… tutto quel vivere

vaso-di-pandora

Le loro vite interiori erano
schiacciate da tutto quel vivere”
J.Safran Foer

Quando Pandora, vittima di una curiosità morbosa, aprì il vaso, tutti i mali in esso contenuti: la vecchiaia, la malattia, la pazzia e la gelosia, si riversarono nel mondo. Solo la speranza rimase all’interno.

Allo stesso modo nel mito biblico della genesi, Adamo ed Eva mangiando il frutto proibito persero, per se stessi e per tutti gli uomini, lo status di esseri immortali esenti da lavoro, fatica e parto doloroso. In entrambe le storie la catastrofe nasce da una violazione, da un atto di disobbedienza che… scatena l’inferno.

Da quel momento vivere diventa uno sforzo. Il mondo si riempie di resistenze: una serie di lunedì mattina in cui per procurarsi il necessario occorre spostare ciò che si frappone fra noi e la soddisfazione del bisogno, un susseguirsi di sfide in cui per realizzare un desiderio bisogna, prima…

Da allora le storie che parlano di uomini raccontano le difficoltà del percorso, il dramma della lotta, l’eroismo del protagonista, le vicissitudini incontrate.

L’immergersi, il buttarsi nell’arena e fare ciò che serve è un gesto quasi automatico: una sorta di ovvia conseguenza del principio di realtà che ci spinge a prendere atto dei vincoli e ad accettare il giogo per adeguarci e fare la nostra parte!

Succede che, in questa corsa verso il risultato, ci si dimentichi della riflessione. Capita, cioè, che non si bilanci l’estroversione con quel gesto contrario che ci permette di flettere nuovamente: ripiegare un po’ l’attenzione per porla all’interno, ascoltare-dentro e riverberare il pensiero restando distanti dall’azione per… sentirci.

Nei miti che precedono la catastrofe (genesi, diluvio, vaso di Pandora, Edipo, ecc.) questa parte, quella in cui i protagonisti si accorgono troppo tardi dell’errore, è contrassegnata da un gesto che tenta di porre rimedio.

Eva copre la propria nudità, Noè costruisce un’arca/rifugio, Pandora richiude nel vaso quel poco che rimane. E Edipo, come per invertire la tendenza, si acceca passando in modo drammatico dal fuori al dentro, dall’azione eroica che vede solo il nemico e il superamento dell’ostacolo nel mondo, all’oscurità forzata che costringe all’interno.

I miti raccontano di “cose mai successe e che accadono continuamente”. Si riferiscono, insomma, a tutti noi e descrivono scenari psichici.

La colpa dei personaggi che ho appena citato è, innanzitutto, quella di aver lasciato che “tutto quel vivere” schiacciasse le loro vite interiori.

Hanno, in altre parole, esplorato in un’unica direzione perdendo di vista/mettendo in ombra un altro aspetto della vita: quello intimo, personale, profondo.

Hanno privilegiato l’espansione e la conquista a scapito dell’introspezione e della consapevolezza e, nel gesto che viene dopo, provano (o sono costretti) a ristabilire l’equilibrio.

Assomigliano, in questo, a quei pazienti che dopo un attacco di panico si trovano “costretti” ad iniziare una terapia: è come se qualcosa li obbligasse ad invertire l’attenzione e a prendersi cura di sé. Spesso, in seduta, scoprono che il vivere li ha così assorbiti e che sono stati così impegnati ad occuparsi dei fatti, delle cose e delle persone che non hanno più attenzione per l’abitante interno: quel tipo che è quasi morto dallo dallo spavento… non sa perché… così, all’improvviso…

Elpis, la speranza, che nel mito di Pandora rimane sul fondo del vaso, rappresenta il baluardo dell’interiorità, la capacità di sentirsi nonostante le resistenze e la risorsa necessaria per non perdersi in un mondo difficile e ostile.

E’ un memento che, per citare ancora Safran Foer, ci ricorda che: “Una conchiglia portata all’orecchio diventa una camera dell’eco del proprio sistema circolatorio. L’oceano che senti è il tuo stesso sangue”.

Restare (o rientrare) in contatto con la vita interiore significa prendersi cura di questo flusso interno ed è il gesto che serve per recuperare l’equilibrio che l’immersione sconsiderata nel mondo ha rotto.

Naturalmente esiste anche lo squilibrio opposto: quello di chi sembra dimenticarsi del mondo per occuparsi solo di sé. Ma di questo parlerò in un altro post. Questo era a favore dell’introspezione e si chiude qui, con quest’ultima citazione.

Una piccola poesia di Pablo Neruda che sembra un inno all’interiorità:

Amo ciò che di tenace
ancora sopravvive nei miei occhi,
nelle mie camere abbandonate
dove abita la luna,
e ragni di mia proprietà,
e distruzioni che mi sono care,
adoro il mio essere perduto,
la mia sostanza imperfetta.

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