-curioso-motivato, dall’altra un vecchio-diffidente-impaurito. Beginner’s mind Vs monkey-mind.

Focalizzare l’attenzione nel corpo è un primo passo per dare alla scimmia una casa invece di una gabbia: un modo per acquietare la mente distogliendola dal pensiero ossessivo che cerca di controllare tutto e, facendolo, continua a scoprire cose che non controlla, compiti che devono essere svolti, oggetti da pulire, conti da saldare.

Immaginate di essere in una cella angusta e poi pensate ad una casa in cui vi sentite a vostro agio. Abbiamo sperimentato entrambe e concentrandoci un po’ possiamo sentirle dentro di noi. Sono due modi d’essere e due diverse forme dell’attenzione: costringersi nello sforzo di controllare o essere aperti a ciò che accade; stare con la scimmia o abitare presso il dio.

Paul Delvaux, The Vestals, 1972

 

One thought on “Sull’attenzione: monkey-mind

  1. Elena

    Grazie infinite ❤.
    Da ex ADHD e … monkey, con questo suo profondo, efficace, sistematico articolo ho compreso anche perché ho fatto di tutto per diventare sociologa del territorio e perché ho il …. pallino dei luoghi!!

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