Mente e natura

Nei sogni, nelle sembianze degli amici
incontrati ieri sera, ci vengono a
visitare daimones, ninfe, eroi e Dei”
J. Hillman

Mente e natura è il titolo di un libro di Gregory Bateson scritto nel 1979 con l’intento di condensare in un unico testo le basi del pensiero di questo autore che, da sempre, si operò per contrastare la divisione fra i due termini e per insegnare un modo di pensare ecologico: un’ottica che trascendesse la dualità fra psiche e mondo, dimostrando la necessità di quella che lui definì una sacra unità.

L’unità necessaria era, per Bateson, non solo un’ipotesi filosofica o un metodo per guardare i soggetti, gli oggetti e le relazioni che fra di essi intercorrono ma, anche, il modo per approssimarsi a una comprensione profonda che non escludesse una parte per salvarne altre, che non riducesse l’individuo o il suo ambiente a cose da studiare separatamente.

Diceva che “prive di un contesto le parole e le azioni non hanno nessun significato” e cercò sempre di osservare il sistema in cui l’oggetto di studio era inserito.

Nel mio campo, nella psicologia clinica in generale, l’approccio sistemico che invita il terapeuta a non vedere la persona, le sue sindromi e i suoi sintomi come monadi isolate, nasce con Bateson e “il Contesto” è uno strumento irrinunciabile: una lente con cui unire ciò che è diviso e un antidoto a quel letteralismo che spinge a confondere il paziente con la sua diagnosi o con i suoi mali o con le spiegazioni che un qualche tipo di ortodossia dà alla sua vita e al suo particolare modo di soffrirla.

Se mente e natura non sono separate non ha senso pensare ad un confine con da una parte l’individuo e dall’altra ciò che lo circonda. So che sembra ovvio ed è facile dirsi d’accordo e chiamarsi fuori mettendosi subito fra la schiera di quelli che: “certo che osservo il contesto, è da un pezzo che ho capito l’errore di Cartesio, la divisione arbitraria di spirito e intelletto opposti alle cose e al mondo inanimato”.

Ma la comprensione non basta. Questa divisione è continuamente perpetrata e i confini sono ribaditi ogni volta che si parla di reale o virtuale, di fisico o mentale, superficiale o profondo, sogno o realtà.

Sono distinzioni comode ma pericolose. Soprattutto se ci si dimentica del ponte che unisce indissolubilmente i termini di queste dicotomie: cosa unisce? Cosa tiene insieme e perché abbiamo, invece, bisogno di guardare separatamente? E cosa può riparare questo scempio che porta ad un pensiero troppo semplice, ad una banalizzazione del mondo che andava bene(?) secoli fa?

Prendete un contesto! Prendiamo l’idea diffusa (quasi “intuitiva”) che la natura è là fuori e la mente è qui dentro: io sono nella mia testa e abito in uno spazio che è fuori da me.

Eraclito diceva che la natura ama nascondersi e sembra che, davvero, la sapesse lunga: la ricerca, quella filosofica prima e quella scientifica poi, è un continuo sforzo per svelare, un continuo guardare meglio e scoprire che c’è dell’altro e che, per tanto che guardiamo, sempre qualcosa ci sfugge.

Phisis kryptestai philei, per dirla proprio come la diceva Eraclito, fa riferimento a cripte, a profondità e a una filia: una sorta di amore sviscerato che la natura ha per celarsi agli occhi di… chi? Chi è che guarda e si accorge di questo non vedere abbastanza? Davvero io sono dentro, in profondità, e la natura e distesa là fuori? O fuori c’è un abisso profondo e io vago in superficie senza riuscire mai a vedere abbastanza ciò che sta sotto?

Se interrogandoci sul contesto rompiamo il letteralismo che divide profondo da superficiale e individuato/acuto (consapevole) da esteso/ottuso (non conscio di sé), tanto nuovo pensiero diventa possibile.

Possiamo allora interrogarci, ad esempio, sull’essere immersi in qualcosa che non è così diverso da noi, né più stupido; possiamo osservare l’intelligenza insita in un ambiente e la malattia che deriva dalla violazione o dalla non considerazione delle leggi che lo regolano; possiamo domandarci quanta psiche risiede in un edificio o in un luogo “consacrato” (perché è stato considerato sacro? Cosa contiene?); e chiederci quale sia l’abitante migliore per un luogo… chi dovremmo essere per stare e magari per essere-felici in/dentro a… ?

Bateson chiedeva spesso: “qual è la struttura che connette?”. Parlava di un ponte virtuale e di una domanda che finalmente non dividesse. Se lo chiedeva da scienziato e, tuttavia, con la pretesa di non escludere modi di pensiero che appartengono anche all’artista, allo scrittore, al poeta, ben sapendo che sia psiche che natura “pensano”, a volte, seguendo percorsi lontani da certe logiche ma altrettanto efficaci.

E se osserviamo il sogno togliendolo dall’opposizione con la realtà e guardando al lavoro che compie ci accorgiamo di quanto dividere sia controproducente, di quanto sbagliamo ogni volta che vediamo una distanza senza accorgerci di quanta vicinanza essa implichi.

Il lavoro onirico cucina gli eventi della vita trasformandoli in sostanza psichica per mezzo di modalità immaginative […] Estrae materia dalla vita e la trasforma in anima e contemporaneamente nutre ogni notte l’anima con materiale nuovo […] Il sogno fa entrare la valle del mondo, fa entrare quelle banalità, trivialità e meravigliose complessità che sono i miei amici perché sono necessarie al lavoro che il sogno svolge nell’anima. I miei amici sono figure di quel regno intermedio che un tempo era chiamato metaxy. Essi non sono né soltanto umani né soltanto divini, né soggettivi né oggettivi, né personali né archetipici: sono l’una cosa e l’altra. Le persone con le quali sono uscito a pranzo ieri sera e che ritornano nel mio sogno incarnano, contemporaneamente caratteristiche e azioni mie e caratteristiche e azioni divine.” J.Hillman.

Un ponte, insomma: porta “dentro” e unisce, trasformando. O, più ecologicamente, rende esplicita l’unità necessaria ed evidenzia l’arbitrarietà dei confini.

Fiori con insetto

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