Attacchi al legame: le custodi del mondo

Facile da vivere la vita
di colui che è senza vergogna,
impudente come la cornacchia”
Dhammapada

Dicevo, nell’ultimo post, che avrei spiegato un passaggio in cui affermo che ci sono persone così sicure della giustezza dei loro legami che trovano naturale attaccare quei rapporti che non assomigliano a quello che, secondo loro, è il modo naturale di amare, prendersi cura, stare insieme. Sostengo in particolare che: “Non notano le somiglianze perché sono immemori e lo sono perché odiano”.

E’ un punto fondamentale e ci tengo a parlarne perché, al di là dell’indignazione con cui mi capita a volte di commentare quelli che considero atteggiamenti poco civili e distruttivi, il virgolettato di cui sopra tratta un argomento cruciale per le relazioni e per la sanità mentale in generale.

La capacità di notare somiglianze è la colonna senza la quale il complesso sistema che ci permette di essere empatici crollerebbe. L’empatia intesa come capacità di sentire insieme all’altro e di provare ciò che lui prova è una funzione senza la quale ogni convivenza sarebbe impossibile. Anche il semplice fare branco ha bisogno della facoltà di riconoscere somiglianze e differenze e non c’è legame in cui non venga, innanzitutto, considerata l’affinità: il desiderio di stare vicini a chi ci assomiglia.

Detto questo… devo spiegare perché a volte mi definisco un discreto sostenitore dell’odio: dicevo nel post a cui vi rimando che senza un po’ di odio non ci svincoleremmo mai da certi legami e in altri articoli ho propugnato il principio in base al quale un terapeuta dovrebbe essere senza memoria e senza desiderio: più interessato a conoscere che a sedurre, più attento a ciò che accade qui e ora che innamorato di ciò che si era costruito nelle sedute precedenti. Empatico, sì, ma fino ad un certo punto!

Se si usa un po’ di odio si possono sciogliere vincoli e rompere certi nessi per coglierne altri; è importante discriminare perché senza discriminazione si finisce in una sorta di indistinto: una matassa che l’amore da solo non sbroglia e che, a volte, ingarbuglia ancora di più.

Occorrono quindi sia la colla che il diluente e la metafora orientale, che paragona ogni legame ad un tempio in cui se le colonne sono troppo distanti il tetto crolla verso il centro e se sono troppo vicine crolla ai lati, mi sembra una buona immagine per ribadire che è l’alternanza di amore e odio (stare vicini/prendere le distanze) a rendere possibile la relazione.

Distanziare, notare sempre le differenze ed usare la spada della discriminazione, isola dal mondo e mina ogni legame rendendo chi applica troppo a lungo questa facoltà una sorta di “odiatore professionista”: un critico che si erge al di sopra di tutto e di tutti e che smette di ricordare perché non riesce più nemmeno a formare quei nessi interni che collegano fra loro gli eventi, le persone, gli affetti.

Sto dicendo che prima ancora dei legami con gli altri ciò che viene distrutto dall’odio è la memoria intesa come cura e sollecitudine per ciò che andrebbe conservato come prezioso e utile per… la vita.

L’attacco al legame è perpetrato, innanzitutto, all’interno: si smette di custodire un affetto e, di conseguenza, non lo si nota più, nemmeno “là fuori”. E’ così che parti del mondo, incustodite, diventano facili prede dell’aggressività, del pregiudizio e dell’indifferenza.

Vengono meno quelle che nel buddismo sono considerate due virtù fondamentali: la Vergogna e la Prudenza (Hiri e Ottappa), vere e proprie custodi del mondo in grado di stemperare l’odio ricordandoci la fondamentale inconsistenza delle nostre opinioni e la necessità di essere coscienti, consapevoli dell’impatto delle azioni sull’ambiente e sugli altri.

Le custodi del mondo sono utili per complicare la vita! Acuendo la percezione della complessità favoriscono la visione ecologica che, a sua volta, ci ricorda la nostra dipendenza dal mondo e l’innegabile numero di connessioni fra gli esseri viventi e fra mente e natura.

Spesso consideriamo la vergogna come qualcosa da evitare, come un sentimento sgradevole che ci rende piccoli e impauriti, dubbiosi e insicuri. Ma la paura di ferire e il dubbio sull’uso della forza così come l’attenzione per la sensibilità dell’altro e la considerazione per il suo sentire sono tutt’altro che dei difetti. Certo, se lo scopo è quello di essere impudenti come delle cornacchie, non servono!

Ma se l’obiettivo è una maggiore intelligenza e se il dubbio diventa uno strumento per pensare di più (e con più piacere), la vergogna e la prudenza diventano ottime alleate e mezzi efficaci per affinare la mente.

Escher, Vincolo d'unione (1956)

Escher, Vincolo d’unione (1956)

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