Storytelling: la terra di mezzo

La vita è ciò che facciamo di essa.
I viaggi sono i viaggiatori.
Ciò che vediamo non è ciò che vediamo
ma ciò che siamo”
F.Pessoa

L’idea che la mente non sia che il prodotto dell’attività del cervello è un osso duro da masticare.

E’ formalmente vera: per tanto che si cerchi non si riuscirà a trovare-misurare-riprodurre una “mente disincarnata”, un software senza hardware, qualcosa che prescinda da un substrato fisico. Ad oggi non si è riusciti e le disquisizioni su anima e spirito rimangono questione di fede o di opinione non certo materia di indagine scientifica.

E’ inutile negare la necessità di un organo per pensare, sentire e percepire ma, quando ci si ferma al corpo, quando si perpetua la distinzione fra il mondo e chi lo abita, si compie il solito sbaglio. Si traccia un confine che serve per spiegare qualcosa ma che, facendolo, oscura l’altra faccia della medaglia. Non mi ci addentro, non sul piano filosofico, almeno (e non qui). Vi rimando, per questo aspetto, ai libri di Antonio Damasio, in particolare a L’errore di Cartesio mentre, con questo post, mi limito a girare intorno alla frase dell’incipit e a ribadire un sintomo di cui anch’io soffro e in cui mi imbatto, più volte al giorno, seguendo i miei pazienti: l’idea di una separazione concreta, la convinzione di un fuori oggettivo e di un Io soggetto che… viene al mondo.

E’ l’idea di un eroe che se ne va in giro in una terra in cui è di passaggio e che può usare a piacimento e che gli deve qualcosa perché è in qualche modo solo una valle da attraversare, solo un viaggio verso. Un mito che esige una lotta e un raggiungimento, un percorso ad ostacoli e una meta al di là, un protagonista con degli antagonisti… Questa storia, insomma, in cui siamo immersi che è un modo di raccontarsela e che porta con sé certi dolori e che, descrivendo così le cose…

Le descrizioni implicano dei vertici da cui si osserva e delle visioni del mondo che non sono la verità ma interpretazioni e credere che un’interpretazione sia la verità è alla base del pensiero delirante. E’ questo il senso dell’idea secondo cui ciò che vediamo è ciò che siamo. Traduciamo da un linguaggio all’altro (siamo interpreti, appunto) e ciò che viene perso nella traduzione dipende da quello che siamo, dal linguaggio in cui siamo stati immersi e da cosa quel linguaggio proietta nel mondo. Compiamo continuamente un gesto simile a quello che l’imperatore Adriano concepito dalla Yourcenar compie nel momento in cui decide di costruire una città che celebri il suo amore per Antinoo: “…iniziai le ripartizioni amministrative di Antinopoli, i rioni, le strade, i blocchi urbani; un sistema del mondo divino insieme a un’immagine trasfigurata della mia vita. Tutto vi entrava, Hestia e Bacco, gli dei del focolare e quelli dell’orgia, le divinità celesti e quelle d’oltretomba. Vi posi i miei avi imperiali, Traiano, Nerva, divenuti parte integrante di quel sistema di simboli.” Come in un sogno popoliamo il mondo con déi e demoni e attribuiamo importanza ad angoli che, per altri, sono magari poco significativi o restiamo stupiti di fronte a luoghi che sono stati riempiti con così tanta… mente!

L’antica idea che tutte le cose fossero piene di déi rende giustizia a questa constatazione della presenza di una mente al di fuori della scatola cranica. Una mente fatta di storie in cui siamo immersi, al cui racconto contribuiamo e da cui siamo raccontati.

Possiamo dire che veniamo al mondo e sapere che è un modo di raccontare o possiamo dire che veniamo dal mondo, foglie su un albero, ed è un altro modo di leggere la storia.

O possiamo constatare, con Hillman, che: “Entrare nella propria storia interiore richiede un coraggio simile a quello necessario a cominciare un romanzo. Si tratta di avere a che fare con persone, la cui autonomia può modificare radicalmente e perfino dominare i nostri pensieri e i nostri sentimenti, senza dare ordini a queste persone né conceder loro pieno potere. Finzione e fatti, loro e noi, tessuti insieme in un mythos, in una trama, finché morte non ci separi.”

E’ un altro modo di vederla. Una metafora che racconta non di un Io separato ma di una pluralità di persone: diverse descrizioni di uno stesso fatto, diversi modi di sentire all’interno della stessa “testa”.

Una visione polimorfa e aperta che richiede un coraggio diverso da quello dell’eroe solitario ma che non lo esclude perché contempla anche il suo ruolo insieme a quello degli altri. In quest’ottica il dentro e il fuori, l’io e il mondo, più che fatti sono categorie. E’ una terra di mezzo, una “…regione intermedia della realtà psichica, dove la presunta sicurezza dei fatti e l’illusione della finzione si scambiano gli abiti.”

Balance Art By Michael Grab

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2 thoughts on “Storytelling: la terra di mezzo

  1. s

    Spero non sia un commento ingenuo ma sbaglio o le storie, come le maschere si indossano?
    Mi chiedo con che criterio le cambiamo queste storie? Le cambiamo per seguire delle pulsioni o spinti da altre storie, altri quadri più grandi che organizzano la nostra esistenza in qualcosa di sensato oppure è una confluenza di queste cose? Non è facile in un terreno così liquido costruire una consapevolezza delle nostre spinte. Inoltre con queste convinzioni rischiamo sempre di creare un’altra storia: che le visioni del mondo non siano la verità ma interpretazioni. E non si sottintende che questa storia sia migliore? Qui comunque penso di andare più sul campo filosofico, ma con questi argomenti è difficile non entrarci.

    Mi chiedo a volte cosa cerchiamo, un senso o qualcosa che ci faccia scordare il senso? Probabile che la risposta sia un’altra storia… un altro senso…

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    1. drdedalo Post author

      Sì, direi che si può dire che anche le storie vengano indossate. O forse siamo noi ad essere modellati dalle storie che abbiamo ascoltato e che, a volte, ci raccontiamo. Ma, sai, sono metafore: immagini per spiegare la molteplicità e la complessità della psiche. In questo post ho messo l’accento su un errore che spesso viene commesso quando si parla di mente, in altri post sullo storytelling ho provato ad evidenziare altri aspetti di questo continuo narrare ed essere narrati. Se avrai voglia di leggerli troverai, credo, qualche risposta ai tuoi quesiti e, sicuramente, tante altre domande. Ciao, Mauro

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