Identità e violenza

Elisa Di Francisca

Elisa Di Francisca

Non essere inospitale con gli stranieri
potrebbero essere angeli mascherati”
William Shakespeare

A volte partendo dalla labile traccia di un tweet scopro intere matasse di stupidità che, forse con un po’ di masochismo, dipano per vedere fino a dove ci si possa spingere.

Fra i vari bandoli che mi sono capitati negli ultimi giorni, fra cicciottelle e direttori licenziati o discussioni sulla pericolosità dei vaccini, uno che ho seguito è quello sulle critiche a Elisa Di Francisca: la fiorettista Italiana che, sul podio per ritirare per la medaglia d’argento, ha deciso di sventolare la bandiera dell’Unione Europea per “dare il messaggio che l’Europa esiste ed è unita contro il terrorismo”.

Ho scoperto così che quello che a molti era sembrato un gesto significativo e un’espressione coraggiosa contro la violenza e a favore del buon senso è, per altri, un atto di tradimento, una dimostrazione di ipocrisia, un voltafaccia nei confronti della patria…

Nel seguire la lista dei commenti sono finito in strani labirinti in cui c’è gente che crede di appartenere ad una cerchia molto ristretta di eletti: un gruppo di pochi rappresentanti della vera umanità , un noi-contro-loro in cui il noi è definito dal gesto di esclusione di… tutti gli altri.

Questa cerchia in verità non crea un confine preciso. Nel caso specifico l’attacco era contro l’idea di Europa o, meglio, il contrattacco era verso il gesto della Di Francisca che, mettendo in primo piano l’Europa, “escludeva/offendeva” l’Italia. Ma su argomenti diversi le stesse persone stringono il territorio e difendono il nord dal sud, la famiglia dall’anarchia gender, i nostri bambini dai loro, ecc.

La definizione diventa sempre più stretta e più violenta, sempre più escludente, come se il bisogno sottostante fosse quello di continuare a chiudere per salvare qualcosa di sempre più piccolo e facendolo con sempre più veemenza perché lo spazio percepito è sempre minore.

Ma è proprio la violenza che stringe lo spazio.

Diceva J.Krishnamurti: “Quando ti definisci Indiano, Musulmano, Cristiano o Europeo, o qualsiasi altra cosa, Tu diventi violento. Ci arrivi da solo al perché? Perché tu ti stai separando dal resto dell’umanità. Quando ti definisci in base a un credo, cultura, nazionalità, tradizione, questa azione traspira violenza. Così un uomo che cerca di capire la violenza, non dovrebbe appartenere a nessuna nazione, religione, schieramento politico o parte di un sistema; egli dovrebbe comprendere che è parte del totale dell’umanità.”

Definirsi è separarsi e, di per sé, non c’è niente di male nel farlo: è il modo per sfuggire all’indistinto, è la naturale conseguenza di ogni svezzamento ed è una necessità per chiunque voglia possedere un’identità che lo allontani dal caos. Ma se non è contro bilanciata questa definizione/separazione porta ad un rigidità estrema che minaccia la coesione dell’io tanto quanto il caos.

Comprendere la violenza significa riflettere sui limiti: quanto definirmi mi separa da tutto il resto? Quanto uccide la relazione e, soprattutto, quanto mi costa? Quanto lo stringere il cerchio mi rende più pauroso, più chiuso dentro e più violento?

Fin da piccoli ci hanno insegnato ad essere in base all’appartenenza, ad identificarci con la famiglia, il gruppo, il paese ed è per questo che il punto di vista proposto da Krishnamurti è quasi impossibile da sostenere, una medicina troppo amara.

Da sempre apparteniamo e l’idea è che, appartenendo, abbiamo più chance di essere liberi.

Ma se il rischio è quello di avere “la libertà di essere tutti sovrani dentro ai nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato” (DFW) forse vale la pena di provarla, la cura.

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