Sull’autostima: una critica

Peanuts

Peanuts

La felicità della tua vita
dipende dalla qualità dei tuoi pensieri”
Marco Aurelio

“Era la pubblicità ambulante dell’educazione ultimo modello che aveva ricevuto: hai il permesso di chiedere quello che vuoi! Non importa se non sei bella, puoi chiedere lo stesso! Il mondo accetterà con gioia quello che hai da offrire, se sarai abbastanza sfrontata da offrirlo! A suo modo, era faticosa […] si chiese se anche lui, a diciott’anni, fosse stato così faticoso, oppure se, come gli sembrava adesso, la sua rabbia contro il mondo – la sua percezione del mondo come un avversario ostile, degno della sua rabbia – non lo avesse reso più interessante di quei giovani paradigmi di autostima.” (Franzen, Libertà 2010).

Un paradigma è, secondo l’etimologia, qualcosa che mostra chiaramente, una sorta di segnavia che determina comportamenti, modelli interpretativi, mode. Attenendoci ad un paradigma leggiamo in un certo modo il mondo e le relazioni. Nella frase di cui sopra Franzen evidenzia due modi di vedere: quello “nuovo” di una diciottenne e quello più datato di un uomo che si interroga sulla differenza fra il bilancino dell’autostima e la spada dello schierarsi.

Visto il titolo della bacheca avrete capito la mia posizione!

Il vero problema con l’autostima è che il termine stesso è in sé un ossimoro visto che, per stimarsi, per esprimere un giudizio su se stessi e stabilire quanto si vale occorre prendere a prestito un modello, avere un termine di confronto, mettere qualcosa su uno dei piatti della bilancia e, poi, mettersi sull’altro. Occorre compiere una manovra che ci faccia uscire vincitori. Una cosa tipo: “d’accordo valgo quanto e probabilmente di più di x e posso sentirmi bene, non ho motivo di dubitare di me e della mia capacità di farcela” o, nella versione più moderna: “non ho bisogno di pesarmi, vado bene (mi hanno assicurato che vado bene) e devo solo chiedere o trovare il modo giusto di chiedere”.

Insomma, il suffisso “auto” del termine autostima è una bugia, un’invenzione che moltiplica all’infinito il numero delle pesate o le riduce a zero garantendo un peso iniziale del soggetto stimato che lo rende comunque idoneo.

L’autostima suggerisce una soluzione: tu-vali-e-quindi-hai-diritto.

Lo schierarsi propone un problema: sei-davanti-a-questa-matassa-e-ti tocca-sbrogliarla.

Non ho mai visto un paziente estrarre energia dalla prima affermazione mentre ne ho visti parecchi che, trovando un degno avversario, hanno cominciato ad appassionarsi al problema e a raccogliere le forze. La “capacità di lavorare” che Freud citava come la prima caratteristica di una persona sana non nasce dalla convinzione di avere in mano la chiave: l’eureka di chi è arrivato alla soluzione viene alla fine di un processo e solo dopo un lavoro, dopo una lotta contro l’avversario e un’applicazione al problema (e, spesso, quando si arriva alla soluzione, ci si accorge di tutto il lavoro che la nuova visione implica).

Un avversario degno della rabbia, dell’impegno e della passione è ciò che, quindi, va cercato.

So bene che c’è un rischio in questa visione. Sembra che una quantità di fanatici non faccia altro che cercare un nemico contro cui combattere e forse il suffisso, il solipsistico “auto”, deriva proprio dalla constatazione che tante “lotte” non siano che un pretesto per dimenticarsi di sé e scagliarsi contro… qualcosa là fuori.

Ma basta osservare attentamente per accorgersi di quanto, nel fanatismo, “l’autostima” sia sempre all’opera: il fanatico non è mai appassionato ad un problema, è sempre pronto ad applicare LA soluzione e, soprattutto, non riflette mai sul termine degno avversario!

Non compie, insomma, quel gesto che permette di guardare prima di agire. Verso chi sto dirigendo il mio sforzo? A cosa applico la mia psiche? Cosa merita lavoro e passione?

One thought on “Sull’autostima: una critica

  1. Victoria

    Complimenti Mauro per l’articolo. Davvero illuminante. Effettivamente quanto siamo stati e lo siamo tutt’ora condizionati sui termini, vuoi dalla società, vuoi dalla religione…non importa nemmeno tanto da chi.. ma questi termini che abbiamo sentito cosi tanto, finiamo/finisco/ sono finita per farli un pò di nostra appartenenza pure. la cosa più difficile è sbarazzarsi di loro. far in modo di allontanarsi…
    Ma le domande che hai posto alla fine sono di gran aiuto.
    Un abbracio.

    Reply

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *