“Dilettanti allo sbaraglio”

Daisetsu Teitarō Suzuki

“Essendo già caduti essi conoscono le voragini;
di lì le loro straordinarie risorse”
James Hillman

Quando il maestro Suzuki, parlando al giovane ricercatore Alan Watts, disse che il modo migliore per avvicinarsi alla filosofia Zen era quello di avere una mente da principiante (beginner’s mind) era già abbastanza vecchio.

Intendeva mettere l’accento sulla capacità di liberarsi da preconcetti e sulla necessità  di affrontare un nuovo argomento facendo tabula rasa e svuotando la mente per fare spazio all’esperienza.

Watts ci scrisse dei libri su questa attitudine e chi come me lo ha letto nel periodo in cui i suoi scritti erano una sorta di vademecum per “l’illuminazione”, sa quante cose stupide siano state fatte sotto la bandiera della Beginner’s Mind. Ho visto persone che hanno tenuto “corsi di sciamanesimo” dopo aver letto un paio di libri sugli stregoni messicani, ho sentito recitare mantra da persone che non avevano idea di che stessero pronunciando e, intorno ai vent’anni, ho partecipato con entusiasmo a sedute psichedeliche che avrebbero dovuto espandere la coscienza.

Niente di strano: è facile avere una mente aperta quando ancora non si “conoscono le voragini”, quando cioè ancora non è necessario avere una mente da principiante perché non si è nient’altro che un principiante!

Ma Suzuki intendeva un’altra cosa: quando chiedeva a Watts di liberare la propria mente e di sospendere il giudizio lo invitava a svuotare qualcosa di già pieno e, forse, fin troppo pieno. Non gli stava chiedendo di restare un dilettante o di leggere quattro cose e di considerarsi un esperto, ma di stare aperto nonostante ciò che già sapeva e di non usarlo come una resistenza ma come uno strumento. Voleva, insomma, che restasse un esperto senza per questo chiudersi nei confronti di ciò che gli veniva proposto.

Dice Tom Nichols nel suo libro “The end of expertize”: “…il motivo fondamentale per cui le persone inesperte o incompetenti sopravvalutano le proprie capacità più degli esperti è perché non possiedono una capacità di base chiamata “metacognizione”. La capacità, in questo caso, di riconoscere quando non si è bravi abbastanza compiendo un passo indietro, considerando quello che si sta facendo e rendendosi conto che non lo si sta facendo bene. I bravi cantanti si accorgono di avere stonato; i bravi registi capiscono quando in uno spettacolo una scena non funziona; i bravi venditori intuiscono quando una campagna pubblicitaria sarà un fallimento. In confronto le loro controparti meno competenti non hanno questa capacità e quindi pensano di fare un ottimo lavoro.”

La metacognizione è ciò che un esperto porta con sé anche dopo aver “svuotato la mente”, anche dopo aver sospeso il giudizio e dopo essersi lasciato trasportare in una nuova esperienza.

Il passo indietro è l’antidoto alla possibilità di restarci nella voragine: di non uscirne non perché (come me a vent’anni) si corre il rischio di espandere un po’ troppo la coscienza, ma perché si entra senza veramente fare esperienza di ciò che si sta vivendo. Senza metacognizione gli eventi non si trasformano in esperienze perché manca l’osservatore o, meglio, manca il gesto che crea l’osservatore: il passo indietro. Compiendolo si aggiunge riflessione all’azione e si può reintrodurre il giudizio che smette in questo modo di essere una resistenza per diventare invece un setaccio, un vaglio attraverso cui le azioni possano raffinarsi.

Per conoscere le voragini non basta esserci caduti, non basta essere vecchi per essere esperti o saggi ed essere giovani non garantisce l’apertura necessaria ad avere una Beginner’s Mind. Occorre, invece, un allenamento alla metacognizione che inizia dalla capacità di dubitare e da quella che Feynman definisce una soddisfacente filosofia dell’ignoranza. Un atteggiamento che rinnova il dubbio e che mette in una posizione per cui: “Quando uno scienziato non ha una risposta a una domanda è un ignorante. Quando ha una vaga idea del probabile risultato, è incerto. Quando è sicuro del risultato, accidenti, gli rimane ancora qualche dubbio.” (Feynman 1955).

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