Mandala

“Mentre restaurava i mobili e li disponeva nella stanza,
era se stesso che lentamente ridisegnava,
era se stesso che rimetteva in ordine,
era a se stesso che dava una possibilità”
J.E.Williams

La frase dell’incipit è tratta dal romanzo Stoner.
Il protagonista sta preparando una stanza della nuova casa per farla diventare il proprio studio. Lavora in un luogo che vuole rendere bello e confortevole e… si rende conto!

L’autore, che sembra vivere insieme a Stoner la trasformazione in atto, dice: “Mentre sistemava la stanza, che lentamente cominciava a prendere forma, si rese conto che per molti anni, senza neanche accorgersene, come un segreto di cui vergognarsi, aveva nascosto un’immagine dentro di sé. Un’immagine che sembrava alludere a un luogo, ma che in realtà rappresentava lui. Era dunque se stesso che cercava di definire, via via che sistemava lo studio”.

È un momento di consapevolezza, uno di quegli istanti in cui ci si trova davanti ad uno specchio, ci si accorge di averlo costruito, di riflettercisi dentro e di vedere qualcosa che, prima, sfuggiva.

Il luogo diventa un riflesso dell’identità e in quel momento abitare ed essere coincidono: stare diventa sostare in se stessi, sentirsi e individuarsi.

Può accadere in uno spazio tridimensionale e, in quel caso, è il luogo fisico che ci circonda a diventare l’ambito del nostro esserci. Ma la stessa cosa cosa può accadere con altri oggetti e possiamo sentirci a casa in un quadro, in un libro, in un piatto appena cucinato.

Mettiamo una parte di noi in qualcosa che sta fuori e al quale aggiungiamo… vita.

Troviamo profondamente significative pagine che altri scorrono distrattamente o siamo catturati da immagini che in noi risuonano familiari perché evocano qualcosa che sentiamo nostro ed è come se ci completassero dandoci la possibilità di ri-conoscerci.

Il mandala è un disegno organizzato che si sviluppa attorno ad un centro e che lo racchiude con forme elementari: il cerchio, il quadrato, il triangolo. Il termine deriva dal sanscrito: “manda” che significa essenza e “la” che sta per “possedere” e spesso vien tradotto anche come cerchio-circonferenza. È, quindi, una forma che racchiude una manifestazione: un modo particolare di essere, una divinità, una parola, un suono, qualcosa, insomma, che esprime un soggetto che sta al centro e attorno a cui il resto si organizza come un contorno necessario, un’emanazione.

Non è un caso che Jung descrivendone il simbolismo lo vedesse come una rappresentazione del Sé: l’archetipo che organizza la psiche, quella forza interna che sempre lavora per dare un senso e per stabilire un ordine che renda intellegibile il mondo circoscrivendo il soggetto e contornando quel vuoto che, altrimenti, lo annienterebbe.

Il termine “ambito” che deriva dal verbo latino ambire (andare intorno), rende, secondo me, l’idea del gesto con cui ognuno di noi lavora per costruire questo spazio personale.

È un’azione che compiamo continuamente perché sempre cerchiamo di definire e di definirci, sempre proponiamo una qualche versione di noi stessi che ci rappresenti mettendo in risalto tratti che vorremmo esprimere.
Il guaio è che raramente ci rendiamo conto di farlo e non sempre abbiamo, come Stoner, l’occasione di imbatterci incidentalmente in un compito che ci permetta di far emergere l’immagine del sé che nascondiamo dentro di noi.

Non sempre sappiamo che il nostro girare intorno corrisponde alla danza cui Rilke accenna quando scrive: giro attorno a Dio, all’antica torre, / giro da millenni; / e ancora non so se sono un falco, una tempesta / o un grande canto.

Tante volte il gesto è solo un accenno. Non c’è quell’impegno che tira fuori l’immagine, quella dedizione all’oggetto che permetta a ciò che sta sotto di emergere. È per questo motivo che Jung invitava i suoi pazienti a costruire il loro mandala.

E non serve che sia un disegno o una scultura così come non è necessario che la contemplazione sia rivolta ad un’immagine sacra orientale. Possiamo scorgere un mandala nel disegno di un bambino e potremmo cogliere aspetti della nostra psiche nelle più semplici azioni quotidiane purché l’attenzione sia… nuda! Bisogna perdersi nel compito e agire con passione fino a lasciar andare l’io, fino ad essere la cosa che si sta facendo.

Così si denuda l’attenzione e si trasforma l’ambito, la sfera di influenza. È così che si diventa consapevoli del proprio ridisegnarsi e delle possibilità che da questo scaturiscono.

Il mandala è, allora, non tanto un disegno quanto un’immagine interna, qualcosa che il disegno o l’architettura di una stanza si limitano ad approssimare. Quest’immagine rimane inconscia perché non può essere completamente definita. Nessun soggetto può esserlo!

Tuttavia il girare intorno permette all’immagine di mostrarsi un po’, di venire alla luce. E’ come un amplificazione: oggetti connessi all’argomento vengono posti sullo sfondo per far risaltare, in primo piano, ciò che spinge per manifestarsi.

Ricordate il bisogno che provaste, da ragazzi, di lasciar andare il bambino e di mettere lì qualcos’altro? Quel bisogno è un esempio di questa emergenza: l’urgenza di mettere in atto qualcosa di potenziale che non vede l’ora di attuarsi. Questa esigenza è così forte che il resto scompare, a volte per anni.

In momenti come quelli un mentore potrebbe essere di grande aiuto. Raramente lo si incontra in carne ed ossa. A volte si ha la fortuna di trovarlo in un libro o di scorgerlo in un compito che si intraprende a caso e che diventa una passione: una sorta di veicolo su cui si sale e che rende più chiara l’attenzione, più degno il percorso.

Carl Jung explored mandalas as a tool to study the human psyche

Carl Jung explored mandalas as a tool to study the human psyche

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