La ricerca dell’infelicità

Coltello e piaga, schiaffo e guancia, membra
e ruota sono, vittima e carnefice;
sono il vampiro del mio cuore, un grande
infelice, di quelli a un riso eterno
dannati, e che non possono più sorridere”
Charles Baudelaire

Nell’incipit l’ultima strofa dell’Héautontimoruménos (il punitore di se stesso) una poesia di Baudelaire del 1857 in cui il poeta, ben prima della psicoanalisi, descrive a suo modo la coazione a ripetere, quell’agire paradossale che ci costringe a persistere in comportamenti che invece di alleviare il dolore lo aumentano e che sembrano favorire più la spinta verso la morte che la tensione alla vita.

Freud era appena nato e passarono sessant’anni prima che teorizzasse in “Al di là del principio di piacere” l’esistenza di una pulsione di morte: qualcosa di oscuro, presente nelle viscere dell’inconscio che, inspiegabilmente, opera per fare quello che Baudelaire mette in luce così bene nella sua poesia.

Il contrasto fra riso e sorriso degli ultimi due versi rende l’idea della differenza fra questa sorta di devozione al dolore e quella che dovrebbe essere la naturale tensione verso un’esistenza serena in cui le piaghe andrebbero sanate più che inferte e le membra rilassate invece che sottoposte a tortura.

Eppure Baudelaire ci piace e anche il terapeuta dopo un primo “quest’uomo non stava bene; mi sa che Charles doveva cambiare spacciatore” riconosce la profondità dell’opera e la lucidità che lo sguardo portato all’estremo dona a chi scrive di sé sapendo di parlare per tutti.

Ha visto bene e non indulge, non se la racconta: vede quanta sofferenza siamo in grado di infliggerci e con quanta raffinatezza siamo capaci di farlo e con che determinazione.

C’è una forza in questa ricerca del dolore che lascia stupefatti. Quasi un crogiolarsi nell’impresa di trovare le forze per infliggersi il tormento. Lo si osserva nelle dipendenze, nei comportamenti estremi: depravazioni sadomasochistiche, autolesionismo. E si citano sempre i soliti casi clinici come ad esorcizzare il male relegandolo a poche esotiche patologie.

Ma la ricerca dell’infelicità è qualcosa di molto più familiare e diffuso ed è solo lo sfondo a rendere più o meno evidente la sua esistenza: si vede meglio in un bordello o in un quartiere dove si spaccia droga solo perché lì i contrasti sono più evidenti e le prostitute e l’eroina sono più cinematografiche degli impiegati e degli antidepressivi.

“Quanto alla felicità la maggioranza di noi riesce a resisterle; l’infelicità è ben altrimenti insidiosa. L’avete assaporata? Non ne sarete mai sazi; la cercherete con avidità e, preferibilmente, là dove non si trova; e allora là la proietterete, visto che senza infelicità tutto vi sembrerebbe inutile e opaco” (Cioran)

Provate a resistere ad un film in cui tutti sono felici dall’inizio alla fine; anche nelle più stucchevoli commedie americane l’infelicità va almeno fatta balenare, ci deve essere il brivido della catastrofe sventata, un’idea di gioco rovinato e di trama sconvolta prima dell’happy end.

La ricerca dell’infelicità diventa, insomma, un vizio, un’esigenza che spinge a proiettare il dolore anche dove non c’è per ricavare un’intensità di cui è difficile fare a meno.

Chi di voi fuma o ha fumato ricorderà le prime sigarette (quelle aspirate, intendo, che le altre non contano)… una vera schifezza ma un’infelicità da somministrare assolutamente: qualcosa come una piccola dolorosa iniziazione a cui andare incontro con la giusta dose di autolesionismo, quel tanto che basta a sentirsi adulti/adulterati, quello che ci vuole per fare un passo fuori dalla felicità del bambino e verso l’intensità del ragazzo.

È un esempio primitivo di ricerca dell’infelicità. Si diventa più bravi andando avanti con gli anni e si accumulano comportamenti senza i quali, come dice Cioran, tutto sembrerebbe più inutile e opaco.

Sai che banale un amore senza gelosia? O una posizione sociale senza invidia? (Quella degli altri che ci fa tanto piacere o la nostra che neghiamo ma che, nello sfondo, alimenta quel pezzettino di infelicità senza la quale…) Sai che palle un lavoro senza competizione?

Non ne è mai uscito veramente, Freud, dal mistero della coazione a ripetere: non è riuscito (e non riusciamo) a capire perché, se è vero che aneliamo alla serenità e allo “scarico della tensione”, non ce ne stiamo tranquilli e in pace ma cerchiamo non tanto una sfida quanto un coltello: qualcosa con cui procuraci dolore intanto che affrontiamo la vita.

Rimane, tuttavia, un’ottima domanda. E ci sono tanti modi di porla, di amplificarla per girare intorno all’argomento e per trovare nessi e connessioni, spunti di ragionamento sul mistero.

Siamo sicuri che Buadelaire colpisse veramente se stesso, che la piaga fosse inferta ad un “io” che era ancora lo stesso poeta? Chi vuole uccidere il bambino con la prima sigaretta? Chi viene colpito e umiliato nell’iniziazione? Cosa deve essere sacrificato e su che altare?

E, ancora, perché sarebbe meglio un sorriso al riso eterno a cui si sentiva condannato?

Bisogna guardarsi dalle risposte facili. Uccidono la lucidità!

Ma, intanto, le domande allargano il contesto e possiamo farla finita con la storia dell’io monolitico e osservare le parti in causa. L’emozione e la sensazione implicano la relazione: quando provo un sentimento lo provo verso qualcosa o qualcuno e la coazione a ripetere cerca, si dirige verso e si impegna a distruggere un oggetto. L’attacco è un attacco al legame e il legame è… con chi?

Quale vincolo cerchiamo di sciogliere? L’infelicità che ne deriva… Abbiamo messo in conto l’infelicità che ne deriva?

Scovare l’oggetto! Guardarsi dall’intensità senza riflessione sull’oggetto! Riusciamo a proiettare così tanto e ad investire in modo così massiccio su certi piccoli oggetti. Vengono così gonfiati da un intensità che facciamo fluire inconsapevolmente. Cosa resta se togliamo la proiezione?

Vi lascio qui di seguito l’intero testo della poesia di Baudelaire.

L’edace ironia di cui parla è un sentimento così intenso e così assuefacente, così in grado di alimentare l’io e di trasformare il sorriso in un ghigno. Cosa la crea? Come liberarsene?

Ti colpirò, senza odio e senza collera,
come un beccaio, come Mosè il sasso;
e perché possa al fine dissetare
il mio Sahara, le acque del dolore
zampillare farò dalla tua palpebra.

Rigonfio di speranza il desiderio
andrà sulle tue lacrime salate
come un vascello che si spinge al largo;
nel cuore inebriato dei tuoi singhiozzi,
che mi son cari, echeggeranno quasi
un tamburo che batte la sua carica.

Non sono forse un falso accordo nella
divina sinfonia, grazie all’edace
Ironia che mi scuote e mi morde?
Tutto il mio sangue, tutto, è questo nero
veleno; ed io non sono che lo specchio
in cui si guarda la strega.

Coltello e piaga, schiaffo e guancia, membra
e ruota sono, vittima e carnefice;
sono il vampiro del mio cuore, un grande
infelice, di quelli a un riso eterno
dannati, e che non possono più sorridere

Baudelaire fotografato da Étienne Carjat, circa 1862

Baudelaire fotografato da Étienne Carjat, circa 1862

2 thoughts on “La ricerca dell’infelicità

  1. Elena

    Si, è cruciale porsi le domande sul contesto. Anche perchè il solo riflettere costruisce un punto di vista altro rispetto alla situazione che, a quel punto, diventa un po’ più distante da noi. Tra le domande anche questa; è solo la pulsione Thanatos a orientare il ripetere di quel pattern così “familiare” o c’è anche una spinta vitale, di desiderio nel riproporci quella situazione per, finalmente, risolverla?

    Reply
    1. drdedalo Post author

      Ciao Elena! Penso che Eros e Thanatos possano essere visti come separati solo per comodità. Non penso insomma che esistano una pulsione di vita o di morte “pure” (alcuni autori parlano infatti di pulsione di vita-morte).
      Credo quindi che, sì, ci sia una sorta di desiderio di risolvere il problema anche dentro alla spinta che, irrimediabilmente, sembra invece confermarlo.
      Comunque, come dici giustamente, è il riflettere che può fare la differenza.
      Ne parlerò/parleremo ancora. A presto, Mauro

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